Traduci

Visualizzazione post con etichetta Radio Vaticana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Radio Vaticana. Mostra tutti i post

mercoledì 22 marzo 2023

Siria, un mese dopo il sisma non arrivano gli aiuti: "Situazione drammatica"


 Nelle prime ore del 22 marzo, l'aviazione israeliana ha lanciato un nuovo attacco missilistico nelle vicinanze dell'aeroporto internazionale di Aleppo, principale punto di arrivo dei soccorsi ai terremotati

Vatican News intervista Andrea Avveduto, dell'Associazione Pro Terra Sancta, : "Mancano le medicine e c'è il rischio di epidemie sanitarie". 

L'Unione Europea ospita oggi una conferenza a Bruxelles con l'obiettivo di raccogliere fondi internazionali per aiutare le vittime del devastante terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria.
Il terremoto di magnitudo 7,8 del mese scorso ha raso al suolo intere città, uccidendo più di 50 mila persone nel sud-est della Turchia e in regioni della Siria dilaniata dalla guerra. "Ad Aleppo, la situazione è immutata. Non ci sono mezzi per togliere le macerie.  E sotto le macerie ci sono ancora vittime intrappolate. Si scava ancora a mani nude", afferma a Radio Vaticana - Vatican News, Andrea Avveduto, portavoce dell'Associazione Pro Terra Sancta.

Sono ancora  tantissime le persone intrappolate sotto le case crollate. "A questo si aggiunge il fatto - prosegue Avveduto - che abbiamo visto i topi che cominciano ad andare dentro le macerie per mangiare i cadaveri. La settimana scorsa ho accompagnato una piccola squadra di specialisti provenienti dall'Italia per fare una prima ricognizione delle case e almeno il 30% dei palazzi di Aleppo deve essere demolito completamente. Altre case sono inagibili e possono crollare da un momento all'altro anche perchè sono state costruite male negli anni. È una situazione che si trascina da più di un mese. Non ci sono, purtroppo, gli aiuti internazionali e tutto ciò crea anche il rischio di epidemie, dovute, soprattutto ai topi. Abbiamo infatti incontrato tante persone che hanno perso i loro familiari che sono ancora sotto le macerie". 

Gli aiuti internazionali

Gli aiuti non stanno arrivando e quei pochi che arrivano sono insufficienti, riferisce ancora il portavoce di Pro Terra Sancta. "Le persone si sentono abbandonate da alcuni Paesi che fingono di aiutare ma utilizzano e strumentalizzano la vicenda del terremoto per pura propaganda. Le sanzioni che sembravano essere state allentate in realtà restano tutte. D'altronde, sapevamo che l'annuncio dell'allentamento delle sanzioni rappresentava un atteggiamento poco chiaro perchè le sanzioni alla Siria già permettevano, in caso di necessità, l'invio di aiuti umanitari. Di fatto non sono arrivati strumenti per scavare le  macerie. C'è poi un problema evidente dovuto all'incuria nell'edilizia per il modo in cui sono state costruite le case che rendono vulnerabili interi paesi e città".

Il sostegno dei Francescani

I frati di Aleppo, intanto, continuano con le attività di accoglienza delle persone. Alcune famiglie sono ritornate a loro rischio nelle case e non abbiamo più le migliaia di sfollati nei centri di  accoglienza. Prosegue pure l'attività della mensa e della distribuzione dei pasti caldi. "Anche perché - spiega ancora Andrea Avveduto - il terremoto in Siria arriva dopo dodici anni di guerra civile e dopo una crisi economica che sta raggiungendo livelli davvero preoccupanti per il Paese. Continua poi la distribuzione di beni di prima necessità, ma non si trovano più le medicine e questo è un altro problema che stiamo affrontando. Il punto è che non c'è oggi un'alternativa per cui si vive in questa condizione di pericolo continuo".

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2023-03/terremoto.html

venerdì 3 marzo 2023

Il Congresso Usa vota per ripristinare tutte le sanzioni alla Siria

 
foto di Elia Kajmini

Piccole Note, 3 marzo 2023

“La Camera degli Stati Uniti questa settimana ha votato in modo schiacciante a favore di una mozione per mantenere le sanzioni contro la Siria, nonostante il devastante terremoto che ha ucciso almeno 5.900 persone”. Così The Cradle.

Maggioranza “bulgara”

La risoluzione, presentata dal deputato repubblicano Joe Wilson e sottoscritta da altri 51 deputati, è stata approvata con un voto di 414 a 2. Contrari solo Thomas Massie e Marjorie Taylor Greene.

La risoluzione chiede all’amministrazione Biden di continuare ad rimanere fedeli al Caesar Syria Civilian Protection Act del 2019, “che ha imposto sanzioni paralizzanti alla Siria progettate per impedire al Paese di ricostruirsi dopo anni di guerra”, come scrive Dave DeCamp su Antiwar.

“La mozione – continua DeCamp – dichiarava che il governo del presidente siriano Bashar al-Assad ‘affermava in maniera menzognera’ che le sanzioni statunitensi impedivano di dare una risposta alle devastazioni del terremoto”.

E ancora, “la mozione della Camera affermava di ‘piangere’ le vittime del terremoto e descriveva l’applicazione del Caesar Act come un modo per ‘proteggere’ il popolo siriano”.

Approvando tale mozione, la Camera chiede la revoca del gesto conciliante dell’amministrazione Biden che, dopo il sisma, ha sospeso parte delle sanzioni comminate a Damasco. Detto questo, anche la sospensione attuale, anche se non sarà revocata, non ha un grande impatto sugli aiuti.

Così su Msnbc news: “La scorsa settimana, il governo degli Stati Uniti ha annunciato una moratoria di 180 giorni sulle sanzioni per favorire i soccorsi ma, anche se le sanzioni prevedevano precedenti esenzioni per l’assistenza umanitaria, molti analisti temono che la revoca di queste sanzioni non cambierà molto”.

L’inefficace sospensione, parziale e temporanea

“[…] Ad esempio, le banche e le istituzioni finanziarie private non sono disposte a inviare denaro in Siria sotto forma di rimesse, tanto necessarie, e altri aiuti finanziari per paura di ritorsioni. Poi c’è il fatto che la stragrande maggioranza del petrolio del paese è controllata dagli Stati Uniti”.

Peraltro, si può immaginare quanto sia incisiva una sospensione di alcune sanzioni per soli 180 giorni, solo se si pensa alle conseguenze dei terremoti che hanno afflitto l’Italia, dove ancora l’Aquila e Amatrice, solo per fare due esempi, sono alle prese con la ricostruzione (e il nostro Paese è più sviluppato e non ha subito una devastante guerra decennale). Tant’è.

Poco da aggiungere. Questa la politica sanguinaria ormai è diventata approccio ordinario dell’Impero verso il povero Paese mediorientale. La colpa di Assad è quella di aver resistito al tentativo di regime-change, anche se un terzo del Paese, nel quale si trovano i giacimenti di petrolio, resta occupato dagli Stati Uniti, i quali usano allo scopo i curdi siriani, a loro volta succubi e vittime dei loro disegni (tanto è vero che, quando Erdogan li ha attaccati, hanno chiesto aiuto ad Assad, segno che l’America li aveva scaricati).

Tale l’ipocrisia di un Impero che vuole apparire come difensore della libertà e della democrazia e, per inciso, accusa i russi di attentare all’integrità territoriale dell’Ucraina….



Padre Lufti: "C'è bisogno di solidarietà. Il sisma rischia di cancellare ogni speranza"

È passato quasi un mese dal terribile sisma che ha colpito, esattamente la notte del 6 febbraio scorso, la regione tra la Turchia e la Siria, e sui media non si parla più, se non raramente, di questa tragedia che ha provocato ad oggi in totale nei due Paesi 53.565 vittime e innumerevoli feriti. Ma, dopo i primi momenti, terminate le ricerche di eventuali superstiti, restano il dolore e le sofferenze quotidiane di migliaia di persone e famiglie senza casa e senza lavoro e restano la paura di nuove scosse di assestamento e i timori nei riguardi del futuro. 

In Siria, in particolare, tra la gente si vive un clima generale di sfiducia. Per esprimere solidarietà alla popolazione oggi sono giunti ad Aleppo monsignor Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana, con il cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria. Ad accompagnarli nella visita il padre francescano Firas Lutfi, ministro per la regione francescana di Siria, Libano, Giordania che vive nella città siriana. Infatti, se una certa solidarietà c'è stata all'inizio da parte della comunità internazionale verso i siriani vittime del sisma, c'è bisogno che gli aiuti proseguano per dare la possibilità alle popolazioni di non abbandonare la loro terra e di immaginare per loro un avvenire migliore.  A Vatican News padre Firas Lutfi spiega l'importanza della visita in corso e descrive come si vive oggi sui luoghi del terremoto.


Padre Firas, ci dice qualcosa della visita in corso?

Siamo qui a visitare un po' le zone colpite dal terremoto, stiamo percorrendo appunto tutta quella zona che è stata veramente danneggiata. Ma visitiamo anche le famiglie, le persone povere che hanno sofferto sia il trauma del sisma sia la preoccupazione per il presente e per il futuro. È una visita di solidarietà, una visita di supporto. Il cardinale Zenari ha più volte visitato la Siria, è invece la prima visita della Conferenza episcopale italiana nella persona di monsignor Baturi. Era programmata prima del terremoto, ma dopo questo evento c'erano ragioni in più per venire, per esprimere la solidarietà anche di Papa Francesco e di tutti i pastori della Chiesa italiana. Quindi è una visita molto apprezzata, molto di rinforzo e di incoraggiamento alla popolazione che sta in ginocchio.

Ecco, qual è la situazione oggi nelle località terremotate. Ci sono ancora scosse? C'è paura? Dove hanno trovato rifugio le persone che hanno perso le proprie case?

Sì, ci sono tante persone che hanno perso la loro casa e che hanno trovato riparo nelle chiese e nelle moschee e nei centri creati per l'accoglienza, ma la situazione qui è drammatica perchè centinaia di famiglie sono costrette a stare tutte insieme in una condizione di grande disagio, priva di privacy, e in una grande confusione. Sono piccoli e grandi, adulti, bambini ragazzi e ragazze che vivono così, in grandi aule semplicemente.

Ma si sta pensando a qualche sistemazione un po' meno provvisoria per loro?

Sì, sì certo, adesso grazie anche a questa collaborazione che la comunità internazionale in qualche modo ha voluto offrire, c'è un progetto per la costruzione di case prefabbricate, perchè ora ci sono molte famiglie sotto le tende.

Farà certamente anche molto freddo in questo periodo, ma come viene distribuito il cibo, il vestiario, le cose più necessarie?

Gli aiuti vengono distribuiti secondo le necessità e il numero delle persone che sono nei centri di emergenza che sono stati creati, noi francescani abbiamo parecchi centri qui ad Aleppo, almeno tre, e anche l'episcopato latino sta ospitando centinaia di persone. Insomma si cerca, entro i limiti del possibile, di aiutarli a stare bene. Ma soprattutto la gente ha paura, tanti non hanno problemi con la casa ma la paura della prima scossa ha fatto veramente sentire molta molta preoccupazione. È per questo che tanti bambini non vogliono più ritornare a casa, perché la casa invece di farli stare tranquilli e sicuri, adesso per loro rappresenta una minaccia, un rischio.

Sono presenti ancora organizzazioni e volontari per sostenere le persone in difficoltà?

Fortunatamente il terremoto ha richiamato molti giovani che lavorano qui con le organizzazione locali.

Dall'estero invece non c'è più nessuno?

Qualcuno c'è forse in Turchia, in Siria meno, solo alcuni Paesi arabi hanno mandato aiuti.

Qual è il sentimento più diffuso tra la gente: disperazione, fiducia, speranza, paura?

La paura è prevalente e poi sfiducia e disperazione, purtroppo, un senso di smarrimento e di abbandono. Le persone non hanno più fiducia nemmeno di ritornare nelle loro case. Adesso sono nel convento dei francescani, dove si trovano 3000 persone e nessuno di loro vuole andare a casa perché la casa è vista come un pericolo.

E voi come piccola Chiesa locale come fate ad aiutare tanta gente? Che cosa chiedete alla comunità internazionale?

Chiediamo appunto alla comunità internazionale più attenzione, chiediamo di superare le divisioni, le visioni miopi, chiediamo di levare in modo definitivo quelle sanzioni che pesano soprattutto sui civili e sulle persone innocenti. Abbiamo bisogno di una pace permanente, che metta fine al male che per dodici anni i siriani hanno subito prima con la guerra ora anche con il terremoto, una tragedia dentro la tragedia. Quindi è necessario un impegno veramente di tutti, soprattutto della comunità internazionale.

Localmente in questo momento c'è collaborazione tra cristiani e musulmani nelle zone colpite dal sisma?

Certamente c'è collaborazione tra tutti i siriani, musulmani e cristiani. Nel nostro monastero adesso vedo con i miei occhi moltissime famiglie musulmane che abbiamo accolto perché davanti a tragedie del genere non si fa mai distinzione tra una religione e l'altra, tra una confessione e l'altra. Sono tutti figli di Dio, sono persone ferite, come quella che il buon samaritano ha cercato di curare e di soccorrere, lungo le strade dell'umanità.

Che cosa ha in cuore, padre Firas, che cosa vorrebbe ancora dirci?

Voglio dire che ringrazio sempre la Radio del Papa per l'attenzione e per la possibilità di ascoltare la voce di questi poveri che gridano, che vivono nell'abbandono, nello smarrimento. Noi cerchiamo questa solidarietà internazionale iniziata quasi un mese fa, perché possa davvero dare più speranza e più coraggio alle persone di restare nelle loro terre. Perché dopo questi eventi tragici di solito le persone tendono ad abbandonare il loro Paese, la loro terra, non avendo più nulla su cui appoggiarsi.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2023-03/terremoto-sisma-siria-chiesa-solidarieta-padre-lutfi-visita-cei.html

sabato 24 dicembre 2022

Dalla Siria la testimonianza del Natale più vero

Il francescano padre Hanna Jallouf è nel Paese mediorientale dall’inizio del conflitto, sempre al servizio dei poveri e dei vulnerabili. Sequestrato dai miliziani nel 2014, è rimasto da solo, insieme a un confratello, ad assistere spiritualmente e materialmente i cristiani nel Governatorato di Idlib. Nei giorni scorsi è stato premiato da Papa Francesco: “Il riconoscimento uno spiraglio di speranza per la mia gente”


In Siria la testimonianza di padre Jallouf: "Guerra e sofferenze, ma Dio non ci ha mai tradito"

Paolo Ondarza – Città del Vaticano

È una testimonianza del Vangelo silenziosa quella dei cristiani dei tre villaggi di Knaye, Yocoubieh e Gidaideh, nella Valle di Oronte, a 43 chilometri da Antiochia, nel Governatorato di Idlib, in mano ai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Dodici anni fa erano in 10 mila, oggi sono appena 600, poco più di 200 famiglie. Qui padre Hanna Jallouf è rimasto l’unico religioso, insieme ad un confratello, a portare conforto spirituale, materiale e sanitario. “Sono tutti scappati via”, racconta ai microfoni di Vatican News – Radio Vaticana di cui è ospite. “Ormai siamo sotto la guerra da dodici anni, sotto la dominazione dei jihadisti, lontani dal governo non abbiamo risorse economiche o forze per proteggerci”.

Il rapimento nel 2014

Gli occhi di padre Jallouf rivelano la sofferenza del popolo siriano, tradiscono i timori per un destino oscuro, ma irradiano anche la luce di una speranza certa, fondata su Cristo. “Il Signore è sempre stato con noi, non ci ha mai tradito. Neanche quando sono stato rapito”, dice, ricordando il sequestro dei miliziani nel 2014. “Volevano costringermi alla conversione, ma il Signore mi ha dato la forza e il coraggio di testimoniare la fede cristiana”.

Vivere la fede con le restrizioni 

Senza soldi, senza difesa i cristiani di queste terre vivono una quotidianità fortemente condizionata. “La nostra testimonianza è la vita, la gente con cui viviamo sa bene che siamo reali, siamo sinceri e di buona condotta. Noi mandiamo avanti la baracca, ma ci sono tante difficoltà”. Ad esempio, spiega il frate, “siamo costretti a vivere e testimoniare la nostra fede solo dentro le chiese. All’esterno è stato cancellato ogni nostro simbolo religioso, non possiamo suonare le campane, non possiamo vestire il saio francescano, le donne devono coprirsi. Il contesto è molto difficile”.

Ma nonostante queste restrizioni”, prosegue Jallouf con un sorriso, “la nostra fede cresce. Più stringono, più ci allarghiamo. Anche a Natale potremo svolgere le nostre celebrazioni eucaristiche, le novene o allestire il presepe dentro la chiesa, ma fuori o dentro le case è vietato persino fare l’albero di Natale”.

Natale 

La speranza del francescano è che arrivi presto un giorno di pace in cui vivere in pienezza il Natale. A rafforzarlo in questo sentimento è arrivato come un dono inatteso l’incontro nei giorni scorsi con Papa Francesco in occasione della consegna del riconoscimento “Fiore della Gratitudine” promosso dal Dicastero per il Servizio della Carità, simbolo dell’amore che tiene in piedi il mondo e omaggio a Madre Teresa di Calcutta.  “Questo riconoscimento è una gioia dopo tante sofferenze per il mio popolo e la mia gente. Ricevere il fiore ha rappresentato per me e per il nostro popolo uno spiraglio di speranza e gioia. Quando mi ha chiamato il cardinale Mario Zenari, il nostro nunzio, mi ha detto: ‘Il Santo Padre vuole premiarti’. Ho risposto: ‘Non sono degno’. ‘Vieni e vedi’, mi ha detto lui. E allora ho pensato: facciamo come San Paolo quando è entrato a Damasco e gli hanno detto ‘Entra e lì saprai cosa devi fare’. Sono serviti tre giorni e tre notti solo per arrivare ad Aleppo”.

L'incoraggiamento del Papa

Il francescano ha avuto modo anche di parlare personalmente con il Papa: “Ha espresso la sua vicinanza alla nostra gente insieme all’augurio che possa finire questa guerra e presto si conseguano la pace, vera e sicura, la giustizia e il sollievo per il nostro popolo”.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-12/padre-jallouf-siria-guerra-testimonianza-vangelo-premio-papa.html



RIVOLGIAMO AI NOSTRI LETTORI L'AUGURIO DI POTER VIVERE I SANTI GIORNI NATALIZI, PUR SEGNATI DA INQUIETUDINI E DA PREOCCUPAZIONI, CON LE STESSE PAROLE RIVOLTE DA PAPA FRANCESCO A PADRE JALLOUF: 
“Ha espresso la sua vicinanza alla nostra gente insieme all’augurio che possa finire questa guerra e presto si conseguano la pace, vera e sicura, la giustizia e il sollievo per il nostro popolo”.

BUON NATALE E BUON 2023!

giovedì 4 agosto 2022

La sofferenza del Libano e le mani tese della Chiesa, 2 anni dopo la devastazione di Beirut


 Antonella Palermo - Vatican News

Il 4 agosto 2020, la devastante esplosione del porto della capitale libanese: più di 250 le persone che persero la vita, oltre 6mila sono rimaste ferite, 330 mila hanno dovuto abbandonare le proprie case. Un episodio che ha affossato l'economia del Paese dei cedri, in cui la verità fa fatica ad emergere e per il quale ieri all'udienza generale in Vaticano il Papa ha lanciato un appello. A Vatican News, la testimonianza di monsignor Cesar Essayanvicario apostolico di Beirut della Chiesa cattolica latina in Libano.

Eccellenza, come vivono oggi i libanesi, le ferite sociali di quel rogo sono state sanate?

Il bilancio non è tanto positivo. Siamo tanti a cercare di sanare. Diversi feriti nel frattempo sono morti. Molte case sono state ricostruite ma il lavoro resta da fare negli anni. Diverse persone sono ancora in attesa di subire interventi di chirurgia plastica al viso per le ferite riportate. Il dramma più grande comunque riguarda il fatto della verità su quanto accaduto, si allontana sempre più. Il giudice dapprima era stato bloccato. Che abbia fatto un buon lavoro oppure no, non spetta a me dirlo. In ogni caso, questo fatto ha portato pian piano le parti politiche in gioco a dividere i genitori delle vittime in due: chi a favore del giudice e chi contro. Ciò ha ulteriormente offuscato la questione, rinviato la possibilità di capire veramente cosa sia successo. Quindi oggi arriviamo con questa profonda divisione che va purtroppo a coincidere con una divisione tra chi è cristiano e chi è musulmano. 

A un altro livello, poi, ci rendiamo conto che le conseguenze dell’esplosione vanno a incidere sulla crisi economica: il poco lavoro, gente che va via per cui rimane chi sta male. C’è un’altra divisione nella popolazione: tra chi guadagna in dollari e chi in lire libanesi. Chi lavora nella funzione pubblica guadagna in lire e a malapena riescono ad arrivare a fine mese, se non vengono aiutati da parenti all’estero. Altri guadagnano con i dollari, i ristoratori. C’è poca gente che riesce a ribellarsi, perché non ha più le forze. Senza contare il rincaro dei prezzi a causa della guerra in Ucraina. E poi, ancora, non bisogna dimenticare la presenza dei siriani. Questa purtroppo sta creando tensioni con i libanesi. C’è da dire che viene diffusa una informazione sbagliata ai libanesi: molti libanesi dicono che i siriani ricevono aiuti in dollari e si arrabbiano. Ma non è vero. Di fatto, quando vai al panificio ci sono due file, i siriani da una parte e dall’altra i libanesi. Per i siriani viene tutta la famiglia, se sono in cinque, per esempio, prendono cinque porzioni. Di solito per i libanesi accade che vi si reca solo il papà o la mamma che prende una porzione sola. Sono situazioni che alimentano rancori e divisione. Niente è facile. Non si tratta solo dell’esplosione al porto di Beirut.

Ha parlato di questa crisi economica, tra le peggiori della storia libanese. A questo proposito, ci sono stati anche diversi interventi da parte di ulema della Lega Araba. Ma quanto spazio ha la comunità internazionale per sostenere il Paese e quali i bisogni prioritari della popolazione in questa fase?

Sono i bisogni di sempre, in realtà. In ogni caso, qui oggi si tratta di aiutare di aiutare la gente nei beni alimentari primari. Noi stiamo dando alle famiglie qualche cibo caldo. Poi ci sono le medicine, gli ospedali. Vediamo una tragedia enorme. Pochi riescono ad andarci, se hanno necessità, perché le spese mediche sono aumentate tantissimo, come se fossimo sull’orlo di una guerra. Poi c’è l’ambito dell’educazione. Oggi c’è bisogno di sopravvivere. L’80 percento della popolazione ormai vive al di sotto della soglia di povertà. Ed è gente che ormai è stanca. Eppure resiste. Ci sono problemi insorti come conseguenza della faccenda del porto. Noi abbiamo aperto un centro comunitario a Beirut dove abbiamo un assistente sociale, psicologhe (per adulti e bambini). Il numero di chi arriva là aumenta continuamente. Prima davamo una settantina di pasti caldi, ora ne stiamo dando trecento. Questo dico per dare un’idea. Chi viene per ricevere dei farmaci aumenta di mese in mese: 25-27-29 percento. La luce non arriva quasi mai, tutto dipende dal funzionamento dei generatori. Lo Stato lascia fare, pensa che possiamo arrangiarci da soli. La popolazione non compatisce lo Stato, vediamo insomma una oppressione mai conosciuta prima.

Ricordiamo tutti la mobilitazione per l'emergenza all’indomani dell’accaduto nel porto di Beirut, poi il silenzio è calato sui media. La Chiesa come ha proceduto? In questi due anni come ha accompagnato il popolo?

Bisogna intanto dire che la Chiesa universale non ha mai smesso di dare una mano alla Chiesa locale. Con la crisi ucraina, gli aiuti possono aver subìto una leggera inflessione, ma le agenzie che dipendono dalla Chiesa cattolica sono sempre presenti sul territorio libanese e si stanno dando da fare in un modo molto molto bello. Bisogna ringraziare sia il Santo Padre, sia la Segreteria di Stato, sia la Congregazione per le Chiese Orientali che stanno spingendo tutti per monitorare la situazione. C’è sempre chi aiuta, anche con denaro contante per sostenere gli istituti educativi, per esempio. L’Oeuvre d’Orient in Francia, Aiuto alla Chiesa che Soffre, l’Ungheria come Paese stanno aiutando molto per ciò che riguarda, per esempio, l’approvvigionamento dell’energia attraverso le tecnologie solari. Ciò è di aiuto per le scuole, gli ospedali. Personalmente posso dire che, sebbene il Vicariato apostolico dei Latini non sia ricco, anzi è povero, dagli aiuti che continuiamo a ricevere riusciamo ad aiutare a nostra volta tante tante persone. Oltre mille pacchi alimentari al mese, 300 kit igienici, 300 pasti alla settimana a Beirut. Siamo riusciti ad ottenere una clinica mobile che va al nord e al sud, tra i campi dei profughi siriani, per visitare soprattutto i bambini. C’è insomma un piccolo miracolo che si chiama la Chiesa. Io dico a tutti che sono molto pessimista ma c’è un piccolo miracolo che si attua con le mani tese della Chiesa in questo terribile momento. È molto bello. Ci dice: io non vi lascio soli. Il Signore non ci lascia mai soli, ci precede, ovunque. Devo anche aggiungere che Papa Francesco, il grande profeta dei nostri tempi, con la chiamata a questo cammino sinodale ci aperto delle strade che hanno permesso una condivisione che prima non vivevamo. Ci ha fatto scoprire che, anche se a vari livelli abbiamo perso dei valori, stanno affiorando con chi stiamo vicino, adesso. Sono i valori che ci fanno crescere: il libanese, prima di entrare a casa propria, apre il pacco viveri davanti alla casa del vicino, condivide con lui perché è nel bisogno come lui. Sono cose splendide. Forse i nostri ‘grandi’ hanno perso la bussola, ma i più poveri mai. È una grande lezione di oggi.  

Qualche giorno fa un rogo ha rischiato di far scomparire i silos distrutti che erano al porto e i cui resti sono diventati un po’ il simbolo di quanto accaduto due anni fa: il rischio è che si voglia cancellare ogni traccia e dimenticare il Paese e la grave situazione che c'è?

Può darsi, perché il grande problema del Libano è che non si riesce a fare verità, ad assumersi le proprie responsabilità, a dire: va bene, abbiamo sbagliato e chiediamo perdono. Non possiamo sempre dire: facciamo come se non fosse successo niente, amnistia per tutti, i corrotti rimangano al potere. No. I parlamentari indipendenti, quelli nuovi, diciamo, hanno voluto che i silos siano salvaguardati come simbolo non solo dell’esplosione, ma di tutta la violenza nel mondo. Il grano è il cibo fondamentale per ognuno. Ma c’è gente che non capisce niente e vuole distruggere tutto. Forse accadrà pure, ma un giorno la verità ci raggiungerà tutti.

martedì 6 ottobre 2020

Dal monastero trappista "Nostra Signora Fonte della Pace” ad Azeir, in Siria.


Vatican News, 6 ottobre 2020

Un piccolo gruppo di suore dedite alla vita monastica e alla preghiera in un Paese sconvolto dalla guerra. Una presenza che è segno di una Chiesa "in uscita", testimonianza della presenza di Dio anche tra le macerie siriane. E’ la storia delle monache trappiste di “Nostra Signora Fonte della Pace” di Azeir, tra le città di Tartum e Homs, vicino al confine con il Libano. 

Ad accendere in loro il desiderio di andare, nel 2005, il tragico martirio dei monaci di Tibhirine, rapiti e uccisi nel 1996. Una morte violenta che bisognava sanare con la preghiera, raccogliendo l’eredità di “una vita in Cristo” in un Paese abitato da fratelli di diverse fedi. Quindi prima l’arrivo ad Aleppo e poi il trasferimento sulle colline siriane ad Azeir.

Sei suore che, in un nuovo contesto, riscoprono “la consacrazione e l'esperienza monastica viva, non solo come antica tradizione dei Padri, ma come qualcosa che oggi può dare senso, gusto, vita e bellezza a un'esistenza”. Così racconta suor Marta Fagnani, originaria di Como, monaca di clausura, che si fa portavoce del dolore siriano. “Il popolo il naturalmente soffre per le conseguenze di questa durissima guerra, andiamo verso il decimo anno di un conflitto molto duro che ha avuto fasi diverse – spiega la religiosa - direi che in questo momento pesa quasi di più la conseguenza di questa realtà precaria che si è creata per la distruzione delle strutture, la mancanza di lavoro, l'esodo di tanti siriani”. Suor Marta parla della “mancanza di medicine, di materie prime”, di tante zone in cui si “fa la fame”.

Ascolta l'intervista a suor Marta Fagnani

https://media.vaticannews.va/media/audio/s1/2020/10/02/11/135736789_F135736789.mp3


La resilienza

“Siamo stupite – racconta - della resilienza e della capacità di sopportazione” dei siriani ma anche della loro reazione e “della forza di vita” vista in questi anni. “Non so fino a quando questo durerà – spiega suor Marta – perché questo momento è quasi più duro rispetto agli anni del conflitto vero e proprio”. Allora c'era la speranza che un giorno la guerra sarebbe finita, “ma la situazione di questi ultimi due anni è segnata proprio dalla mancanza di speranza”. “E’ sempre più difficile per i nostri giovani sperare, in alcune zone ancora non si vede una possibilità reale di lavoro, di vita sicura e anche degna per la gente”. 



Il meraviglioso e salutare 'sapone di Aleppo' prodotto dalle Trappiste di Azeir si vende in Italia tramite il sito dei Prodotti di Valserena 
https://www.prodottivalserena.com/prodotto/sapone-delle-monache-di-azer/



Suor Marta racconta della loro presenza, della vicinanza alla gente che si traduce non solo in preghiera ma anche nell’aiutare i ragazzi nello studio, nel pagare i mezzi per andare in università, le medicine dei malati. “Abbiamo aiutato le persone – aggiunge - a comprare il gasolio, a sistemare le case danneggiate dalla guerra”, a sostenere alcuni operai che nel lavoro ritrovano la dignità. 


Infine il pensiero di suor Marta va alla fraternità che si vive tra cristiani e musulmani, “un qualcosa di quotidiano e naturale”. “La Siria non è un Paese di grandi dibattiti teologici. Viviamo insieme in un rispetto che nasce soprattutto da un fatto: che tutti noi, cristiani, musulmani e altri, viviamo la vita davanti a Dio, sentiamo Dio presente nella vita. E questo ci permette di stare insieme, di vivere insieme, un vero atteggiamento di vita che riceviamo da Dio e a Dio torna”.

lunedì 20 luglio 2020

Riapre la cattedrale maronita S.Elia di Aleppo

Vatican News 20 luglio
"Un segno di speranza e di rinascita non solo materiale ma dell'intera comunità, nonostante i numeri dei cristiani qui vadano ancora riducendosi, a causa dell'estrema povertà, legata alle sanzioni che gravano sulla popolazione inerme". La testimonianza che si trasforma in un appello alla preghiera e alla vicinanza, arriva dall’arcivescovo maronita di Aleppo, monsignor Joseph Tobij. Ai nostri microfoni presenta, dopo lunghi lavori di restauro, la riapertura e riconsacrazione oggi 20 luglio, della cattedrale maronita di Sant’Elia di Aleppo, gravemente danneggiata durante la guerra ancora in corso in Siria. Al restauro ha contribuito tra gli altri, Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) che è stata uno dei maggiori finanziatori del progetto, con una donazione di 400mila euro.

La storia di un luogo sacro e caro al Paese

Costruita nel 1873 nel quartiere Al Jdeydeh, l’edificio aveva subito gravi danni nel 2013 per mano di un gruppo di jihadisti il cui scopo era distruggere ogni segno della cristianità nel Paese.

“La principale difficoltà della riedificazione è stata il reperimento dei fondi, che è stato agevolato e sostenuto da Aiuto alla Chiesa che Soffre. La ricostruzione del tetto di legno, esattamente come quello originale, è stata un’altra sfida. Mancavamo di competenze locali in questo settore, per cui abbiamo chiesto ad architetti italiani di disegnare il progetto del tetto di legno”, spiega monsignor Tobij che ringrazia Acs e tutti donatori che hanno permesso la realizzazione del progetto: “Senza l’aiuto di Acs e la generosità dei benefattori non saremmo stati in grado di pregare ancora e diffondere speranza nei cuori dei fedeli attraverso la ricostruzione della cattedrale”. Secondo fonti della fondazione pontificia, infatti, i cristiani della capitale siriana sono oggi appena 30mila, contro i 180mila prima della guerra scoppiata nel 2011.

R. - Si tratta della nostra cattedrale maronita, qui abbiamo smesso di celebrare da otto anni, quindi per noi è un momento cruciale per tutta la diocesi e la sua riapertura vuole dire che riprendiamo la vita; è dunque un segno di speranza, un messaggio di ricostruzione, non solo ricostruzione di pietre ma di comunità. E poi è un modo per dire alla gente ad Aleppo, in Siria e nel mondo, che noi ancora ci siamo, ancora esistiamo, nonostante il calo tanto grande del numero dei nostri cristiani. Noi esistiamo.

D: La Cattedrale ha subito la violenza, come tutto il territorio e tutta la popolazione. Però ora grazie alla beneficenza, grazie alla collaborazione e alla solidarietà è rinata: una vicenda emblematica della storia della Siria degli ultimi anni?

R. -Infatti, è stata una partecipazione di "comunità", partecipazione del "corpo di Cristo sparso nel mondo" e questo per noi è già un segno di comunione tanto grande.

D: Questa inaugurazione cade in un momento particolare per la Siria: sono 20 anni al potere di Bashar al-Assad, un lungo periodo segnato spesso dalla guerra e poi siete anche ad una svolta con il rinnovo del Parlamento. Come vive oggi la popolazione e come guarda al futuro?

R. - Dal punto di vista della sicurezza, eccetto certe zone della Siria nord- nord ovest, la situazione è migliorata. Invece c'è una guerra peggiore delle bombe. C'è la guerra delle sanzioni economiche appesantite ultimamente e la conseguenza diretta di questo è la povertà che è aumentata in modo eccessivo. Per darvi un esempio, un impiegato statale guadagna circa 20 euro al mese, quindi potete immaginare quanta sofferenza, anche senza bombe: mancanza di medicine, mancanza di macchinari di tutti i generi, e tutto per causa delle sanzioni e dell'embargo, con la ruota dell'economia ancora ferma. E questo dà alla gente un senso di tristezza e di buio per il futuro, non sappiamo cosa ne sarà del nostro futuro. E così tanti ancora mirano al sogno occidentale e a scappare da qua e dalla fame.

D: A questo proposito, c'è un messaggio che si sente di lanciare in occasione di questo evento così importante per voi?

R. - Il mio messaggio è che, dato che la Chiesa rappresenta la comunità, una volta ricostruita la nostra cattedrale abbiamo tanta speranza di ricostruire anche la comunità, la diocesi intorno ad essa, e le stesse anime dei nostri fedeli, che spero traggano gioia da questo momento.
Posso lanciare un appello ai nostri fratelli nel mondo, di pregare per noi, perché la preghiera fa molto: è un fatto reale che va oltre l'umano. Lì è il Signore che agisce.

domenica 5 gennaio 2020

La pace del mondo in bilico dopo l'uccisione di Soleimani


Il nunzio apostolico in Iran, arcivescovo Leo Boccardi, dopo l’uccisione del generale Soleimani ha dichiarato in un’intervista a «VaticanNews» :
Tutto questo crea preoccupazione e ci dimostra quanto è difficile costruire e credere nella pace. La buona politica è al servizio della pace, tutta la comunità internazionale deve mettersi al servizio della pace, non soltanto nella regione ma nel mondo intero. Certamente, in queste ore, si respira una forte tensione in Iran. Ci sono state manifestazioni dove, dopo l’incredulità, si sono registrati violenza, dolore e protesta.
L’appello è quello di abbassare la tensione, chiamare tutti al negoziato e credere al dialogo sapendo, come la storia ci ha sempre insegnato, che la guerra e le armi non sono le soluzioni ai problemi che affliggono il mondo di oggi. Bisogna credere nel negoziato. Si deve credere nel dialogo. Bisogna rinunciare al conflitto e si deve “armarsi” con le altre armi che sono quelle della giustizia e della buona volontà.
Occorre continuare a prodigarsi e a portare all’attenzione della comunità internazionale la situazione del Medio Oriente. Una situazione che deve essere risolta e si devono chiamare tutti alla responsabilità diretta che abbiamo. Pacta sunt servanda, dice una regola importante della diplomazia. E le regole del diritto devono essere rispettate da tutti.”
L'immagine può contenere: strisce

America contro tutti con l’uccisione del generale Soleimani

  di Gianandrea Gaiani

L’uccisione a Baghdad del comandante della divisione al-Quds dei pasdaran iraniani, il generale Qassem Soleimani, non costituisce solo l’ennesima esecuzione mirata effettuata dagli Stati Uniti ormai in ogni angolo del mondo, ma rappresenta un vero e proprio spartiacque tra Washington e il resto del mondo, alleati inclusi.
Poco importa se, sul piano tecnico-militare i due veicoli Suv polverizzati all’aeroporto di Baghdad siano stati colpiti dai missili Hellfire lanciati da un elicottero AH-64E o da un velivolo teleguidato MQ-9 Reaper.
Quel che conta in termini politico-strategici è che gli Stati Uniti hanno ucciso Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis (vice comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare, le milizie scite irachene filo-iraniane protagoniste della campagna vittoriosa contro lo Stato Islamico) come se si trattasse di capi talebani o di leader di milizie e gruppi terroristici qaedisti o dell’Isis.

Soleimani era un generale comandante di una forza governativa, cioè un’alta personalità dello Stato iraniano mentre al-Muhandis era un alto ufficiale di una milizia integrata nell’apparato militare dello Stato iracheno, lo stesso Stato che ha un accordo con Washington per ospitare forze statunitensi che certo non prevede vengano impiegate per colpire figure istituzionali oppure ospiti e amici dell’Iraq.
Non si tratta solo di ingerenza arbitraria ma di un raid effettuato dagli USA con velivoli decollati probabilmente dall’Iraq che hanno colpito a Baghdad personalità dello Stato iracheno e iraniano ritenute ostili da Washington che, come fa Ankara con i curdi, definisce “terroristi” tutti i suoi avversari inclusi gli iraniani.
Definizione improbabile tenuto conto del ruolo fondamentale ricoperto da pasdaran e milizie scite nello sconfiggere lo Stato Islamico in Iraq e Siria.

L’enormità di quanto è accaduto a Baghdad non può essere sottovalutata anche in termini di rispetto della sovranità di uno Stato amico degli stati Uniti. Come reagiremmo se aerei statunitensi decollati da Aviano o Sigonella colpissero alti ufficiali italiani e di un paese amico di Roma bombardando i loro veicoli all’aeroporto di Fiumicino? Come definiremmo il raid di un drone iraniano che uccidesse con un missile a Baghdad un generale dei marines o delle special forces statunitensi? Senza dubbio lo definiremmo un atto di terrorismo.
E’ vero che gli iraniani erano presenti alla violenta manifestazione tenutasi davanti all’ambasciata americana a Baghdad ma quell’evento è stata una risposta non molto pacifica a un atto di guerra quale i raid aerei statunitensi su una base delle milizie scite irachene.

Certo, le tensioni tra statunitensi e milizie filo-iraniane in Iraq avevano messo da tempo a dura prova i rapporti tra Baghdad e Washington ma le pesanti ripercussioni dell’uccisione di Soleimani non sfuggono neppure ai vertici dell’Amministrazione Trump.
Il Pentagono ha subito tenuto a precisare che “per ordine del Presidente le forze armate hanno adottato misure difensive decisive per proteggere il personale americano all’estero uccidendo Qassem Soleimani”. Una dichiarazione che cerca di giustificare l’omicidio come un’azione difensiva attribuendo al tempo stesso la responsabilità a Trump.

Il segretario di Stato, Mike Pompeo, si è impegnato a spiegare ad amici e alleati le ragioni degli USA ma ha incassato un plauso solo da Gerusalemme (peraltro scontato) mentre ovunque dilagano scetticismo, sconcerto e condanne più o meno manifeste. Intanto i presidenti russo e francese discutono ormai sempre più apertamente su come contrastare la politica muscolare degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Di fronte agli scarsi risultati ottenuti dalla sua campagna in cerca di consenso e comprensione, Pompeo, ha pensato bene di bacchettare gli alleati europei (ancora !!) che, a suo giudizio, non sono stati “così disponibili” nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani. “Ho parlato con i nostri partner nella regione del Medio Oriente per spiegare loro cosa stessimo facendo, perchè lo stessimo facendo, e per chiedere loro assistenza. Tutti sono stati fantastici. Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive. Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che hanno fatto gli americani, hanno salvato vite umane anche in Europa”.
Valutazione che ben spiega quale sia il concetto di alleanza con l’Europa della leadership statunitense, già peraltro ben evidenziato in passato.

Di fatto Washington (fin da prima dell’attuale amministrazione) ci dice da anni che dobbiamo accettare che i russi siano di nuovo “cattivi”, che dobbiamo spendere di più per la Difesa (ma comprando prodotti “made in USA”), che l’accordo sul nucleare con l’Iran andava abrogato (cin sanzioni economiche annesse) pur in assenza di violazioni da parte di Teheran e ora pretende di convincerci che se gli americani ammazzano chiunque desiderino e bombardano ovunque ritengano necessario in barba a ogni norma del diritto, lo fanno per il nostro bene.
Meglio metterlo in conto: con visioni così semplicistiche e supponenti i rapporti con gli USA saranno per tutti sempre più ardui e complicati mentre la pretesa di averci come vassalli plaudenti rende agli europei sempre più difficile essere amici e alleati degli Stati Uniti.

Difficile scongiurare l’escalation che l’uccisione di Soleimani con ogni probabilità finirà per generare, soprattutto in un Iraq già da tempo in preda a una profonda crisi interna che mina la residua credibilità delle istituzioni in mano agli sciti e rilancia, per l’ennesima volta dalla rimozione del regime di Saddam Hussein, il confronto tra sciti e sunniti.
L’Iran potrebbe rispondere presto all’uccisione di Soleimani in termini militari mentre Baghdad sarà con ogni probabilità costretta da pressioni da parte di molti partiti sciti e di Teheran a chiedere agli Stati Uniti di ritirare i circa 5mila militari presenti nel paese nell’ambito della Coalizione anti-Isis di cui fanno parte anche i contingenti alleati inclusi 900 militari italiani.
Soldati barricati nelle basi nel timore di trovarsi coinvolti in qualche rappresaglia, scambiati per americani, dopo il raid all’aeroporto di Baghdad circa il quale gli USA non avevano neppure informato gli alleati della coalizione.

L’aperta ostilità con l’Iran e il mondo scita, ufficializzata platealmente con l’uccisione di Soleimani, preoccupa Roma (che schiera soldati a Baghdad e Irbil ma anche in mezzo agli Hezbollah nel libano del Sud) ma anche le stesse monarchie del Golfo che vedono oggi ancor più concreto il rischio di una guerra con Teheran ma soprattutto devono oggi guardare con crescente diffidenza le forze militari statunitensi presenti sul loro territorio.
Forze che evidentemente Washington considera di poter impiegare senza limitazioni nonostante gli accordi sottoscritti. Un aspetto su cui necessariamente rifletteranno da oggi in tanti, in Medio Oriente come in Europa.
E’ ancora tollerabile per Baghdad e il mondo arabo che in queste ore i caccia statunitensi basati in Giordania, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti sorvolino liberamente l’Iraq per proteggere le proprie basi e, qualora lo ritenessero necessario, bombardino installazioni e milizie in territorio iracheno?
Queste forze statunitensi costituiscono ancora un elemento di stabilizzazione regionale o non sono al contrario strumenti per accentuarne una destabilizzazione? Una destabilizzazione che colpirebbe anche in termini petroliferi i paesi produttori e i principali consumatori, eccetto quelli già autosufficienti come gli Stati Uniti.
L'immagine può contenere: spazio all'aperto e acqua
Milioni di iraniani si uniscono per  la cerimonia di addio per il generale Soleimani e i suoi compagni

Secondo alcuni analisti l’uccisione così plateale di Soleimani ha l’obiettivo di ripristinare la deterrenza statunitense nel Golfo, per ammonire Teheran che gli USA sono sempre pronti a mordere le forze iraniane e dei suoi alleati quali Hezbollah o le milizie scite in Iraq. L’impressione è invece che l’attacco contro il leader dei pasdaran punti a far saltare i precari equilibri che tengono malamente insieme l’Iraq facendolo sprofondare nella guerra civile. Soleimani era un “obiettivo pagante” ma la sua eliminazione non costituisce nessun vantaggio: al suo posto è già stato nominato il suo vice, il generale Esmael Ghaani (nella foto sotto), che continuerà a guidare i pasdaran per garantire gli interessi dell’Iran oltre i confini nazionali.
Anzi, in un Iran diviso al suo interno dalla crescente insofferenza nei confronti del regime, la morte di un eroe nazionale così popolare come Suleimani aiuterà a cementare il patriottismo intorno al governo.

Ancora Mike Pompeo, subito dopo il raid ha annunciato su Twitter che si vedono iracheni in festa per strada dopo l’annuncio della morte del generale iraniano. “Gli iracheni danzano nelle strade per la libertà, grati che il generale Soleimani non c’è più”.
A esprimere tanta gioia erano però gli abitanti dei quartieri sunniti di Baghdad e del resto Soleimani ha guidato gran parte delle operazioni contro l’insorgenza sunnita accentrata intorno al Califfato: dalla difesa di Baghdad nell’estate del 2014 (gestita dai pasdaran) fino alla riconquista di tutto il nord e l’ovest dell’Iraq nonché di parte dell’Est siriano.
Difficile immaginare che il tweet di Pompeo fosse inconsapevole, tenuto conto che l’attuale segretario di Stato è stato al vertice della CIA, ma se dopo aver istituito la Coalizione anti Isis ora Washington punta ad alimentare il revanchismo sunnita (specie ora che l’Isis sta rialzando la testa) è evidente che l’obiettivo ultimo è la definitiva destabilizzazione dell’Iraq.
Un obiettivo funzionale, nella visione strategica degli USA, a interrompere la continuità geografica e strategica della “Mezzaluna scita” che si estende dall’Iran bagnato dall’Oceano Indiano e dalle acque del Golfo Persico fino alle coste del Libano meridionale sulle rive del Mediterraneo attraverso Iraq e Siria.
Un obiettivo certo non nuovo per gli USA che fino a ieri lo hanno perseguito cercando di interrompere questa continuità geografica con il controllo dei territori orientali siriani (in mano ai curdi sostenuti da militari statunitensi, francesi e britannici) ad altri ribelli appoggiati dalle forze USA in Giordania, nel settore di al-Tanf.

Nell’ottobre scorso l’intervento turco nel nord della Siria e il successivo accordo tra Ankara e Mosca hanno cambiato tutto mettendo fuori gioco gli statunitensi e permettendo a Damasco di riprendere il controllo dell’est del paese.
L’anello debole della “mezzaluna scita” su cui oggi Washington potrebbe far leva è quindi l’Iraq, sostenendo e alimentando l’insofferenza dei sunniti nei confronti del governo scita di Baghdad sostenuto dall’Iran e afflitto da sempre dai mali del settarismo e della corruzione.

mercoledì 18 dicembre 2019

Continuare a testimoniare l’amore pietoso di Cristo alla Siria: Frati francescani che rimangono nella guerra


Padre Firas Lutfi è siriano, francescano di Terra Santa, ministro della Regione San Paolo che comprende oltre la Siria, il Libano e la Giordania. Nonostante la guerra, è rimasto in Siria, con la sua gente. A Vatican News, racconta nove anni di violenze, di distruzione e di morte. E come oggi aiuta i bambini a ritrovare il sorriso
di Silvonei Protz
   A guardare le televisioni, ascoltare la radio o leggere i giornali, sembra che la guerra sia finita in Siria. I media non ne parlano più, o quasi. Questo rimpiange padre Firas Lutfi, francescano di Terra Santa, ma soprattutto siriano in Siria. Ci tiene molto, perché nel suo paese è rimasto per tutti gli anni della guerra. “E’ vero che in alcune zone sono cessati i combattimenti - dice - però dobbiamo tenere conto di una realtà: la guerra è durata nove anni. C’è stata una massiccia distruzione, case demolite, quartieri interamente in rovina, chiese che necessitano di un intervento per la ricostruzione... Metà della popolazione, parliamo di 23 milioni prima della guerra, non c’è più, tra morti, profughi e sfollati”.
Così padre Firas descrive l’attuale situazione del suo paese, dove la vita è molto difficile. Demografia e economia in ginocchio. I giovani sono andati via. Bambini e donne, che siano quelli rimasti o quelli che oggi vivono nei campi profughi, soffrono di profondi traumi psicologici. Le sanzioni economiche, l’embargo “che l’Occidente purtroppo continua a rinnovare contro la Siria, pensando di colpire i responsabili della guerra” colpiscono in realtà la gente normale, gli innocenti, i bambini e i più poveri. Quindi attualmente è una lotta per la sopravvivenza, contro la povertà. Padre Firas vede intorno a sé una grande desolazione anche se gran parte del territorio è stato liberato dai jihadisti “venuti da tutte le parti del mondo, da più di 60 nazioni”. Gli ultimi fondamentalisti si sono raggruppati nella zona di idlib, l’ultima roccaforte. “Sono stranieri indesiderati nei loro Paesi di origine che non vogliono più farli rientrare”. L’analisi del francescano gela: “La guerra in Siria purtroppo è diventata oggetto di troppi interessi internazionali. Non è più una lotta contro un regime, non è più una lotta per una democrazia, per la libertà di parola, di coscienza, ma è una guerra internazionale che vede coinvolti i russi, gli americani, gli europei e anche l’Iran, la Turchia e i Paesi del Golfo, ciascuno con i suoi alleati”. Questa guerra, padre Firas, la chiama anche “tsunami”, perché ha spazzolato tutto. “La Siria continua ancora a sanguinare”, dichiara con gli occhi lucidi. Aspetta la salvezza, ovvero, l’intervento di persone sagge che si mettono a programmare la pace. Recentemente, un giovane gli diceva di non più avere la forza per combattere, per lottare. Che non viveva, ma sopravviveva senza nemmeno osare alzare lo sguardo verso l’orizzonte.

Alla ricerca di soluzioni

Come chiesa, come francescano, Padre Firas non si è mai rassegnato. Certo, in alcuni momenti sembrava che tutto crollasse e che non ci fosse nulla da fare. Ma non può un cuore francescano, abbandonare. Allora si è messo a cercare possibili soluzioni. “Come fare par aiutare la mia gente?” si è chiesto tante volte. Già faceva tanto la comunità francescana mondiale. Grazie alla solidarietà, grazie anche a tanti benefattori, si sono potuto distribuire pacchi alimentari e dell’acqua potabile, perché in guerra spesso, è la prima cosa che viene crudelmente a mancare. Ma sono anche stati distribuiti soldi per finanziare micro progetti, per aiutare giovani sposini a fare i primi passi e costruire una famiglia. “Questi progetti sono testimonianze che il Signore dà e continua a dare”.

Accanto a questo dramma, a questa tragedia, padre Firas ha toccato con mano la presenza di Dio in maniera magnifica, e la Chiesa è stata sempre accanto al popolo sofferente. Alcuni pastori, sotto la pressione continua della guerra hanno dovuto andarsene, però, la maggioranza, i vescovi, sacerdoti e tanti ordini religiosi hanno deciso di restare in Siria. E cita come esempio due dei suoi compagni francescani che oggi vivono nel nord, nella zona vicina al confine con la Turchia, a pochi passi da Antiochia, la famosa e storica Antiochia: “Loro vivono sotto il controllo non del regime di Assad ma dei jihadisti. E cosa fanno lì? Stanno a custodire il piccolo gregge dei cristiani rimasti”. Con i due religiosi, ci sono circa 200 cristiani che portano non solo nel loro DNA il cristianesimo, ma che anche sopportano le sofferenze per portare avanti una presenza concreta, storica, di tutto il patrimonio cristiano di 2000 anni ad Antiochia dove, per la prima volta, i cristiani hanno preso il nome dignitoso di “seguaci di Cristo”.
Oggi ancora, nonostante le mille difficoltà, stanno lì, accanto a questi due frati francescani della Custodia di Terra Santa, per continuare a testimoniare l’amore di Cristo, tenero, misericordioso, pietoso verso questo piccolo gregge.
 Padre Firas Lutfi e i bambini del progetto Arte terapeutica
Padre Firas Lutfi e i bambini del progetto Arte terapeutica

Rivedere un sorriso sul viso dei bambini

Sono in corso due progetti per i bambini della Siria. Uno, nella città di Aleppo, dove padre Firas ha vissuto durante la guerra. Il progetto si chiama «arte terapeutica». Dietro questa denominazione c’è una intera squadra di persone e specialisti che fa il possibile per aiutare i bambini a riprendersi dal quel trauma psicologico che li ha toccati profondamente. Così ne parla il francescano: «Si tratta di un grande centro dove c’è la musica, lo sport, il nuoto. Abbiamo provveduto a una bella piscina perché durante la guerra non potevano giocare, uscire di casa, studiare, per la paura di essere uccisi».  
Nel corso dell’estate in mille hanno frequentato il centro: il personale e gli psicologi hanno cercato di aiutare questi bambini a trovare un senso profondo per la loro vita e la loro esistenza.
Esiste anche un altro progetto molto interessante. «Ad Aleppo est vivono e vivevano solo musulmani.» Inizia così la descrizione di padre Firas. «Durante la guerra la loro terra è stata occupata dai jihadisti, quindi li hanno maltrattati, le donne sono state violentate, i bambini massacrati... I bambini hanno visto tutte le scene drammatiche delle gole tagliate e dei maltrattamenti ad opera dei fanatici». Successivamente, racconta dei matrimoni più o meno forzati di jihadisti con donne siriane e dei bambini nati da queste unioni, la cui esistenza non è ufficiale. Non esiste una registrazione all’anagrafe. Sono lì, fisicamente in vita, ma giuridicamente inesistenti. Quando, nel 2017 i jihadisti hanno lasciato Aleppo, la situazione trovata da padre Firas era terrificante: «Bambini di 4 o 5 anni che vivono con la mamma o a volte con la nonna perché i genitori non ci sono più. Alcuni sono abbandonati a loro stessi e alla sorte. Non hanno mai frequentato la scuola. Per non parlare del dramma psicologico e dell’accumulo di paure, di terrore, che hanno subito durante i combattimenti».
  Sono stati creati due centri che ospitano ciascuno 500 bambini e bambine dai 3,4 anni fino a 16 anni. Ed è stato esteso il programma che già era in atto nel suo convento, il collegio Terre Sainte ad Aleppo. Il sacerdote francescano tiene a sottolineare che i due centri nascono da un’amicizia con il mondo musulmano: «Il mufti di Aleppo è un nostro carissimo amico – spiega - e con il vescovo vicario apostolico della comunità latina della Siria, è nata una grande amicizia prima e, soprattutto, durante la guerra. Quindi un primo frutto è stato una stretta collaborazione per salvare l’innocenza di questi bambini».
  Questo progetto, questa collaborazione con i musulmani, ha un forte significato per padre Firas. Dimostra la possibilità di dare un senso alla vita, un senso profondo, un senso all’esistenza e dimostra che non è mai troppo tardi per agire e fare del bene. E aggiunge: «Il dialogo non si fa solo intorno a un tavolo ma si fa lavorando insieme, mano nella mano, cuore a cuore. E lì nasce la vera ricostruzione della Siria che verrà nel tempo. Può darsi che ci vogliano 30, 50 anni, ma la vera ricostruzione non nasce dai mattoni ma dalla ricostruzione dell’uomo, dell’umano dentro di noi».

La Siria come missione

Quando si chiede a padre Firas perché è rimasto in Siria, risponde in questo modo: «Perché sì, perché sono francescano, credente e quando il Signore mi ha creato lì, è stato per una missione, per essere il Suo volto, le Sue braccia, le Sue gambe che portano l’annuncio, la tenerezza e la misericordia di Dio».
E’ stato «chiamato», padre Firas, chiamato da Dio per vivere la realtà, anche drammatica, della «sua» Siria. Il suo «sì» all’esistenza è un «sì» motivato e convinto che lo sostiene nel superamento delle difficoltà. In Siria, ogni giorno si soffre e si muore. E così conclude: «E’ esattamente come il chicco di grano: se non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto, come dice Gesù nel Vangelo».