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giovedì 28 ottobre 2021

Una casa di preghiera consacrata all'amore per il Signore presente, in Siria (2° parte)

  
Seconda parte della Lettera inviata dalle Monache Trappiste di Azeir agli amici, il 25 Ottobre  2021. 
Una 'casa di preghiera' .

....

Ancor di più, due cose ci “impegnano” nell’esercitare la speranza: la crescita della nostra comunità, anche con vocazioni locali. Siamo sempre in cinque, un po’ pochine..  Qualcuna ci contatta dall’Europa, e la strada è aperta per chi lo volesse.  Ma ovviamente desideriamo con tutto il cuore che la vita monastica, nata in Siria come in Egitto all’inizio del Cristianesimo, sia riscoperta dai siriani stessi e torni ad essere una fonte a cui tanti possano dissetarsi..

Noi abbiamo ricevuto così tanto dalla nostra forma di vita, che vorremmo che anche i nostri giovani, qui, potessero gustarla. Ci affidiamo alla preghiera (anche alla vostra!) cioè al Signore che dice di chiedere operai per la messe, ma ci impegniamo anche a far riscoprire la bellezza, la libertà e la gioia di una vita consacrata al Signore.. O sarebbe meglio dire “consacrata dal Signore” all’amore per Lui .

Stiamo preparandoci a fare delle giornate di proposta vocazionale, o comunque di esperienza di ritmo monastico così come lo viviamo nella nostra tradizione: preghiera delle Ore, un po’ di lectio, di lavoro, di vita comune e di silenzio… Una proposta “nostra”, di ritiro “a modo nostro”, per gustare lo scorrere del tempo e la bellezza di una vita “normale” vissuta al ritmo della preghiera.  Pensiamo di offrire il soggiorno a un costo minimo, ciò che serve per essere responsabili di una scelta seria…. Quindi se volete aiutarci in questo tipo di ospitalità…grazie !

Un sito internet , data la connessione internet che abbiamo, è una sfida, e così una sobria paginetta facebook ( che un ragazzo ci ha aperto, ma che non usiamo mai in realtà, per una sorta di rifiuto conscio e inconscio)..Ma prima o poi ci arriveremo, almeno per qualche comunicazione della comunità..

E infine, ma non ultima cosa, vivere la speranza ci ha portate, in quest’anno dedicato a San Giuseppe, a cominciare finalmente i lavori per il monastero vero e proprio.

Abbiamo ancora una volta ripreso in mano il progetto, per semplificarlo il più possibile, soprattutto a livello costruttivo, e per impostare tutto a partire dalla chiesa. Ormai è veramente necessario avere una chiesa più grande della nostra cappellina che amiamo molto ma che è troppo piccola anche per un gruppetto di una sola decina di ospiti che fa ritiro..

Qualche aiuto importante è arrivato, già da tempo in realtà; sia da una comunità del nostro Ordine, sia dalla Nazione Ungherese che sostiene con generosità le varie iniziative di ripresa in Siria; e poi tante altre comunità e privati che ci stanno aiutando, secondo le loro possibilità ed anche di più, con tanta generosità ( e con tutta la nostra gratitudine!). Il nostro Vescovo ci incoraggia, come molti altri sacerdoti e fedeli.. E…anche i nostri operai musulmani aspettano la Chiesa !

Anche su questo (cioè sul fatto di costruire) ci siamo fatte molte domande, data la situazione generale, la povertà così diffusa e la partenza continua dei siriani verso altri paesi.

Ma certo siamo convinte che non è edificare un luogo per Dio che impoverisce gli uomini. Al contrario, un monastero, per quanto fragile sia, è sempre prima di tutto uno spazio di Dio, dove gli uomini possono ritrovarsi pienamente tali, e trovare la forza anche per far fronte alle logiche di profitto economico e ancor più di transumanesimo che, quelle sì, impoveriscono e rendono schiava l’umanità dei nostri giorni, e impediscono sistemi economici più giusti e partecipativi.

Costruire tra l’altro ha anche effetti immediati di aiuto, crea lavoro per molte persone. Proprio per questo non ci stiamo affidando ad una grande impresa, ma, con la supervisione dei direttori dei lavori e nostra, abbiamo scelto di coinvolgere per ogni tappa piccole imprese locali.

Chiamiamo questo progetto “Anatot.”

Sì, proprio come Geremia: quando tutto attorno sembrava crollare, e la prospettiva reale era l’esilio dalla propria terra, Geremia compra un campo in Anatot, certo del ritorno, certo che la vita fiorirà come e più di prima. Certo che il Signore farà ritornare il suo popolo.

Oggi, mentre così tanti lasciano la Siria, e soprattutto i più giovani….è il tempo di credere: che Dio non dimentica le sue promesse, che tutto si può ricostruire se si ricostruisce l’uomo; è tempo di impegnarci nella nostra vita cristiana perché restare qui valga la pena per tutti.

Tempo di costruire la nostra chiesa, per quelli che restano e per quelli che torneranno…

Così, senza averlo veramente programmato, per un insieme di circostanze abbiamo iniziato gli scavi l’8 di settembre, il giorno della Natività di Maria.. E il primo giorno di scavo, abbiamo trovato una pietra che serviva in passato come pietra di confine dei terreni…. e che porta incisa una croce sopra !

Il 14 settembre, solennità dell’Esaltazione della Croce e decimo anniversario dell’inizio della vita monastica regolare ad Azer, dopo aver celebrato la Messa con il nostro vescovo Latino, Mons. George Abu Khazen, siamo andate in processione, cantando le Litanie dei Santi, sul terreno del cantiere. Il Vescovo ha benedetto i lavori, ed anche i nostri operai, incoraggiandoli a “costruire” anche la loro vita nella pace e con fede nel Signore.

Ora gli scavi sono quasi ultimati, e potremo così a fine novembre passare alla fase dei cementi, della costruzione vera e propria.. Ci sembra un miracolo, dopo 16 anni ormai di presenza in Siria, dopo aver rimandato 10 anni a causa della guerra. Ogni giorno andiamo a seguire i lavori chiedendoci se sia proprio vero…

Legato alla costruzione del monastero, c’è l’idea di riutilizzare, per la copertura, delle pietre recuperate dalle macerie. In Siria le case, anche quelle povere, se non hanno muri solo di blocchetti non utilizzano gli intonaci in esterno perché, a causa della sabbia che si trova qui, non sono di buona qualità e non resistono alle intemperie. Le case sono normalmente ricoperte di pietre, con spessori variabili.

La guerra ha lasciato dietro di sé montagne di macerie, e c’è chi le acquista per ricavarne materiale edile. Vorremmo utilizzarle anche noi, per riscattare queste pietre che hanno visto tanta storia.. Per risparmiare, per non sprecare materiale, ma soprattutto per dire che si costruisce su una memoria, su una vita che ci ha preceduto e dalla quale veniamo, e che non si parte mai da zero. 

L’altra novità, questa molto più semplice ma molto simbolica per noi, è la realizzazione della fontana di Nostra Signora Fonte della Pace.

L’idea era lì, nella mente, fin dall’inizio e sapevamo dove avremmo voluto farla. Avevamo lasciato nella zona un po’ di grossi massi in attesa del tempo favorevole, che è arrivato circa quattro mesi fa, quando abbiamo chiamato una ruspa per tre giorni per sistemare i confini del terreno e prevenire i rischi degli incendi, che puntualmente si verificano attorno a noi a causa dell’imprudenza con cui si utilizza il fuoco per ripulire il terreno.

Il manovratore è un amico e alla fine del lavoro ci ha aiutato ad ammonticchiare un po’ dei sassoni disponibili. Ne è uscita la base della fontana; abbiamo ripulito da erbe, terra, abbiamo utilizzato un lastrone di pietra bianca, opportunamente dipinto con oro e posto sulla cima, per creare lo sfondo. E poi sassi e cemento, e avanzi di ceramiche rotte per fare la pavimentazione in stile mosaico.

Un grande amico della comunità, un sacerdote italiano che ha visto le foto dei nostri lavori, si è entusiasmato ed è diventato il mecenate della fontana.

Abbiamo dipinto su una lastra di pietra la “nostra” Madonnina, simile a quella della cappellina.  La fontana non è ancora terminata, lavoriamo poco a poco quando c’è del tempo utile.. Ma abbiamo già potuto benedirla, con i frati francescani che erano da noi a fare il loro ritiro annuale, il 7 ottobre, giorno della Madonna del Rosario.  E il 9 ottobre l’abbiamo inaugurata con la preghiera del rosario, insieme a un gruppo di amici disabili di Lattakie e le loro famiglie, a un amico che accompagnava i canti con il liuto, e alla gente del nostro villaggio. E’ stato un momento molto semplice e molto bello, abbiamo affidato tutti insieme a Maria le nostre preghiere, lasciandole scorrere dal cuore insieme all’acqua che ci rallegrava lo spirito.

Speriamo che possa diventare un luogo di preghiera per tutti quelli che vengono a far visita al Monastero, soprattutto i tanti che sono di passaggio solo perché il posto è bello.  Che Maria tocchi il cuore di tutti, consolando e dando nuova forza e soprattutto che, come nell’immagine, inviti ad andare a Cristo…

Quasi alla fine di questa cronaca, vogliamo dire grazie a tutti voi, amici che ci sostenete e ci aiutate in mille modi.

La fine di ottobre porterà alla Siria la visita del Card. Sandri, il Prefetto per la Congregazione delle Chiese Orientali; noi parteciperemo all’incontro che avrà con i sacerdoti e i religiosi della diocesi di Tartous.

E poi a novembre avremo la visita della Madre da Valserena, insieme a madre Martha della comunità delle Acque Salvie a Roma, accompagnate da Padre Andrea. E dopo questo, un viaggio ad Aleppo, per concordare la fusione della campana che i nostri fratelli Francescani ci hanno regalato…

Ma tutto questo ve lo racconteremo nella prossima cronaca…

Con ancora tanta gratitudine per il vostro sostegno e la vostra amicizia…

le sorelle di Fons Pacis


La prima parte della Lettera delle Trappiste è disponibile a questo link: https://oraprosiria.blogspot.com/2021/10/cronache-di-vita-monastica-e-di.html

Nei prossimi giorni pubblicheremo nei dettagli i progetti proposti dalle Sorelle per sostenere varie esperienze di donne e uomini siriani rimasti fedelmente, e faticosamente, nel Paese, e per contribuire alla costruzione della chiesa del Monastero delle Monache.

mercoledì 27 ottobre 2021

Cronache di vita monastica e di intrapresa di carità in Siria

 Pubblichiamo la prima parte della Lettera inviata dalle Monache Trappiste di Azeir agli amici il 25 Ottobre  2021. Vi si accenna agli innumerevoli progetti di carità nati dall'iniziativa delle Sorelle di fronte ai bisogni della gente dei villaggi vicini: nei prossimi giorni li dettaglieremo con singole schede, invitandovi a scegliere quale sostenere col vostro contributo. Grazie a nome dei siriani!


Carissimi,

anzitutto riprendiamo alcune notizie che già vi avevamo inoltrato per tenervi informati sulla vita della nostra comunità.

Noi stiamo bene, grazie a Dio; nonostante la situazione che ci circonda, possiamo continuare a vivere la nostra vita monastica in questa terra, grazie anche al sostegno della vostra preghiera e agli aiuti concreti che ci fate arrivare.

Per quanto riguarda i contatti con l’Italia e con gli altri paesi, la situazione in Siria come per tutti nel mondo è stata di isolamento. I viaggi dall’estero stanno riprendendo solo ora, dopo quasi due anni.

Invece è sempre vivace e in crescita l’accoglienza al monastero di persone e gruppi per ritiri e giornate di preghiera. Anzi, a causa della chiusura dei confini col Libano, meta tradizionale di ritiri per tutte le comunità religiose, quest’anno abbiamo avuto la gioia di ospitare moltissimi gruppi di sacerdoti e suore di tutti i riti, buona occasione per rinnovare i legami di amicizia e conoscenza reciproca.

Molti sono anche i laici, che vengono un po’ da tutta la Siria (compatibilmente con la disponibilità di benzina..!). Fino ad ora, se chiedono di restare a dormire, possiamo accogliere solo gruppi piccoli, 10 persone normalmente, al massimo 15..

I gruppi più grandi possono venire per una giornata, ed hanno a disposizione una sala grande, con un cucinotto indipendente…Molti ne approfittano, e soprattutto i Padri Francescani di Lattakie che pur essendo a due ore di strada da noi, ci hanno “adottato” e portano volentieri da noi i vari gruppi parrocchiali, assicurandoci così ogni tanto anche la Messa e le confessioni.

Siamo infatti ancora senza cappellano; la domenica o nei giorni di festa per la Messa scendiamo alla parrocchia Maronita del villaggio, e poi…la Provvidenza provvede, e ogni tanto ci manda qualche sacerdote inaspettato proprio per le ricorrenze importanti….

Siamo particolarmente grate per aver avuto la presenza di un altro francescano, “prestato” dai Padri di Aleppo, durante il Triduo e la veglia Pasquale.

Se ci fosse qualche volontario per il prossimo anno, è il benvenuto !

Il virus e la povertà

Forse può stupire che il monastero non abbia chiuso agli ospiti, ma in generale in Siria non c’è stata una vera chiusura della vita pubblica, e neppure delle chiese, se non per brevi periodi o in modo molto parziale. In Siria il virus ovviamente è arrivato, ed ha fatto molte vittime. Ma dopo un primo periodo di allarme, l’anno passato, la gente si è abituata a convivere anche con questo rischio, che alla fine è uno fra i tanti.. Come può un padre di famiglia che guadagna 50000 lire al mese, spenderne 200 al giorno per ogni componente della famiglia, per comprare delle mascherine ? Come può la gente non lavorare, se già non sa come portare a casa da mangiare ?

In questo momento, sembra che la seconda ondata del virus sia più pesante, più contagiosa, ma la vita comunque continua abbastanza normalmente.

Abbiamo l’impressione che molti, almeno nella nostra zona, abbiano una sorta di immunità, perché in realtà nell’autunno 2019, precedente allo scatenarsi del virus, qui c’è stata una strana influenza, molti avevano una tosse asciutta e soffocante, noi comprese, senza altri sintomi; diverse persone sono morte. L’impressione è che qualcosa qui sia iniziato prima….

Da parte nostra comunque abbiamo esercitato un po’ di prudenza ( ad es evitando al mercato di comprare la cassetta di pomodori dove tutti hanno girato e rigirato la merce ), e poi abbiamo deciso di vivere in modo normale, senza chiudere il monastero.

In più, abbiamo avuto dosi industriali di vitamine dai nostri agrumi, suor Adriana che ci affumica di eucaliptus, suor Marita che ci distribuisce vitamine e zinco, e tisana di rosmarino (antibiotico naturale) tutte le mattine…E soprattutto siamo convinte che Maria e san Giuseppe abbiano steso un velo di misericordia sulla nostra comunità. Perché ad esempio all’inizio del virus, l’estate scorsa, le suore Salesiane dell’Ospedale Italiano di Damasco sono venute, per la settimana del loro ritiro annuale, divise in due gruppi. Dopo due giorni dal rientro, il primo gruppo si è ammalato, e il secondo che era qui è ritornato in fretta…e sono risultate tutte positive. Sono state molto male, una sorella è deceduta; e non ci spieghiamo come noi non abbiamo avuto proprio nessun sintomo, dopo dieci giorni con loro in cappellina, e nel servizio a stretto contatto in foresteria…

Più che il virus, in realtà è la situazione in sé della Siria che è ancora molto dura, quasi più che durante la guerra vera e propria ( che tra l’altro non è ancora veramente finita..) . L’impoverimento è generale, l’inflazione alle stelle, la lira siriana è arrivata a 4000/5000 rispetto al dollaro, ora è un po’ scesa ma i prezzi sono rimasti alti. Un litro di olio di semi, si compra a 9000 lire ! un chilo di lenticchie a 5000, uno di farina a 1300… I poveri sono sempre più poveri, ed ora il ceto medio non ce la fa a garantire tutti i pasti…

Le mafie imperversano, e guadagnano; soprattutto bloccano con le loro tangenti ogni iniziativa di lavoro. E nel paese mancano elettricità, benzina, gas, gasolio, a volte anche farina e quindi pane, medicine, pezzi di ricambio … Manca il potere di acquisto, e quindi non c’è mercato e diminuisce il lavoro. Partono i pochi medici e i professionisti rimasti.. Persino gli imprenditori…Partono i giovani, soprattutto i cristiani…Partono famiglie intere..

Un altro esempio: le scuole, a fine anno scolastico 2021, sono state chiuse per un periodo, ma non per il virus, ma perché studenti e insegnanti non trovavano benzina per andare a scuola, e non c’era gasolio per dare corrente e luce… Ma si è detto che era per il Corona.

E purtroppo gli avvenimenti di geopolitica non promettono nulla di buono: la situazione di instabilità in Libano, che ha colpito pesantemente tutta l’economia regionale, e poi il rinnovarsi delle sanzioni internazionali che soffocano la vita.. Le tensioni mondiali fra le varie potenze, che si giocano frequentemente sul terreno mediorientale…

E’ di qualche giorno fa un attentato a Damasco, che sembra provocato ad arte per ridestare l’attenzione su Idleb e ricreare tensione..

La speranza e i progetti

La speranza è una vera sfida, una virtù che è messa alla prova e che dobbiamo chiedere al Signore, per tutti.

E per vivere la speranza …. abbiamo piantato molti melograni e mandorli, un modo di poter guadagnare qualcosa dalla terra.

Sperare è continuare a cercare sbocchi sul mercato, in Europa, per il sapone di Aleppo, che la nostra comunità di Valserena ci ha aiutato a mettere in regola per le normative commerciali, e che vende fra i suoi prodotti, per guadagnarci da vivere e coprire almeno le spese ordinarie della comunità.  Anche alcuni amici ci stanno aiutando a farlo conoscere e diffonderlo, e da poco siamo riuscite a fare una spedizione di 18000 saponette, disponibili ora a Valserena..

Per l’accoglienza teniamo i prezzi dell’ospitalità minimi, giusto per coprire le spese, a volte neppure quello, e comunque lasciamo libere le persone secondo le loro possibilità. Lo consideriamo il nostro aiuto alla chiesa locale, altrimenti sarebbero penalizzati proprio i più giovani o i più poveri…Ma certo non è una fonte di guadagno per noi.

Sperare vuol dire che stiamo imparando a fare l’aceto in casa, che coltiviamo fagioli e legumi in quantità, e facciamo il formaggio da sole, perchè costa tantissimo ! E a volte non si trova neppure. Stiamo brevettando il “puro grana siriano”... e una discreta mozzarella.

Speranza è cercare di sfruttare quanto la natura ci dona, per noi e per gli altri. Ad esempio tanti ormai ci chiedono l’aloe per curarsi, comprano le nostre tisane. E stiamo pensando di sviluppare, per noi e anche come lavoro del monastero, la medicina naturale.

Come possiamo, con gli aiuti che ci vengono dall’Italia e dai benefattori, cerchiamo di garantire del lavoro almeno a qualcuno, come abbiamo fatto durante tutta la guerra; abbiamo in questo momento circa una decina di operai e così diverse famiglie riescono ad avere un sostegno .

Cerchiamo di essere aperte alle varie necessità, confidando nella Provvidenza: per cure mediche, per interventi urgenti di chi non può pagare; per aiutare i giovani per pagare i trasporti verso le scuole o le tasse scolastiche, perché non lascino il paese.

Naturalmente non abbiamo una vera e propria organizzazione, non è il nostro compito, e se possiamo indirizziamo alle associazioni presenti. Ma il monastero resta un luogo aperto a cui bussare, e le necessità sono sempre tante; vorremmo inventarci qualche forma di lavoro, perché continuamente ci chiedono un impiego, ma la mancanza di mercato blocca un po’ le iniziative. E senza un ritorno almeno delle spese, non possiamo permetterci altro.

Continuiamo comunque con il gruppetto “mani e cuore per la vita”, con qualche donna del villaggio che ha veramente bisogno di lavorare, ma che ha bambini piccoli che non può lasciare a casa. Abbiamo insegnato loro la tecnica del macramé, l’intreccio dei nodi, e così produciamo braccialetti vari, portachiavi, ecc. Col tempo speriamo di poter realizzare lavoretti in legno e vetro, e poter dar lavoro anche a qualche ragazzo.

Stiamo sostenendo un microprogetto agricolo per l’acquisto di qualche mucca e la sistemazione di una stalla, per due giovani del nostro villaggio: Sami ha 33 anni, ha terminato da poco il suo servizio militare, durato 10 anni, ed ora non ha un lavoro stabile (anche se guadagna occasionalmente qualcosa come tassista). E’ fidanzato e vorrebbe sposarsi, restando a vivere nel villaggio. Anche Hasib è del villaggio: ha 34 anni, è sposato e padre di tre figli. Lui ha una professione, è uno scalpellino come tutta la sua famiglia, ma è ancora in servizio militare (da ormai sei anni ! ) e non può certo accettare del lavoro fisso.

Siamo in ritardo per l’inizio delle scuole, ma stiamo lo stesso facendo un elenco dei bambini del villaggio e di qualche altra famiglia povera che conosciamo, per far arrivare loro un sussidio per le spese dell’anno scolastico.

......

[ fine della prima parte, seconda parte domani]

sabato 23 ottobre 2021

In Siria torna a salire la tensione militare

 

Riprendiamo dal Sussidiario l'interessante intervista al generale Marco Bertolini, già comandante della Brigata paracadutisti Folgore a Kabul nel 2008 e capo di Stato Maggiore Isaf in Afghanistan.

Precisiamo, supportati dalle nostre fonti siriane, alcuni particolari che sembrano essere sfuggiti: pochissimi media hanno diffuso le immagini dell'esplosione dell'autobus militare in pieno centro di Damasco, in cui sono morte 14 persone – non tutti militari.... la distribuzione del filmato è stata immediatamente seguita da un video dei Caschi Bianchi dell'esplosione di una bomba a Idlib, in cui si dice che siano stati uccisi (anche) bambini, enfatizzando quest'ultima notizia.

Quelle bombe sugli autobus a Damasco erano chiaramente pianificate: pianificate nella strategia, nel tempo, nel luogo, nelle vittime scelte. Dovevano mostrare al mondo che non c'è sicurezza nelle aree governative, che i rifugiati non possono tornare, che investire è uno spreco di denaro. Sono state collocate perché ultimamente è stata prestata troppo poca attenzione all' “ultima roccaforte ribelle” Idlib, e perché, in seguito all'attentato di Damasco, possano essere rese pubbliche altre immagini dell' attacco “vile” dell'esercito siriano ai “bambini” di Idlib. Sono state collocate in risposta alle voci di un'offensiva siro-russa attorno alla promessa liberazione parziale di Idlib da parte di Erdogan fino a 6 km a nord dell'autostrada M4, che dalla costa del mare corre verso est via Aleppo.

Diverse esplosioni hanno scosso la regione di al-Tanf occupata illegalmente dagli Stati Uniti. Ad Al-Tanf circa 200 soldati americani addestrano "ribelli". Le esplosioni sono state causate da 5 droni, in risposta agli attacchi aerei israeliani del 13 ottobre vicino a Palmyra, ultimi di una serie di bombardamenti di Israele sul territorio siriano a cadenza quasi settimanale, effettuati con tecnica che si era già dimostrata efficace in passato, vale a dire all'ombra di un altro aereo... in modo che non potessero essere abbattuti dall' antiaerea siriana.

OraproSiria

L’attacco alla base Usa potrebbe innescare una guerra mondiale”

22.10.2021 int. Marco Bertolini

In Siria torna a salire la tensione, con un attacco prima a un autobus militare e poi a una base americana. Che cosa sta succedendo?

Della Siria non se ne parla da parecchio, è ormai scomparsa dai radar dell’informazione, nascosta dal putiferio successo in Afghanistan. Anche tanti siti che una volta seguivano giorno per giorno l’evolversi della situazione oggi sono scomparsi. La Siria è un paese occupato, nel quale la riva sinistra dell’Eufrate è in mano a curdi e americani e c’è una presenza militare americana nella base colpita, nel sud-est del paese.

A proposito di questa base, che area specifica occupa e che importanza ha nello scenario siriano?

E’ un’area di occupazione che serve a supportare il sedicente Esercito siriano libero, da sempre contro Assad e sempre sostenuto dagli Usa. Questa base è sempre rimasta anche quando Trump ordinò il ritiro dalla Siria, ritiro che poi venne sospeso e si fece marcia indietro. In quella zona gli americani sono sempre rimasti ed è una presenza che dà fastidio alla Siria, perché interdice un asse di collegamento con l’Iraq e con la Giordania, il che spiega linteresse giordano di riaprire il dialogo con Assad.

I più interessati a mantenere un collegamento tra Siria e Iraq dovrebbero essere gli iraniani, giusto?

Sicuramente è un intralcio ai collegamenti della Siria con l’Iraq. Ma gli iraniani sono molto interessati a mantenere un collegamento tra Siria e Iraq, perché significa anche un collegamento tra Siria e Iran. Il passaggio a nord di Mosul è interdetto dalla presenza americana e curda, quello a sud, invece, proprio da questa base americana, dove c’è anche il passaggio lungo l’Eufrate in cui sono avvenuti parecchi interventi militari contro le milizie iraniane. Sul fatto che sia un’azione condotta dagli iraniani, che così cercano di tenere aperto un collegamento e al tempo stesso cercano di togliersi qualche “sassolino” dalle scarpe, non ci dovrebbero essere dubbi.

Quali sassolini?

L’uccisione del generale Qasem Soleimani e gli attacchi alle basi iraniane. Il fatto che siano stati usati dei droni dovrebbe essere la prova provata del coinvolgimento iraniano.

Invece l’attacco all’autobus militare a Damasco?

A Damasco, fino a non molto tempo fa, interi quartieri periferici erano in mano all’Isis, ora Assad è riuscito a riprenderne il controllo, ma non c’è dubbio che il problema sussiste. Questo è un attacco probabilmente operato dall’Isis o un attacco ispirato dall’Esercito siriano libero. A Damasco sono in tanti a colpire e ad agire, da qui non possiamo però sapere con certezza chi sia stato.

Che conseguenze potrebbe avere l’attacco alla base americana di al-Tanf?

Il problema è che gli americani hanno dato prova di indeterminazione e indecisione con l’Afghanistan e adesso potrebbero essere tentati da una reazione muscolare per dimostrare di essere ancora una grande forza. Andare contro gli americani oggi è particolarmente pericoloso, perché le reazioni potrebbero essere anche esagerate. Gli americani non sono dalla parte del diritto in Siria, a differenza dei russi non sono stati invitati. Sono di fatto una forza di invasione.

A fine dicembre gli americani lasceranno l’Iraq, potrà scatenarsi una grave destabilizzazione dell’intera regione?

L’area è destabilizzata da quando nel 2003 ci sono arrivati gli americani.

Già, ma l’Iran non vorrà approfittare di questo ritiro?

Sicuramente, anche perché la componente sciita in Iraq è consistente. Sta cambiando qualcosa in maniera radicale in Medio Oriente e la Siria è al centro di tutto. In Siria ci sono americani e russi e un eventuale perdita di equilibrio, magari con un grosso incidente che coinvolga le due potenze, potrebbe innescare rappresaglie e controrappresaglie, a loro volta potenzialmente pericolose anche per la pace mondiale.

lunedì 18 ottobre 2021

E la terra saccheggiata ha il suo pastore

 Dr. Michel E. Abs

General Secretary of the Middle East Council of Churches

Difficile è la separazione, amara nel gusto, dolorosa, che lascia cicatrici che possono non guarire.

Una cosa è l'assenza del metropolita Paul Yazigi e del metropolita Youhanna Ibrahim, un'altra cosa è riconoscere che potrebbero non tornare. 

Non c'è dubbio che la decisione presa dal Santo Sinodo di Antiochia di trasferire il metropolita Paul Yazigi alla carica onoraria di metropolita della diocesi di Diyarbakir, visto il trascorrere di quasi nove anni dalla sua assenza, sia una decisione pratica e realistica, ma è una decisione emersa dalla profondità della sofferenza provata dall'assenza dei due pastori il cui destino è stato ritenuto sconosciuto a tutti i riferimenti militari, politici, legali e mediatici. Nove anni e nessuna mossa di buona volontà si è offerta di contribuire con qualsiasi informazione sulla sorte dei rapiti, fosse solo come espressione di preoccupazione umana. È l'attrito della vendetta dopo l'omicidio.

La diocesi di Aleppo, Alexandretta e le loro dipendenze non possono rimanere senza un pastore presente in persona per i suoi parrocchiani, nonostante i credenti siano rimasti costantemente ispirati dalle prediche, dagli scritti e dagli inni dell'amorevole pastore che non è mai stato dimenticato.

Un metropolita assente è stato nominato per una terra diocesana saccheggiata.

Metropolita onorario della diocesi di Diyarbakir! Non è solo la terra di Diyarbakir ad avere una connotazione onoraria, nel senso che la sua gente è stata sfollata in terre lontane, ma anche tutta la Tur Abdeen. "Tur Abdeen" o il "Monte degli adoratori" è il luogo di nascita della fede, dell'ascetismo e della cultura. Tur Abdeen è una zona in cui il sangue era stato sparso nei mari a tal punto che la sua identità era stata costretta a cambiare di colpo sotto il peso del "Seifo" o "Spada" dei massacri siriaci.

Tur Abdeen simula Hakkari, la patria degli Assiri e dei Caldei, e simula la Cilicia, dove furono massacrati gli Armeni e l'Anatolia dove furono massacrati i Rom. Tutte queste terre testimoniano l'espulsione, l'uccisione e la prigionia di quasi cinque milioni di persone colpevoli solo di essere state al loro posto nel momento sbagliato.

Quanto è ingrata la razza umana nei confronti di una civiltà che le ha dato la conoscenza e la cultura, ripagandola con un atto di sterminio!

L'elezione del vescovo Ephraim Maalouli, assistente patriarcale e segretario del Santo Sinodo Antiochiano, come metropolita sulla diocesi di Aleppo, Alessandretta e le loro dipendenze, arriva in un momento in cui il nord del Levante Antiochiano, con la sua capitale in rovina, Aleppo al-Shahba, sta cercando di guarire le sue ferite e ripristinare un po' della sua vita normale, mentre sta ancora perdendo sangue, persone e risorse. L'elezione dell'amato Vescovo arriva in un momento in cui la parrocchia ha bisogno di un pastore che sia sempre presente con lei. Essa gli trasmette il suo petto e la sua sofferenza, ed egli la consola, la guida e le tende una mano d'aiuto. Ciò che attende il metropolita Ephrem non è poco, poiché deve riscattare il tempo perduto, riunire il gregge sfollato e ripristinare l'identità minacciata.

'Metropolita di Iskenderun': fermatevi un po' a sentire cos'è Iskenderun. Conoscere la sua storia e la sofferenza della sua gente.

Alexandretta o Iskenderun, il dipartimento occupato, che è stato spogliato dal suo corpo principale, e che abbraccia Antiochia, la capitale storica del cristianesimo, dove i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani.

Iskenderun si trova ai piedi del monte Amanos, il fratello del monte Libano, il vicino della Cilicia, l'incubatrice di Adana, Mersin, Seyhan e Tarso, il compagno dell'altopiano di Aintab, la cui cittadella imita quella di Aleppo, Edessa e Nusaybin, dove furono sradicate le radici di una civiltà mondiale.

Da Iskenderun, gli apostoli pescatori predicarono a tutte le nazioni e le battezzarono nel nome della Santa Trinità. Da lì i popoli furono nutriti nel nome dell'amore che l'Incarnato trasmise agli apostoli e al mondo, l'Incarnato, il Crocifisso e il Ribelle contro l'oblio.

Sia benedetto Sua Beatitudine il Patriarca Giovanni X Yazigi, Patriarca dell'Amorevole Sapienza, che ha trasceso il suo dolore con la sua fede e ha guidato pastoralmente il Santo Sinodo per scegliere il Metropolita Efrem come patrono di questa diocesi, riempiendo il vuoto che c'era nella sua conduzione.

Sia benedetto il Santo Sinodo che ha preso la decisione.

Benedetto sia il Pastore Eletto.

AXIOS!

https://www.mecc.org/mecc/2021/10/13/and-the-looted-land-has-its-shepherd

venerdì 8 ottobre 2021

Escono nomi mediorientali dal vaso di Pandora

Premi Nobel e tanto scalpore per inchieste su corruzione e malversazioni-
 silenzio invece - e carcere - sul giornalismo investigativo dirompente di Assange...

Escono nomi mediorientali dal vaso di Pandora

Dall’enorme mole di documenti raccolti nell’inchiesta giornalistica chiamata «Pandora Papers», svelata il 3 ottobre, stanno emergendo i nomi di personaggi celebri che hanno collocato i propri patrimoni al riparo dal fisco, nei circuiti dell’economia offshore. L’inchiesta è stata realizzata da un consorzio investigativo di 600 giornalisti che hanno raccolto informazioni di diverse società di servizi finanziari con base nei paradisi fiscali e rivela nomi e operazioni di centinaia tra uomini di Stato e politici, personaggi sportivi e artisti di ogni parte del mondo. Compreso il Medio Oriente.

Spicca tra questi il nome del re di Giordania, Abdullah II. Dai documenti risulta che il sovrano hashemita ha creato una rete di società extraterritoriali, «nascondendo» un impero immobiliare che va dalla California a Washington, a Londra. Dato che la Giordania sta attraversando una fase economicamente molto difficile e riceve ingenti aiuti internazionali, anche a sostegno dei molti rifugiati presenti nel Paese e per attenuare l’impatto della pandemia, le rivelazioni sulle ricchezze di re Abdullah non sono passate inosservate. La casa reale ha dichiarato che le proprietà di lusso sono private e che non intaccano il bilancio pubblico del Paese. Negli elenchi dei Pandora Papers è in compagnia di altri regnanti del Golfo: dall’emiro del Qatar, Tamim Al Thani, a Mohammed Al Maktoum, emiro di Dubai, oltre all’ex primo ministro del Bahrein, Khalifa Al Khalifa.

Più di 500 nomi israeliani

In Israele i riflettori sono puntati su Nir Barkat, il più ricco politico del parlamento israeliano (partito Likud), già sindaco per dieci anni di Gerusalemme fino al 2018. Dai documenti emerge che Barkat, una volta eletto membro della Knesset nel 2019, avrebbe dovuto vendere o cedere le proprietà a una persona estranea alla sua famiglia, secondo il codice etico del parlamento. Invece, i documenti rivelano che trasferì le azioni di diverse società al fratello Eli, oltre a svelare che è proprietario di azioni di una società non registrata in Israele, ma in un paradiso fiscale. Barkat ha dichiarato di essere vittima di attacchi politici e di avere sempre pagato le imposte dovute nel suo Paese.

Significativo il coinvolgimento nello scandalo anche di un’organizzazione dell’estrema destra religiosa, Ateret Cohanim, impegnata nella colonizzazione ebraica della parte orientale e palestinese di Gerusalemme. Risulta che, attraverso società di comodo registrate nelle Isole Vergini, ha acquistato proprietà immobiliari nei quartieri dove i palestinesi sotto occupazione non accettano quasi mai di trasferire ad israeliani le loro proprietà.

Scandalo libanese

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, globalmente la perdita fiscale causata da questi «paradisi» va dai 500 ai 600 miliardi di dollari all’anno. Una cifra enorme, sottratta ai sistemi fiscali di numerosi Paesi. Il caso più eclatante è quello del Libano, che, come Stato, sta affondando nei debiti, ha dichiarato default nel marzo 2020, ha visto crollare il valore della sua moneta e la maggior parte della popolazione finire sotto la soglia di povertà.

Risulta dai Pandora Papers che ben 346 società libanesi hanno occultato fondi su conti offshore, attraverso il Trident Trust, specializzato nelle domiciliazioni di società all’estero. Si tratta in assoluto del Paese al mondo con il maggior numero di imprese coinvolte. Sono perciò libanesi una parte considerevole degli 11 miliardi di dollari nascosti in paradisi fiscali come Cipro, le Seychelles e isole dei Caraibi.
Il neo primo ministro, Najib Mikati (musulmano sunnita), l’uomo più ricco del Libano grazie a società di telecomunicazioni, in carica da meno di un mese, è tra i personaggi coinvolti, insieme a Riad Salameh (cristiano maronita), da 28 anni a capo della Banca centrale libanese, all’ex primo ministro Hassane Diab e al banchiere Marwan Kheireddine. La società libanese è segnata più di altre da forti diseguaglianze: lo conferma un rapporto dell’Onu, secondo cui i miliardari detengono la stessa ricchezza del 62 per cento della popolazione. I primi ministri degli ultimi anni hanno fatto tutti parte di questa élite e l’immagine della classe dirigente del Paese dei cedri, già del tutto screditata, appare così ancora di più a pezzi. (f.p.)

https://www.terrasanta.net/2021/10/escono-nomi-mediorientali-dal-vaso-di-pandora/

martedì 5 ottobre 2021

Siria: si riaprono prospettive di legami bilaterali coi Paesi dell'area

 Piccole Note, 5 ottobre 2021

 Due buone notizie dal Medio Oriente: l’Iran ha annunciato che proseguono positivamente i colloqui con l’Arabia Saudita e il re di Giordania Abdullah ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente Assad, la prima dall’inizio del lungo conflitto siriano.

Al tempo avevamo dato notizia di una ripresa dei rapporti tra Teheran e Riad, dopo la lunga crisi che ha visto allargarsi la linea di faglia che separa il faro dell’islam sciita dall’omologo sunnita, con colloqui intrapresi in Iraq, che si è offerto di mediare. Tali colloqui sono andati avanti.  Ad annunciare che i colloqui stanno producendo frutti  è stato Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri del Regno, con dichiarazioni confermate ieri dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh, che ha spiegato che, insieme ai sauditi, si sta procedendo nell’intento di “raggiungere delle relazioni durature all’interno di un quadro consensuale” (Tansim Agency).

Il dialogo, come abbiamo scritto, prosegue da tempo sottotraccia, con i protagonisti sempre riluttanti a rendere pubblico quanto sta avvenendo. Colpisce, dunque, delle dichiarazioni di Khatibzadeh, il tono alquanto enfatico che ha voluto dare alle sue parole, come se fosse accaduto qualcosa di significativo. Di certo, non può essere una coincidenza che tale dichiarazione sia avvenuta quattro giorni dopo la visita del Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, in Arabia Saudita (Reuters). Si sa che Sullivan è andato a Riad per sollecitare i sauditi ad aumentare le forniture di petrolio, cosa che servirebbe ad abbassarne i prezzi ormai alle stelle. Ma di certo avrà parlato anche della guerra che i sauditi stanno conducendo in Yemen contro gli Houti.

Ciò perché gli Stati Uniti hanno finalmente dato seguito a una determinazione di Biden: il 23 settembre, infatti, il Congresso Usa ha approvato una legge che disimpegna totalmente Washington dalla guerra in Yemen, nella quale supportavano i sauditi.

Come ha spiegato il repubblicano Ro Khanna, uno dei principali sostenitori del provvedimento, tale iniziativa “invia un chiaro segnale al governo dell’Arabia Saudita per porre fine alla sua guerra di logoramento, sostenere un accordo politico e fare ammenda”. Infine, è abbastanza ovvio che, nella sua visita a Riad, Sullivan abbia toccato anche il tema del nucleare iraniano, dossier che gli Stati Uniti stanno trattando con Teheran e del quale i sauditi sono convitati di pietra a causa della loro rivalità con l’antagonista regionale.  Per arrivare a un accordo con Teheran, serve anche frenare tale rivalità, da cui il sollievo col quale l’amministrazione Usa ha accolto l’annuncio del positivo prosieguo del dialogo tra i duellanti (CNBC). È presto per parlare di intese ufficiali, ma di certo qualcosa sta succedendo.

 Ancora più positivo per la distensione mediorientale, e clamoroso, appare quanto avvenuto sull’asse Giordania-Siria, con la telefonata tra il presidente Assad e re Abdullah, dopo anni di distanza e silenzio, durante i quali la Giordania è stata anche usata come base di appoggio per sostenere i cosiddetti ribelli siriani, scatenati nel Paese confinante proprio per rovesciare Assad.  La telefonata fa seguito a un’altra iniziativa distensiva tra i due Paesi, la riapertura del più importante valico di frontiera, che la Giordania aveva chiuso a suo tempo. Un passo per favorire la riapertura degli scambi commerciali tra Damasco e Amman.

Ma tale distensione pare che dia molto fastidio al potere che ha alimentato questa sanguinosa e interminabile guerra, come sembra rivelare quanto avvenuto ieri.

Infatti, è di 24 ore fa la pubblicazione dei Pandora Papers, un dossier prodotto dall’International Consortium of Investigative Journalists, che, a stare ai media, metterebbe a nudo le ricchezze occultate dai potenti nei paradisi fiscali. Roba da intelligence, più che da giornalisti, di cui ieri i media pubblicavano solo le parti relative a Putin e ad altri personaggi non perfettamente allineati a determinati dettati internazionali.

Attendiamo fiduciosi che il consorzio in questione ci racconti dove tengono i loro soldi Jeff Bezos, Bill Gates, George Soros e i loro compagni di merende prima di dare un giudizio sulla sua asserita professionalità e imparzialità.

Detto questo, proprio mentre il re di Giordania parlava al telefono con Assad, i media di tutto il mondo pubblicavano una prima parte del dossier, scegliendo a caso alcune delle figure coinvolte (pochissime tra migliaia), tra cui, guarda il caso, proprio re Abdullah di Giordania, il cui nome campeggiava su tutti i titoli degli articoli in questione. Coincidenze strabilianti e strabiliate.

Detto questo, a quanto pare nel dossier c’era ben altro e molto più dirompente che non i soldi che Putin avrebbe dato alla sua presunta amante e ai palazzi che re Abdullah possederebbe al di fuori del regno. E cioè le armi pagate dai sauditi e finite all’Isis ingaggiato nella guerra in Yemen contro gli Houti.  Ovviamente di questo piccolo scandaletto (che forse serve ad aumentare la pressione sul Regno perché ponga fine alla guerra in Yemen), molto più esplosivo di altri, non ha scritto nessun media occidentale. Lo riporta al Manar, che si occupa da tempo della guerra in Yemen, e al quale rimandiamo.

sabato 2 ottobre 2021

CENTENARIO DELLA NASCITA DEL VENERABILE PADRE ROMANO BOTTEGAL OCSO

EREMITA E MISSIONARIO

Ricorre il prossimo 28 dicembre il centenario della nascita del Venerabile Padre Romano Bottegal OCSO (28.12.1921). Lo ricorderemo il 16 ottobre 2021 con un incontro all’ Abbazia delle Tre Fontane in Roma (Via delle Acque Salvie, 1 – tel 06-5401655) come annunciato dalla Postulazione Generale OCSO.

Sarà un’occasione per ricordare il dono di sé che Padre Romano ha fatto attraverso tutta la sua vita cristiana ed ha compiuto nella totale immolazione in un eremo del Libano a Jabbouleh, nella diocesi melchita di Baalbeck. Nella sua umanità trasformata in Cristo e dilatata dall’amore hanno trovato posto tutti i fratelli, tutto il cosmo. Ha vissuto nella preghiera , nell’offerta e nel ministero sacerdotale la guerra civile libanese degli anni 1975-1977. Risale a quell’epoca una testimonianza sulla sua vocazione ad essere un costruttore di pace.

Accusato falsamente da alcuni militari di stanza nella Bekaa di essere una spia straniera sotto mentite spoglie, riconosciuto innocente, fu rilasciato. Il comandante della truppa, colpito dalla sua statura morale, andò a presentargli le scuse e gli chiese: “Vorrei sapere che grado di istruzione e quali diplomi ha il Padre”. Padre Romano, in tutta semplicità rispose: “Ho una licenza in Teologia dell’Università Gregoriana di Roma”. L’ufficiale domandò: “Ma perché nasconde la sua scienza qui quando potrebbe essere così utile alle persone?”. La risposta fu: “Ci sono molti dottori che sono più sapienti di me e che fanno del bene alle persone con la loro scienza. Ma sono pochi quelli che cercano di aiutarle con la preghiera. E’ a questo che Dio mi ha chiamato”.

Affidiamoci anche noi alla preghiera di Padre Romano, cercando di imitare quella semplicità che ha saputo cogliere l’essenziale della fede e il posto che Dio gli assegnava per la missione di salvezza della Chiesa nel mondo.

La giornata del 16 ottobre sarà un’occasione per conoscere meglio il Venerabile Padre Romano, e per pregare attraverso la sua intercessione per la pace in tutto il Medio Oriente.

Aspettiamo numerosi quanti il 16 ottobre potranno raggiungere il Monastero delle Tre Fontane a Roma

Suor Gabriella Masturzo, Vitorchiano 


   Unendoci all'invito all'appuntamento del 16 ottobre, ricordiamo che a Padre Romano abbiamo affidato la nostra catena di preghiera per la pace in Siria:

https://oraprosiria.blogspot.com/2013/02/per-la-pace-in-siria-catena-di.html

sabato 25 settembre 2021

Ho visto di persona le conseguenze delle sanzioni sul popolo libanese e siriano

Il 24 settembre, il sito The Cradle riporta: "La compagnia elettrica statale libanese, Électricité du Liban (EDL), ha avvertito che il Paese è a una settimana da un blackout totale poiché le riserve di carburante stanno per esaurirsi.".  
Nella disperazione che attanaglia la gente, i frati del Monastero di Annaya lanciano l'iniziativa ′′La strada che porta a San Charbel ad Annaya non ha bisogno di benzina′′ , proponendo sabato 25 settembre a tutta la popolazione, cristiani e musulmani senza distinzione, un pellegrinaggio a piedi da Byblos fino alla tomba di San Charbel , per implorare dal Santo luce e speranza per il Libano stremato.

Ci uniamo spiritualmente al cammino di intercessione dei fratelli libanesi . OraproSiria  


"Ho visto di persona l'orribile risultato che le sanzioni occidentali stanno avendo sul popolo siriano e libanese"

Daniel Kovalik insegna Diritti Umani Internazionali presso l'Università di Pittsburgh School of Law, ed è autore del libro pubblicato lo scorso anno "No More War": Come l'Occidente viola il diritto internazionale utilizzando interventi "Umanitari" per promuovere interessi economici e strategici.

Milioni di persone affamate... niente carburante o elettricità... valuta senza più valore... Ho assistito a tutto questo in Libano e in Siria. E la tragedia più grande è che questa inutile sofferenza è causata dalla volontà dell'Occidente di introdurre "libertà" e "democrazia".

Sono appena tornato dal mio secondo viaggio in Libano e Siria quest'anno. Paesi già visitati a maggio, e nel corso di alcuni mesi ho assistito a un precipitoso declino del benessere delle persone in entrambi questi Paesi.

Beirut, la capitale del Libano, sembrava piuttosto normale e tranquilla a maggio, ma ora di notte è completamente buia a causa della mancanza di elettricità. Ci sono solo poche ore di elettricità al giorno, sporadicamente, in tutta la città. Nel frattempo, il carburante è quasi impossibile da trovare, con file di auto che si estendono per almeno un chilometro in attesa di rifornimento. Un certo numero di miei amici mi ha detto che non poteva guidare per incontrarmi, perché non aveva carburante per il proprio veicolo.

C'è anche poco o nessun servizio di rimozione spazzatura, e quindi le strade e i marciapiedi sono pieni di immondizie. In quella che un tempo era soprannominata la 'Parigi d'Oriente', ho visto capre vagare per le strade in cerca di cibo tra la spazzatura ai lati della strada. La lira libanese è crollata di valore ogni giorno, con i menù dei ristoranti ancora in grado di funzionare mostrando i prezzi scritti a matita in modo che potessero essere cambiati ogni mattina. Mentre scrivo queste parole, la lira vale 0,00066 dollari americani. Un certo numero di persone veramente esasperate ha dichiarato – con un gesto della mano in aria – che “il Libano è finito”. E certamente è quello che essi provano.

In Libano tutti quelli con cui ho parlato vogliono uscire dal Paese; alcuni mi hanno persino chiesto se potevo portarli con me. La possibile eccezione è la massa del popolo siriano che è fuggito dalla guerra nel proprio Paese. Molti di questi siriani ora vivono per le strade di Beirut. È molto comune vedere donne siriane con i loro bambini che dormono sui marciapiedi bui della città. Secondo l'UNICEF, in Libano vivono quasi 1,5 milioni di rifugiati siriani, mettendo a dura prova un sistema sociale incapace di prendersi cura anche della propria gente.

Anche la Siria soffre di una mancanza di elettricità, con energia solo per poche ore al giorno, e anche cibo e medicine vitali sono difficili da trovare. I materiali di protezione individuale necessari per proteggersi dal Covid – come mascherine e gel igienizzante per le mani – sono quasi inesistenti.

Le famiglie con cui stavo erano pronte con il bucato e il cibo da cucinare per balzare sull' occasione in cui l'elettricità si accendeva per un'ora. La maggior parte delle persone è senza aria condizionata o refrigerazione nel clima afoso. Anche la sterlina siriana è relativamente priva di valore, 100 dollari acquistano sacchi di valuta, come ho sperimentato di persona. Nel frattempo, vaste aree di città come Homs rimangono in gran parte in macerie poiché la ricostruzione postbellica si è arrestata.

Tutto questo è, ovviamente, secondo il piano degli "umanitari" occidentali che mantengono le loro soffocanti sanzioni economiche contro la Siria - un tempo il più grande partner commerciale del Libano e la più grande fonte di carburante - inteso a portare in qualche modo democrazia e libertà nella regione. Come ben sappiamo, queste sanzioni colpiscono prima di tutto i civili e feriscono in modo sproporzionato donne e bambini in ogni Paese in cui sono state imposte.

Come spiega un articolo su Foreign Affairs, l'esempio dell'Iraq mostra che le sanzioni non fanno altro che creare miseria umana. Si legge: “Le sanzioni statunitensi hanno ucciso centinaia di migliaia di iracheni. Il loro effetto è stato di genere, punendo in modo sproporzionato donne e bambini. L'idea che le sanzioni funzionino è un'illusione spietata”. E va molto in dettaglio sul bilancio umanitario delle sanzioni imposte per la prima volta alla Siria dal presidente Trump. “L'amministrazione Trump ha progettato le sanzioni che ora ha imposto alla Siria per rendere impossibile la ricostruzione. Le sanzioni colpiscono i settori dell'edilizia, dell'elettricità e del petrolio, essenziali per rimettere in piedi la Siria. Sebbene gli Stati Uniti affermino di "proteggere" i giacimenti petroliferi della Siria nel nord-est, non hanno concesso al governo siriano l'accesso per ripararli e le sanzioni statunitensi vietano a qualsiasi azienda di qualsiasi nazionalità di ripararli, a meno che l'amministrazione non voglia fare un'eccezione …”

L'articolo continua sottolineando che queste restrizioni significano che il Paese deve affrontare "la fame di massa o un altro esodo di massa", secondo il Programma Alimentare Mondiale. Ciò è supportato da statistiche allarmanti che mostrano che 10 anni fa la povertà assoluta in Siria colpiva meno dell'uno per cento della popolazione. Entro il 2015, questo era salito al 35 % della popolazione. Si nota anche l'aumento dei prezzi dei generi alimentari – 209 per cento nell'ultimo anno – e il fatto che, secondo il Programma Alimentare Mondiale, ci sono ora 9,3 milioni di siriani in condizioni di “insicurezza alimentare ”.

C'è anche una critica ai requisiti che il Governo siriano deve soddisfare per ottenere il sollievo dalle sanzioni. Questi sono descritti come " volutamente vaghi " - uno stratagemma, si dice, per scoraggiare gli investitori che potrebbero essere in grado di aiutare la Siria, ma non sono preparati a farlo perché non sono sicuri di essere liberi di aiutare.

L'organizzazione umanitaria del Regno Unito, l'Humanitarian Aid Relief Trust (HART), fa eco a queste preoccupazioni, spiegando che " le sanzioni che sono state imposte alla Siria dall'UE (compreso il Regno Unito) e dagli Stati Uniti hanno causato terribili conseguenze umanitarie per i cittadini siriani" nelle aree controllate dal governo (il 70% del Paese) che stanno cercando di ricostruire le loro vite…”. “Delle enormi quantità di aiuti umanitari che i governi occidentali stanno inviando 'in Siria', la stragrande maggioranza raggiunge o i rifugiati fuggiti dal Paese, o solo quelle aree della Siria occupate da gruppi militanti contrari al Governo siriano. La maggior parte dei siriani è quindi deliberatamente lasciata senza sostegno; anzi, anche il loro stesso sforzo per aiutare se stessi e ricostruire la propria vita è ostacolato dalle sanzioni”.

La disperazione provocata dalle sanzioni occidentali è palpabile. Siriani e libanesi, i cui destini sono indissolubilmente legati l'uno all'altro, hanno poche speranze per un futuro felice e prospero. Ancora una volta, le pretese dell'Occidente di "civilizzare" il mondo hanno portato solo miseria, dolore e distruzione.

Ma sarei negligente se non finissi con questa nota: che, nonostante tutto, l'incredibile ospitalità e gentilezza dei siriani e dei libanesi non sono ancora state distrutte dalla crudeltà che ha colpito il loro popolo. Ovunque io e i miei compagni andassimo, anche nelle case più modeste di posti come Maaloula, Homs o Latakia, in Siria o in Libano, le famiglie erano pronte a offrirci caffè, acqua e snack.

Nonostante il fatto che vengano loro negati i servizi basilari alla vita, da sanzioni mirate come un'arma nucleare, queste persone sanno ancora condividere il poco che hanno. Questo lo porterò sempre con me e ne sarò sempre grato.

https://www.rt.com/op-ed/534711-western-sanction-syria-lebanon/

venerdì 17 settembre 2021

Maaloula, dove si venera Santa Tecla, la prima donna martire.

 Il 23 settembre Santa Tecla viene venerata dalla chiesa cattolica, il 24 settembre da quella ortodossa. Oltre che protomartire delle donne cristiane, è considerata la protettrice del malati di cancro alle ossa. 

Testo di Chiara Tamagno

Tra le pareti rocciose che si stagliano intorno al villaggio di Maalula, in Siria, è racchiusa la storia misteriosa di santa Tecla, la donna convertita dalla predicazione di San Paolo a Iconio e venerata come protomartire cristiana. Il luogo è avvolto nella quiete di un villaggio abbarbicato tra le montagne, fatto di centinaia di piccole abitazioni a forma di cubo e intonacate di bianco, azzurro, giallo, dove gli abitanti parlano ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. In quest’oasi pare che santa Tecla si sia rifugiata e abbia vissuto fino a novant’anni. Di lei si scrisse già in tempi molto antichi ed è presentata come donna giovane, coraggiosa dedita all’opera di apostolato e anche per questo abbandonata dalla sua famiglia. Raffigurata spesso vicino a un leone o ad una colonna con base di fuoco, simboli del martirio, è venerata in numerosi santuari sparsi in tutto il mondo.

Secondo le fonti, pare che trascorse gli ultimi anni della sua vita in una delle grotte che traforano le coste delle montagne intorno a Maalula. Qui sarebbe avvenuto un evento naturale miracoloso: inseguita dai persecutori, santa Tecla sarebbe fuggita tra le rocce che si aprirono per darle rifugio e che si richiusero dietro di lei. Così gli abitanti locali spiegano l’origine della profondità della gola naturale che caratterizza il paesaggio. Anche la pellegrina Egeria, nel suo diario, ricorda che nel luogo dove avvenne il miracolo di santa Tecla fu costruito un martyrion meta di devozione continua.

Oggi in questo luogo di antica memoria si può visitare il convento greco ortodosso dove le monache offrono assistenza alle ragazze orfane. [NdR: descrizione precedente al devastante attacco islamista del 2013] Un complesso di edifici dislocati a più livelli sul terrazzamento scavato in epoca bizantina sulla costa della montagna. Oltre al cortile e alla chiesa, si raggiunge salendo una serie di scale la parte più suggestiva: una grotta a picco sulla valle che introduce al reliquiario della santa scavato nella roccia. Qui, in un piccolo andito gremito di icone, una monaca confeziona batuffoli di cotone imbevuti di olio benedetto e le madri, che giungono numerose in pellegrinaggio, li passano sulla fronte dei loro bambini.

Dal soffitto scende lenta e costante un’acqua miracolosa che va a raccogliersi in una piccola conca, dove un cartello parla al visitatore: «Prega con fede e bevi fino all’ultima goccia».

https://www.terrasanta.net/2008/05/siria-dove-si-venera-santa-tecla/

domenica 12 settembre 2021

Un sacerdote siriano: "Se anche un solo cristiano rimane in questa regione, io resterò".

La missione di Padre Tony: restare per quelli che restano - Reportage di Portes Ouvertes 

Padre Tony Botros è rimasto fedele alla sua vocazione. Nonostante la guerra e la persecuzione, questo prete cattolico è rimasto in Siria. E questo ha incoraggiato anche i membri della sua comunità ecclesiale a rimanere.

In un Paese che ha già vissuto più di 10 anni di guerra, Tony si è preso cura della sua chiesa e ha lavorato per soddisfare i bisogni della gente.

Come fa ad andare avanti? Nel rispondere a questa domanda, Tony Botros indica il cielo: "È da lì che prendo la mia forza”. Una forza che lui comunica ai suoi parrocchiani perché restino in Siria.

Aiutare i cristiani a rimanere

Tony è stato presentato a Open Doors da un pastore locale: "La vostra organizzazione distribuisce aiuti nei villaggi dove servo, per 147 famiglie cristiane", spiega prima di aggiungere:  "Finché continuerete a sostenerci, continueremo ad aiutarli spiritualmente e finanziariamente".

Padre Tony è nato e cresciuto in una famiglia povera. Ha sempre avuto un cuore per i meno fortunati: "So che tutti i cristiani qui sono contadini e hanno un estremo bisogno di aiuto. Ecco perché apprezziamo il vostro sostegno. Considero che lavoriamo tutti insieme sul campo e così serviamo Gesù".

Rafforzare gli altri che sono vicini alla morte

Tony ha avuto un'esperienza molto traumatica durante il suo ministero: "Una domenica di giugno 2015, mi sono svegliato con la sensazione che qualcosa di brutto stava per accadere. Mentre ero in chiesa a Samma con la comunità, sei jihadisti di Jabhat Al Nusra sono entrati e hanno iniziato a sparare e a terrorizzarci". Poi hanno rapito Tony: "Sono stato tenuto prigioniero per 35 giorni, i giorni più difficili della mia vita".

L'ultimo giorno prima del suo rilascio, padre Tony stava pregando: "Ho visto una luce brillante nella mia stanza e una mano gentile mi ha toccato la spalla. Sono stato immediatamente confortato”.

Quella sera, i suoi rapitori gli dissero che lo avrebbero liberato il giorno dopo. La mattina dopo lo consegnarono a uno sceicco druso, amico di Tony, che lo riportò alla sua famiglia. Tony ha potuto continuare la sua missione: rafforzare il resto che è vicino alla morte (Apocalisse 3:2).

Quando tornò a Shahba, la gente gli diede un'accoglienza indimenticabile: "Non avrei mai immaginato che i fedeli mi amassero così tanto. Sono stato lasciato nella piazza del villaggio e mi sono incamminato verso la chiesa. Tutta la strada era piena di cristiani entusiasti che lodavano Dio e mi accoglievano con fiori e musica. Lo vedo come una grazia di Dio: se siamo impegnati con Lui, si vedrà attraverso i nostri frutti".

Tony parla dell'effetto distruttivo della guerra sulla comunità dei cristiani: "La nostra sfida principale oggi è la mancanza di giovani. Questa generazione è stata trascurata a causa della guerra. Sono fuggiti dal Paese appena hanno potuto, sfuggendo al servizio militare o cercando una vita migliore all'estero. Siamo molto carenti di giovani e ora sto prestando particolare attenzione ai bambini. Ma attenzione, questo non significa offrire loro qualsiasi cosa”.  Tony insiste: "Non dobbiamo solo intrattenerli, ma dobbiamo offrire loro prospettive spirituali: dobbiamo insegnare loro la Bibbia e i suoi valori.”

Finché ci sono cristiani...

La Covid-19 ha ostacolato parte di questo lavoro con i bambini: "Organizzavamo campi estivi dove studiavamo il Vangelo con i bambini più piccoli. Purtroppo ci siamo fermati a causa della pandemia. Prego che questi campi ricomincino e che diano loro la motivazione per rimanere qui e servire il Signore. Ad essere onesti, è difficile per un cristiano avere successo in una comunità non cristiana dove sperimenterà la competizione e la persecuzione. Incoraggio i giovani a seguire la loro vocazione. Non posso dire loro se andare o restare, ma so che io mi impegno a restare qui".

Padre Tony è determinato a portare avanti la missione che il Signore gli ha dato fino alla fine:  "Se anche un solo cristiano rimane in questa zona, io resterò per lui e lo servirò qui". 

Tony riesce a rimanere forte in mezzo alle difficoltà dei cristiani nel sud della Siria. A volte è difficile, ma Tony ama il suo Paese e spera che la situazione migliori. È un pastore che si occupa fedelmente delle pecore di Dio.

Tony è il prete 67enne della chiesa cattolica di Shahba-Suwayda. Ha una moglie, 3 figli, un figlio e 2 figlie, entrambe sposate e madri di famiglia.