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venerdì 2 luglio 2021

“Il Signore Dio ha progetti di pace. Insieme per il Libano” : le dichiarazioni dei Patriarchi Ortodossi e il discorso del Papa

 Statement of the Syriac Orthodox Patriarchate of Antioch and All the East

June 30, 2021
We ask the Vatican to work on lifting the sanctions of the Syrian People
On June 30, 2021, His Holiness Patriarch Mor Ignatius Aphrem II, Syriac Orthodox Patriarch of Antioch and All the East, met His Holiness Pope Francis at his residence in the Vatican.
His Holiness was accompanied by their Eminences Archbishops: Mor Justinos Boulos Safar, Patriarchal Vicar in Zahleh and Beqaa, and Mor Joseph Bali, Patriarchal Secretary.
During the meeting, His Holiness the Patriarch spoke about the situation of Christians in Syria and about the suffering of the Syrian people due to the sanctions imposed on Syria. He asked from His Holiness Pope Francis to help in lifting the sanctions using the Vatican’s international relations to this end.
His Holiness the Patriarch also requested that the Holy See to continue their efforts to help in the case of the abducted Archbishops of Aleppo Boulos Yaziji and Mor Gregorius Youhanna Ibrahim.
Their Holinesses discussed in length the issue of the date of the celebration of Easter where His Holiness the Patriarch renewed his call to intensify the serious work in this regard. He also affirmed the stand of the Syriac Orthodox Church to proceed forward in this issue because of its importance to the unity of Christians and their common witness.
At the end of the meeting, their Holinesses prayed for the Christians in the Middle East.

Patriarch John X meets Pope Francis
Vatican, June 30, 2021
HB John X, the Greek Orthodox Patriarch of Antioch and All the East met Pope Francis at the Apostolic Palace in the Vatican City.
The private meeting between His Holiness and His Beatitude touched upon the day of prayer for Lebanon to be held tomorrow in the Vatican, at the invitation of His Holiness to all the heads of Christian communities in Lebanon. The meeting also touched on the Christian situation in the Middle East in all its aspects.
His Beatitude expressed to His Holiness the Antiochian point of view: tolerance, refusing introversion and exclusion, and building bridges of inclusion to all components.
His Beatitude commended the role entrusted to the Holy See to save Lebanon by exerting pressure for establishing a Lebanese government and by supporting the combined proposals and consensus to determine the fate of one united Lebanon in coexistence and citizenship.
His Beatitude also presented the situation in Syria, noting the necessity to lifting sanctions on Syria and Lebanon, as they affect the citizen's livelihood.
The meeting also touched on the issue of the kidnapped bishops of Aleppo, Paul Yazigi and Yohanna Ibrahim, as it is necessary to reach the desired end of this file, which is still disregarded by the international community.
For his part, His Holiness appraised the pioneer role of the Church of Antioch in the region and affirmed the continuous endeavor of the Holy See's towards all that is for the good of Lebanon and the region.
The Antiochian delegation which accompanied His Beatitude was formed of Metropolitan Silouan Moussa (of Mount Lebanon) and Archimandrite Parthenios Al-Latti.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A CONCLUSIONE DELLA PREGHIERA ECUMENICA

“IL SIGNORE DIO HA PROGETTI DI PACE. 
INSIEME PER IL LIBANO"

Basilica di San Pietro  Giovedì, 1 luglio 2021

Cari fratelli e sorelle,

ci siamo riuniti oggi per pregare e riflettere, spinti dalla preoccupazione per il Libano, preoccupazione forte, nel vedere questo Paese, che porto nel cuore e che ho il desiderio di visitare, precipitato in una grave crisi. Sono grato a tutti i partecipanti per aver accolto prontamente l’invito e per la condivisione fraterna. Noi Pastori, sostenuti dalla preghiera del Popolo santo di Dio, in questo frangente buio abbiamo cercato insieme di orientarci alla luce di Dio. E alla sua luce abbiamo visto anzitutto le nostre opacità: gli sbagli commessi quando non abbiamo testimoniato il Vangelo con coerenza e fino in fondo, le occasioni perse sulla via della fraternità, della riconciliazione e della piena unità. Di questo chiediamo perdono e con il cuore contrito diciamo: «Pietà, Signore!» (Mt 15,22).

Era questo il grido di una donna, che proprio dalle parti di Tiro e di Sidone incontrò Gesù e, in preda all’angoscia, lo implorò con insistenza: «Signore, aiutami!» (v. 25). Questo grido è diventato oggi quello di un intero popolo, il popolo libanese deluso e spossato, bisognoso di certezze, di speranza, di pace. Con la nostra preghiera abbiamo voluto accompagnare questo grido. Non desistiamo, non stanchiamoci di implorare dal Cielo quella pace che gli uomini faticano a costruire in terra. Chiediamola insistentemente per il Medio Oriente e per il Libano. Questo caro Paese, tesoro di civiltà e di spiritualità, che ha irradiato nei secoli saggezza e cultura, che testimonia un’esperienza unica di pacifica convivenza, non può essere lasciato in balia della sorte o di chi persegue senza scrupoli i propri interessi. Perché il Libano è un piccolo-grande Paese, ma è di più: è un messaggio universale di pace e di fratellanza che si leva dal Medio Oriente.

Una frase che il Signore pronuncia nella Scrittura è risuonata oggi tra noi, quasi in risposta al grido della nostra preghiera. Sono poche parole, con le quali Dio dichiara di avere «progetti di pace e non di sventura» (Ger 29,11). Progetti di pace e non di sventura. In questi tempi di sventura vogliamo affermare con tutte le forze che il Libano è, e deve restare, un progetto di pace. La sua vocazione è quella di essere una terra di tolleranza e di pluralismo, un’oasi di fraternità dove religioni e confessioni differenti si incontrano, dove comunità diverse convivono anteponendo il bene comune ai vantaggi particolari. È perciò essenziale – desidero ribadirlo – «che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente!» (Parole a conclusione del dialogoBari, 7 luglio 2018). Basta usare il Libano e il Medio Oriente per interessi e profitti estranei! Occorre dare ai Libanesi la possibilità di essere protagonisti di un futuro migliore, nella loro terra e senza indebite interferenze.

Progetti di pace e non di sventura. Voi, cari Libanesi, vi siete distinti nel corso dei secoli, anche nei momenti più difficili, per intraprendenza e operosità. I vostri alti cedri, simbolo del Paese, evocano la florida ricchezza di una storia unica. E ricordano pure che rami grandi nascono solo da radici profonde. Vi ispirino gli esempi di chi ha saputo costruire fondamenta condivise, vedendo nelle diversità non ostacoli, ma possibilità. Radicatevi nei sogni di pace dei vostri anziani. Mai, come in questi mesi, abbiamo compreso che da soli non possiamo salvarci e che i problemi degli uni non possono essere estranei agli altri. Perciò, facciamo appello a tutti voi. A voi, cittadini: non vi scoraggiate, non perdetevi d’animo, ritrovate nelle radici della vostra storia la speranza di germogliare nuovamente. A voi, dirigenti politici: perché, secondo le vostre responsabilità, troviate soluzioni urgenti e stabili alla crisi economica, sociale e politica attuale, ricordando che non c’è pace senza giustizia. A voi, cari Libanesi della diaspora: perché mettiate a servizio della vostra patria le energie e le risorse migliori di cui disponete. A voi, membri della Comunità internazionale: con uno sforzo congiunto, siano poste le condizioni affinché il Paese non sprofondi, ma avvii un cammino di ripresa. Sarà un bene per tutti.

Progetti di pace e non di sventura. Come cristiani, oggi vogliamo rinnovare il nostro impegno a edificare un futuro insieme, perché l’avvenire sarà pacifico solo se sarà comune. I rapporti tra gli uomini non possono basarsi sulla ricerca di interessi, privilegi e guadagni di parte. No, la visione cristiana della società viene dalle Beatitudini, scaturisce dalla mitezza e dalla misericordia, porta a imitare nel mondo l’agire di Dio, che è Padre e vuole la concordia tra i figli. Noi cristiani siamo chiamati a essere seminatori di pace e artigiani di fraternità, a non vivere di rancori e rimorsi passati, a non fuggire le responsabilità del presente, a coltivare uno sguardo di speranza sul futuro. Crediamo che Dio indichi una sola via al nostro cammino: quella della pace. Assicuriamo perciò ai fratelli e alle sorelle musulmani e di altre religioni apertura e disponibilità a collaborare per edificare la fraternità e promuovere la pace. Essa «non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità» (Discorso, Incontro interreligiosoPiana di Ur, 6 marzo 2021). In tal senso, auspico che a questa giornata seguano iniziative concrete nel segno del dialogo, dell’impegno educativo e della solidarietà.

Progetti di pace e non di sventura. Oggi abbiamo fatto nostre le parole piene di speranza del poeta Gibran: Oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta. Alcuni giovani ci hanno appena consegnato delle lampade accese. Proprio loro, i giovani, sono lampade che ardono in quest’ora buia. Sui loro volti brilla la speranza dell’avvenire. Ricevano ascolto e attenzione, perché da loro passa la rinascita del Paese. E tutti noi, prima di intraprendere decisioni importanti, guardiamo alle speranze e ai sogni dei giovani. E guardiamo ai bambini: i loro occhi luminosi, ma rigati da troppe lacrime, scuotano le coscienze e indirizzino le scelte. Altre luci risplendono sull’orizzonte del Libano: sono le donne. Viene alla mente la Madre di tutti, che, dalla collina di Harissa, abbraccia con lo sguardo quanti dal Mediterraneo raggiungono il Paese. Le sue mani aperte sono rivolte verso il mare e verso la capitale Beirut, ad accogliere le speranze di tutti. Le donne sono generatrici di vita, generatrici di speranza per tutti; siano rispettate, valorizzate e coinvolte nei processi decisionali del Libano. E anche i vecchi, che sono le radici, i nostri anziani: guardiamoli, ascoltiamoli. Che ci diano la mistica della storia, che ci diano le fondamenta del Paese per portare avanti. Loro hanno voglia di tornare a sognare: ascoltiamoli, perché in noi quei sogni si trasformino in profezia.

Parafrasando ancora il poeta, riconosciamo che per giungere all’alba non c’è altra via se non la notte. E nella notte della crisi occorre restare uniti. Insieme, attraverso l’onestà del dialogo e la sincerità delle intenzioni, si può portare luce nelle zone buie. Affidiamo ogni sforzo e impegno a Cristo, Principe della Pace, perché, come abbiamo pregato, “quando si levano i raggi privi d’ombre della sua misericordia fuggono le tenebre, termina il crepuscolo, si dilegua l’oscurità e se ne va la notte” (cfr S. Gregorio di Narek, Libro della Lamentazione, 41). Fratelli e sorelle, si dilegui la notte dei conflitti e risorga un’alba di speranza. Cessino le animosità, tramontino i dissidi, e il Libano torni a irradiare la luce della pace.


lunedì 28 giugno 2021

Appello all’Europa per il Libano, preghiera insieme a papa Francesco

Il 1° luglio Papa Francesco accoglierà i principali leader cristiani del Libano per affrontare quella che ha definito la “preoccupante crisi" che sta attraversando il Paese e pregare per la pace e la stabilità del Paese.
 

Accogliendo l’invito di Papa Francesco a pregare per il Libano, la Presidenza del CCEE, a nome dei vescovi del Continente, si unisce “ai fratelli e alle sorelle di fede e di umanità che vivono in Libano” e invoca il dono della pace e della stabilità insieme a un rinnovato impegno a sostegno del Paese dei Cedri.

All’Europa ci rivolgiamo dando voce ai Vescovi del Continente.

Come Presidenza del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, ci uniamo ai fratelli e alle sorelle di fede e di umanità che vivono in Libano.

Facciamo nostre le istanze dell’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi Cattolici di quel martoriato e nobile Paese: le loro sono le parole non solo della comunità cristiana, ma di tutto un popolo che soffre duramente nella paura e nell’incertezza del futuro: situazione nella quale nessuno – popoli o singoli – dovrebbe vivere nel mondo. Anche il Santo Padre Francesco, nei Suoi accorati Messaggi, ha espresso la sua paterna vicinanza e ha invocato dai potenti della terra attenzione e un rinnovato impegno a sostegno del Libano, affinché possa proseguire nella sua vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo.

La storia del Libano è nota e nessuno la può dimenticare: storia di dignità e di cultura, di accoglienza e solidarietà, anche oggi, verso tanti sofferenti che provengono dalla Siria e dalla Palestina. È una storia di libertà, di dialogo, e di pacifica convivenza nel segno dei diritti fondamentali.

Perché tanto dolore? Perché il rischio della disgregazione e di una implosione che sarebbe danno per l’area e vergogna per l’umanità? La storia dovrà forse aggiungere un’altra pagina buia? Nessuno lo deve volere, e certamente il popolo libanese non lo vuole! Nulla è perduto se si vuole e si agisce con onestà tempestiva. Nulla è fatale, tutto è nelle mani degli uomini con l’aiuto del Dio misericordioso e giusto: Egli vede le opere degli uomini e scruta le intenzioni dei cuori.

Per queste ragioni facciamo appello alla coscienza delle Nazioni e dei Responsabili, affinché il mondo non dimentichi la tragedia in atto e non sia sordo al grido dei poveri e dei sofferenti. Affinché si ristabilisca la giustizia, si riconosca l’identità individuale, collettiva e nazionale, si rispettino i valori religiosi e civili della loro Tradizione, si sostenga la ripresa dell’economia e la ricostruzione di un tessuto sociale fatto di dialogo e di collaborativa coesistenza delle diversità religiose, culturali e sociali. Tutto questo senza condizionamenti esterni.

In questa ottica di ricostruzione, la Chiesa è presente con il messaggio evangelico e con le sue istituzioni educative, sanitarie e sociali: esse sono conosciute da tutti e a disposizione del bene comune. Il sostegno, pertanto, anche di queste presenze operative rappresenta l’interesse concreto per rafforzare il tessuto sociale e per intravvedere un futuro migliore. È noto che il futuro di un Paese è un bene non solo particolare ma per l’umanità. Questo vale in modo speciale per il Libano e per il suo contributo ad un Medio Oriente plurale, tollerante e diversificato.

Ci uniamo all’accorato appello del Santo Padre e preghiamo il Signore della pace affinché i piccoli siano confortati e soccorsi, e i responsabili si lascino illuminare per essere saggi e onesti davanti a Dio, ai sofferenti e alla storia.

Presidenza del CCEE

https://www.ccee.eu/wp-content/uploads/sites/2/2021/05/Appello-Libano-IT.pdf


I PARTECIPANTI ALL'INCONTRO DEL 1 LUGLIO

Il tavolo dell’incontro sarà rotondo, ed intorno ad esso siederanno insieme a Francesco, il nunzio in Libano, mons. Joseph Spiteri, che fungerà da moderatore, e i dieci Capi delle comunità cristiane: per parte cattolica, il Patriarca maronita card. Bechara Boutros Raï, quello Siro-cattolico Ignace Youssef III Younan, quello Melkita Youssef Absi, il vescovo Caldeo Michel Kassarj e il vicario apostolico latino mons. Cesar Essayan.

Per i non cattolici ci saranno: la Chiesa greco-ortodossa del Patriarcato di Antiochia, di tradizione bizantina, guidata dal patriarca Youhanna X Yazigi. 

Ci sarà il Catholicossato della Chiesa Armena Apostolica di Cilicia, guidata dal Catholicos Aram I. “Sostanzialmente, la presenza della comunità armena in Libano risale al tempo del genocidio armeno agli inizi del XX secolo”. 

Attesa la Chiesa Siro-ortodossa, con a capo, dal 2014, il Patriarca Ignazio Aphrem II. 

Gli evangelici, ossia The Supreme Council of the Evangelical Community in Syria and Lebanon, sarà rappresentato dal suo presidente, il rev.do Joseph Kassabhas. “La comunità evangelica in Libano trae origine dal risveglio intellettuale avvenuto nella parte dell‘Impero Ottomano di lingua araba nel 19.mo secolo; esso porta avanti oggi in Libano un intenso impegno nel campo educativo”.

http://www.asianews.it/notizie-it/%E2%80%8BIl-primo-luglio-in-Vaticano-il-grido-del-popolo-libanese-53505.html


Un’altra bomba a orologeria in riva al Mediterraneo

Il logo della Giornata di preghiera e riflessione per il Libano

di Fulvio Scaglione

Situato in posizione strategica, c’è un Paese del Medio Oriente che attraversa una crisi politica profondissima (il premier incaricato tenta invano di formare un governo dall’ottobre 2020). È in totale bancarotta (dal 2019 i conti correnti sono bloccati e al mercato nero la valuta locale ha perso il 90 per cento del suo valore sul dollaro; nel solo 2020 il Pil nazionale è crollato di quasi il 20 per cento) e ha visto crescere il numero dei poveri in misura impressionante: su meno di 7 milioni di abitanti, 1,7 milioni sono in povertà e quasi 850 mila incapaci di soddisfare da soli i propri bisogni alimentari. In più, c’è un milione e mezzo di profughi siriani che, nella loro incolpevole disperazione, costituiscono un problema di enormi proporzioni. Questo Paese è il Libano, una realtà che i vari consessi politici internazionali (il recente G7, per esempio) faticano anche solo a nominare.

A dire il vero ha tentato di occuparsene la Francia. Dopo l’esplosione nel porto del 4 agosto 2020, che fece più di 200 morti e fece definitivamente cadere la maschera che ancora celava la crisi libanese, il presidente Emmanuel Macron fu il primo a presentarsi a Beirut. Da allora, le massime autorità francesi si sono avvicendate nelle visite, senza però dare l’impressione di aver trovato il bandolo della matassa. L’Eliseo continua a puntare su Saad Hariri, che ha finora incontrato 18 volte il capo dello Stato Michel Aoun senza arrivare alla formazione di un Governo purchessia. Va dato atto a Macron e Hariri, però, che non abbondano le figure alternative. Tanto che persino il patriarca maronita, il cardinale Beshara Rai, ha proposto un «governo dei leader» pur di dare una scossa alla situazione.

Eppure, è proprio il perpetuarsi delle vecchie abitudini e dei vecchi personaggi a inchiodare il Paese al proprio fallimento. L’accurata spartizione per gruppi etnico-religiosi delle cariche pubbliche ha dato stabilità al sistema finché ha conservato la sua carica, per così dire, innovativa. Di certo particolare rispetto a una regione dove i gruppi, invece di cercare il compromesso, erano piuttosto abituati a scannarsi per la supremazia totale. Quando si è sclerotizzato, l’accordo spartitorio è diventato una specie di saccheggio istituzionalizzato. E quando si è allargato alla società (perché, per esempio, l’aeroporto di Beirut deve essere controllato dagli sciiti? Perché il commercio dei farmaci deve essere appannaggio dei cristiani ortodossi?) è diventato fattore di disgregazione.

Servirebbe un cambiamento radicale. Ma chi potrebbe guidarlo? E ancor prima: chi potrebbe avere il coraggio di volerlo? Perché, come si diceva, incastrato tra Israele e la Siria, il Libano è da sempre un ordigno da maneggiare con cura. Adesso è diventato una bomba a tempo.

https://www.terrasanta.net/2021/06/unaltra-bomba-a-orologeria-in-riva-al-mediterraneo/

In Libano, una crisi segue l'altra

Il Libano è sull'orlo della bancarotta nazionale. Il paese sta esaurendo la valuta estera e con essa il carburante, le medicine e l'elettricità. Questo ha avuto un impatto enorme anche sull'istruzione. Molte aule in Libano restano chiuse in questi giorni, e ciò non ha nulla a che fare con il coronavirus. "Sta diventando più difficile per noi insegnanti andare al lavoro a causa della mancanza di benzina".....

 articolo completo qui : https://www.dw.com/en/lebanon-protesters-demand-new-government-to-tackle-crisis/a-53799365


Rimandiamo inoltre al precedente articolo sulla situazione libanese pubblicato su Ora pro Siria: 

 https://oraprosiria.blogspot.com/2021/03/il-libano-sullorlo-dellabisso.html


mercoledì 23 giugno 2021

Nella “Giornata della Pace per l’Oriente”, consacrazione del Medio Oriente alla Sacra Famiglia

In occasione della celebrazione del 130° anniversario della Rerum Novarum, l'enciclica emanata da Papa Leone XIII il 15 maggio 1891 sui “Diritti e doveri del capitale e del lavoro”; il Comitato Episcopale “Giustizia e Pace”, che emana dal Consiglio dei Patriarchi Cattolici del Medio Oriente, ha lanciato l’iniziativa della celebrazione annuale di una S. Messa durante una giornata che si chiamerà “Giornata della Pace per l'Oriente”, e che quest'anno sarà domenica 27 giugno 2021, alle ore 10:00.

Si è deciso di celebrare una S. Messa in ciascuno dei Paesi appartenenti al Consiglio dei Patriarchi Cattolici del Medio Oriente, e pertanto tutti i Patriarchi e i Vescovi sono invitati a partecipare a questa intensa celebrazione, e ad essere insieme, in profonda comunione di preghiera, in questo giorno benedetto.

In occasione dell'Anno di San Giuseppe, si procederà anche alla consacrazione del Medio Oriente alla Sacra Famiglia, e per questo sarà inserito un gesto speciale nella Messa che sarà celebrata nella Basilica dell'Annunciazione a Nazareth domenica 27 giugno 2021, alle ore 10.00, con la partecipazione di tutti gli Ordinari di Terra Santa. Benediremo un'Icona della Sacra Famiglia, appositamente dipinta e intarsiata con le reliquie della stessa Basilica dell'Annunciazione. L'icona rappresenta la Sacra Famiglia di Nazareth, che riposa sopra l'altare della chiesa di San Giuseppe, a Nazareth, dove, secondo la tradizione, si trovava la casa del Falegname.

Una volta benedetta, l'Icona sarà portata in pellegrinaggio, partendo dal Libano, verso i paesi dell'Oriente, fino al suo arrivo a Roma verso la fine dell'anno di San Giuseppe, l'8 dicembre 2021.  Da Roma, l'Icona farà il suo viaggio di ritorno in Terra Santa dove rimarrà. Anche a Roma il Santo Padre Papa Francesco impartirà la sua speciale Benedizione Apostolica per la “Giornata della Pace per l'Oriente”.

Siete tutti invitati così a partecipare con la vostra presenza e, se non è possibile, con la vostra comunione con noi nella preghiera, ciascuno dalla propria Parrocchia o convento, per implorare la Misericordia di Dio e la sua Pace su questo amato Medio Oriente, dove la fede cristiana è nata ed è ancora viva, nonostante le sofferenze."

Vostro in Cristo,

† Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme

Atto di Consacrazione dell'Oriente alla Sacra Famiglia

"Ricorriamo alla tua protezione, o Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, in mezzo alle crisi politiche ed economiche che si sono abbattute su di noi qui in Medio Oriente.

Ricorriamo alla tua protezione, o Santa Famiglia, Gesù, Maria e Giuseppe, in mezzo alle ripercussioni della pandemia di Covid, che ha creato una situazione di instabilità, di paura e di ansia.

Alla tua protezione ricorriamo, o Famiglia di Nazareth, che hai sperimentato ogni difficoltà con fede, speranza e amore, per consacrare a Te tutto il nostro Oriente e i nostri Paesi, e affidarTi le nostre vite e le terre in cui siamo nati, le nostre paure e le nostre speranze, i nostri giovani e le nostre famiglie, perché ogni famiglia diventi chiesa domestica e scuola di santità.

O Santa Famiglia, chiedi a Dio per il Medio Oriente la grazia di uscire da questa situazione difficile e di ottenere il ritorno della pace e della stabilità, affinché i suoi abitanti possano vivere con eguali diritti e doveri, e godere di una vita libera e dignitosa, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa e dalla loro identità nazionale.

O Santa Famiglia, il tuo sguardo tenero sia su di noi, sulle nostre famiglie e sui nostri Paesi, perché possiamo aprirci ai segni della presenza di Dio come Tu Ti sei aperta a Lui con assoluta fedeltà, perché i nostri cuori si schiudano gli uni agli altri e alle dimensioni del mondo intero, così da divenire tutti un'unica famiglia, che vive nella pace, nell’amore e nell’armonia.

Con sant'Efrem, ti preghiamo, o Signore: rendi piena la riconciliazione tra i popoli del nostro tempo, perché siano veramente un solo popolo. Raccogli nel Tuo Seno i tuoi figli, perché rendano grazie per la tua bontà. Se tutti i figli della luce fossero uniti, i loro raggi tutti insieme eliminerebbero le tenebre, con la forza della loro unità.

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, riponiamo con fiducia nelle Tue mani questa nostra preghiera e la consacrazione del nostro Oriente. Siano rese grazie e lode alla Santissima Trinità, ora e sempre. Amen."

https://www.lpj.org/it/posts/nuova-iniziativa-giornata-della-pace-per-l-oriente-con-la-celebrazione-annuale-di-una-s-messa.html?s_cat=1102

sabato 19 giugno 2021

Giornata Mondiale del rifugiato: i dati desolanti del Medio Oriente

 "Cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità." (Papa Francesco) 

L'Osservatore Romano, 18 giugno 2021

 Il Medio Oriente è una regione critica dal punto di vista delle migrazioni e la sua importanza è significativa perché, al tempo stesso, è meta e luogo di origine di un gran numero di migranti e rifugiati. Questi ultimi sono cresciuti enormemente negli ultimi decenni passando dai quasi quattordici milioni del 1990 ai poco più di quarantatré milioni del 2017, il diciassette per cento del totale globale di rifugiati e migranti. 

Le drammatiche vicende che hanno riguardato la Palestina, la guerra civile in Libano, in Iraq, e più di recente il conflitto in Siria hanno costretto milioni di persone a lasciare le proprie case ed a cercare rifugio altrove. Più di sei milioni e mezzo di siriani hanno lasciato il proprio Paese dal 2011 ed altri sei milioni e mezzo hanno dovuto spostarsi in un’altra regione della nazione. La grande maggioranza dei rifugiati, circa cinque milioni e mezzo, ha trovato rifugio nei Paesi vicini tra i quali ci sono Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Il novantadue per cento di costoro vive in ambienti rurali oppure urbani mentre appena il cinque per cento vive nei campi profughi. La povertà, però, li colpisce tutti indistintamente dato che più del settanta per cento dei rifugiati siriani vive in povertà, con un accesso limitato ai servizi di base ed all’educazione. 

I governi della Giordania e del Libano hanno dovuto gestire un massiccio afflusso di rifugiati siriani proprio quando le risorse interne si sono trovate in una fase calante. Gli esecutivi, in assenza di una soluzione regionale per risolvere la crisi e temendo una lunga permanenza dei rifugiati, hanno reagito con il paradigma della non integrazione e tentando di far tornare i rifugiati al Paese di origine anche limitando l’accesso di costoro ai servizi e minandone i diritti. I confini, in precedenza aperti, sono stati posti sotto stretto controllo oppure chiusi. Queste restrizioni, però, si sono rivelate inefficaci ed hanno facilitato il traffico di esseri umani. I rifugiati siriani in Libano sono arrivati a vendere, a causa della disperazione, parti del proprio corpo nell’ambito del traffico di organi per riuscire a sostentare se stessi e le proprie famiglie.

La triste condizione dei siriani non appare troppo dissimile da quella dei rifugiati palestinesi, che hanno perso quello che avevano a causa del conflitto Arabo—Israeliano del 1948. I rifugiati palestinesi vivono perlopiù a Gaza, in Cisgiordania, in Libano ed in Giordania. Quattrocentocinquantamila palestinesi vivono da generazioni nei dodici campi che si trovano in Libano, dove il sovraffollamento e le infrastrutture disastrate hanno creato condizioni di vita poco sicure. 

Negli altri quarantasei campi sparpagliati tra Gaza, Giordania e Cisgiordania vivono invece un milione di palestinesi che, qualora il Paese ospitante si trovi ad affrontare una crisi, vengono deprivati per mesi dei servizi essenziali come l’elettricità. La nazione che ha ricevuto il numero più ampio di rifugiati palestinesi in seguito alla guerra del 1948 è la Giordania. Qui ai rifugiati si sono uniti quei Palestinesi cacciati dalla Cisgiordania dopo il 1967 ed entrambi i gruppi costituiscono il quarantaquattro per cento della popolazione giordana.  In Giordania la maggior parte dei rifugiati palestinesi ha la cittadinanza anche se quei pochi che non la posseggono, provenienti da Gaza o dalla Siria, sono trattati come residenti provvisori e non dispongono della maggior parte dei diritti e dei servizi. In Libano, invece, le condizioni dei rifugiati palestinesi sono estremamente precarie e la legislazione ne vieta l’accesso all’impiego ed ai servizi governativi. 

In Siria i palestinesi venivano trattati come i cittadini siriani ma il conflitto ne ha compromesso la sicurezza e li ha spinti a cercare rifugio nei Paesi vicini e all’estero. In Palestina, infine, i rifugiati devono fare i conti con i limiti alla libertà di movimento e con un’economia derelitta. I Palestinesi in Libano non sono mai stati riconosciuti come meritevoli di pieni diritti dal governo locale anche per il ruolo giocato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nell’ambito della Guerra Civile Libanese. La pandemia, se possibile, ha reso le cose ancora più difficili anche se molte persone, come la maggior parte dei residenti del campo di Burj Barajneh, che si trova a sud di Beirut, deve affrontare problemi esistenziali ben più gravi della possibilità di essere infettati dal coronavirus. Molti fanno affidamento sulle donazioni di cibo da parte delle organizzazioni ed anche il latte è diventato un alimento di lusso e non possono contare sull’economia del Libano, già in crisi e devastata dall’esplosione al porto di Beirut nell’agosto del 2020.

campo profughi palestinese di Burj al-Barajneh

La situazione in Iraq è particolarmente preoccupante e coinvolge più di nove milioni di cittadini che sono diventati migranti interni o rifugiati all’estero. Il dramma è stato provocato dalla guerre e dai problemi economici che, sin dai primi anni Ottanta, coinvolgono la nazione mediorientale.  L’invasione americana del 2003 ed i successivi combattimenti contro lo Stato Islamico sono stati fattori aggravanti e l’impatto sulle comunità locali è stato significativo. Artisti, ingegneri, avvocati e medici sono stati tra i primi a fuggire e questa migrazione ha provocato il collasso delle istituzioni culturali irachene e della classe media. L’Iraq ha visto il più alto numero di rifugiati ed il più alto tasso di persone disperse degli ultimi anni e questo fenomeno non si è ancora interrotto. I rifugiati iracheni sono sull’orlo del collasso nervoso ed attendono che l’incubo che stanno vivendo possa avere fine. Il grosso dei combattimenti è ormai terminato ma le conseguenze degli scontri sono ancora presenti e dovranno essere affrontate in breve tempo se si vorrà porre fine a questa grave emergenza umanitaria. 

In Yemen, dopo sei anni di conflitto catastrofico, milioni di persone non riescono a procurarsi il cibo necessario per sopravvivere ed il Paese è diventato oggetto della più grande crisi umanitaria mondiale. Quattro milioni di persone sono diventate rifugiate, loro malgrado, all’interno della propria nazione ed un milione tra loro vive in campi dove regna la disorganizzazione e dove non vengono soddisfatte nemmeno le necessità di base. Venti milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari, dodici di loro in maniera urgente ed il collasso dell’economia è stato esacerbato dal Covid-19. Otto persone su dieci vivono sotto la soglia di povertà ed un bambino, ogni dieci minuti, muore per una malattia che in altri tempi sarebbe stata curabile.

di Andrea Walton

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-136/medio-oriente-br-tra-guerra-e-poverta.html

martedì 15 giugno 2021

Il Monastero delle Trappiste in Siria, un’oasi dentro il deserto

Presentiamo un bell'aggiornamento della vita delle Sorelle in Siria, tratto da una cronaca inviata alla casa-madre italiana, la Trappa di Valserena.


Nonostante questi tempi difficili per tutti, la vita ad Azer continua, ed è sempre vivace e in crescita l’accoglienza al monastero di persone e gruppi per ritiri e giornate di preghiera. Vengono un po’ da tutta la Siria (compatibilmente con la disponibilità di benzina), in particolare dalla parrocchia latina di Lattakie. Pur essendo a due ore di strada, i Francescani che reggono la parrocchia portano volentieri da noi i loro fedeli, assicurandoci così ogni tanto anche la Messa e le confessioni. Siamo particolarmente grate per aver avuto la presenza di un altro sacerdote francescano, che è invece ad Aleppo, durante il Triduo e la veglia pasquale. Abbiamo ospiti anche da Homs e da Damasco, grazie a Dio Azer si trova un po’ al centro della Siria… 

Sempre numerose sono anche le richieste di partecipare alla nostra preghiera da parte di religiose e religiosi, sacerdoti e consacrati. Il nostro Vescovo, Mons. George Abou Khazen, ci conferma nella bontà di questo sforzo “che offre la possibilità di un’oasi dentro il deserto”, e ci permette di testimoniare la tradizione benedettina dell’accoglienza, che cerchiamo di vivere come meglio possiamo, ( per noi che siamo poche è un lavoro impegnativo, ma che viviamo con gioia e aiutandoci reciprocamente) . 

Forse può stupire che il monastero in questi tempi di Covid non abbia chiuso agli ospiti, ma in generale in Siria non c’è stata una vera chiusura della vita pubblica, e neppure delle chiese, se non per brevi periodi o in modo molto parziale. In Siria il virus ovviamente è arrivato, ed ha fatto molte vittime. Ma dopo un primo periodo di allarme, l’anno passato, la gente si è abituata a convivere anche con questo rischio, che alla fine è uno fra i tanti. Come può un padre di famiglia che guadagna 50000 lire al mese, spenderne 200 al giorno per ogni componente della famiglia, per comprare delle mascherine? Cioè diciamo almeno mille lire se ha tre figli? Come può la gente non lavorare, se già non sa come portare a casa da mangiare? 

Da parte nostra, abbiamo esercitato un po’ di prudenza e per il resto abbiamo avuto dosi industriali di vitamine dai nostri agrumi; Adriana ci affumica di eucaliptus i polmoni; Marita ci distribuisce tisana di rosmarino come antibiotico tutte le mattine… e soprattutto siamo convinte che Maria e san Giuseppe abbiano steso un velo di misericordia sulla nostra comunità. Perchè accogliamo la gente normalmente, da qualunque parte della Siria venga. Non osserviamo particolari distanze, e non utilizziamo la mascherina, anche quando andiamo fuori per delle spese, come del resto la maggior parte dei siriani, almeno nelle campagne. 


La situazione della Siria si è fatta molto grave, quasi più che durante la guerra vera e propria (che tra l’altro non è ancora veramente finita…). L’impoverimento è generale, l’inflazione alle stelle (la lira siriana è scambiata a 3000 rispetto al dollaro, quando durante gli anni più duri si era arrivati al massimo a 600/650). Un litro di olio di semi, si compra a 20000 lire, un chilo di lenticchie a 4000 e uno di farina a 1500! I poveri sono sempre più poveri, ed ora il ceto medio non ce la fa a garantire tutti i pasti… Le mafie imperversano, e guadagnano, ma nel Paese mancano benzina, gas, gasolio, a volte anche farina e quindi pane, medicine, pezzi di ricambio. Manca il potere di acquisto, e quindi non c’è mercato e diminuisce il lavoro… Partono i pochi medici rimasti. Partono i giovani, soprattutto i cristiani. Partono famiglie intere. Un altro esempio: le scuole ora sono chiuse, ma non per il virus, ma perché studenti e insegnanti non trovano benzina per andare a scuola, e non c’è gasolio per dare corrente e luce. 

Purtroppo gli avvenimenti di geopolitica non promettono nulla di buono: prima l’attentato al porto di Beirut, che ha colpito pesantemente tutta l’economia regionale; poi l’inasprimento del confronto con Russia e su altri fronti; la richiesta di nuovi corridoi umanitari in Siria (cioè canali per fare entrare ancora armi...) e così via… E le sanzioni internazionali che soffocano la vita.

Ci sono state le elezioni, che non commentiamo perché troppe parole sono già state spese un po’ inutilmente: la vera aspettativa è “il dopo”, è vedere se e come cambierà qualcosa in questi mesi…. E ciò dipenderà molto, come sempre, da cosa decideranno i paesi “altri” rispetto alla Siria. 

Nel frattempo la speranza è una vera sfida, una virtù da chiedere al Signore, per tutti. 

 Sperare vuol dire anche che… abbiamo piantato molti melograni e mandorli, un modo di poter guadagnare qualcosa dalla terra. E che continuiamo a cercare sbocchi sul mercato, in Europa, per il sapone di Aleppo, che Valserena ci sta aiutando a mettere in regola per le normative commerciali, per guadagnarci da vivere.

Sperare vuol  dire che stiamo imparando a fare l’aceto in casa, che coltiviamo fagioli e legumi in quantità, e facciamo il formaggio da sole… perchè costa tantissimo! e a volte non si trova neppure… stiamo cercando di sfruttare quanto la natura ci dona, per noi e per gli altri. Tanti ormai ci chiedono l’aloe per curarsi, e probabilmente dovremo produrre per noi e per loro la medicina naturale.

Sperare vuol dire… avere il monastero pieno di braccialetti, che qualche donna del villaggio confeziona lavorando a casa, col nostro aiuto, e che speriamo prima o poi di vendere… 

Con gli aiuti che ci vengono dall’Italia e dai benefattori, cerchiamo, come possiamo, di garantire un po’ di lavoro almeno a qualcuno; di aiutare chi è nella necessità per cure mediche, per interventi urgenti che non possono pagare; di aiutare i giovani per pagare i trasporti o le tasse scolastiche, perché non lascino il paese. Le necessità sono sempre tante, ed anche se vorremmo inventarci qualche forma di lavoro per aiutare, la mancanza di mercato blocca un po’ le iniziative. (…)

potete acquistare il sapone di Aleppo delle Trappiste a questo indirizzo: https://www.prodottivalserena.com/prodotto/sapone-di-aleppo/ 

Anche i Padri Francescani di Aleppo, con l’aiuto della bella stagione e delle giornate più lunghe, stanno adottando il monastero, e avremo la gioia di ospitare la loro settimana di ritiro in ottobre, potendo partecipare con loro alle meditazioni che si faranno e celebrando insieme la festa di San Francesco !

Da loro, stiamo per ricevere in dono – con molta gratitudine!- le campane per la chiesa del nostro monastero, che speriamo proprio di poter finalmente costruire.

Affidiamo alla vostra preghiera la costruzione della chiesa, così necessaria per noi e gli ospiti, che la sollecitano giacchè la nostra attuale cappellina è davvero minuscola: segno di speranza per gli uomini ma anche di gloria per Dio, senza il quale non avremmo né respiro, né vita, né esistenza alcuna … 

  Le Sorelle di Azer 


Per donazioni ai progetti delle Monache Trappiste della Siria : https://www.nostrasignoradellapace.it/progetti/siria/


domenica 13 giugno 2021

Lettera di Padre Daniel: il dramma dei cristiani in Medio Oriente

 

Cari amici,

vorrei oggi evidenziare la sistematica scomparsa dei cristiani in Medio Oriente.

Mentre l'Occidente si sta fortemente "islamizzando" e il mondo arabo si sta "re-islamizzando", la sopravvivenza dei cristiani in Medio Oriente è minacciata da decenni. I cristiani lì hanno sempre dato un grande contributo all'unità, alla pace e alla costruzione della società. Il loro contributo è sempre stato molto più grande di quanto la loro percentuale farebbe pensare.
I sionisti vogliono uno stato ebraico puro, che non ha nulla a che fare con l'autentica fede ebraica o con le promesse bibliche al popolo ebraico. Al contrario. Per inciso, molti palestinesi hanno apparentemente più sangue ebreo degli stessi sionisti, quindi i sionisti sono i veri antisemiti. I rabbini di Neturei Karta (nkusa) continuano giustamente a denunciare l'abominio dei sionisti.

Dopo aver fallito nell'introdurre i palestinesi (sunniti) nella regione più fertile della Siria, H. Kissinger ne ha organizzato un trasferimento in Libano. Il Libano cristiano, una volta "la Svizzera del Medio Oriente", è diventato un paese prevalentemente sunnita a causa della guerra del 1975-1990, anche se il suo cuore rimane cristiano. Dopo il recente attacco al porto di Beirut, in cui il quartiere cristiano è stato il più colpito, i sunniti hanno ricevuto aiuti sostanziali mentre la comunità internazionale non vuole dare aiuto ai cristiani.

C'erano 2 milioni di cristiani in Iraq. Colin Powell, all'ONU, ha potuto vendere le sue mostruose bugie sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq a tutti i leader del mondo come giustificazione per la distruzione del paese sotto lo slogan 'per la libertà dell'Iraq'! Nel frattempo, rimangono da 2 a 300.000 cristiani e la Sharia è stata inserita nella costituzione, rendendo i cristiani cittadini di serie B. La recente visita di Papa Francesco in Iraq è stata accolta da tutti ed è stata certamente un incoraggiamento, ma alla fine non ha cambiato la drammatica situazione dei cristiani.


Alla domanda su cosa possiamo fare per i cristiani in Siria, la risposta è: “Pregate per noi!”

Quando sono arrivato in Siria, poco prima della guerra, c'erano anche 2 milioni di Cristiani. Ora ce ne sono appena 1/3, o circa 700.000. L'Occidente non è riuscito a sostituire la società armoniosa in Siria con un regime islamico fanatico che crea il caos desiderato. L'Occidente ha perso la sua guerra militare contro la Siria. Le ultime elezioni presidenziali siriane hanno dimostrato in modo schiacciante che il popolo rimane unito insieme all'esercito, al governo e al presidente, nella lotta contro tutti i tentativi stranieri di distruggere questo stato laico armonioso.

Tuttavia, la guerra economica dell'Occidente contro la Siria sta strangolando la vita. Molti cristiani sono tra i più istruiti, come gli ingegneri e i farmacisti. Quando i loro figli non vedono un futuro, molti si sentono costretti a trasferirsi all'estero, mentre altri vogliono deliberatamente rimanere per aiutare a ricostruire il paese.

I Curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, occupano circa 1/3 del paese ( nel NO) e si spartiscono i pozzi di petrolio più ricchi. Non ci sarà mai un Kurdistan indipendente perché la Turchia lo impedirà con ogni mezzo, a causa della possibile ripercussione sui curdi turchi. In questa regione, dove una volta il cristianesimo era così fortemente presente con l' aramaico, la lingua di Gesù, i cristiani sono stati cacciati, assassinati o sono scomparsi. Nel frattempo c'è una rinascita di tutti i tipi di gruppi islamici e fanatici. Il taglio del raccolto e il furto del grano da parte degli Stati Uniti e della Turchia continuano senza sosta, ad opera di terroristi specializzati. A quale movimento appartengano fa poca differenza: se sono sostenuti dalla Turchia o dagli Stati Uniti e se sono Al-Qaeda o ISIS non fa differenza. Hanno tutti gli stessi metodi raccapriccianti e gli stessi obiettivi. E i cristiani saranno sempre tra i gruppi di popolazione più in pericolo.

Il lato positivo è che i cristiani sono davvero accettati e apprezzati dallo stesso popolo siriano. Puoi anche vedere come nelle principali feste cristiane i canali nazionali trasmettono le bellissime funzioni con apprezzamento e come i cristiani vivono la loro fede con orgoglio e libertà. Il piccolo gruppo di cristiani ortodossi che quest'anno ha celebrato il Venerdì Santo nelle strade di Aleppo e Damasco ha dato l'impressione che fosse una celebrazione popolare di tutta la Siria! La fede e la religione nello stato laico (musulmano) siriano è circa l'opposto dell'incolore 'fede e religione' in certe chiese europee.



La Siria è la culla della civiltà umana e la culla delle grandi religioni, soprattutto del cristianesimo. Forse la più grande tragedia è l'indifferenza dell'Occidente e della cristianità occidentale di fronte alla graduale scomparsa o allo sterminio dei cristiani. Gli appelli dei patriarchi o delle comunità religiose orientali alla gerarchia o alle comunità religiose occidentali semplicemente non vengono ascoltati e non ricevono risposta. L'Occidente non sembra interessato a vedere tagliare le radici dell'albero in modo che alla fine tutto l'albero appassisca.

  Padre Daniel , Qara, 11 giugno 2021

lunedì 7 giugno 2021

In Memoria di un servo fedele e giusto, mons Jacob Behnan Hindo, vescovo emerito di Hassake


Con affetto e gratitudine OraProSiria accompagna nella preghiera l'ultimo viaggio del Vescovo della Chiesa siro-cattolica Mons. Behnan Hindo, chiedendo alla Sua anima buona e fedele di intercedere per ottenere all'amata Siria il miracolo della tanto agognata pace. 

Sono numerose le sue coraggiose testimonianze circa la situazione dei Cristiani nella Regione del Jazira ora occupata dalle forze Curde. Ne potete trovare alcune raccolte qui  sul nostro sito.

Riportiamo a sintesi la frase che mons Hindo pronunciò in uno degli ultimi incontri pubblici in Italia:

"Il nostro futuro? Proprio come il nostro passato: un cammino verso il martirio. È stato così per quattordici secoli, sarà così anche il prossimo. Non c'è niente di nuovo per noi. Noi lo sappiamo. Noi portiamo la croce. Con questa Croce, vinceremo". 

Ci è caro ricordare le ultime parole che gli scrisse uno dei suoi figli spirituali, Padre François di Gesù Bambino Murad , di cui ricorderemo il martirio, avvenuto per mano dei cosiddetti 'ribelli liberi' il giorno 23 giugno 2013 a Ghassanie:

«Monsignore," Barekh Mor " (espressione siriaca in uso che significa" Benedici, o Signore "). Gli avvenimenti precipitano e penso che siamo entrati in una fase decisiva della nostra lotta. Dopo aver bruciato la chiesa greca (bizantina) e distrutto il santuario mariano dei Latini, hanno saccheggiato tutto e distrutto il mio convento e quello dei protestanti. Hanno fracassato e bruciato tutti i simboli religiosi del villaggio e imbrattato con bestemmie contro la nostra religione. Cercano di sopprimerci, ma qualsiasi cosa facciano, non potranno nulla contro la nostra fede fondata sulla Roccia di Cristo . Voglia Dio che Egli ci conceda la grazia di provare l'autenticità del nostro amore per Lui e per gli altri. Siate certi che io offro la mia vita con tutto il cuore per il bene della Chiesa e la pace nel mondo e soprattutto nella nostra amata Siria. Preghi per me. ".

venerdì 4 giugno 2021

Attese e domande intorno all’incontro con i Capi delle Chiese del Libano convocato dal Papa


 In Libano stanno suscitando sorpresa, speranze, attese e anche domande, le brevi parole con cui domenica 30 maggio, dopo la preghiera dell’Angelus, Papa Francesco ha annunciato dalla finestra del Palazzo apostolico affacciata su Piazza San Pietro, che il prossimo 1° luglio si incontrerà in Vaticano “con i principali Responsabili delle comunità cristiane presenti in Libano, per una giornata di riflessione sulla preoccupante situazione del Paese e per pregare insieme per il dono della pace e della stabilità”. Il Papa ha affidato l’intenzione che ispira la convocazione di tale incontro “all’intercessione della Madre Dio, tanto venerata al Santuario di Harissa”, chiedendo a tutti di accompagnare la preparazione di questo evento con la preghiera solidale, invocando per quell’amato Paese un futuro più sereno”.

L’iniziativa del Papa prende forma mentre il Libano appare ormai da tempo risucchiato da una crisi sistemica che sembra mettere in crisi la stessa sussistenza della compagine nazionale libanese. Secondo fonti locali contattate dall’Agenzia Fides, l’annuncio del Papa sta suscitando nelle diverse compagini ecclesiali anche domande e riflessioni volte a chiarire meglio la portata e i criteri ispiratori del prossimo summit convocato dal Papa. 

In primis, in Libano ci si chiede quali e quanti saranno i "principali Responsabili delle comunità cristiane presenti in Libano” attesi dal Papa in Vaticano il prossimo 1° luglio. I media libanesi danno per scontata la presenza all’incontro del Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, del Patriarca siro cattolico Ignace Youssif III Younan, del Patriarca siro ortodosso Mor Ignatius Aphrem II e del Patriarca il Catholicos di Cilicia degli armeni apostolici Aram I e del Patriarca greco cattolico melchita Youssef Absi. Anche il Patriarca di Antiochia dei greco-ortodossi Yohanna X Yazigi, o un suo rappresentante, potrebbe partecipare all’incontro, insieme al reverendo Joseph Kassab, Presidente del Consiglio supremo delle Comunità evangeliche in Libano e Siria. 

Appare esclusa la possibilità di vedere invitati al summit leader politici cristiani, sparpagliati in partiti schierati su fronti contrapposti. Inoltre rimane ancora da capire se l’incontro fornirà l’occasione per condividere considerazioni generali sull’attuale condizione del Paese e delle comunità cristiane libanesi, o se l’attenzione del summit si concentrerà su punti specifici.
Ripercussioni indirette sui contenuti dell’incontro convocato in Vaticano potrebbero arrivare anche da eventuali sviluppi del quadro politico nel Paese dei Cedri, dove potrebbe sbloccarsi la paralisi che ormai dallo scorso ottobre impedisce al Premier incaricato, il sunnita Saad Hariri, di formare un nuovo governo. 

Infine l’incontro potrebbe fornire l’occasione per delineare in maniera più precisa l’auspicio già espresso da Papa Francesco di compiere una visita apostolica in Libano. 

http://www.fides.org/it/news/70226-ASIA_LIBANO_Attese_e_domande_intorno_all_incontro_con_i_Capi_delle_Chiese_convocato_dal_Papa

mercoledì 2 giugno 2021

Il nuovo calvario della Siria si chiama "sanzioni"

in fila al forno del pane 
 

Nonostante gli accorati appelli dei Vescovi e religiosi siriani , e delle Associazioni Caritative che operano in soccorso della popolazione stremata da 10 anni di guerra, l'Unione Europea ha rinnovato ed esteso fino al 1 giugno 2022 le sanzioni 'contro il regime' di Damasco . Il Comunicato UE afferma che sono esclusi 'cibo, medicinali, attrezzature mediche': ma, come spiega l'appello di Aiuto alla Chiesa che Soffre che riportiamo in calce, continuare a colpire le transazioni bancarie blocca di fatto ogni operazione di soccorso umanitario.

Inutilmente i Prelati mostrano che ad essere colpita da queste misure è la popolazione, e non il regime: l'UE ribadisce che lo scopo è giungere a “una soluzione politica duratura e credibile” (…. ossia in altri termini a un 'regime change' …)

Ora pro Siria  


da 'Aiuto alla Chiesa che soffre'

Secondo mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco, la crisi economica siriana ha condotto al caos totale. «Giorno e notte le famiglie devono mettersi in coda in una serie di file interminabili» per procurarsi il cibo. «Questa scena caotica è diventata la norma», racconta il prelato alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS). Per mons. Nassar le sanzioni internazionali sono uno dei principali fattori che hanno determinato l'attuale crisi. «Le leggi estere che penalizzano gli Stati e le persone che osano inviare aiuti in Siria si aggiungono alle ingiuste sanzioni e moltiplicano la carenza di beni». 

Una combinazione di fattori, tra cui sanzioni internazionali e il crollo finanziario del Libano, principale partner commerciale, ha portato a un'impennata dei prezzi alimentari. Prima dell'inizio del conflitto nel 2011, una pagnotta da 2 kg costava circa 15 lire siriane; oggi una pagnotta da 1 kg costa tra le 100 e le 500 lire siriane. Nel febbraio 2020 il governo siriano ha introdotto le "smart card" che consentono alle famiglie l'accesso, a prezzi agevolati, a quantità razionate di beni di prima necessità, tra i quali pane, riso e tè. Per ottenere questi beni devono tuttavia aspettare in lunghe file, spesso per diverse ore.

Per tutti questi motivi, prosegue il prelato, la comunità internazionale deve assumersi la sua parte di responsabilità per la situazione attuale. Mons. Samir ha spiegato anche che l'attuale situazione non consente ai siriani di iniziare a superare la guerra civile, conflitto che l'Inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba ha stimato abbia ucciso 400.000 persone.

I commenti dell'arcivescovo maronita fanno eco a quelli condivisi recentemente con ACS dall'arcivescovo cattolico greco-melchita di Aleppo mons. Jean-Clément Jeanbart: «Le sanzioni non hanno altro risultato che far soffrire le persone e renderle povere e miserabili. Non avranno alcun effetto sul governo e sulle sue politiche, perché il governo è lontano dagli effetti delle sanzioni». 

Dall'inizio del conflitto in Siria ACS ha assicurato aiuti di emergenza offrendo pacchi viveri, latte e medicine, e ha sostenuto costi di prima necessità, inclusi riscaldamento e illuminazione, dando la priorità ai più poveri, ai malati e agli anziani.

https://acs-italia.org/acs-notizie-dal-mondo/acs-il-nuovo-calvario-della-siria-si-chiama-sanzioni

ACS FA APPELLO A USA E UE AFFINCHÉ SIANO AGEVOLATI GLI AIUTI UMANITARI

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) fa appello agli Stati Uniti e all’Unione Europea affinché siano agevolati gli aiuti umanitari a favore della nazione oggetto di sanzioni. «É nostro dovere fornire aiuto alla popolazione civile sofferente della Siria, e soprattutto alla minoranza cristiana in rapida diminuzione», dichiara Thomas Heine-Geldern, presidente esecutivo di ACS Internazionale.

Per questo la Fondazione chiede di «applicare il quadro normativo internazionale esistente, il quale consente deroghe all’embargo per ragioni umanitarie».

Gli ostacoli al trasferimento di denaro e all’importazione di beni rende impossibile qualsivoglia forma di assistenza. «Nonostante le sanzioni prevedano delle eccezioni per l’invio di fondi per aiuti umanitari, queste ultime non funzionano». Heine-Geldern spiega che il codice bancario europeo IBAN e l’americano SWIFT bloccano i trasferimenti contenenti riferimenti alla Siria e a qualsivoglia città della nazione, per cui «per le organizzazioni caritative diventa quasi impossibile trasferire fondi con finalità umanitarie».

L’invio di denaro è di importanza vitale perché le istituzioni ecclesiastiche e le ONG non sono in grado di consegnare i beni necessari per la sopravvivenza degli sfollati interni e degli altri milioni di siriani presenti nel Paese. «Per questo ordinariamente inviamo denaro affinché i nostri referenti possano acquistare sul posto cibo, cure mediche e abbigliamento», prosegue Heine-Geldern. Per tali motivi la comunità internazionale deve dare disposizioni al sistema bancario affinché sia autorizzato il trasferimento di denaro per scopi umanitari come già previsto dalle eccezioni alle sanzioni. 

Quanto alle difficoltà di importare beni in Siria, Heine-Geldern sottolinea che «per richiedere le autorizzazioni i nostri partners devono spesso superare insormontabili procedure  multilingue adottate dalle autorità sanzionatorie». Le autorizzazioni sono necessarie anche per piccole quantità di beni e implicano elevate commissioni.

É particolarmente difficile importare beni suscettibili di impieghi diversi da quelli umanitari, i cosiddetti prodotti a duplice uso. Poiché l’interpretazione di queste disposizioni è molto ampia, prosegue il presidente di ACS Internazionale, anche il latte in polvere per neonati e bambini denutriti viene ricompreso in questa categoria. Heine-Geldern chiede che siano presto adottate procedure che definiscano chiaramente ciò che è permesso e ciò che è vietato, rendendo così possibile l’attuazione di tutte le misure consentite. «Una soluzione provvisoria potrebbe fornire una licenza generale alle ONG designate». 

«A fine settembre 2019 una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre insieme all’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, si è recata in Siria per incontrare le comunità cristiane sofferenti», ricorda Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia. «Durante il viaggio ci siamo recati ad Aleppo dove abbiamo incontrato i vescovi dei nove riti cristiani, i quali ci hanno rivolto un accorato appello affinché anche ACS si battesse per la cancellazione delle sanzioni. Oggi, in occasione del decennale dell’inizio della crisi siriana, è doveroso rilanciare con determinazione quell’appello, anche perché la situazione si è progressivamente deteriorata ed è sempre più difficile per le organizzazioni caritative far giungere gli aiuti umanitari», prosegue Monteduro. 

«Grazie alla generosità dei benefattori, i quali hanno donato complessivamente oltre 40 milioni di euro, ACS ha fornito sostegno alla popolazione civile della Siria, in particolare alla minoranza cristiana, che dall’inizio del conflitto è vissuta in condizioni catastrofiche e in molti casi è stata costretta a migrare, tanto da correre il rischio di una totale estinzione», conclude Monteduro.

https://acs-italia.org/acs-notizie-dal-mondo/dieci-anni-di-conflitto-in-siria-acs-fa-appello-a-usa-e-ue-affinche-siano-agevolati-gli-aiuti-umanitari

venerdì 28 maggio 2021

Le elezioni presidenziali e le priorità del popolo siriano

Leggiamo sui social e sui media a larga diffusione che le odierne elezioni siriane "sono state una farsa orchestrata da Assad per consolidare il proprio potere".
E' certamente vero che Bashar Al-Assad desiderasse una conferma del proprio comando e che i suoi oppositori non avevano alcuna possibilità di insidiarlo.
Tuttavia, sia l'altissima affluenza alle urne che la vittoria plebiscitaria di Assad contrastano nettamente con questo giudizi. 
Quello che ci pare più nettamente evidente è il messaggio che rimbalza agli USA, alla UE e agli altri 'sanzionatori' internazionali: se le sanzioni che di fatto affamano e mietono vittime tra la popolazione civile avrebbero dovuto far insorgere la gente contro il Presidente , o per lo meno invertire il consenso popolare, questo non è accaduto.
La gente della Siria vuole stabilità e non il caos, e chiede al proprio governo di lavorare per questo, e ricostruire rapidamente! USA, UE e associati se ne facciano una ragione ed incomincino a operare in termini collaborativi con la Repubblica Araba Siriana e con il popolo di cui si dicono tanto strenuamente difensori. 
Ora pro Siria  

Leader e media occidentali bollano come “farsa” il trionfo di Assad alle Presidenziali. L'Arcivescovo Tobji: le sanzioni producono fame, non democrazia


Agenzia Fides , 28 maggio 2021

Mentre l’Unione Europea prolunga di un anno le sanzioni economiche contro la Repubblica araba di Siria, leader politici e media occidentali bollano come “farsa” il trionfo scontato di Bashar al Assad alle elezioni presidenziali siriane, svoltesi mercoledì 26 maggio. Mentre per Joseph Tobji, Arcivescovo maronita di Aleppo, “il popolo siriano adesso ha come primo problema quello di sopravvivere alla fame, causata anche dalle sanzioni”, e appare del tutto sconsiderata la strategia internazionale che impone sanzioni economiche per indebolire il potere siriano. “Chi impone le sanzioni” rimarca l’Arcivescovo maronita in una conversazione con l’Agenzia Fides “sta fuori dalla Siria. E la logica delle sanzioni è quella di affamare il popolo pensando di far diminuire il consenso politico alle autorità e far cadere il governo. Io, come Pastore, vedo che il popolo soffre per la povertà, e non mi sembra che abbia come priorità quella dei discorsi sulla democrazia”.
Come previsto, alle elezioni di mercoledì 26, Bashar al Assad ha visto confermato in maniera plebiscitaria il prolungamento del suo mandato presidenziale, raccogliendo il 95,1% dei voti espressi. I due sfidanti hanno ottenuto 1,5% e 3,3%. Secondo il comunicato ufficiale della presidenza del Parlamento, hanno partecipato al voto oltre 14 milioni di elettori su 18 milioni di cittadini siriani segnati nelle liste elettorali. Cifre che nessun organo indipendente ha potuto verificare. Nelle precedenti elezioni del 2014, avvenute nel pieno del conflitto che lacera la Siria da 10 anni, Assad aveva ottenuto l'88% dei voti.
La risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU prevedeva, già nel 2015, che le successive elezioni siriane si sarebbero dovute svolgere sotto il controllo della comunità internazionale, dopo un negoziato tra il governo e i gruppi d’opposizione, per garantire la partecipazione al voto anche dei milioni di siriani espatriati durante il conflitto. Il governo guidato da Assad ha scelto la strada di convocare ugualmente le elezioni, sostenendo che i negoziati coi gruppi d’opposizione voluti dagli organismi internazionali sono in stallo, e non si poteva attendere la loro conclusione per fissare l’appuntamento elettorale. Adesso il risultato elettorale viene presentato dagli organi ufficiali del governo di Damasco come una ennesima legittimazione popolare di Assad nel suo ruolo di unico attore politico in grado di gestire la ricostruzione del Paese devastato dalla guerra, mentre leader politici e istituzioni dei Paesi occidentali continuano a bollare come non credibile e illegittima la tornata elettorale.
Joseph Tobji, da Aleppo, riferisce di non aver avuto l’impressione di un astensionismo generalizzato da parte della popolazione siriana: “Si vedeva tanta gente davanti ai seggi, con momenti di aggregazione e di festa nelle strade e nelle piazze, a cui non partecipavano solo i militanti vicini al governo. Sicuramente una parte dei potenziali elettori non è andata a votare, ma la crescita dell’astensionismo alle elezioni mi sembra un fenomeno globale, che sta crescendo in tanti Paesi con modelli politici diversi”.
Nella conversazione con Fides, l’Arcivescovo maronita propone altre considerazioni non scontate sul momento vissuto dalla popolazione siriana. Tra le altre cose, riconosce che non tutti i siriani soffrono allo stesso modo, e che la devastante crisi economica è accompagnata da un impressionante aumento dei livelli di corruzione, che sottrae risorse preziose alla comunità: “E un problema radicato nella nostra storia - ammette Tobji – ed è aumentato a causa della guerra. Anche le sanzioni contribuiscono a modo loro a questo fenomeno. Chi ha soldi e posizioni influenti se ne approfitta. E’ come un circolo vizioso: la corruzione alimenta la povertà, e la povertà alimenta la corruzione, che sottrae le poche risorse che rimangono. Si stanno facendo leggi per arginare la corruzione, ma non è un problema che si risolve in poco tempo”.
L’Arcivescovo maronita spera che comunque, dopo le avvenute elezioni, si apra una stagione utile per affrontare le emergenze nazionali, confidando di ritenere “miracolosa” la scarsa diffusione dei contagi da Covid-19 tra la popolazione siriana, vista anche la ridotta diffusione di presidi medici elementari, a cominciare dalle mascherine. Nell’ultimo anno e mezzo, la chiusura delle frontiere dovuta alla pandemia ha bloccato anche l’esodo dei cristiani siriani verso altri Paesi. Un fenomeno – riferisce con tono dolente l'Arcivescovo Tobji – che negli anni segnati dalle fasi più virulente del conflitto ha avuto un impatto pesante su alcune comunità cristiane autoctone, riducendone addirittura di due terzi la consistenza numerica. 

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