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venerdì 25 settembre 2026

Il cinico “Ritorno” dell’Europa in Siria


di Patrizio Ricci - Vietato Parlare

La caduta del governo siriano nel dicembre 2024 ha innescato un profondo mutamento nelle dinamiche geopolitiche del Levante, costringendo la comunità internazionale a gettare la maschera su decenni di doppiezze diplomatiche e mediatiche. Al centro di questa complessa transizione si pone il governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa, il quale ha rapidamente consolidato il potere a Damasco promettendo riforme di facciata. Chi è Ahmed al-Sharaa? È l’uomo precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani, leader storico di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ed ex filiale siriana di Al Qaeda. È con questa fazione — che l’Occidente per anni ha prima finanziato e poi finto di combattere — che l’Unione Europea (UE) si sta preparando a orchestrare quello che fonti diplomatiche definiscono un “grande ritorno” in Siria.

Questo riposizionamento europeo rivela l’ennesima narrazione fuorviante offerta dai grandi media: il ritorno europeo non è un’operazione di pace, ma si configura come un’operazione condotta sotto la più stretta sorveglianza militare, caratterizzata da accordi indicibili in materia di sicurezza sul campo e da opache operazioni di intelligence. L’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, si è assunta l’onere di guidare questa spregiudicata manovra, programmando una visita a Damasco per validare le intenzioni di un esecutivo di matrice jihadista.

Le indiscrezioni più rilevanti indicano che la nuova amministrazione siriana ha istituito un sofisticato sistema per fagocitare i rapporti tra i fornitori di servizi internazionali e le figure apicali del nuovo regime. Tale sistema cela un pervasivo apparato di controllo e di estrazione di rendite, attraverso il quale le ex-fazioni ribelli estremiste — le stesse armate per anni dalle potenze del Golfo e dall’Occidente — stanno trasformando il proprio potere militare in un’egemonia economica totalizzante.

Il presente rapporto analizza le direttrici di questa evoluzione: la paradossale architettura diplomatica dell’UE, il nuovo ecosistema economico-clientelare di Damasco e le complesse reti di intelligence che legano apertamente il governo di transizione alle potenze occidentali.

L’Architettura Diplomatica: la Dottrina Kallas e l’Ipocrisia del “Ritorno Sorvegliato” La strategia dell’Unione Europea si fonda sull’imperativo di evitare un vuoto di potere. Kaja Kallas ha avvertito i ministri degli esteri del rischio che la Siria possa trasformarsi in una “nuova Libia o in un nuovo Afghanistan”. Un’affermazione che suona come una beffa, se si considera che proprio le ingerenze e i finanziamenti occidentali hanno scatenato i disastri in Libia e in Siria. Kallas ha promosso una dottrina di engagement definita “step-for-step”, che subordina la normalizzazione e gli aiuti finanziari a presunte riforme di Damasco.

Il culmine di questa strategia è la riattivazione della Delegazione dell’UE a Damasco, nel quartiere di Abou Roumaneh (delocalizzata a Beirut dal 2012). Il capo della delegazione, l’Ambasciatore Michael Ohnmacht, ha l’incarico di preparare il terreno alla visita della Kallas. Questa mossa fa seguito al viaggio del gennaio 2026 dei Presidenti del Consiglio e della Commissione Europea a Damasco per annunciare un partenariato politico, culminato nel Dialogo Politico ad Alto Livello del maggio 2026 co-presieduto dalla Kallas e dal Ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani. L’UE ha incredibilmente messo sul tavolo 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027.

Tuttavia, le cancellerie europee sono divise. Se Italia e Spagna hanno accelerato i contatti bilaterali inviando incaricati d’affari per proteggere i propri interessi, altri Stati mantengono una diffidenza verso le radici islamiste dell’HTS. Eppure, il leader al-Sharaa è stato rimosso dalle liste del terrorismo internazionale solo grazie a un cinico calcolo di pragmatismo politico di Washington e Bruxelles.

Tabella: La Geopolitica del Sostegno Occidentale

  • Sospensione parziale sanzioni (Feb. 2025): Settori chiave civili ed energetici. Dopo anni in cui le sanzioni europee hanno causato la morte per denutrizione e malattie della popolazione civile, improvvisamente vengono rimosse per non far crollare le fazioni ribelli neo-insediate.

  • Rimozione sanzioni economiche generali (Mag. 2025): Sblocco della Commercial Bank of Syria per la “ripresa socio-economica”. Le sanzioni inique, definite immorali anche dai vescovi siriani, cadono nel momento in cui al potere salgono gli estremisti graditi.

  • Dialogo Politico ad Alto Livello (Mag. 2026): Ufficializzazione del partenariato in cambio di “progressi” sui diritti.

  • Riattivazione Delegazione UE (In corso 2026): Presenza sul campo sotto la garanzia delle forze del Ministero dell’Interno siriano (ex insorti).

Sicurezza e la Complicità Occidentale: pagare i Terroristi per Proteggersi  Dietro la facciata, l’UE sta preparando un rafforzamento drastico della propria presenza in materia di sicurezza, certificando che la Siria “liberata” è in realtà un ambiente ad altissimo rischio. Il contratto EEAS/DELSYRD/2025/NP/0099, emesso dalla Commissione Europea per il SEAE (valore 3,56 milioni di dollari per aprile 2025 – aprile 2026), prevede un massiccio dispositivo per la Delegazione UE: Close Protection Teams, veicoli blindati e tracciamento GPS continuo.

Le preoccupazioni dell’INTCEN (Centro di competenza per l’intelligence dell’UE) sul ritorno di foreign fighters e membri ISIS o al-Qaeda fuggiti dalle carceri, confermano i peggiori timori: l’Occidente ha armato e addestrato forze estremiste, e ora ne teme il contraccolpo sui confini di Schengen.

Il paradosso si fa grottesco sul mercato della sicurezza privata. Secondo il Decreto 55 del 2013, le Private Security Companies (PSC) necessitano di licenze governative. Oggi questo apparato è in mano all’HTS. Affinché il SEAE protegga i suoi diplomatici, i contractor internazionali devono operare con le PSC locali e l’intelligence siriana. In pratica, i fondi europei filtrano inevitabilmente verso attori legati a ex milizie jihadiste, aggirando ogni due diligence etica pur di mantenere l’avamposto e assumendo personale locale militarizzato per la guida evasiva.

Il Nuovo Ecosistema Economico: la “State Capture” dell’ex Ribellione   Le indiscrezioni confermano che l’HTS ha attuato un metodico processo di State Capture*. Sfruttando l’esperienza del Syrian Salvation Government (SSG) a Idlib, l’HTS non ha distrutto le istituzioni a Damasco, ma le ha decapitate riempiendole con i propri quadri per monopolizzare i capitali esteri.  Il sistema si regge su società parastatali, veri e propri gatekeepers obbligatori per chiunque voglia investire (inclusi colossi Usa come Chevron, ConocoPhillips o aziende tech come Google e Meta):

  • Green Energy: Monopolio sulla fornitura elettrica e infrastrutture energetiche.

  • E-clean: Intermediario per i fondi UE e ONU per gestione rifiuti e macerie.

  • Zajel: Controllo della logistica, trasporti e mobilità delle ONG internazionali.

Sotto il Decreto Presidenziale N. 114 del 2025, le società straniere sono di fatto obbligate a formare joint venture con il consorzio HTS/SSG. Questo oligopolio estrae rendite lecitamente, finanziando le basi armate della nuova leadership per prevenire il ritorno della vecchia guardia.

Il Paradosso delle Sanzioni: L’Overcompliance e l’avvicendamento del Golfo  La farsa delle sanzioni raggiunge qui il suo apice. Dopo aver affamato il popolo siriano, l’UE e gli Usa (con la General License 25 dell’OFAC) hanno smantellato il regime sanzionatorio per energia, trasporti e banche (Industrial Bank, Popular Credit Bank, Commercial Bank of Syria e la Syrian Arab Airlines). Un documento riservato della Kallas (maggio 2025) proponeva persino di incanalare finanziamenti diretti al Ministero della Difesa e dell’Interno siriani per scopi antiterrorismo. L’Occidente finanzia apertamente quegli stessi apparati coercitivi gestiti dagli islamisti.

Tuttavia, l’economia sconta il rischio di overcompliance. Le banche internazionali europee, temendo le normative antiriciclaggio e sanzioni secondarie verso i beneficiari occulti (le ex-leadership HTS di E-clean e Green Energy), rifiutano le transazioni. Il vuoto lasciato dall’Europa, frenata dai suoi stessi veti passati, viene riempito da consorzi cinesi, russi e dai capitali del Golfo (i veri sponsor originari della guerra siriana). L’Arabia Saudita e il Qatar pagano 29 milioni di dollari al mese per gli stipendi pubblici e hanno saldato il debito siriano di 15,5 milioni verso la Banca Mondiale. DP World (Emirati) investe 800 milioni per il porto di Tartus e il Qatar 14 miliardi per il nuovo aeroporto di Damasco.

Intelligence: Il Velo Strappato sul Triangolo Damasco-Washington-Bruxelles  Il vero collante di questa restaurazione è la cooperazione di intelligence tra il governo ex-ribelle e l’Occidente, orchestrata dal Ministro dell’Interno Anas Khattab e dal capo dell’Intelligence Hussein Salamah. Dal 2025, Damasco condivide informazioni con le forze USA e UE per sradicare l’infrastruttura dell’Iran e dell’ISIS, culminate in incursioni a Deir ez-Zor e al-Bukamal.

Questa alleanza conferma ciò che l’informazione alternativa ha sempre denunciato: l’obiettivo occidentale in Siria non era la libertà civile, ma estromettere l’influenza dell’Iran e della Russia dall’area. Salamah ha declassato storici alleati come Hezbollah e l’Iran a minacce dirette per la sovranità siriana, alla stregua di Israele. Kallas ha usato questo cinico disallineamento per giustificare i fondi ad al-Sharaa. Intanto, una lotta intestina a Bruxelles tra Ursula von der Leyen (che vuole una sua cellula) e la Kallas (a difesa dell’INTCEN) indebolisce le difese contro le minacce ibride di una Russia ormai estromessa dalla Siria.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF) e la Leva Umanitaria    Il nord-est del Paese è oggetto di una finta pacificazione. Le milizie curde SDF sono state incorporate nelle forze regolari, cedendo Aeroporto di Qamishlo, frontiere e campi petroliferi a Damasco. L’UE appoggia la mossa per frenare la Turchia, ma il cessate il fuoco è fragilissimo. La nomina del curdo Nour al-Din Ahmad a governatore di Hasakah è specchietto per le allodole: l’amministrazione è in mano ai militari centrali e le nuove dogane (es. a Semalka) stanno affamando le province curde. Il Rojava resta vitale per l’UE solo perché ospita migliaia di ex-combattenti ISIS in campi come al-Hol.

Sul fronte dei diritti umani, la “giustizia transizionale” avallata dall’UE è l’ennesima narrazione a uso dei donatori occidentali. La Commissione Nazionale (maggio 2025) e processi-vetrina come quello ad Atef Najib (Quarta Corte Criminale di Damasco) convivono con brutali corti militari usate contro i civili ad Aleppo (300 ex-lealisti) e a Sweida nel luglio 2026. L’uso di tribunali militari solleva il grave sospetto di persecuzioni etniche e settarie (in particolare contro alawiti e drusi), che storicamente lo Stato laico precedente aveva sempre tutelato, mentre l’estremismo musulmano reprime le minoranze. Permane la repressiva Legge sui Crimini Informatici N. 20 (2022). L’UE minaccia di ricongelare i fondi se le violenze settarie esplodono, ma le priorità sono chiaramente altre.

Conclusioni: La Siria Trasformata in “Stato Cuscinetto”  Il “grande ritorno” dell’UE guidato dalla Kallas opera sul consueto doppio binario: retorica democratica a favor di telecamere, e cinismo operativo sottobanco. La convergenza diplomatica evidenzia tre scenari (2026-2028):

  1. Legittimazione tramite State Capture: Per mantenere stabilità, l’UE finanzia il restauro di un nuovo autoritarismo, dove i fornitori europei ingrassano un cartello di aziende riconducibili agli ex jihadisti.

  2. Lo Stato Cuscinetto: L’alleanza di intelligence (Khattab-Salamah) prova che per l’Occidente la Siria non deve essere democratica, ma solo una barriera securitizzata contro l’Iran e l’ondata jihadista che l’Occidente stesso ha scatenato.

  3. Il declino europeo: Divisa tra la Kallas e la Von der Leyen, e incapace di fare a meno dei capitali arabi, l’Europa si relega all’irrilevanza strategica, finanziando progetti di soft infrastructure mentre il Golfo compra il Paese.

In sintesi, la stabilità auspicata dall’Europa non è altro che l’anticamera di una nuova tirannia radicale, coperta dall’omertà della diplomazia internazionale e dal silenzio accondiscendente dei media mainstream.

 legenda: state capture = forma grave di corruzione sistemica in cui interessi privati riescono a influenzare e controllare le decisioni, le leggi e le istituzioni di un governo per trarne vantaggio economico personale o di gruppo

 https://www.vietatoparlare.it/il-cinico-ritorno-delleuropa-in-siria-come-loccidente-finanzia-il-regime-e-consolida-il-disastro-siriano/

mercoledì 16 settembre 2026

I cristiani palestinesi stanno scomparendo: come resistere all'espulsione?

responsabili cristiani riuniti a Taybeh
 

I leader religiosi, gli attivisti e i media palestinesi continuano a lanciare l'allarme: i cristiani palestinesi stanno abbandonando la Terra Santa. Ma ciò che serve ora è una strategia istituzionale ed economica che renda la permanenza una scelta praticabile, non solo morale.

di SAMI MSHASHA

Sono nato e cresciuto a Gerusalemme, e vivo ancora qui. Crescendo, non ricordo che la mia generazione o mio padre facessero distinzioni tra amici e vicini in base alla religione. Non ho mai pensato a Issam, il mio amico, come "il cristiano", né a Nizar, il mio vicino di casa, come "il musulmano".

A un certo punto, però, una strana espressione è entrata nel nostro vocabolario: "i nostri fratelli cristiani, i nostri partner nella patria". Non mi è mai piaciuta. Perché "partner"? Non sono mai stati altro che una parte autoctona di questo paese — milh hadha al-ard , ovvero "il sale della terra", come diciamo in arabo.

Provo lo stesso disagio per slogan come "cerchiamo l'unità nazionale tra musulmani e cristiani palestinesi". Tali slogan finiscono spesso per produrre l'effetto contrario a quello che intendono, come se prima dovessimo stabilire che un popolo che ha vissuto insieme per secoli sia, di fatto, un unico popolo.

Questo è importante perché il declino della presenza cristiana palestinese è reale, grave e in accelerazione, e la risposta rimane in gran parte ferma al livello di avvertimento. Ogni pochi mesi, i leader religiosi, gli attivisti e i media palestinesi tornano a ripetere lo stesso messaggio: i cristiani stanno scomparendo. Ma non esiste un piano per contrastare questo declino.

Secondo i dati dell'Ufficio palestinese di statistica del 2017, oggi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est rimangono circa 47.000-50.000 cristiani, probabilmente anche meno. Prima della guerra, a Gaza vivevano circa 1.500 cristiani; si ritiene che oggi ne rimangano meno di 500, sebbene sia impossibile stabilire una cifra precisa a causa degli sfollamenti, delle uccisioni e della distruzione di istituzioni e documenti.

Questo declino non avviene tutto in una volta. Avviene silenziosamente: un giovane palestinese cristiano di Gerusalemme parte per studiare e non fa più ritorno; una coppia si costruisce una vita in Cile anziché a Betlemme; una famiglia di Ramallah si trasferisce a Houston, avendo concluso che costruirsi un futuro in patria è diventato semplicemente troppo difficile. Le ragioni sono chiare a tutti: l'occupazione, il regime dei permessi, l'espansione degli insediamenti, l'escalation della violenza dei coloni, le severe restrizioni alla libertà di movimento, la frammentazione del territorio, la pressione economica e l'assenza di prospettive politiche. Questa è la gabbia – la prigione a cielo aperto – in cui vivono i palestinesi. Ma spiegare l'emigrazione cristiana solo attraverso questa lente non è più sufficiente.

Prima di proseguire, è importante riconoscere quanto è già stato fatto. Più di 15 anni fa, Kairos Palestine ha proposto una visione diversa, a partire dal suo documento del 2009 , sviluppandosi poi in un movimento teologico e politico e in una piattaforma di advocacy internazionale. Il suo messaggio era chiaro: i cristiani palestinesi non sono una minoranza separata in attesa di essere salvata dall'esterno. Sono una parte autoctona e profondamente radicata del popolo palestinese. Rimanere sulla terra e resistere alla sua espropriazione, sosteneva Kairos Palestine, sono responsabilità sia politiche che teologiche. Con questa voce, Kairos ha portato la Palestina nelle chiese e nelle comunità cristiane all'estero, chiedendo azioni di sensibilizzazione, pressioni politiche e boicottaggio, insistendo sul fatto che l'emigrazione non debba diventare un destino inevitabile.

Il problema, quindi, non è la mancanza di visione. Esiste un linguaggio di fermezza e una rete internazionale di sostegno. Ciò che manca è l'infrastruttura istituzionale ed economica che renda possibile la permanenza. È facile dire a un giovane palestinese: "Rimani nella tua terra". La parte più difficile è rispondere alle domande che seguono: Dove lavorerò? Posso permettermi una casa? Come farò a istruire i miei figli, ad avviare un'attività e cosa succederà quando la mia casa verrà demolita o quando non potrò raggiungere l'università o il posto di lavoro?

È qui che le chiese assumono una responsabilità particolare. Possiedono risorse che la maggior parte delle organizzazioni della società civile palestinese non ha: terreni e proprietà di valore, scuole, ospedali, foresterie, risorse finanziarie e reti internazionali. La proprietà ecclesiastica non può essere trattata semplicemente come una questione amministrativa interna. Le battaglie per le proprietà storiche intorno alla Porta di Giaffa a Gerusalemme hanno dimostrato le conseguenze della perdita di terreni palestinesi cristiani strategicamente importanti. La lezione dovrebbe essere chiara: non si può coinvolgere la comunità in generale solo dopo che una proprietà è stata persa. Le vendite importanti e i contratti di locazione a lungo termine di proprietà cristiane palestinesi dovrebbero essere soggetti a una revisione locale indipendente che coinvolga rappresentanti della comunità ed esperti palestinesi in diritto, finanza e settore immobiliare. Gli arabi ortodossi palestinesi chiedono da generazioni un ruolo maggiore negli affari della Chiesa: il fatto che la riforma sia difficile non è un motivo per evitarla.

Lo stesso principio dovrebbe applicarsi alle scuole, agli ospedali e agli istituti professionali gestiti dalla Chiesa. Le borse di studio potrebbero dare priorità ai settori necessari all'economia palestinese e i programmi di formazione professionale potrebbero fornire ai giovani gli strumenti per guadagnarsi da vivere senza dover lasciare il Paese. Le Chiese legate al settore dei pellegrinaggi e del turismo religioso potrebbero impegnarsi attivamente per far sì che una maggiore parte di tali entrate rimanga nell'economia locale, sostenendo guide turistiche palestinesi, pensioni, ristoranti, fornitori di servizi di trasporto e piccole imprese.

Nessuno dovrebbe sopravvalutare ciò che le chiese possono realizzare. Una borsa di studio non crea un lavoro e un attestato di formazione non elimina un posto di blocco. Le chiese non possono porre fine all'occupazione né creare uno Stato palestinese. Ma possono decidere se le risorse che controllano rimarranno servizi isolati o diventeranno parte di una strategia coerente per la sopravvivenza della comunità.

Le tredici confessioni religiose in Palestina non hanno bisogno di fondersi, e questo è chiaramente irrealistico. Devono coordinarsi e suddividere le responsabilità in base ai rispettivi punti di forza. Il Patriarcato ortodosso, in virtù dei suoi possedimenti terrieri, ha una responsabilità particolare nella difesa delle terre di proprietà della Chiesa. Le istituzioni cattoliche possono fare di più nell'ambito dell'istruzione e della formazione professionale. Le chiese anglicana e protestante, grazie alle loro reti internazionali, possono assumere un ruolo più incisivo nella difesa dei diritti civili, nel riconoscimento del diritto di residenza, nel ricongiungimento familiare e nella pressione internazionale.

La diaspora rappresenta un'altra risorsa in gran parte inutilizzata. I cristiani palestinesi nelle Americhe, in Europa e nel mondo arabo possiedono capitali, competenze e reti imprenditoriali. La domanda è: dove sono quando si tratta di fornire prestiti alle piccole imprese, assistenza abitativa, progetti per i giovani e investimenti nelle comunità cristiane palestinesi – a Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, Gerusalemme, Taybeh, Zababdeh e altrove? Forse, ancor più urgentemente: dove sono quando si tratta della comunità cristiana palestinese di Gaza, che sta scomparendo rapidamente? Ciò che serve sono capitali, una gestione competente, trasparenza e volontà.

Anche la società civile palestinese, le associazioni imprenditoriali, gli ordini professionali, i leader politici e le istituzioni musulmane dovrebbero partecipare a uno sforzo nazionale per proteggere la presenza cristiana. Il declino dei cristiani è parte della più ampia crisi palestinese relativa alla terra, alla libertà di movimento, all'occupazione e alla demografia. Dovrebbero essere istituiti meccanismi concreti di collaborazione tra musulmani e cristiani per difendere le famiglie a rischio di sfollamento, sostenere le imprese locali e tutelare le comunità minacciate.

Anche la solidarietà occidentale deve cambiare. "Salvare i cristiani della Terra Santa" è un messaggio emotivamente potente, ma può oscurare la realtà più ampia: i palestinesi, musulmani e cristiani, sono costretti ad andarsene a causa dell'occupazione e delle condizioni che essa crea. Il messaggio migliore è: aiutare i palestinesi a rimanere nella loro terra e aiutare i cristiani palestinesi a costruirvi un futuro. Ciò significa sostenere alloggi, formazione professionale, piccole imprese, difesa legale, tutela della terra e istituzioni comunitarie, non limitarsi a produrre l'ennesimo rapporto che documenta quanti cristiani se ne sono andati.

È tempo che le chiese palestinesi misurino il loro ruolo e il loro impatto in modo diverso: quante famiglie hanno aiutato a rimanere? Quante case sono state restaurate? Quanti giovani sono stati formati e aiutati a trovare lavoro? Quanta terra è stata protetta? Questi sono i veri indicatori.

Il declino demografico dei cristiani palestinesi è reale e doloroso. La causa è l'occupazione e, sebbene le chiese non possano porvi fine, ciò non le esime dalla responsabilità di ciò che possono fare. Hanno terre, istituzioni, denaro, scuole, reti internazionali e una diaspora. Kairos Palestine ha dato alla fermezza dei cristiani palestinesi un linguaggio e una voce politica. Ciò che serve ora è trasformare questo messaggio in un progetto istituzionale ed economico che renda la permanenza nella terra natale di Gesù una scelta praticabile.

Per anni ci siamo chiesti: quanti cristiani sono rimasti? Quanti se ne sono andati? La domanda giusta è diversa: cosa abbiamo fatto per garantire che la famiglia cristiana palestinese possa rimanere radicata nella sua casa, nella sua terra e nella sua patria?

SAMI MSHASHA  30 AGOSTO 2026 

 https://mondoweiss.net/2026/08/palestinian-christians-are-disappearing-warnings-are-not-enough/

lunedì 14 settembre 2026

‘Il pane è una preghiera’: Quando Cristo distribuiva il pane alla gente di Gaza

 

Lo scrittore palestinese Hani al-Salmy riflette sul suo amico cristiano Elias, la cui compassione, nel mezzo del genocidio, rivela i profondi legami di fede e umanità che resistono a Gaza.

Il mio amico cristiano, Elias Abu Alaa. Mentre scrivo il suo nome, sento che non sto scrivendo soltanto di un amico, ma di una parte di Gaza che conosco e che temo di perdere.

La guerra non distrugge soltanto le case. Non si limita a sradicare gli alberi o a ridurre moschee e chiese a mura ferite. Cerca di distruggere qualcosa di più profondo della pietra: cerca di rendere le persone estranee ai luoghi a cui appartengono, costringendole a porsi una domanda dolorosa: abbiamo ancora un posto qui?

La guerra ha distrutto chiese nella Striscia di Gaza e ha gravemente danneggiato molte moschee. Dei luoghi che un tempo riunivano le persone sono rimasti poco più che ricordi e preghiere sospese nell’aria. Eppure, ogni volta che finiva un’altra guerra, cercavo il mio amico Elias e mi ponevo sempre la stessa domanda: Elias se ne andrà quando la guerra sarà finita?

È una domanda semplice, ma porta con sé un peso che faccio fatica a sopportare. Con ogni guerra che si abbatte su Gaza, sento che l’idea di partire diventa un po’ più forte dentro il mio amico. Non posso biasimarlo. So che quando una persona vede la propria casa crollare, la propria strada ridotta in macerie e la propria chiesa, che ha custodito le preghiere di generazioni, minacciata o distrutta, comincia a pensare a un altro luogo dove poter offrire ai propri figli una vita con meno paura.

Ma, allo stesso tempo, temo che andarsene diventi l’unica soluzione che conosciamo. Temo che un giorno ci sveglieremo e scopriremo che a Gaza sono rimasti soltanto coloro che non hanno potuto andarsene.

Il numero dei cristiani a Gaza diminuisce anno dopo anno, e ogni persona che parte porta con sé una storia, un piccolo frammento dell’anima della città. Elias lo sa meglio di chiunque altro. Per questo, a volte, l’ho visto sprofondare nel silenzio, come se dentro di lui ci fosse una valigia che non voleva aprire davanti a me. Io facevo finta di non vederla.

Una volta, durante la guerra, l’ho trovato con un sacco di farina sulle spalle. Non lo stava portando a casa. Lo stava distribuendo agli sfollati. Il suo volto era esausto, i suoi vestiti coperti dalla polvere di lunghe giornate, ma camminava tra la gente come se la farina che portava con sé fosse qualcosa di più del semplice cibo, come se fosse un piccolo messaggio che diceva che la fame non deve vincere.

Gli ho chiesto: “Dove stai portando tutta questa farina?”

Ha sorriso e mi ha detto che Cristo dava il pane agli affamati.

Non sapevo cosa dire.

Sono rimasto semplicemente a guardarlo mentre portava quel sacco, pensando che quando le religioni escono dalle pagine dei libri ed entrano nella vita delle persone diventano pane, acqua e una mano tesa verso un altro essere umano.

Quel giorno non ho visto un uomo cristiano che portava della farina. Ho visto un essere umano che portava tutta Gaza dentro un piccolo sacco.

Avrebbe potuto tenerla per sé, ma ha scelto di portarla a chi ne aveva più bisogno.


Forse è per questo che ho sempre tenuto così tanto alla mia amicizia con Elias. Non ha mai avuto bisogno di lunghe spiegazioni sulla religione. Lui è un cristiano che ama la Moschea al-Omari, mentre io, musulmano, non sono mai entrato nella chiesa battista dove il mio amico è stato battezzato.

Ogni volta che Elias entrava nella Moschea al-Omari, tornava e mi raccontava decine di cose. Mi parlava delle sue pietre, del cortile, della sua immensità e della sensazione che provava standovi dentro. La descriveva come se stesse parlando di una vecchia casa che conosceva fin dall’infanzia.

Lo ascoltavo e mi vergognavo un po’. Il mio amico cristiano conosceva la mia moschea meglio di quanto io conoscessi la sua chiesa. Lui amava la Moschea al-Omari, mentre io non ero mai entrato nella chiesa battista dove Elias è stato battezzato.

Forse abbiamo vissuto fianco a fianco per tutti questi anni senza scoprire tutti i sentieri che avrebbero potuto condurre ciascuno di noi nella casa dell’altro. Solo la guerra ci ha fatto capire che la distanza tra una moschea e una chiesa non si misura sempre in strade. A volte esiste nei nostri cuori.

Dopo tutto quello che è successo, ho cominciato a pensarci in modo diverso.

Che cosa significa avere un amico cristiano a Gaza?


Forse significa capire che questa terra non appartiene a una sola comunità religiosa. Significa sapere che le campane delle chiese e il richiamo alla preghiera delle moschee non sono voci contrapposte, ma due parti della stessa memoria, della stessa città.

Significa avere un amico con cui puoi parlare della paura senza chiederti quale sia la sua religione, della fame senza pensare alle sue preghiere e della morte senza cercare di conoscere i suoi riti.

Significa vederlo portare farina agli sfollati e dire semplicemente: questo è il mio amico.

Forse la cosa più bella di Gaza è che, nonostante tutto, ci ha insegnato che un essere umano può diventare casa per un altro.


Ho paura che Elias se ne vada, non semplicemente perché è cristiano, ma perché è Elias.

Ho paura che la guerra finisca e che il mio amico non torni nel luogo di cui un tempo mi descriveva le pietre, le porte e le finestre.

Ho paura che decida che vivere altrove sia meno doloroso, e avrebbe tutto il diritto di farlo.

Ma ho ancora più paura che un giorno cercheremo i cristiani a Gaza e troveremo soltanto le loro vecchie fotografie, i loro nomi nei registri delle chiese e le storie raccontate dai loro amici.

Voglio che Elias resti, ma non ho il diritto di chiedergli di restare.

Non posso dirgli: “Resta per Gaza”, quando Gaza stessa non è riuscita a proteggerlo.

Tutto ciò che posso dire è che spero che un giorno Elias possa scegliere di restare perché vuole restare, non perché non ha altra scelta.


Spero che ci incontreremo dopo la guerra, non sotto una tenda, non accanto a una casa distrutta e non in fila per l’acqua o per il pane, ma in una strada tranquilla.

Voglio che mi porti nella chiesa battista dove è stato battezzato e che me ne racconti ogni dettaglio, come un tempo mi raccontava della Moschea al-Omari.

Voglio sentirlo parlare di nuovo delle pietre, delle porte e delle preghiere.

Poi, forse, lo porterò alla Moschea al-Omari, se ne sarà rimasto abbastanza da indicarci ancora la strada.

Cammineremo insieme tra questi due luoghi, non per dimostrare che uno assomiglia all’altro, ma per scoprire che entrambi hanno fatto parte delle nostre vite.

E forse, quando finalmente ci siederemo, gli ricorderò il sacco di farina che portava durante la guerra. Gli ricorderò ciò che mi ha detto di Cristo e del pane.

Elias riderà, forse, e mi dirà che sto esagerando, come faccio sempre nelle mie storie.

Ma gli dirò che non ho dimenticato.

Perché quel giorno mi ha insegnato qualcosa di semplice: che il pane può essere una preghiera, che aiutare chi ha fame può essere una preghiera e che l’amicizia stessa, in una città dove la guerra cerca di dividere le persone, può essere una preghiera.

Quindi, Elias, non so se te ne andrai quando la guerra sarà finita.

Non so cosa deciderai e, in verità, non ho il diritto di chiederti nulla.

Ma so che ogni volta che sentirò parlare di una famiglia cristiana che lascia Gaza, penserò a te.

E continuerò a sperare che tu rimanga, non perché sei cristiano e non perché io sono musulmano, ma perché sei mio amico.

Perché la Gaza che sogniamo dopo la guerra ha bisogno di tutti i suoi figli: delle campane delle sue chiese, dei minareti delle sue moschee, del suo pane, delle sue storie e di amici come Elias Abu Alaa, che sanno che, prima di ogni altra cosa, un essere umano è fratello di un altro.

https://it.palestinechronicle.com/il-pane-e-una-preghiera-quando-cristo-distribuiva-il-pane-alla-gente-di-gaza/

sabato 12 settembre 2026

Da Fairuz ai canti di maledizione: quale Siria alla Fiera di Damasco?

La kermesse tenutasi nei giorni scorsi con 1000 espositori da 60 Paesi è stata una vetrina per la Siria di oggi. Ma proprio per questo una serie di video fatti circolare in rete hanno sollevato molte domande sullo spazio per le minoranze e sulla disponibilità a immaginare una società che vada oltre il potere e la vendetta.
 

di Sofya Naama  AsiaNews 

La Fiera internazionale di Damasco non è mai stata solo uno spazio di stand commerciali e accordi economici. Nella memoria collettiva siriana è sempre stata una finestra sul mondo. Dal suo palcoscenico, negli Sessanta e Settanta, la grande cantante araba Fairuz cantava: “Damasco, che cos’è la gloria? Sei tu la gloria che non tramonta”. Questo ricordo contrasta nettamente con alcune scene della 63ª edizione della Fiera, svoltasi dal 26 agosto al 4 settembre scorsi. Presentata come la prova del rilancio economico della Siria, secondo i comunicati ufficiali ha riunito circa 1000 imprese e organizzazioni provenienti da quasi 60 Paesi. Cifre da non ignorare, ma che da sole non bastano a decretarne il successo. La Fiera internazionale è infatti anche una vetrina: racconta il modo in cui un Paese vede sé stesso e desidera essere visto. Ed è proprio sotto questo profilo che l’ultima edizione ha sollevato interrogativi inquietanti.


Dai canti dedicati alla città ai canti di vendetta

In un video circolato ampiamente sui social, un gruppo di uomini si esibisce su un palco recante il logo del ministero della Cultura siriano. Cantano versi che maledicono le anime di Hafez al-Assad e di suo figlio Bashar, mentre parte del pubblico applaude. L’esibizione è stata diffusa come parte di un programma di canti rivoluzionari eseguiti dal gruppo Sayhat Hurriya, “Grido di libertà”.

I siriani non hanno bisogno che qualcuno ricordi loro i crimini attribuiti ai governi degli Assad, né le sofferenze dei detenuti, degli sfollati, delle famiglie delle persone uccise o scomparse. Dopo decenni in cui persino una lieve critica al presidente poteva avere conseguenze devastanti, la rabbia nei confronti del vecchio regime non è né sorprendente né illegittima. 

Ma la questione riguarda il ruolo che un ministero della Cultura dovrebbe svolgere nel dare forma a tale espressione. Esiste una differenza sostanziale tra un’arte che documenta la repressione, restituisce voce alle vittime e affronta un passato violento, e uno spettacolo che si regge su maledizioni, insulti e minacce formulate in termini generici contro i presunti residui del vecchio regime.

Il termine comunemente utilizzato per definirli, fulul, non distingue tra chi ha commesso crimini, un ex dipendente pubblico, un comune cittadino che in passato si è adattato all’autorità e chi, semplicemente, non sostiene i nuovi governanti del Paese. Quando un’istituzione culturale mette il proprio palcoscenico al servizio della retorica della vendetta, non contribuisce necessariamente all’accertamento delle responsabilità. Rischia invece di trasformare la cultura in uno strumento di mobilitazione politica. Riduce nuovamente il Paese ai suoi governanti, limitandosi a invertire i segni. Tra il culto di un leader e la maledizione di quello precedente, l’arte perde la capacità di immaginare una società che vada oltre il potere e la vendetta.


Quando lo sport diventa una lezione religiosa

Un secondo video proveniente dalla Fiera mostrava alcuni giovani impegnati in esercizi fisici e acrobatici, mentre un oratore sosteneva che l’allenamento costante non fosse sufficiente: senza la fede e l’affidamento a Dio, l’atleta non avrebbe potuto avere successo. Le immagini hanno alimentato il dibattito sul motivo per cui un’esibizione presentata come sportiva fosse stata trasformata in una lezione religiosa. Per molti atleti la fede rappresenta un’autentica fonte di forza, e ciascuno ha il diritto di raccontarne l’importanza nella propria vita. Ma il messaggio assume un significato diverso quando è un’istituzione pubblica a presentare il successo sportivo come dipendente dalla fede religiosa. Lasciare intendere che chi non crede, o concepisce la fede in modo diverso, non possa riuscire neppure nell’attività fisica significa trasformare uno spazio comune in una verifica indiretta di conformità religiosa.


Anche le immagini della preghiera collettiva alla Fiera hanno suscitato un acceso dibattito. Nel materiale diffuso, uomini e donne apparivano collocati in settori completamente separati. Tutte le donne visibili indossavano il velo, mentre nella sezione maschile prevalevano religiosi e figure dall’abbigliamento chiaramente riconducibile alla sfera confessionale.

L’abbigliamento non consente di stabilire l’appartenenza religiosa di una persona, così come una fotografia non può dimostrare che al di fuori dell’inquadratura non fossero presenti membri delle minoranze. Ma le immagini pubbliche producono significati. In quelle scene specifiche, la pluralità religiosa e sociale della Siria non era visibile; dominava un solo modello di identità pubblica.


Il problema non è la preghiera, né il velo o l’abito religioso. Mettere a disposizione uno spazio di preghiera all’interno di una grande esposizione è del tutto ragionevole, e la libertà di culto costituisce un diritto fondamentale. Ma la preoccupazione nasce dall’effetto cumulativo: la preghiera collettiva, i canti religiosi, la predicazione inserita in uno spettacolo sportivo e un programma pubblico i cui elementi più visibili sembravano esprimersi tutti nel medesimo registro ideologico.

L’esclusione non comincia necessariamente con una legge che impedisce l’ingresso a un determinato luogo. Può iniziare quando cambia la sua natura, quando le sue attività si rivolgono ripetutamente a un’unica componente della società, quando lo stesso tipo di oratori ne occupa i palcoscenici e gli stessi volti ne definiscono l’immagine pubblica. Non è necessario dire esplicitamente ai cittadini che non appartengono a quel luogo. Può essere l’atmosfera stessa a trasmettere il messaggio.


Il peso dell’espressione “regime alawita”

Questa trasformazione culturale coincide con il persistente utilizzo dell’espressione “regime alawita” per indicare il precedente governo. È vero che la famiglia Assad si è affidata in larga misura a reti familiari e di sicurezza nelle quali gli alawiti occupavano posizioni di rilievo. Tuttavia, le sue strutture politiche, militari e di intelligence comprendevano anche figure di primo piano provenienti da altre comunità. Il principio che definiva il sistema era la fedeltà alla famiglia al potere e alle sue reti clientelari, non la rappresentanza degli alawiti in quanto comunità religiosa.

Ridurre l’intero regime precedente a una confessione cancella la distinzione tra i responsabili dei crimini e i cittadini comuni. Trasforma la responsabilità politica e penale in una colpa collettiva attribuita dalla nascita. Il rischio aumenta quando a questa definizione si associa un uso elastico della parola fulul. Se chi detiene il potere può ridefinire il termine secondo le proprie necessità politiche immediate, qualunque dissidente può prima o poi essere incluso in quella categoria.

Un’autentica giustizia di transizione non ha bisogno di canti di maledizione. Ha bisogno di prove, fascicoli, indagini indipendenti e processi equi. Soprattutto, richiede una distinzione precisa tra responsabili, vittime, testimoni e cittadini che hanno vissuto sotto un sistema autoritario senza diventare responsabili dei suoi crimini.


Le minoranze tra violenza fisica e rimozione simbolica

I timori espressi dalle comunità minoritarie non sono astratti. La regione costiera siriana ha assistito a estese violenze che hanno coinvolto civili alawiti, mentre a Suwayda si sono verificati abusi mortali ai danni delle comunità druse e beduine, con il coinvolgimento di diversi attori armati. Un’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violenze avvenute a Suwayda nel luglio 2025 ha riferito che più di 1.700 persone sono state uccise e circa 200mila costrette a lasciare le proprie case. Secondo l’inchiesta, gli atti compiuti dalle forze governative, dai combattenti tribali e dai gruppi armati drusi potrebbero configurare crimini di guerra o crimini contro l’umanità.

Le minoranze siriane - alawiti, cristiani, drusi, ismailiti, sciiti e curdi - non si trovano tutte nelle stesse condizioni. I rischi variano a seconda della comunità, del luogo e delle circostanze individuali. Ma ciò che le accomuna è la necessità di uno Stato che non trasformi l’identità religiosa o etnica nel fondamento dei diritti, del sospetto o della punizione.

La sicurezza non consiste soltanto nell’assenza di omicidi e rapimenti. Significa anche che una donna senza velo possa entrare in un’istituzione pubblica senza sentirsi in contrasto con il modello sociale che essa sembra privilegiare. Significa che un cristiano, un alawita, un druso o un musulmano laico possa salire su un palcoscenico culturale senza nascondere la propria identità o mettere in scena una dichiarazione di fedeltà. Significa inoltre che i cittadini religiosi possano praticare liberamente il proprio culto senza che la loro fede venga appropriata e trasformata in teatro politico.


Un nuovo governo o un nuovo linguaggio della lealtà?

Per decenni, lo Stato baathista ha governato attraverso rituali familiari: i ritratti del leader, le manifestazioni obbligatorie, le dimostrazioni di fedeltà nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Molti non credevano a ciò che dicevano. Recitavano quanto ritenevano che le autorità volessero vedere. Il pericolo, oggi, è che questo meccanismo sopravviva, limitandosi a cambiare contenuto.

Il ritratto del leader può essere sostituito da un aspetto religioso ritenuto preferibile. Le lodi al presidente possono lasciare il posto alle maledizioni pubbliche rivolte al suo predecessore. La manifestazione obbligatoria del partito può essere sostituita da un evento nel quale la partecipazione viene misurata in base alla conformità a un’identità approvata.

La Fiera internazionale di Damasco non si può ridurre esclusivamente ai suoi video più controversi. È possibile che abbia ospitato conferenze e iniziative serie, che hanno ricevuto minore attenzione. Ma la responsabilità istituzionale comprende anche il dovere di impedire che un’unica corrente ideologica finisca per oscurare ogni altro aspetto della manifestazione.


Il ministero della Cultura avrebbe potuto utilizzare la Fiera per presentare la musica, il teatro, la letteratura e il patrimonio delle diverse regioni della Siria. Soprattutto, avrebbe potuto recuperare ciò che Fairuz rappresentava un tempo: un’arte che non chiedeva agli ascoltatori a quale confessione appartenessero e non esigeva una dichiarazione di fedeltà politica prima di consentire loro di entrare in sala.

Il successo del nuovo ordine siriano non sarà misurato soltanto dalla caduta delle statue di Assad o dal numero delle imprese presenti a una fiera. Sarà misurato dalla capacità del Paese di creare uno spazio civico condiviso nel quale tutti i siriani possano riconoscersi.


https://www.asianews.it/it/medio-oriente/siria/da-fairuz-ai-canti-di-maledizione-quale-siria-alla-fiera-di-damasco

sabato 5 settembre 2026

Oriente in festa: la colonna di San Simeone Stilita restaurata ad Aleppo

 

Aleppo, 2 settembre 2026 

La colonna sulla quale San Simeone Stilita visse in ascetico isolamento è stata restaurata ad Aleppo, in Siria, in concomitanza con la sua festa e l'inizio del nuovo anno liturgico. La ricostruzione ha concluso una settimana di eventi intitolata "Luce da Aleppo", organizzata dall'Arcidiocesi di Aleppo e Dipendenze.

Il 1° settembre, giorno della festa del santo, l'Arcidiocesi ha accompagnato centinaia di pellegrini all'antico Monastero-Cattedrale di San Simeone nella regione del Monte Simeone, con il tema "Sulle orme di San Simeone", come riporta l' Arcidiocesi antiochena del Nord America .

Le celebrazioni, tenutesi sotto il patrocinio di Sua Eminenza il Metropolita Efrem (Maalouli), a capo dell'Arcidiocesi, hanno incluso il restauro della colonna dove il santo del V secolo praticava l'ascetismo e la penitenza. La struttura aveva subito danni a causa di terremoti e distruzioni nel corso dei secoli. Gli organizzatori affermano che la sua ricostruzione rappresenta una testimonianza di resurrezione spirituale e di rinnovata speranza.

Prima della ricostruzione, gli operai hanno ripulito e restaurato le rovine del sito, che avevano svolto un ruolo importante nella diffusione del cristianesimo ortodosso e nell'insegnamento delle pratiche ascetiche che San Simeone aveva trasmesso ai suoi seguaci.

Sua Grazia il Vescovo Paolo di Tarso, che si prende cura dei cristiani ortodossi nella storica Antiochia, originario della Turchia meridionale, ha partecipato alla funzione di preghiera serale insieme ad altri leader cristiani locali. 

Il metropolita Efrem ha ringraziato tutti coloro che hanno organizzato, sostenuto e partecipato alle celebrazioni, e ha chiesto le preghiere e l'intercessione di San Simeone Stilita.

https://www.antiochian.org/regulararticle/2923  


N.B 2013: I terroristi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante che occupavano una parte della città di Aleppo hanno preso di mira per la prima volta la storica cattedrale di San Simeone lo Stilita, distruggendo le reliquie del santo e rubando tutto ciò che di prezioso si trova al suo interno con ogni mezzo.... 

https://oraprosiria.blogspot.com/2013/11/prosegue-nellindifferenza-del-mondo-la.html