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lunedì 31 agosto 2026

Dalle Sorelle siriane di FONS PACIS


 Grazie a Dio, tutto continua!

Azer, luglio/agosto 2026

Carissimi,

eccoci. In questa rovente estate, i giorni sono passati veloci e già ci ritroviamo ad agosto senza avervi fatto sapere più nulla. Innanzitutto, grazie per tutto quanto state facendo per aiutare i nostri operai. Grazie in particolare agli “amici del Meeting”, a chi ha finalizzato ricorrenze e anniversari a questo scopo, grazie a Fiorenza che sempre pensa a noi...sappiamo che la situazione non è facile per nessuno, qui come li’, quindi ancora di più, GRAZIE.

Questa volta comincio col raccontarvi dei lavori. Che grazie a Dio continuano, nonostante tutto, e in particolare quello che vi racconterò fra poco. La pietra avanza bene, ed è una meraviglia. Bravi, bravi, bravi. I nostri operai sono veramente bravi.

E noi siamo un po’ divise tra la consapevolezza che è un lavoro duro (chi resterà dopo di loro, che avrà ancora il coraggio e la forza fisica di affrontare queste fatiche?) e l’orgoglio di vedere quanto sta uscendo dalle loro mani.

Gli archi cominciano a rincorrersi, nel chiostro, e in mezzo all’incertezza e all’instabilità che dominano in Siria, questo ritmo certo e sereno sembra una bella promessa. Tante persone vengono a vedere il cantiere, si stupiscono, si rallegrano, si interrogano sul senso. Proprio come noi. Del resto un monastero serve anche per questo, per farci pensare, per rimandarci delle domande.

Fra tutte le visite, anche quella del nuovo Nunzio, Mons. Luigi RobertoCona, con esperienza in Giordania, San Salvador. Un siciliano doc, che ha subito apprezzato la natura e...si è offerto di venire ad aiutarci a potare la vigna !

Siamo state molto contente di riceverlo, e veramente siamo grate della simpatia e del sostegno che ci ha dimostrato. Ha molto apprezzato la costruzione del monastero, e... ci ha incoraggiato a continuare non solo la parte abitativa per poterci trasferire, ma anche la chiesa, promettendoci aiuto. Beh, ottimo! Ma soprattutto ha fatto due cose importanti: ha sostenuto quelli che stanno lavorando al monastero, ringraziandoli per il loro lavoro e la fedeltà a questa opera. E poi ha visitato il villaggio, con molta semplicità e cordialità. Una cosa improvvisata, qualcuno ha gettato petali di rosa, gli scout hanno fatto il loro picchetto d’onore, e soprattutto in chiesa Mons Cona ha cominciato a dire quanto sentisse aria di casa, “ecco quel signore lì in quarta fila assomiglia proprio a mio padre...”. Si è conquistato tutti, promettendo di tornare presto. È importante perché la gente non è abituata a sentire i rappresentanti della Chiesa così vicini, così semplici.

Vi mettiamo qualche link a brevi video girati dagli operatori di AddAlsama, un canale promosso dai Francescani e diretto da giovani, fra cui un giovane di Azer, che copre un po’ tutti gli eventi delle varie chiese in Siria, e che si sta diffondendo molto come punto di collegamento far le varie comunità cristiane, e non solo. Da tanto ci chiedevano di girare qualcosa al monastero, per farlo conoscere, e questa è stata l’occasione. Cosi’ vi fate un giretto in drone..

Meno felice, per non dire fonte di grande tensione, è stata la vicenda occorsa a Charbel e a quattro altri ragazzi del villaggio che avevano fatto il servizio militare nell’epoca di Assad. È stata montata ,da una persona disonesta che vive in questa zona, una falsa accusa, prodotta nel tentativo di spaventare e ottenere denaro. Come sempre, ci sono uomini onesti e uomini disonesti da tutte le parti, in tutti i gruppi etnici o nazionali...Purtroppo, se da una parte è giusto indagare su crimini commessi nel passato, in questi tempi, a detta degli stessi giudici, le false accuse verso le parti più deboli della popolazione sono tante.

Potete immaginare cosa avrebbe significato, innanzitutto per Charbel, ma anche per noi, per il cantiere, per tante altre cose. Alla fine la verità ha mostrato la sua evidenza, tutto si è risolto; ma questo dice bene come ci si possa sentire indifesi e esposti senza ragione, e quindi tentati di partire e lasciarsi tutto dietro le spalle. Quindi grazie per tutte le preghiere che avete indirizzato a questa intenzione.. Forse non tutti ne eravate al corrente, era un po’ difficile scrivere una newsletter su questo, ma...siccome comunque pregate per noi, è stata una battaglia di tutti e adesso vi invito veramente a ringraziare con noi il Signore...

Dobbiamo anche ringraziare Charbel e gli altri perché nonostante tutta questa tensione hanno continuato a lavorare, a portare avanti tutto il possibile.., e così siamo veramente in dirittura d’arrivo per poter iniziare con gli impianti. Sappiamo già chi farà il VRF, il tipo di impianto a aria per riscaldamento/raffreddamento. Abbiamo già fatto gli appalti per gli idraulici, e per gli elettricisti. Aspettiamo i prezzi e...fra poco si dovrebbe iniziare ! Speriamo proprio di poter portare a termine circa la metà della struttura, per poterci finalmente trasferire a vivere lì. Molto dipenderà dai prezzi di mercato dei vari materiali, con tutto quanto sta accadendo a livello geopolitico.

Nella news di maggio-giugno avevamo dimenticato di parlarvi di qualche visita, che ci ha portato un po’ di sapore d’Italia. A maggio è venuto Don Ambrogio Pisoni, che accompagniamo con tutto il cuore nella sua prossima destinazione a Nazareth! E poi don Franco, amico di sempre, ci ha raggiunte in giugno, anche per portarci il contributo generoso della sua parrocchia di Napoli e di quella di Don Sandro, Porto Santo Stefano, per l’acquisto di un piccolo frantoio a freddo, collaborazione italo siriana.. Si’, perchè almeno per ora stiamo incrementando la vendita del nostro olio, che è molto apprezzato. Un cuoco di Homs che l’ha acquistato e con esso produce hommos, la tipica crema di ceci araba, ne sta vendendo molta di più proprio grazie al gusto particolare dell’olio. Che soddisfazione! (anche se il merito è di Dio, le olive buone le ha create Lui...ma insomma). Intanto, la prima stanza terminata al monastero nuovo è la stanza dell’olio, con tre bei fustoni di alluminio, pronti per la prossima frangitura che si annuncia abbondante..

È anche tempo di preparare un’altra spedizione di sapone e creme, anzi siamo anche un po’ in ritardo, e di tirare un po’ le somme di questi primi due anni: siamo veramente grate a Maria e Attilio, Stefano e Alberto...e naturalmente a tutti voi che i nostri prodotti li acquistate, li regalate, li fate conoscere. Grazie! C’è ancora tanto da fare, ma speriamo che il giro cresca ancora..

Qui, più in piccolo, siamo impegnate a partecipare ad una piccola “fiera” nella Valle dei Cristiani, per la festa dell’Assunta, e quindi a preparare tisane, erbe, sciroppi, succo di melograno, candele, lavoretti vari.

È meglio che niente, in attesa di poter veramente dare vita ad una attività continua, a cui la comunità possa lavorare regolarmente e insieme. Ed anche in attesa che la situazione economica della gente migliori un po’, e con essa anche il mercato interno.

Termino, e sulla situazione non aggiungo molto, se non il consiglio di andare a leggervi due articoli riportati da Oraprosiria.blog; lì potrete trovare sia gli interventi di Mons. Jacques Morad, vescovo Sirocattolico di Homs (e monaco di Mar Musa) che sta parlando molto chiaramente della situazione. Ed anche la lettera dei Maristi blu, di Aleppo, che vi faranno sentire altrettanto bene il clima di questa città, che vede diminuire drasticamente la presenza dei Cristiani, dove si sente pesantemente l’influenza Turca, come già vi raccontavamo..

Intanto, le nostre autostrade (quella in direzione Homs Tartous) da due tre mesi, a causa della chiusura di Hormuz, si sono riempite di autocisterne. Ogni giorno, letteralmente chilometri di autobotti in fila, dall’Iraq al porto di Banjas, per trasportare il petrolio destinato agli Stati Uniti. Ogni tanto, con questo caldo, qualche cisterna scoppia o si ribalta...con morti e feriti..

In questi giorni, ci sono grandi mobilitazioni sui confini con il Libano. Entrerà la Siria nel conflitto con Hezbollah? Oppure si preparano solo ad un eventuale sollevamento Sciita? Oppure? mah...Preghiamo, veramente la preghiera è la nostra vera pace..

   M. Marta Fagnani


Continua la campagna “ADOTTA UN OPERAIO“.

Puoi donare la cifra che vuoi. Il tuo aiuto permetterà di continuare a dare lavoro alle maestranze che, con grande maestria, costruiscono il nuovo monastero. Un aiuto e una speranza per le famiglie che restano nella amata Siria.




giovedì 27 agosto 2026

Il cardinale Pizzaballa risponde al Meeting di Rimini: Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni


Osservatore Romano, 27 agosto 2026

La Cisgiordania è ormai «una terra senza legge», la tensione tra coloni e popolazione palestinese è in continuo aumento, e quanto accade resta «senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità». E che «ci sia una situazione di aggressione continua da parte dei coloni è un fatto assodato». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, parla nell’ultimo giorno del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini, incontrando prima i giornalisti e poi dialogando con un gruppo di giovani.  

«L’Occidente deve aiutare ad alzare un po’ lo sguardo, a creare delle prospettive, aiutare anche a calmare questa deriva continua con uno sforzo diplomatico sempre maggiore», sottolinea il porporato, indicando come la diplomazia, nonostante «tutta la sua debolezza», resti «l’unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l’uso delle armi, della violenza e della forza militare». Lo sguardo del patriarca si volge a Gaza, dove la situazione «si è deteriorata tantissimo» e resta «umanamente molto devastata», tuttavia resta «più stabile da un certo punto di vista, a livello politico si discute molto». Pizzaballa invita a non confondere la speranza con l’ottimismo o con l’attesa di una soluzione immediata: «Non dobbiamo confondere la speranza con “andrà tutto bene” o con una soluzione politica. La speranza è qualcos’altro». Nasce, spiega, “da dentro”, dagli incontri e dalle persone, «israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani» — proprio come avvenuto nei giorni del Meeting — che scelgono di mettersi in gioco «per fare qualcosa di bello, per aiutare, per sostenere, o anche semplicemente per rifiutare di deumanizzare l’altro». La soluzione dei due Stati, Israele e Palestina, ribadita dal Papa, afferma poi, «è l’unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra». «Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa — aggiunge — è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre ma credo che non si debba avere fretta e si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì, ma deve essere inserita dentro un percorso significativo».

Nel dialogo con tre giovani, in conclusione di giornata, evento intitolato  Scrutando il cielo di Gerusalemme, il porporato risponde alle domande di una studentessa milanese, di un ragazzo statunitense e di un liceale di origini ucraine che vive a Rimini, formulate sugli spunti offerti dalla sua Lettera pastorale Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, pubblicata nell’aprile scorso e indirizzata alla sua diocesi, dislocata su Israele, Palestina, Giordania, Cipro. Occorre impedire, dice rispondendo proprio al giovane dell’Ucraina, che la logica deumanizzante della guerra diventi «il tuo modo di pensare, di sopravvivere», poiché «la guerra ruba ai giovani gli anni più belli della loro vita, quando non toglie loro la vita stessa. È vero per l’Ucraina ma anche per il Medio Oriente. La guerra ha le sue dinamiche, ti abbrutiscono. L’altro viene esorcizzato, perchè se l’altro è umano e ti è vicino diventa difficile colpirlo» e «la dinamica della guerra non deve impossessarsi della coscienza».

Ciò che si rende necessario, sottolinea poi Pizzaballa, è «evitare di ridurre la pace a slogan e anche approcci ingenui a una realtà complessa» come quella del Medio Oriente e non solo. Perché la pace richiede azioni politiche che hanno le loro dinamiche. E tra l’altro la politica è fatta di equilibri, di interessi, relazioni di potere, ma il problema è quando si riduce a interessi di parte ed equilibri di forze, «e le conseguenze sono visibili», prosegue. Allora serve qualcuno che alzi la voce, «che ricordi qual è il bene comune», il quale «non deve essere disatteso e dimenticato». E in Medio Oriente il senso del bene comune si è perso, rimarca il patriarca, e sembra che a guidare le istituzioni sia ciò che è buono per sé, per la propria parte politica. E allora i leader religiosi devono ricordarlo, la politica è anche la società civile e in un momento come questo, in cui le istituzioni politiche mostrano debolezza e incapacità di lavorare per il bene comune, serve cambiare linguaggio.

Al cardinale Pizzaballa viene chiesto anche come si affronta il dolore in una realtà come quella del Medio Oriente, come rimanere saldi. La risposta è guardare la croce, «il luogo dove Gesù umanamente fallisce, ma che per noi è fonte di salvezza» e da dove scaturisce la risurrezione, con la premessa che il dolore nella regione mediorientale è quello delle relazioni spezzate e per la violenza cui si assiste, per le persone che non ci sono più, per l’inadeguatezza avvertita di fronte a diverse situazioni. «Perché non si può fare tutto», non si può arrivare dappertutto, non si può offrire aiuto come si vorrebbe. La preghiera, allora, è il luogo in cui consegnare la propria impotenza, indica il patriarca, e quando si cade, quando si pensa di non farcela più, si deve guardare a Cristo e «ricominciare». Nel dolore è importante non lasciare solo chi soffre, più di tante parole conta esserci.

Ma come mantenere viva la speranza? Nel contesto mediorientale, «così lacerato, carico di odio, rancore, fatiche» non è facile coltivarla e il porporato precisa pure che «non è una soluzione ai problemi», la quale, tra l’altro, non si vede ancora all’orizzonte. «Bisogna essere realisti perché la situazione è deteriorata» riconosce, precisando che la speranza «non è l’attesa di qualcosa che deve venire da fuori, nasce dall’interno del cuore, è figlia della fede, è la coscienza di non essere soli, è, nella fede, la presenza dell’incontro con Cristo nella popolazione, nei volti, nelle associazioni, nelle comunità che si mettono in gioco per fare qualcosa insieme». Come i ragazzi dell’Università pubblica di Gaza che il patriarca ha incontrato recentemente, pieni di vita e desiderio di vita — e «quello è fonte di speranza» — concordi nel ritenere che la violenza va rifiutata.

Tra gli interrogativi posti al cardinale Pizzaballa anche un quesito sul dialogo interreligioso. Si sviluppa se ciascuno non ha «paura di incontrare l’altro», quando, convinti del proprio credo, non ci si sente minacciati e ci si relaziona agli altri «senza pregiudizi». Il porporato chiarisce di preferire l’espressione «dialogo interreligioso» e non «dialogo tra le religioni», perché a parlarsi sono i credenti, partendo dalle proprie esperienze di fede, sono le comunità. Finora sono state le élite, a dialogare, di ebrei, cristiani e musulmani, osserva il patriarca, serve, invece, che il dialogo cresca tra la gente. «Dopo la guerra di Gaza non si può tornare come prima, ci sono state tante ferite e incomprensioni» fa notare, e allora occorrono «occasioni a livello di territorio», perché cresca il dialogo, «perché lì nasce e si crea qualcosa di bello e diverso». E per guardare l’altro positivamente è necessario incontrarsi, non categorizzare, incoraggia Pizzaballa. «Ciascuno in Terra Santa si sente vittima e la sola vittima e questo è un circolo vizioso; l’altro diventa un nemico. La prima violenza nasce dal cuore e dalle parole» evidenzia, inoltre, il cardinale, che invita a non categorizzare «ebrei, musulmani, palestinesi, credenti, non credenti», bisogna, invece incontrare le persone, con le loro storie, emozioni, relazioni, «e questo aiuta a non generalizzare». «Servono testimoni dentro le nostre comunità che permettano di superare i confini, che ci sono, ma che non devono essere impermeabili — sintetizza il porporato — servono persone che creino brecce», bisogna uscire dal circolo vizioso del sentirsi uniche e sole vittime e del vedere gli altri come carnefici.

Per capire e giudicare gli eventi oggi, di fronte alle molte polarizzazioni e alle fake news, Pizzaballa ritiene, poi, necessario «ascoltare più voci», anche perché spesso gli algoritmi fanno leggere solo ciò che interessa a ciascuno, e allora è importante ascoltare anche le voci «che non si condividono, saper giudicare il linguaggio degli altri», capire se è aggressivo e disumanizzante e quindi da non seguire; «ma è un lavoro da fare continuamente in Medio Oriente», dove «nulla è come appare e tutto è molto complicato».

Tra i temi della lettera pastorale del patriarca che vengono approfonditi durante il colloquio, ci si sofferma inoltre sulla «purificazione della memoria». Per il patriarca latino di Gerusalemme «non significa dimenticare il passato, ma non si deve permettere che questo fatto di dolore e di ingiustizie segni il futuro e le interpretazioni della storia». Ci sono narrazioni diverse in Medio Oriente, e possono anche non essere condivise, ma non si può negare la lettura dei fatti da parte degli altri, e si deve evitare, attraverso la lettura sbagliata della storia, di giustificare scelte di rancore per le generazioni future. «Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni — termina il cardinale — questo è necessario e decisivo, a tutti i livelli: nelle università, nelle scuole, nelle moschee, nelle chiese, nelle famiglie». Infine, di fronte all’indifferenza «serve la passione, che è contagiosa», e ci vogliono pure «la gioia, l’amicizia».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-08/quo-194/il-rancore-non-ha-futuro.html

mercoledì 26 agosto 2026

Mons Khairallah «La situazione in Libano è catastrofica»

«Israele non otterrà mai niente con la guerra. Deve accettare ai suoi confini un paese pluralista come il Libano. Nel nome di Dio, possiamo costruire insieme la pace»

di Leone Grotti, TEMPI

Monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, città portuale fondata dai Fenici e affacciata sul Mediterraneo, ha appena terminato di raccontare sul palco del Meeting la sua drammatica storia personale. Aveva appena 5 anni quando un uomo fece irruzione in casa e uccise i suoi genitori davanti ai suoi occhi. «Ricordo ancora che mia zia, monaca, prese me e i miei fratelli e ci fece pregare per l’assassino e perché Dio ci desse la forza di perdonare», racconta. Monsignor Khairallah l’ha fatto, ha perdonato. Ora, però, è tutto il paese che avrebbe bisogno della stessa forza per uscire da una spirale di violenza che non sembra avere fine.

«La situazione in Libano è catastrofica, da 51 anni non conosciamo altro che guerra. Siamo stanchi, ma continuiamo a lottare per la pace», dichiara in un’intervista a Tempi a margine dell’incontro nella fiera di Rimini, dove sono state offerte poche ma significative cifre sullo stato del paese: da quando la guerra tra Hezbollah e Israele è ricominciata in Libano, il 2 marzo, altre 4.348 persone sono state uccise (sono 8.915 in totale dall’8 ottobre 2023), 12.307 i feriti, più di 70 villaggi rasi al suolo da Israele nel sud del paese e più di 350 mila persone che restano sfollate, senza una casa.

«Il Libano è in mezzo a una galleria buia»

È come se il Libano, spiega il vescovo di Batroun, «fosse entrato in una lunga galleria, come quelle che avete in autostrada in Liguria, e si trovasse proprio in mezzo, dove è buio pesto. Ora non vediamo niente, abbiamo pagato tanto a livello sociale, economico, politico e umanitario. Ma sappiamo che l’uscita c’è e presto inizieremo a intravedere la luce in fondo al tunnel».

I sette round di colloqui a Roma tra Israele e Libano per definire allo stesso tempo il disarmo di Hezbollah e il ritiro di Israele dai 600 chilometri quadrati che occupa nel sud del Libano potrebbero rappresentare una prima avvisaglia di quella luce , che splenderà davvero solo quando finirà questa guerra che «il Libano non ha mai voluto».

Ma per monsignor Khairallah il problema è più profondo dell’attuale conflitto:

«Voglio dire una cosa che l’Occidente fatica a capire e che non vuole sentire. Il punto non è Hezbollah, perché prima c’erano i palestinesi e i siriani. Il problema è che il Libano nella sua essenza è l’opposto di Israele come Stato, che il movimento sionista vuole come un paese monocolore per un popolo, una religione e una cultura, a esclusione di tutti gli altri. E questo tipo di Israele non vuole alle sue porte uno Stato multiforme e pluralista come il Libano. Per questo il mio paese viene continuamente destabilizzato».

Ecco perché, continua il vescovo Khairallah, «io voglio dire una cosa sia ai miei fratelli ebrei, perché il popolo ebraico non è identificabile con il sionismo, che ai miei fratelli musulmani, che non possono essere sovrapposti agli estremisti: liberatevi dall’odio, liberatevi dal rancore, liberatevi dal desiderio di vendetta. Nel nome di Dio, costruiamo insieme la pace»

Nelle parole del vescovo maronita di Batroun riverberano quelle che Leone XIV ha consegnato al Meeting di Rimini: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia», ha detto il Santo Padre. Monsignor Khairallah sottoscrive: «Che cosa ha ottenuto Israele in 70 anni di guerra con i palestinesi? Che cosa ha ottenuto dal 7 ottobre attaccando un paese dopo l’altro? Niente. La sicurezza non si ottiene attraverso l’esercizio della forza».

Il Libano oggi si aggrappa a qualunque appiglio di pace, ma non si fida più di nessuno. «Stati Uniti e Israele pensano solo ai loro interessi. Se muovendo guerra a un paese come l’Iran provocano la morte di migliaia di persone e causano danni economici a tutto il mondo, se ne fregano. Sono ipocriti e i valori di Donald Trump non sono i nostri».

Quando parla di “valori”, il vescovo di Batroun non pensa a dei concetti astratti ma a delle persone ben precise. «Ci sono tanti individui che hanno sacrificato la propria vita per la pace: potrei citare padre Pierre al-Rahi, che ha perso la vita il 9 marzo scorso in un bombardamento israeliano mentre soccorreva dei suoi parrocchiani feriti nel villaggio libanese di Al-Qlayaa». Ma monsignor Khairallah ci tiene a fare un altro esempio: «Voglio ricordare anche l’ex premier israeliano Yitzhak Rabin, che nacque in Palestina nel 1922, a Gerusalemme, che aveva rispetto per il popolo palestinese e che capiva qual è il significato della terra per tutti. Lui voleva davvero la pace e fu ucciso dagli estremisti ebraici per questo».

Un altro esempio luminoso è quello dei cristiani che vivono in un pugno di villaggi nel sud del Libano e che nonostante la guerra tra Israele e Hezbollah hanno scelto di restare nella loro terra e nelle loro case. «La forza di questa gente nasce dalla fede», commenta il vescovo maronita.

«Dalla memoria collettiva e dalla coscienza della propria identità. La Terra Santa è benedetta per tutte le religioni monoteiste, c’è una cultura che ci riunisce tutti e questa consapevolezza ci dà la forza di continuare a lottare per la pace e la riconciliazione. In questo lavoro solo Dio ci aiuta e noi continueremo a lasciarci guidare da Lui».

https://www.tempi.it/la-situazione-in-libano-e-catastrofica/

sabato 22 agosto 2026

Siria sballottata tra Putin , Al-Sharaa e Erdogan


TEMPI,  21 agosto 2026

di Rodolfo Casadei

Martedì nelle pagine degli esteri dei principali giornali si leggeva la notizia dell’attacco aereo israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, in funzione anti-turca: Tel Aviv vuole impedire che si rafforzi la presenza militare di Ankara in Siria. Un’altra notizia è scivolata via con pochi commenti: domenica scorsa per la prima volta da quando gli islamisti di Ahmed al-Sharaa hanno preso il potere in Siria (8 dicembre 2024) un volo civile proveniente da Mosca è atterrato all’aeroporto internazionale di Damasco. L’aereo appartiene alla compagnia nazionale siriana Syrian Airlines e l’agenzia di stampa statale Sana ha segnalato con un asciutto comunicato che l’evento «segna la ripresa dei servizi aerei della compagnia tra Siria e Russia».

In realtà la notizia è molto curiosa, quasi sensazionale, quando si considera che appena cinque giorni prima, l’11 agosto, la Quarta Corte penale di Damasco aveva pronunciato otto condanne a morte, di cui sette in contumacia, a carico di maggiorenti del deposto regime: di questi almeno due, l’ex presidente Bashar al-Assad e suo fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata, sono rifugiati politici in Russia…

Le condanne a morte degli esponenti del vecchio regime, legato a filo doppio con Mosca, non disturbano il processo di distensione fra gli ex ribelli siriani e la potenza che a partire dalla fine del 2015 più si batté al fianco degli Assad per arrestare la loro avanzata, perché entrambi i soggetti hanno interesse a non aprire un nuovo fronte di crisi.

Al-Sharaa ha problemi di controllo del territorio: gli israeliani vanno e vengono nel governatorato di Quneitra e bombardano quello dell’Idlib, l’Isis è ancora attiva nel nord-est del paese e ha compiuto attentati a Damasco attraverso la sua consociata Saraya Ansar al-Sunna, milizie druse filo-israeliane controllano aree del governatorato di Sweida; inoltre il nuovo uomo forte siriano deve gestire 5 mila combattenti jihadisti stranieri che gli si potrebbero rivoltare contro e gli ex ribelli siriani integrati alle forze di sicurezza che non appartenevano alla sua formazione, Hayat Tahrir al-Sham (Hts).

Vladimir Putin non può permettersi di distrarre forze dal teatro ucraino per difendere le due basi che conserva in Siria – il porto di Tartus e l’aeroporto militare di Hmeimim nel governatorato di Latakia, dove attualmente sono presenti meno di mille militari russi – nel caso che il governo siriano decidesse di cacciare i vecchi amici di Assad dal paese. Così il 9 agosto scorso Damasco e Mosca hanno raggiunto un accordo sul futuro delle due basi. Secondo il protocollo d’intesa firmato, la Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili dell’aeroporto di Hmeimim mentre le strutture militari verranno trasformate in centri congiunti di addestramento di truppe russe e siriane. Stessa soluzione per il porto di Tartus: la Russia restituisce le infrastrutture civili al governo siriano, mentre quelle militari verranno gestite congiuntamente; la gestione del quarto molo commerciale del porto di Tartus, insieme ai relativi magazzini e impianti, passa sotto il controllo esclusivo dell’Amministrazione generale dei Porti e delle Dogane della Siria.

Come scrive l’agenzia di stampa Sana, «per quanto riguarda le basi e le strutture militari, le parti hanno concordato di rivederne le funzioni in modo che vengano trasformate da basi militari in centri congiunti di addestramento e formazione, nell’ambito di nuovi accordi che garantiscano interessi reciproci».

Damasco ha già provveduto ad annullare la concessione per 49 anni della gestione delle infrastrutture civili del porto di Tartus a Stroytransgaz, un’impresa russa controllata da un oligarca molto vicino a Putin, e a concludere un contratto col colosso emiratino DP World, che garantisce un investimento da 800 milioni di dollari.

Ma in altri settori economici la Siria non sembra volersi affatto emancipare dalla dipendenza dalla Russia, almeno per ora. Le forniture di petrolio russe continuano a essere cruciali per il paese: Mosca ha fornito mediamente 46 mila barili al giorno di petrolio a Damasco per tutto il 2025, e nel primo trimestre del 2026 la quota è salita a 60 mila barili, pari a quasi la metà di tutto il fabbisogno siriano. La rete elettrica nazionale e le tre dighe sul fiume Eufrate che la alimentano sono state costruite con specifiche tecniche prima sovietiche e poi russe, e hanno bisogno dell’expertise russa per essere riabilitate. La Russia resta la principale fornitrice di cereali alla Siria e conserva una concessione per 50 anni per lo sfruttamento delle miniere di fosfati a Palmyra che Damasco non ha nessuna intenzione di annullare, perché rappresenta una fonte sicura di valuta pregiata.

Il ruolo russo è stato ridimensionato nel settore della stampa di carta moneta: la compagnia di stato russa Goznak non sarà più la sola incaricata di stampare le banconote delle lire siriane, ma altre due società straniere riceveranno commesse. Al momento non è dato sapere quali siano queste società, anche se alcuni alludono all’austriaca OeBS come una di esse.

La ragione forse più importante per la quale al-Sharaa ha evitato una politica di rottura con Mosca, responsabile di grandi perdite fra le file dei ribelli negli anni della guerra civile e oggi rifugio dei principali esponenti del decaduto regime, è la dipendenza della Siria dalle forniture militari russe.

Come scriveva nel luglio scorso The Syrian Observer,  «la Russia ha fornito il 70 per cento delle principali armi convenzionali della Siria nel decennio che ha preceduto la guerra civile, lasciando il paese dipendente dai russi per i pezzi di ricambio, l’assistenza tecnica, la formazione e l’addestramento per mantenere operativi carri armati, artiglieria e difese aeree. Passare a nuovi fornitori per la difesa costerebbe miliardi di dollari e anni di nuovo addestramento, costi che la Siria attualmente non è in grado di sostenere. Benché Damasco abbia esplorato una possibile cooperazione col presidente ucraino Volodymyr Zelensky in materia di tecnologie anti-droni, la manutenzione delle armi pesanti resta legata ai sistemi russi».

Per parte sua Putin non ha praticato alcun ostruzionismo nei confronti delle nuove autorità dopo la caduta di Assad e la sua fuga in Russia, dove è stato accolto. Nel novembre dell’anno scorso ha votato in Consiglio di Sicurezza l’abrogazione delle sanzioni che colpivano personalmente al-Sharaa e il suo ministro degli Interni Anas Khattab (risoluzione 2799), e nel febbraio di quest’anno ha votato anche la rimozione di Hts dalla lista delle organizzazioni terroriste, decisa all’unanimità dal Comitato del Consiglio di sicurezza per le sanzioni contro Isis e al-Qaeda.

Putin e al-Sharaa si sono già incontrati di persona due volte, e nella seconda occasione (28 gennaio di quest’anno) il presidente russo ha affermato che «molto è stato fatto per ripristinare le nostre relazioni interstatali» e ha elogiato le nuove autorità di Damasco per i loro sforzi volti a «ripristinare l’integrità territoriale della Siria». Per Mosca conservare la possibilità di appoggiarsi alle basi di Tartus e Hmeimim è fondamentale per la propria proiezione nel Mediterraneo e in Africa e per evitare che la Siria passi interamente sotto l’influenza della Turchia, cioè della Nato.

Un altro motivo, per quanto secondario, dei buoni rapporti che i russi cercano di avere col governo islamista di Damasco è quello di far restare in Siria centinaia di combattenti jihadisti di nazionalità russa (quasi tutti ceceni e daghestani) che là si sono trasferiti negli anni della guerra civile.

https://www.tempi.it/putin-al-sharaa-nemici-amici/ 

S'infiamma lo scontro tra Turchia e Israele


PICCOLE NOTE- 22 agosto 2026

L’attacco israeliano di alcuni giorni fa all’aeroporto militare di Abu al-Duhur, in Siria, inasprisce lo scontro tra Tel Aviv e Ankara che si protrae da tempo a motivo dal sostegno verbale di quest’ultima ad Hamas (e in genere alla causa palestinese) anche perché nata nell’alveo della Fratellanza musulmana, di cui il presidente Recep Erdogan si ritiene nume tutelare.

Non è la prima volta che l’IDF fa incursioni nello Stato confinante dopo la caduta di Assad, che anzi si sono intensificate negli ultimi tempi soprattutto nelle regioni meridionali, occupate da Israele, e nelle zone circostanti. Ma stavolta era diverso, dal momento che il target delle bombe non era Damasco, ma Ankara.

Infatti, secondo la ricostruzione israeliana, la base era stata appena visitata da una delegazione dell’esercito turco in vista di una sua ristrutturazione che permettesse di stanziare in loco le proprie forze armate. Uno sviluppo che Tel Aviv ritiene inaccettabile perché minaccerebbe la propria sicurezza, da cui l’aggressione preventiva per far capire ad Ankara che i suoi niet non sono solo verbali.

Così, infatti, nella rivendicazione pubblica di Netanyahu: Israele aveva inviato un messaggio “in termini generali” contro la presenza militare turca nell’aeroporto vicino ad Aleppo. “A quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. La Turchia ha negato che la visita della delegazione turca fosse parte di un progetto per stanziare le proprie forze armate in Siria, che anzi tale prospettiva non sarebbe neanche all’orizzonte.

Ma a tema non è tanto la veridicità o meno della ricostruzione israeliana, quanto il reale scopo dell’attacco, cioè il messaggio indirizzato a Erdogan, entrato ancor più nel mirino di Netanyahu da quando ha avuto un ruolo chiave nel far fallire l’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, vanificando la pressione volta a ingaggiare i curdi nella jihad anti-Teheran (lo ha riferito, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi).

Il sultano turco negli ultimi tempi si sta muovendo con certa sagacia riuscendo a mettere a segno successi politici significativi. In particolare, un vero e proprio capolavoro politico: lui che era stato il peggior nemico dei curdi, con i quali per anni ha ingaggiato uno scontro sanguinoso, è riuscito nell’impossibile riuscendo a rappacificarsi con essi.

Un processo lungo e tormentato che ha visto protagonista il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan, da decenni ristretto nelle carceri turche, che a febbraio del 2025 aveva lanciato un appello al suo movimento perché disarmasse.  Non era la prima volta che Ocalan tentava questa mossa, evidentemente concordata con le autorità di Ankara in un’ottica di riconciliazione, dal momento che si era prodotto in un analogo appello già nel lontano 2013 con scarso successo. Troppo presto e troppe ancora le divergenze tra le autorità turche e i curdi.

Stavolta, però, era diverso. Tanta acqua era passata sotto i ponti, ma erano soprattutto le circostanze a essere radicalmente mutate. Erdogan aveva un disperato bisogno di questa riconciliazione per puntellare la sua più fragile posizione politica, mentre per i curdi si aprivano prospettive reali di far valere le proprie istanze, a lungo ignorate.

Inoltre, mutato era il quadro mediorientale a causa dell’imperversare di Israele, del genocidio di Gaza, della stralunata politica estera americana. Da qui la svolta reale: dopo altri appelli di Ocalan e ulteriori trattative più o meno segrete tra le parti, il 10 agosto il Parlamento curdo, su sollecitazione di Erdogan, ha approvato una legge che decreta l’amnistia generale per i militanti del PKK (in realtà, non è una vera e propria amnistia, ma è per intendersi).

Quando, nel marzo del 2025, scrivevamo di questo processo di pace, lo collegavamo a quanto stava accadendo in Siria, dove il governo di Damasco aveva intrapreso un negoziato con le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti perché si integrassero nel corpus statale, mettendo armi e miliziani al servizio dell’esercito e ponendo fine all’indipendenza de facto delle regioni da essi amministrate.  Un processo lento quest’ultimo che si è concluso ufficialmente in questi giorni e che è stato evidentemente una conseguenza diretta del voto del parlamento turco.

La tempistica dell’attacco dell’IDF, avvenuto in costanza di questa svolta, segnala il nervosismo di Tel Aviv per un processo che vanifica, o quantomeno rende meno probabile, il sogno di fare della Siria uno Stato fallito, abitato da una destabilizzazione permanente e facile preda del proprio espansionismo.

Tale sviluppo, peraltro, lega in maniera temporaneamente irrevocabile Damasco alla Turchia, rafforzando ulteriormente Erdogan e il suo progetto neo-ottomano e minando la prospettiva israeliana di ergersi a dominus incontrastato del Medio oriente.

Uno sviluppo, peraltro, che rafforza indirettamente anche la cosiddetta Nato sunnita, la recente alleanza siglata da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che impensierisce non poco Tel Aviv perché alternativa agli Accordi di Abramo.

Non sappiamo se la visita della delegazione turca in Siria servisse anche a sollecitare l’ingresso di Damasco in tale alleanza, ma la prospettiva è a tema, dal momento che il ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan Al-Shaibani, in un intervento in cui ha definito Anakara un partner chiave per la ricostruzione del suo Paese, ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire o meno all’alleanza.

In risposta indiretta all’attacco in Siria, la Turchia ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla diretta a Gaza. Nel mandato, anche tal Afek Moskovitch, ignoto anche ai media israeliani. Probabile che si tratti di un messaggio in codice diretto a Netanyahu (io so cose…).  La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio oriente, che ieri, tra le altre e più drammatiche vicende, ha visto l’attacco di un drone a un mercantile turco che navigava nel Mar Nero verso Novorossiysk: nessuna vittima, ma l’equipaggio ha dovuto abbandonare la nave al suo destino.

https://www.piccolenote.it/mondo/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele

venerdì 14 agosto 2026

Beata Vergine Maria REGINA DI PALESTINA

di Pina Baglioni

Tra i rami sottili e i petali rosa delle bouganville che si arrampicano sui muri di pietra si erge, a Deir Rafat, il santuario di Maria Regina di Palestina; sulla sommità dell’edificio, issata sopra una base che sovrasta l’insegna Reginae Palaestinae, svetta la statua di Maria. Alta nel cielo azzurro, Maria ha il capo circondato da una corona di stelle e il braccio destro leggermente sollevato, il palmo della mano rivolto verso il basso in un gesto di protezione e di accoglienza; la mano sinistra si posa con delicatezza a fermare il velo che le copre le spalle.


Si trova nella valle della Soreq, a ovest di Gerusalemme. La valle, racchiusa tra il mare e i monti di Giudea, deve il suo nome al fiume che la attraversa: alcuni riconducono l’etimologia di “soreq” al significato di “inutile, vuoto”, legato all’infelice amore di Sansone e Dalila che qui nacque e crebbe, altri alla “vite speciale” che popolava i vigneti della regione. Tra memorie bibliche e paesaggi luminosi è qui che nel 1927 l’allora Patriarca di Gerusalemme, mons. Barlassina, fondò il santuario della Regina di Palestina, toponimo che allora identificava tutta la Terra Santa.
Da quel momento in poi il santuario è diventato la meta di un pellegrinaggio che si svolge ogni anno in occasione della festa dedicata a Maria Regina di Palestina, il 25 ottobre. Molti pellegrini partono dalle parrocchie vicine e da Gerusalemme, ma ce ne sono altri che vengono da più lontano, fin dalla regione della Galilea; altri, prima della guerra, anche dai territori palestinesi molti fedeli partivano alla volta del santuario della Madonna cinta di stelle.


A Roma, nel palazzo della Rovere, è stata posta per volontà del cardinale O’Brien un’icona che raffigura Maria Regina di Palestina, per dare corpo al legame che corre tra la capitale italiana e la Terra Santa: fino a Roma arriva lo sguardo dolce di Maria, la speranza di una protezione che ponga fine alle guerre. L’icona, dipinta dalle suore del monastero israeliano di Bet Gemal, raffigura Maria con la città di Gerusalemme tra le braccia, che dunque abbraccia simbolicamente tutti coloro che la abitano: cristiani, ebrei e musulmani: tutti sono accolti nel suo grembo, suggellando un forte e rivoluzionario messaggio di pace.
Papa Francesco ebbe a commentare così l’icona nel palazzo della Rovere: «Maria ci guarda in modo tale che uno si sente accolto nel suo grembo»; oltre al simbolismo dell’abbraccio è anche lo sguardo ad accogliere, lo stesso sguardo dolce che a Deir Rafat la statua di Maria posa sulla Palestina intera.
Oggi la Terra Santa è in guerra: la Palestina sanguina, e ricordare oggi la festa di Maria Regina di Palestina assume un significato ancor più profondo. Quando Barlassina le diede questo titolo, “Palestina” era tutta la Terra Santa, una terra «che più d’ogni altra regione appartiene» alla Vergine, sulla quale il Patriarca nella sua preghiera le chiede di «rivolgere uno sguardo pietoso»:

Noi Ti supplichiamo di rivolgere uno sguardo pietoso sulla Palestina,
che più di ogni altra regione Ti appartiene.
Ricorda che qui appunto Tu fosti costituita
tenera Madre nostra e dispensatrice delle grazie;
veglia dunque con speciale protezione sulla Tua Patria terrena.


È forte, oggi, leggere queste parole e pensare alle macerie, al dolore, che non lasciano tregua. Tutta la dolcezza raccontata dagli occhi e dalle braccia della Regina di Palestina di Deir Rafat e di quella di Roma stride dolorosamente con le immagini che i nostri occhi, oggi, vedono provenire dalla Terra Santa. Forse, però, la tragedia odierna ha bisogno più che mai di questa dolcezza: di uno sguardo che abbracci la situazione per intero, nella sua storia complessa, senza fermarsi pigramente su facili semplificazioni. I nostri occhi devono essere come quelli della statua sopra il santuario: larghi, acuti e buoni.

martedì 4 agosto 2026

6 anni dopo la strage del porto di Beirut- un documentario

Il 4 agosto 2020 rimane una data traumatica per tutti i libanesi, e a sei anni di distanza poco si è fatto per accertare le responsabilità della più potente e devastante esplosione non nucleare. Un documentario ne ricostruisce la storia, per non smettere di cercare la verità.

Terrasanta.net - 4 agosto 2026

235 morti; oltre 7.000 feriti; interi quartieri distrutti; migliaia di vite sconvolte. Sei anni dopo, a Beirut il dolore è ancora vivo e le famiglie delle vittime attendono ancora giustizia. «Raccontare la storia di questa doppia esplosione è estremamente difficile, tanto è complessa e politica, intrisa di voci, manipolazioni e interessi contrastanti – scrive Rima Abduk Malak, direttrice del quotidiano in lingua francese L’Orient-Le Jour –. Ma proprio perché è così delicata e importante che il giornale ha sentito il dovere di analizzare ciò che ha portato a questa tragedia, di cercare di separare i fatti dalla finzione, di raccogliere tutti i pezzi di un puzzle che rimane incompleto».

È così stato realizzato, dopo mesi di lavoro, il documentario 4 agosto 2020: Anatomia di una catastrofe annunciata (70 minuti, in francese con sottotitoli in inglese e diretto da Lucile Wassermann, disponibile integralmente e gratuitamente su Youtube ) e che ha avuto in questi giorni un’eco internazionale.

Il 4 agosto 2020, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio polverizzarono il porto di Beirut, uccidendo persone e devastando un terzo della capitale libanese.

Di fronte a un’inchiesta giudiziaria e a indagini a lungo ostacolate da interferenze politiche, è stata organizzata una  contro-inchiesta. Si sono attivati giornalisti, ricercatori, familiari delle vittime, semplici cittadini interessati alla verità, rompendo il silenzio. Il documentario raccoglie gli esiti delle indagini, dipanando gli intrecci di una vicenda complessa che abbraccia sette anni. Il viaggio della nave Rhosus, una transazione opaca e società di comodo, la deviazione verso il Libano dove non era destinata, i successivi avvertimenti sulla pericolosità del prodotto che trasportava, ignorati dalle autorità libanesi, fino all’esplosione del 4 agosto di sei anni fa.

Il documentario esamina anche le diverse teorie emerse dopo la tragedia, tra cui possibili coinvolgimenti di Israele, Hezbollah o del regime siriano di Bashar al-Assad, e mette in fila gli elementi finora accertati o esclusi. Non solo L’Orient-Le Jour come espressione della stampa libera investigativa, ma anche Human Rights Watch, Occrp (Progetto di investigazione sulla corruzione e il crimine organizzato – organizzazione giornalistica non-profit), il network televisivo indipendente al-Jadeed e il sito di informazione Orient XXI, tutti in vario modo hanno rivelato come le autorità, ai massimi livelli di governo, abbiano ignorato gli avvertimenti sulla sicurezza nazionale e il pericolo rappresentato da questo arsenale esplosivo. Tra inefficienze amministrative, scandali politici e reti di influenza, il documentario presenta le premesse di quella catastrofe annunciata. (f.p.)


  Articoli precedenti sul nostro blog:

3 anni dalla tragica strage al porto di Beirut




mercoledì 29 luglio 2026

Lettere da Aleppo n° 52– Maristi Blu


 Aleppo, 20 luglio 2026

traduzione di Giorgio Banaudi

TENEBRE E SPERANZA

Cari  amici,

È con molto ritardo e una certa riluttanza che vi scrivo questa Lettera da Aleppo n. 52. All'entusiasmo che, dal 2012, ci spingeva a scrivere le nostre lettere per condividere con voi le nostre notizie è ormai subentrata una certa stanchezza: la stanchezza di dover parlare ancora una volta delle stesse sofferenze, di ripetere la stessa angoscia di fronte al futuro e di lamentarsi ancora dell'incertezza dell'avvenire.

La nostra regione è in ebollizione da diversi mesi a causa della guerra condotta dagli israelo-americani contro l'Iran; una guerra che ha destabilizzato diversi paesi della regione e ha danneggiato l'economia mondiale; una guerra in cui gli americani sono stati trascinati e dalla quale non sanno più come uscirne. Come al solito, è il povero e caro Libano a pagarne le conseguenze, con l'occupazione del sud del paese, la distruzione sistematica dei villaggi e più di un milione di sfollati.

La Siria non è stata direttamente colpita dal conflitto. Al contrario, ha visto il ritorno dal Libano di numerosi rifugiati siriani in fuga dalla guerra tra Israele-Hezbollah. Del resto, col cambio di regime del dicembre 2024, più di un milione e mezzo di siriani, rifugiati in Turchia, in Libano e in Giordania, sono rientrati in Siria.

Delegazioni straniere continuano ad arrivare in Siria per saggiare il polso del nuovo regime e ottenere la loro parte della «torta» per la ricostruzione, il giorno in cui questa verrà avviata. Fino ad ora, le decine di promesse di investimento e i numerosi protocolli d'intesa non sono stati attuati. Le sanzioni, revocate solo in parte, continuano a impedire la ricostruzione del paese e il miglioramento dell'economia. Quanto al ministro degli Affari Esteri, questi trascorre il suo tempo visitando altri paesi per ottenere sostegni che, per il momento, restano del tutto teorici.

La situazione militare interna è stata segnata, negli ultimi mesi, dal ritorno sotto il controllo dello stato delle vaste e ricche regioni che erano sotto il controllo delle milizie curde. Abbandonate dagli americani che le avevano create e sostenute per circa dieci anni, queste milizie, che sognavano uno stato curdo su una parte della Siria a cui non avevano diritto, hanno infine deciso di applicare l'accordo firmato con il governo siriano, in cambio di alcuni diritti, del tutto normali, concessi alla popolazione curda di Siria. La regione di Sweida, invece, abitata da una maggioranza drusa e sostenuta dagli israeliani, continua a considerarsi separata.

Sul fronte interno, il parlamento, chiamato da noi assemblea del popolo, è stato finalmente costituito: 140 deputati «eletti» dalle assemblee locali e 70 nominati dal presidente ad interim. È dominato dalla corrente islamista. I rappresentanti dei gruppi armati salafiti, ex ribelli, costituiscono un terzo dell'assemblea; altri 40 sono Fratelli Musulmani e il resto è stato scelto per garantire una rappresentanza equa delle regioni e delle minoranze etniche e religiose. Non vi è alcun membro dell'opposizione democratica e laica al regime di Assad, pur composta da persone competenti, integre e democratiche. I cristiani sono rappresentati da soli 6 deputati, di cui tre donne, e quattro sono stati nominati dal presidente per garantire una «certa» rappresentanza equa dei cristiani. Il compito di questa assemblea, cassa di risonanza del regime, oltre al voto delle leggi ordinarie, è quello di votare rapidamente una legge sui partiti politici (sciolti 63 anni fa dal partito Baath) e di redigere una nuova costituzione del paese entro la fine del periodo di transizione di 5 anni iniziato 19 mesi fa. Quale regime decreterà questa costituzione? Con molta apprensione, lo sapremo tra 3 anni.

L'islamizzazione del paese prosegue silenziosamente. Nessuna decisione governativa in tal senso, per non perdere credibilità presso i governi occidentali che continuano a ripetere al regime che deve rispettare le minoranze religiose. Ma vi sono decisioni locali ben chiare, prese dai prefetti delle diverse regioni: destituzione di giudici indipendenti o cristiani, imposizione del velo in alcuni luoghi, divieto dell'alcol in altri, costruzione di moschee nei campus universitari...

Ogni giorno vengono arrestate persone legate al vecchio regime (quelle che non sono riuscite a fuggire all'estero) che hanno praticato la tortura, l'estorsione di fondi, crimini di massa ecc., e la «giustizia transizionale» ha iniziato a processare gli arrestati con processi pubblici. Sebbene molti imputati non siano certo degli angeli, non si può che deplorare lo svolgimento dei processi che seguiamo attraverso i video diffusi dalle autorità. D'altra parte, si processano solo gli imputati di una parte; eppure anche le persone dell'altra parte hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l'umanità. È vero che è il racconto del vincitore a prevalere, e chi vince ha sempre ragione.

Tre fatti positivi vanno riconosciuti al nuovo regime: la fornitura di corrente elettrica per almeno 16 ore al giorno, e spesso 24 ore nei fine settimana (rispetto alle 4 ore al giorno di prima); l'informatizzazione dell'amministrazione: anagrafe, ufficio passaporti, direzione dei trasporti ecc., dove è possibile ottenere gli appuntamenti necessari per via elettronica senza dover perdere ore in code interminabili; la lotta alla corruzione nell'amministrazione, dove non è più necessario dare «bustarelle» per sbrigare anche la minima pratica.

La situazione economica resta disastrosa. I prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare; gli affitti sono triplicati in un anno e mezzo. Sebbene gli stipendi siano stati aumentati due volte del 200%, la maggior parte delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese. L'inflazione è talmente alta che, per evitare di dover portare con sé un grosso fascio di banconote per pagare, il governo ha emesso nuove banconote che tolgono due zeri a quelle vecchie.

I cristiani di Siria continuano a sognare di emigrare. «Non sentiamo più che questa è casa nostra», dicono, anche se le loro famiglie vivono in Siria da sempre. Il nostro numero non smette di diminuire. L'altro ieri è stata celebrata una messa in occasione della partenza definitiva da Aleppo delle Suore Francescane Missionarie di Maria, dopo una presenza di oltre cento anni. Poiché il numero delle religiose è molto diminuito negli ultimi decenni, come per la maggior parte delle Congregazioni religiose, esse hanno deciso di concentrare il loro personale e la loro missione su Damasco e Hassaké, chiudendo Aleppo. Circola voce che anche i Gesuiti stiano valutando di riunire le loro forze a Homs e di venire ad Aleppo solo per missioni puntuali.

Ma, fortunatamente, in controtendenza vi sono anche alcuni segnali di speranza; come, ad esempio, gli abitanti dei 4 villaggi cristiani della provincia di Idlib, costretti all'esodo dai ribelli durante la guerra, che stanno tornando a casa poco alla volta. Un'altra ragione di speranza è il sostegno delle associazioni cattoliche internazionali ai cristiani di Siria. Molto recentemente, una delegazione di 10 persone dell'Œuvre d'Orient, guidata dal nuovo direttore Mons. de Woillemont, ha percorso la Siria per incontrare i cristiani, esprimere la propria solidarietà e offrire il proprio sostegno. Li abbiamo accolti da noi, Maristi, e abbiamo avuto uno scambio breve ma produttivo.

In questo contesto turbato e incerto, noi, i Maristi Blu, continuiamo «a vivere la solidarietà con i più poveri per alleviare le sofferenze, sviluppare l'Umano e seminare la Speranza».

Abbiamo appena celebrato i 40 anni della nostra azione solidale, iniziata nel 1986 con il nome di Orecchio di Dio e poi, dal 2012, con il nome di Maristi Blu. I nostri 170 volontari hanno partecipato a diverse attività simboliche e preparate per questa celebrazione, aperta da una messa di ringraziamento venerdì 26 giugno, per ringraziare il Signore di averci sempre accompagnati. Anche nei momenti più difficili, la Provvidenza non ci ha mai dimenticato.

I nostri progetti proseguono, come sempre, con lo stesso ardore e lo stesso impegno solidale.

I 120 bambini del progetto «Voglio imparare» hanno terminato l'anno scolastico e proseguono in estate con attività più che altro ricreative. Lo stesso vale per i 650 beneficiari del nostro progetto SEEDS di sostegno psicosociale.

Il M.I.T. prosegue i suoi laboratori di formazione per adulti; siamo giunti al 162° laboratorio di 3 giorni, senza contare le 54 formazioni di 56 ore ciascuna per insegnare ai giovani come avviare un proprio microprogetto.

Il progetto «sostegno scolastico» continua ad aiutare alunni e studenti nel loro percorso scolastico e universitario. E il progetto «taglio e cucito» prosegue l'insegnamento del cucito a ragazze e donne in 4 gruppi contemporaneamente.

150 famiglie ricevono aiuto per pagare l'affitto della loro abitazione e quasi 200 persone beneficiano ogni mese del nostro programma medico. Più di 1700 bambini ricevono la loro razione mensile di latte grazie al nostro progetto «Goccia di latte».

L’iniziativa «Pane Condiviso» è molto apprezzato dai 250 anziani ultraottantenni, che vivono da soli senza nessuno che li assista, e che ricevono ogni giorno a mezzogiorno un pasto caldo consegnato a domicilio dai nostri 29 volontari. 

Più di 400 «microprogetti» hanno beneficiato del nostro sostegno finanziario e del nostro accompagnamento. Siamo giunti al 5° gruppo di 20 persone che imparano un mestiere facendo l'apprendista presso un datore di lavoro per 2 anni, nell'ambito del nostro programma di «Formazione Professionale». Vogliamo che i giovani abbiano un impiego o una professione che garantisca loro di guadagnarsi da vivere con piena dignità, senza dover pensare di emigrare o di «mendicare» aiuto dalle diverse associazioni caritative.

Tre gruppi di trenta donne ciascuno partecipano per 3 mesi al nostro programma «Sviluppo della Donna». Ne escono trasformate e realizzate.

Infine, last but not least, Heartmade è un programma meraviglioso che crea abiti unici per donne a partire da scampoli di tessuto. Unendo il rispetto per l'ambiente attraverso il riciclo e la promozione delle donne che lavorano nel laboratorio, Heartmade è davvero un progetto «fatto con il cuore».


Per concludere, vorrei citare un passo della magnifica enciclica di Leone XIV, «Magnifica Humanitas»: Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione.

Aleppo, 20 luglio 2026

Dr. Nabil Antaki