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venerdì 16 marzo 2012

Damasco, un anno di rivolte. I cristiani nel Paese diviso

AsiaNews - 15/03/2012 12:53

di Nabil Hourani*

L'Iran porta "aiuti sanitari" a Damasco. Arabia saudita e Qatar vorrebbero armare i ribelli. Ma intanto il Paese è sbriciolato. Un testimone, sacerdote cattolico, racconta l'odio e la paura che cresce fra le comunità, ma anche i segnali di collaborazione fra cristiani e musulmani nell'aiutare i colpiti. Le Chiese divise fra un appoggio cieco ad Assad e un'opposizione non violenta per far maturare uno Stato di diritto, dove cristiani e musulmani sono uguali davanti alla legge.

Damasco (AsiaNews) - Il 15 marzo di un anno fa le strade di Damasco si sono affollate per esigere anche in Siria i cambiamenti che la "primavera araba" stava portando in Nord Africa e nel Medio oriente.  Giorni dopo a Deraa vi sono state proteste per la tortura e l'uccisione di alcuni bambini, colpevoli di aver scritto sui muri slogan anti-Assad.

Da lì è iniziato il confronto sempre più duro fra l'esercito e molta parte della popolazione in varie città della Siria, fino al bombardamento durato un mese della città di Homs. Dopo un anno di proteste, la Siria è profondamente divisa da violenze molto vicine alla guerra civile. Perfino l'opposizione è sbriciolata in militari disertori, gruppi politici all'estero, gruppi politici all'interno. Il governo di Assad attua un disegno spietato contro tutti, mentre offre correzioni attraverso un referendum costituzionale e il lancio di nuove elezioni. Intanto i morti, secondo l'Onu sono almeno 8500 e sono migliaia i profughi in Turchia e in Libano. Il problema è pure che la Siria è divenuto un caso internazionale, uno scacchiere su cui combattono diversi interlocutori i cui interessi poco hanno a che fare con i bisogni della popolazione.  L'Iran difende a spada tratta il suo alleato e oggi ha fatto giungere al governo degli "aiuti sanitari" attraverso la Croce rossa siriana. Arabia saudita e Qatar vogliono il cambiamento di regime e il contenimento dell'influenza iraniana e per questo sono pronti ad armare i ribelli. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu è diviso, con Russia e Cina che appoggiano Assad per frenare l'influenza degli Stati Uniti nella regione. I cristiani, talvolta timorosi di fronte al regime, temono la sua caduta, che verrebbe sostituita da un governo fondamentalista islamico. Ciò non toglie che molti di loro, pur non imbracciando le armi, sostengono una trasformazione non violenta della società siriana. La testimonianza che presentiamo sotto, mostra che proprio la divisione e le ferite della popolazione è il nuovo campo di missione della Chiesa in Siria. Per ragioni di sicurezza, l'autore viene designato con uno pseudonimo.

giovedì 15 marzo 2012

ANNIVERSARIO. Un anno dopo l’inizio della crisi siriana

Un testimone racconta....  Intervista di Silvia Cattori

L’ingegnere di cui abbiamo raccolto la testimonianza viveva nella città di Homs fino a che, nel giugno 2011, terrorizzato dagli orrori commessi nel suo quartiere, è fuggito dalla città con la famiglia per rifugiarsi presso i genitori in un villaggio vicino. Le sue affermazioni in questa intervista con Silvia Cattori contraddicono tutti i resoconti comparsi sui nostri principali media. Non divulgheremo il nome dell’intervistato per proteggerlo.

Silvia Cattori: La città di Homs, il quartiere di Baba Amro, sono stati oggetto di numerosi reportage di giornalisti entrati illegalmente in Siria, «nel cuore dell’esercito siriano libero». Vorremmo conoscere il vostro punto di vista su quanto è accaduto a Homs da un anno a questa parte.
Risposta: Sono originario di Homs. Vivevo nel quartiere di Bab Sebaa. A metà aprile del 2011, gruppi di persone hanno cominciato a riunirsi pacificamente nel centro di Homs, sulla via Al-Kowatly, per chiedere riforme. Ben presto, però, la gente ha cominciato a sospettare di queste manifestazioni, c’era qualcosa di strano, di poco chiaro: taluni avevano comportamenti provocatori, estranei al sentire comune del nostro paese, ad esempio lanciavano slogan che incitavano alla Jihad. Molto rapidamente tutte le persone che conoscevo hanno smesso di manifestare, non si sentivano più a loro agio e concordi con questo genere di proteste del venerdì, all’uscita dalle moschee.
A giugno sulla strada di Hadara [a Bab Sebaa], sono stati ritrovati una quindicina di corpi di alauiti, fatti a pezzi, teste e membra tagliate, con un cartello: « vendita carne ». Sconvolti da questo eccidio, degli alauiti hanno incendiato dei negozi appartenenti a sunniti. Persone raccontavano di atti orribili di cui erano stati testimoni. Macchine di alauiti sono state date alle fiamme. L’inquietudine montava. A quel punto alauiti e cristiani hanno cominciato a marcare i loro negozi e macchine con delle croci ben visibili. Un giorno ho visto sotto il cofano di un camion, appartenente a sunniti, un carico di armi e munizioni. Ho visto sunniti armati sparare contro alauiti, sparare all’impazzata per uccidere. Si udivano di continuo detonazioni, spari, e le urla « Allah Akbar ». I miei bambini erano turbati, avevano paura. Così ho preso la decisione di lasciare Bab Sebaa e con la mia famiglia mi sono rifugiato dai miei genitori, in un villaggio vicino Homs.
Non avevamo mai visto questo genere di cose in Siria. Fino ad allora avevamo vissuto in perfetta armonia, non c’era mai stato nessun problema tra Siriani di diverse religioni. Per la prima volta ho sentito parlare di salafiti...
Sono tornato a Bab Sebaa due volte, a luglio e agosto. Il quartiere si stava svuotando, lentamente stava cessando di vivere. La maggior parte delle famiglie è fuggita, i bambini non c’erano quasi più, le scuole sono state chiuse. Poche famiglie sono rimaste solo perché non sapevano dove andare. L’ultima volta sono tornato a novembre. Homs era ormai diventata una città fantasma. Nessuno osava più avventurarsi in certi quartieri, la città era morta.
Silvia Cattori: Anche i sunniti sono stati perseguitati? Anche loro erano fuggiti?
Risposta: Sì, certamente. La grande maggioranza dei sunniti si è opposta a questi estremisti ed era contraria alle milizie armate. Il mio medico era sunnita e non era d’accordo con la loro violenza, ne aveva paura. Andava a pregare in moschea ma non partecipava alle manifestazioni. Poco a poco tutti i suoi pazienti sunniti hanno cominciato a disertare il suo studio. Si è sentito minacciato e ha lasciato Homs. Nella via dove abitavo solo due famiglie sunnite sono rimaste. I Siriani che sostengono gli oppositori armati sono una piccola minoranza. Gli oppositori armati hanno comportamenti inumani che spaventano gli stessi sunniti, non solo i cristiani o gli alauiti.
A maggio, Fadi Ebrahim, un giovane sunnita di 25 anni, è stato visto mentre scattava delle foto, cosa che era stata proibita dai miliziani, ed è stato rapito. Tempo dopo il suo cadavere è stato ritrovato in mezzo alla spazzatura a Bab Sebaa, nel mio quartiere.
Silvia Cattori: Temporalmente, a quando risale la rottura tra questa minoranza di manifestanti e la popolazione inquietata dai loro comportamenti?
Risposta: Credo fosse la fine di aprile quando la grande maggioranza delle persone, tra cui moltissimi sunniti, ha smesso di manifestare con loro. Solo i più fanatici hanno continuato ad andare a queste manifestazioni che partivano il venerdì dalla moschea. Sunniti che si erano rifiutati di manifestare sono stati rapiti, taglieggiati, uccisi. Queste manifestazioni anti-Bashar el-Assad non hanno mai raccolto più di qualche migliaio di persone, ma hanno beneficiato di una enorme risonanza mediatica all’estero.
Poco a poco si è preso coscienza del vero pericolo che correva il nostro paese. Certamente il timore che un intervento esterno facesse accadere anche a noi ciò che era successo al popolo libico, ha contribuito. A quel punto sono cominciate grande manifestazioni di milioni di persone in tutto il paese a sostegno di Assad, che chiedevano un cambiamento progressivo e pacifico, e soprattutto si opponevano a qualunque intervento straniero.
Silvia Cattori: Suoi parenti hanno subito violenze di cui ha la prova che siano state commesse dalle milizie armate?
Risposta: Sì. Due cugini della famiglia di mia moglie, originari di Al Qusayr, un villaggio vicino Homs abitato da cristiani e sunniti. Il primo, un ingegnere di 24 anni, è stato ucciso nel febbraio del 2012 mentre usciva da casa sua. L’altro, di 30 anni, è stato rapito dieci giorni fa e poi ritrovato impiccato ad un albero. È proprio ad Al Qusayr che l’esercito regolare si sta concentrando ora per sgominare i ribelli.
Dal lato della mia famiglia, in dicembre, un cugino di 33 anni è stato rapito a Baba Amro. È stato ritrovato due settimane dopo tra la vita e la morte a causa delle torture che aveva subito. È rimasto in ospedale per due mesi. Altri tre uomini erano stati presi con lui. Ad uno di loro, sunnita, hanno straziato le gambe. Gli altri due erano alauiti: sono stati sgozzati. Pensiamo che nostro cugino non sia stato ucciso perché è cristiano.
A gennaio, un mio vicino - l’unico che era rimasto a Bab Sebaa con la famiglia - mentre usciva dal suo palazzo in compagnia della figlia per accompagnarla all’università, è finito sotto il fuoco di cecchini. Lui è rimasto ucciso sul colpo, la figlia ferita.
Silvia Cattori: Vorremmo davvero capire chi sono questi che sgozzano, torturano, rapiscono. Nel caso di suo cugino, ad esempio, lui è tornato, cosa ha potuto testimoniare?
Risposta: Lui e i suoi amici sono stati fermati all’entrata del quartiere di Baba Amro ad un posto di blocco militare da uomini mascherati che indossavano uniformi dell’esercito regolare. Hanno mostrato i loro documenti ai militari dicendo di essere dalla loro parte, gli uomini mascherati li prendevano in giro, dicevano: « Sì, sì, lo vediamo che siete nostri amici...! ». A quel punto hanno capito che quegli uomini mascherati erano miliziani dell’«Esercito libero» (ESL). Qui da noi, dal nome e dalla regione di provenienza, si può capire a che religione si appartiene. Gli uomini mascherati hanno immediatamente sgozzato i due alauiti. Poi hanno torturato alle gambe il sunnita ma l’hanno liberato dopo aver minacciato la sua famiglia. Mio cugino è stato portato via, gli dicevano che sarebbe stato liberato se veniva pagato un riscatto. Sono cominciati dei negoziati tra i miliziani e le forze governative per ottenere il suo rilascio. Come dicevo, è stato ritrovato due settimane dopo in uno stato spaventoso.
Silvia Cattori: Credo a quanto mi racconta, ma i nostri media - facendo affidamento sui resoconti di giornalisti entrati illegalmente in Siria - imputano sistematicamente al governo di el-Assad gli atti barbari che lei attribuisce agli estremisti sunniti. Come può capire il pubblico da che parte sta la verità?
Risposta: Le violenze e gli orrori che subiamo da ben un anno sono commessi dalle milizie. Conosciamo il nostro popolo; la nostra gente, i nostri soldati, non sono violenti. Fanno ciò che possono. Rischiano la vita per proteggerci da queste milizie armate che rapiscono, taglieggiano, uccidono. Più di 3.000 soldati sono morti nel corso dell’ultimo anno.
La situazione è diventata crudele, la vita quotidiana dei Siriani è sconvolta dal caos e dall’insicurezza provocata da queste milizie. È duro, molto duro, vedere le persone costrette ad andarsene, il popolo cadere nella miseria. Molti hanno perso il lavoro. Le sanzioni dell’Onu aggravano la situazione.
Silvia Cattori: Abbiamo appreso ascoltandola che Baba Amro era un quartiere abbandonato dai suoi abitanti da molto tempo. Nessuno dei nostri media ha raccontato questo. Quando l’esercito ha dato l’assalto all’ESL [Esercito Siriano Libero], quindi, non c’erano civili presi in ostaggio, come pretendeva l’informazione nostrana?
Risposta: Mio fratello è rientrato due volte a Baba Amro nel mese di novembre per trasportarvi delle merci. Ci ha raccontato che la quasi totalità degli abitanti aveva lasciato il quartiere, che tutto era stato distrutto, i negozi erano chiusi. C’era ancora acqua ed elettricità, ma pochissime persone; cento o duecento famiglie al massimo. Si pensi che a Baba Amro vivevano 90.000 persone prima dell’arrivo delle milizie armate.
Silvia Cattori: Quante persone sono fuggite da Homs?
Risposta: La grande maggioranza degli abitanti di Homs e dei sobborghi della città è scappata [4]. Penso diverse centinaia di migliaia di persone. Quando sono tornato a Bab Sebaa a novermbe, nella via dove abitavo solo due famiglie, su cinquecento, erano ancora lì. Tutti sono scappati, cristiani, sunniti, alauiti.
Silvia Cattori: Quando ha sentito che i combattenti dell’ESL erano stati cacciati da Baba Amro, cosa ha provato?
Risposta: Un grande sollievo. Da tempo aspettavamo l’intervento dell’esercito. Le immagini mostrate durante l’assalto di febbraio possono far credere che sia stato l’esercito governativo a distruggere Baba Amro. Ma come ricordavo prima, Baba Amro era stato stato distrutto molto prima dalle milizie.
Silvia Cattori: A Baba Amro ora la popolazione può rientrare, i gruppi armati sono stati cacciati. Che ne è degli altri quartieri?
Risposta: Uno dei quartieri più problematici, ora, è quello di Al Hamidia. Vi si trova una piccola minoranza di sunniti. I cristiani che vi sono rimasti hanno passato dei momenti molto duri. Sono stati vittime di aggressioni, furti, rapimenti, da mesi ormai. La gente non osava più uscire di casa. L’esercito non poteva andare in loro aiuto perché i miliziani controllavano le vie di accesso, avevano occupato le case dei cristiani e li tenevano in ostaggio.
L’unico quartiere di Homs da cui la gente non sia fuggita in massa è quello di Akrama [come invece nel caso di Al Hamidia]. È ad Akrama, dove cristiani e alauiti sono in maggioranza, che le persone in cerca di maggiore sicurezza cercavano di trovare un alloggio. Gli abitanti si sono organizzati per proteggersi. Qui gli abitanti si sentivano più sicuri rispetto le altre zone di Homs, almeno fino a gennaio.

I cristiani vivono la Quaresima “in silenzio, con le mani vuote, il cuore pesante e gli occhi rivolti a Cristo Risorto, che guida i nostri passi sulla via del perdono e della pace”

L’Arcivescovo Maronita: “Cristiani impotenti, mentre il conflitto è in un vicolo cieco”

 “La sofferenza che viviamo è grande. Stiamo assistendo impotenti al dramma. Per fortuna il Santo Padre Benedetto XVI colma il vuoto chiedendo pace, giustizia, dialogo e riconciliazione” dice all’Agenzia Fides Mons. Samir Nassar, Arcivescovo maronita di Damasco, a un anno dall’inizio della rivolta e della violenza in Siria.

In un messaggio inviato a Fides, l’Arcivescovo ricorda che “quella che era iniziata come una piccola manifestazione nella parte meridionale della Siria, il 15 marzo 2011, si è ora trasformata in una crisi che inghiotte ogni città del paese. Di fronte a una crisi che, in un anno, è cresciuta dal livello locale a proporzioni regionali, la Siria è diventata una zona di conflitto internazionale, in cui la posta in gioco, che è politica, militare ed economica, sta plasmando il futuro del paese”.
Mons. Nassar nota che “il conflitto è in un vicolo cieco: da un lato, un forte potere centralizzato che rifiuta di farsi da parte; dall'altro, una sollevazione popolare che non accenna ad arrendersi, nonostante l'intensità della violenza. Questo conflitto, che sta paralizzando il paese, ha portato sanzioni economiche, inflazione, svalutazione della moneta locale (-60%), aumento della disoccupazione, distruzione, popolazioni sfollate e vittime a migliaia”. La gente “è sottoposta a pressioni enormi e intensa sofferenza, che cresce col passare del tempo. Odio, divisioni e miseria aumentano, in assenza di atti di compassione e di aiuti umanitari. La Siria sembra stretta nella morsa di una impasse mortale”, rimarca con preoccupazione.
Sulla condizione dei cristiani, l’Arcivescovo afferma: “L'attuale situazione di stallo sta alimentando l'angoscia dei fedeli che, alla fine di ogni Messa, si salutano con un addio, avvertendo così incerto il loro futuro. Le chiusure delle ambasciate a Damasco ha reso impossibile ottenere i visti, in modo da limitare notevolmente la possibilità di lasciare il paese”.
“In questo momento di grande tormento e divisione – spiega Mons. Nassar – la famiglia diventa l'unico rifugio per le vittime della crisi. La famiglia agisce come uno scudo che garantisce la sopravvivenza della società e della Chiesa. Per questo motivo, di fronte a tale tragedia, la Chiesa ha scelto di focalizzare la propria attenzione e preghiera per le famiglie, fornendo loro tutto l'aiuto e il sostegno possibile”.
Ma intanto “la crisi non sembra volgere al termine. Piuttosto, la tempesta è sempre più forte e non si vede la fine del tunnel”. Il quesito cruciale è: “Dove andrà e che fine farà la Siria?”. Con tale preoccupazione, conclude l’Arcivescovo, i cristiani vivono la Quaresima “in silenzio, con le mani vuote, il cuore pesante e gli occhi rivolti a Cristo Risorto, che guida i nostri passi sulla via del perdono e della pace”. (PA)
 (Agenzia Fides 15/3/2012)

martedì 13 marzo 2012

I Francescani: “Urge uno sforzo di dialogo e di pace; non lasceremo le nostre missioni”

Damasco (Agenzia Fides) – “Le Ambasciate dei paesi occidentali chiudono, noi francescani restiamo, per stare accanto alla gente. Siamo qui da otto secoli, non lasceremo le nostre missioni, vogliamo continuare l’opera di amore e servizio a tutto il popolo siriano”: è quanto dice all’Agenzia Fides, fra Romualdo Fernandez, OFM, direttore del Centro ecumenico di Tabbale (Damasco) e Rettore del Santuario dedicato alla Conversione di San Paolo, a Damasco.

A un anno dall’inizio della rivolta, le Nazioni Unite hanno annunciato 8.000 vittime, mentre Ong come “Human Rights Watch” lanciano l’allarme per le mine antiuomo disseminate sulle strade verso il Libano. “La gente ha paura. Vediamo che aumentano le famiglie, anche cristiane, che lasciano la Siria per il timore di un futuro incerto e cupo. Anche il costo della vita è salito e per molti la quotidianità diventa insostenibile” racconta il francescano.
P. Fernandez lancia un appello: “Bisognerebbe investire di più e fare uno sforzo maggiore per promuovere il dialogo fra governo e opposizione. La comunità internazionale e i mass-media dovrebbero spingere di più per il dialogo”. I francescani auspicano “un incontro positivo, costruttivo, non violento per una apertura democratica e per riportare la pace”.
Il frate spiega: “La gente teme il risultato politico dopo le sommosse. La situazione è molto complessa: c’è la questione del confronto fra le diverse componenti della popolazione siriana e, d’altro canto, ci sono le pressioni degli stati vicini, in Medio Oriente. Noi cristiani, guardando l’odierna situazione dell’Iraq, speriamo che la popolazione siriana non soffra come quella irachena, martirizzata anche dopo la guerra. Quello che i cristiani temono è un vuoto di potere, che lasci spazio alle mafie, all’ingiustizia, agli estremismi. Noi comunque continueremo a pregare e a stare accanto alla popolazione”. (PA) (Agenzia Fides 13/3/2012)

“Rispetto dei diritti umani: perchè si applica in modo selettivo?”, chiede il Vicario Apostolico Mons Nazzaro
Aleppo (Agenzia Fides)
 – “L'Occidente ricordi sempre di non fare agli altri quello che non vorrebbe sia fatto a se stesso”: con queste parole, ricordando un “motto della Sacra Scrittura”, Mons. Giuseppe Nazzaro OFM, Vicario Apostolico di Aleppo dei Latini, commenta all’Agenzia Fides l'attuale situazione in Siria, all'indomani della visita di Kofi Annan. Secondo gli osservatori, l'inviato dell'Onu ha lasciato la Siria senza importanti passi in avanti per fermare il conflitto in corso.
“Nè governo nè opposizione hanno accettato le proposte di cessate il fuoco o di dialogo”, nota con rammarico il Vicario. “Che l’opposizione sia guidata e manipolata fin dall'inizio, i timori sono fondati: vi sono in gioco altre sponde”, riferisce con preoccupazione. Secondo informazioni filtrate negli ultimi giorni e riportate dai mass-media (come AKI - Adnkronos International), il conflitto sarebbe alimentato anche da settori islamisti della società siriana.
Il Vicario rimarca a Fides: “L'Occidente, se vuole interessarsi del Medio Oriente, deve abbracciare tutta l'area che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico. Non si possono considerare solo dati eventi o situazioni, perché così vuole una certa filosofia occidentale. Per attuare profondi cambiamenti culturali e sociali ci vogliono secoli: non si possono pretendere immediati risultati, non si può ragionare con un metro di pensiero puramente occidentale”.
P. Nazzaro continua: “Perché il rispetto dei diritti umani si applica in modo selettivo solo alla Siria? Forse per ragioni politiche o commerciali? In molti altri stati del mondo, nello stesso Medio Oriente, avvengono abusi peggiori, nel generale silenzio. Intanto gli stati che perpetrano tali abusi votano risoluzioni all’Onu contro la Siria. Dove sta la morale?”, conclude. (PA) (Agenzia Fides 12/3/2012)

E l'albero si conosce dai suoi frutti...




domenica 11 marzo 2012

L’amministrazione Obama sembra cominciare a valutare il rischio concreto di consegnare la Siria agli islamisti

LA DERIVA ISLAMISTA DELLE PRIMAVERE ARABE

di Gianandrea Gaiani

Gli sviluppi della crisi siriana e la progressiva deriva islamista assunta dalla cosiddetta “primavera araba” mettono in discussione la strategia adottata finora dall’Occidente. Nonostante le rivolte dell’ultimo anno abbiano preso il via grazie a movimenti liberali e libertari il rovesciamento dei vecchi regimi ha visto affermarsi gruppi islamici che solo in parte e solo eufemisticamente possono venire definiti moderati. Un risultato paradossale se si valuta la strategia statunitense sviluppatasi dopo l’11 settembre e se si considera che tutti i regimi (Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia e persino Gheddafi in Libia) erano alleati o comunque legati a Washington e all’Occidente che li hanno sacrificati sull’altare di un cambiamento che pare oggi fuori controllo. La Libia è nel caos tra scontri tribali e penetrazione islamista. Della settantina di milizie che stanno “feudalizzando” un Paese nel quale il Consiglio nazionale di transizione perde costantemente prestigio e influenza, le quattro più forti sono di matrice islamista e stanno inviando combattenti in Siria per il jihad contro il regime di Bashar Assad. In Egitto il Parlamento è in mano a Fratelli Musulmani e salafiti grazie ad elezioni farsa che hanno prodotto 52 milioni di voti contro soli 40 milioni di elettori. Oggi il loro potere si confronta, anche in cerca di compromessi, con quello dei militari che fin dalla caduta della monarchia hanno sempre governato ed espresso il presidente. Anche in Tunisia al successo del partito Ennhada, espressione dei Fratelli Musulmani, si affianca il crescente peso del “Partito della Liberazione”, formazione salafita che spesso conduce azioni violente per colpire persone e locali pubblici che non rispettano i dettami del più stretto islamismo. Azioni che preoccupano i laici, in un Paese tra i più moderni e aperti del mondo arabo, ma anche i servizi di sicurezza occidentali che rilevano in Tunisia la crescente presenza di salafiti già noti in Europa per il sostegno al terrorismo islamico. Come ha ricordato recentemente Massimo Amorosi, analista dell'Osservatorio Geopolitico Mediorientale di Roma, ha creato tensioni in Tunisia la visita del predicatore egiziano Wajdi Ghuneim, che in diversi sermoni ha invocato l'applicazione della Sharia e il ripristino della mutilazione genitale femminile. Il religioso noto per i rapporti con il gruppo palestinese Hamas (altro movimento legato ai Fratelli Musulmani) è un ex militare al quale è precluso il soggiorno in Gran Bretagna per “apologia della violenza terroristica”.
Una strana alleanza
La strategia messa a punto dall’Occidente di fronte alle rivoluzioni (o involuzioni) arabe resta in parte da decifrare. Emerge un asse che unisce statunitensi, franco-britannici e turchi alla Lega Araba e soprattutto ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti che insieme alla Giordania hanno svolto un ruolo finanziario e militare nel rovesciare Gheddafi e premono oggi per far cadere Bashar Assad. Così come emerge la crescente influenza turca nell’area compresa tra il Mediterraneo e l’Asia Centrale. Un contesto nel quale spicca ancora una volta l’assenza imbarazzante dell’Unione Europea in una crisi che si sviluppa minacciosamente nel suo giardino di casa. Londra e Parigi, tornate protagoniste sulla scena internazionale, schierano truppe scelte e istruttori militari al fianco degli insorti siriani così come fecero in Libia. Iniziative che rispondono a interessi nazionali non certi comunitari. Pare evidente la volontà di Washington e di Ankara di favorire la nascita di un blocco arabo sunnita che, rovesciando il regime scita siriano, isoli l’Iran e i miliziani libanesi Hezbollah. Non mancano però i dubbi su un’iniziativa che rischia di far cadere la principale area petrolifera del mondo nelle mani di gruppi radicali islamisti, parenti a volte molto stretti delle milizie di al-Qaeda e dei talebani afghani con i quali gli statunitensi stanno trattando, non a caso, in Qatar. Paradossale che le forze speciali britanniche segnalate a Homs al fianco dei ribelli siriani, combattano dalla stessa parte delle milizie irachene di al-Qaeda loro acerrime nemiche in Iraq. La presenza in Siria delle cellule di “al Qaeda in Mesopotamia”, dopo i devastanti attentati di Damasco e Aleppo contro comandi militari e di polizia, è stata ufficializzata da Baghdad e dall’intelligence statunitense. Ammissioni che hanno sgombrato il campo dalla propaganda degli insorti che indicava lo stesso regime di Assad come responsabile delle autobombe. Desta non pochi interrogativi e imbarazzi anche la considerazione che gli stessi Paesi che oggi combattono per impedire ai talebani di riportare la sharia a Kabul siano politicamente e militarmente impegnati a portarla a Tripoli, Damasco e in tutto il Medio Oriente così come è evidente che il sostegno delle monarchie arabe del Golfo alla libertà e alla democrazia venga meno quando a chiederle sono gli abitanti del Bahrein (dove Riad ha inviato truppe a sostegno dell’emiro) o gli stessi cittadini sauditi e del Qatar.
L’impasse siriana
L’amministrazione Obama sembra cominciare a valutare il rischio concreto di consegnare la Siria agli islamisti soprattutto dopo le amare lezioni giunte dalla Libia dove imponenti arsenali di armi moderne sono passati dai depositi dell’esercito di Gheddafi alle mani di insorti e terroristi di al-Qaeda nel Sahel , in Sudan e persino a Gaza e in Libano. Damasco dispone di ampie riserve di armi chimiche disseminate in una cinquantina di depositi che verrebbero tenuti d’occhio dai velivoli teleguidati statunitensi decollati dalla Turchia e forse anche da Israele e dalle basi britanniche a Cipro. Nelle mani di terroristi e jihadisti i gas nervini (Sarin e VX) di Assad diverrebbero armi micidiali se impiegate contro obbiettivi civili in ambienti urbani. Una preoccupazione che sembra smorzare le possibilità di un intervento militare internazionale sulla falsariga di quello attuato in Libia per non creare escalation e caos che faciliterebbero la sottrazione di armi di distruzione di massa ma anche delle sofisticate armi convenzionali di produzione russa in dotazione alle forze di Damasco. Quella siriana è però già a tutti gli effetti una guerra civile dove dei circa 7.500 morti registrati quasi un terzo sono militari e poliziotti governativi. Il conflitto siriano registra inoltre una progressiva internazionalizzazione. Aiuti militari, denaro e istruttori per i campi militari dei ribelli in Turchia giungono da Occidente e Paesi arabi mentre Russia, Cina e Iran appoggiano Damasco. Pasdaran iraniani e consiglieri militari russi affiancano le truppe governative che, nel timore di interventi militari stranieri e per ostacolare i traffici di armi che riforniscono i ribelli, già nel novembre scorso hanno minato i confini con Giordania, Turchia e Libano (le frontiere con Israele sul Golan sono già da tempo minate). Per Mosca non si tratta solo di difendere un alleato storico e un importante cliente ma anche di arginare islamismo e jihadismo che già minacciano la Russia caucasica e le repubbliche centro-asiatiche che in passato furono sovietiche ma prima ancora parte rilevante dell’impero ottomano. Il vertice di Tunisi dei cinquanta Paesi auto definitisi “amici della Siria” ha evidenziato le titubanze di Washington e dell’Occidente che mirano a mettere a punto una risoluzione che chieda la fine delle violenze per consentire a personale delle Nazioni Unite e alle agenzie umanitarie di entrare a Homs, contesa da governativi e ribelli. Difficile valutare se si tratti di un primo passo verso un intervento militare giustificato da “esigenze umanitarie” o di un ripensamento strategico dovuto al rischio di togliere di mezzo Assad per regalare la Siria ai jihadisti.

http://cca.analisidifesa.it/it/magazine_8034243544/numero126/article_335127405250543564512322863788_3717816370_0.jsp

sabato 10 marzo 2012

Viviamo questo momento difficile nell'attesa e nella preghiera.La nostra speranza è una riconciliazione nazionale e una pacificazione del paese.

Il Vicario Apostolico Mons Nazzaro: “Kofi Annan venga senza pregiudizi o istruzioni preconfezionate”

Aleppo (Agenzia Fides)

 Una chance di pace in Siria c'è se un osservatore come Kofi Annan “ascolta ed entra nella psicologia del popolo siriano”, dice all'Agenzia Fides il francescano p. Giuseppe Nazzaro OFM, Vicario Apostolico di Aleppo. Il Vicario lancia un appello all'ospite delle Nazioni Unite, in questi giorni in Siria: “Venga per entrare realmente dentro alle questioni aperte, senza pregiudizi e senza portare istruzioni per soluzioni preconfezionate. Se sarà prevenuto, non risolverà nulla”. “La visita di Annan – spiega p. Nazzaro – ha una reale possibilità di pacificazione se il leader sarà capace di entrare nella psicologia e nella vita del popolo siriano. La chiave può essere ascoltare governo e opposizione, società, minoranze, senza subire i condizionamenti di forze esterne e le pressioni di altri stati”.
“La questione siriana – continua – va necessariamente iscritta nel contesto del Medio Oriente e dei suoi recenti cambiamenti, analizzando il quadro complessivo. La situazione siriana non nasce oggi ma ha radici antiche. Nell’affrontarla vanno tenute in considerazione la storia, la cultura, le aspettative di un intero popolo”.
“Ogni paese ha qualcosa da migliorare: l’Occidente aiuti a correggere e migliorare la Siria senza imporre una propria ideologia, ma lasciando che maturi una coscienza. Questo l'Occidente deve capirlo, entrando nella mente dei siriani. Non si può pensare solo alla parte economica, al commercio, a interessi geopolitici”, nota il Vicario.
Come comunità cristiana, che in Siria rappresenta l’8% della popolazione, “viviamo questo momento difficile nell'attesa e nella preghiera. La Siria è un paese che finora ci ha dato garanzie, preservando le comunità cristiane, nella pratica e nel rispetto della fede. I cristiani siriani sono timorosi verso un cambiamento futuro che potrebbe portare sofferenze e persecuzioni: vedasi quanto accaduto in Iraq o in Egitto. La nostra speranza è una riconciliazione nazionale e una pacificazione del paese, nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di ogni essere umano”. (PA)
(Agenzia Fides 10/3/2012)
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=38640&lan=ita

La Siria accoglie Kofi Annan con oltre 80 morti

da  Asia News
10/03/2012

La militarizzazione del conflitto renderebbe solo peggiore la situazione

L’ex segretario generale dell’Onu incontrerà a Damasco il presidente Bashar al-Assad per negoziare una soluzione politica alla guerra civile. Per le truppe ribelli, solo “uno spreco di tempo”. Da ieri nuove violenze in tutto il Paese hanno prodotto più di 80 morti.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) - Da questa mattina Kofi Annan, inviato speciale per Onu e Lega araba, è a Damasco per discutere con il presidente Bashar al-Assad possibili negoziati. Annan si fermerà nella capitale per 24 ore. Tuttavia, il Syrian National Council (Snc) ha già definito questa visita "tempo sprecato", se non si faranno pressioni militari sul governo Assad. Alla vigilia della sua missione infatti, l'ex segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto a entrambe le parti di porre fine alle violenze e sedere al tavolo delle trattative, aggiungendo che la "militarizzazione" del conflitto renderebbe solo peggiore la situazione.

Al momento però, la ricerca di una soluzione politica alla crisi siriana non sembra trovare molti sostenitori. Da ieri, una nuova ondata di violenze ha colpito varie zone del Paese, provocando la morte di oltre 80 persone. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights (gruppo di attivisti dell'opposizione, con base a Londra), almeno la metà sono rimaste vittima dei raid del governo vicino alla provincia di Idlib. Situata a nord di Homs, il principale centro dei ribelli, Idlib è vista come il prossimo obiettivo delle truppe militari, dopo i combattimenti a Baba Amr.

venerdì 9 marzo 2012

Dietro le apparenze

Siria: i timori dei cristiani, presi tra due fuochi

“Se i cristiani di Siria hanno paura? Certo che sì. Hanno molto da perdere e lo sanno bene. Anche se in quest’assurdo conflitto che mette i fratelli l’uno contro l’altro i cristiani non c’entrano, sono proprio loro che un domani, in qualità di minoranza, potrebbero esser chiamati a pagare il prezzo più alto di questa assurda guerra”.

9.2.12
Misna - Lo dice un religioso cristiano, molto bene informato sulla situazione, contattato dalla MISNA in Siria mentre a Homs proseguono i bombardamenti delle forze armate contro “la roccaforte” dei movimenti di opposizione. “Da Homs la maggior parte dei cristiani è andata via per timore delle bombe e di possibili scontri. In città ci sono elementi armati che potrebbero ingaggiare combattimenti con i militari: questa è una cosa di cui, i mezzi di informazione occidentale non parlano, lasciando credere che tutt’ad un tratto il governo di Damasco sia impazzito e abbia cominciato a bombardare i suoi cittadini solo perché avevano pacificamente manifestato in piazza” prosegue la fonte, chiedendo di rimanere anonima per motivi di sicurezza.

Insieme al Libano, la Siria è ancor oggi l’unico Paese arabo in cui l’Islam non è formalmente definito religione di Stato dalla Costituzione e il credo religioso non viene riportato sulle carte d’identità dei cittadini. Nelle ultime settimane, tuttavia, i timori di una deriva confessionale dei disordini in corso in Siria – a partire e non a caso da Homs, la cui popolazione è equamente divisa tra alawiti e sunniti – sono alimentati dal ricordo dell’esodo dei cristiani iracheni. “Negli occhi e nelle orecchie di tutti i siriani riecheggiano i racconti, terribili, dei profughi in fuga da Baghdad, Mosul o Erbil” dice ancora la fonte, ricordando che mentre l’Europa cercava di respingerli o ‘dirottarli’ in Africa e America Latina “la Siria ha aperto le sue porte agli iracheni, di qualunque confessione religiosa essi fossero”.

Alla battaglia che si consuma nel paese se ne contrappone un’altra, ben più ampia, sul fronte internazionale, con cancellerie occidentali da un lato, Mosca e Cina – che hanno apposto il veto ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che prevedeva le dimissioni di Assad – dall’altro. “A ben guardare però – azzarda la fonte della MISNA – chi soffia più di tutti sulle braci, invocando un intervento umanitario come quello ideato per la Libia sono potenze unite da un nemico comune: l’Iran. Gli Stati Uniti, che non vedono l’ora di disfarsi degli Ayatollah, la Turchia sunnita che ne teme le ingerenze sul governo a maggioranza sciita di Baghdad, l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo che contendono agli sciiti il primato dell’egemonia religiosa nel grande Medio Oriente”.

In Siria, conclude il religioso, sono in molti a credere che “questa guerra, combattuta soprattutto sui media, vada oltre Damasco e Homs ma guardi molto più lontano, versoTeheran”.

Il calvario dei cristiani in Medio Oriente

da CANTO NUOVO , intervista a HARALD SUERMANN

Dialogare con gli attori dei processi in atto in Nord Africa e Medio Oriente, “nel rispetto dei popoli”, con l’obiettivo di costruire “società stabili e riconciliate, aliene da ogni ingiusta discriminazione, in particolare di ordine religioso”. Lo ha chiesto Benedetto XVI alla comunità internazionale, in occasione della presentazione degli auguri per il nuovo anno del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il pensiero del Papa è subito andato alla Siria, per la quale – ha detto – auspica “una rapida fine degli spargimenti di sangue”. Particolare la situazione dei cristiani, come spiega Harald Suermann, direttore della divisione Medio Oriente dell’organizzazione umanitaria tedesca Missio, che nei giorni scorsi ha partecipato all’incontro della Roaco, la Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali:

HARALD SUERMANN-Direttore divisione Medio Oriente di Missio
La situazione è molto difficile: la maggior parte dei cristiani ha paura della rivoluzione. Non si sa cosa ne verrà fuori. Il regime di Assad non è un buon regime, ma comunque ha consentito di mantenere una situazione stabile. Il timore è – ed è una paura molto grande – che questa rivoluzione dei Fratelli Musulmani provochi una situazione simile a quella verificatasi in Iraq. Pertanto hanno paura e, come dire, non sono dalla parte di Assad, ma chiedono un cambiamento graduale delle cose.

Il Papa, nel discorso agli ambasciatori, ha poi auspicato il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Il pensiero corre quindi anche all’Egitto e alla presenza cristiana nel Paese, minacciata da attentati e violenze estremiste contro i copti:
HARALD SUERMANN-Direttore divisione Medio Oriente di Missio
Soprattutto ora, considerando il caso dell’Egitto, si possono notare le conseguenze sulla vita della Chiesa cristiana e dei cristiani, che non migliora perché con questo cambiamento di regime si è verificato un vuoto di potere che è stato strumentalizzato da quanti vogliono spaventare i cristiani. Si sono verificati episodi in cui le chiese venivano bruciate e i cristiani venivano attaccati: questa è la situazione per il momento. Dobbiamo aspettare il ristabilimento e il rafforzamento del potere centrale per avere una sicurezza, che però da sola non garantirà un futuro positivo per i cristiani. Ritengo che, a lungo termine, la gente chiederà più libertà ed eguaglianza tra le persone, ma serve tempo.

Benedetto XVI ha anche espresso compiacimento per la ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, grazie ad un’iniziativa del Regno di Giordania.
HARALD SUERMANN-Direttore divisione Medio Oriente di Missio
Hamas, il partito radicale islamico, sta diventando più moderato e sta anche prendendo le distanze dal regime siriano: c’è quindi un’atmosfera positiva per un cambiamento, ci sono le premesse per delle trattative di pace. A mio avviso, si verifica una congiuntura che potrebbe essere positiva, se viene colta non tanto dagli europei, quanto da Israele e dalla Palestina. E mi auguro anche che la Giordania possa veramente svolgere un ruolo di mediazione.

Nuove violenze segnano la Siria

Dall' Osservatore Romano di sabato 10 marzo 2012

Pechino lavora a una road map per una soluzione politica della crisi

DAMASCO, 9. Nuove violenze in Siria. Sono almeno 56 le persone uccise ieri dalle forze di sicurezza in varie località del Paese. Lo riferiscono i Comitati di coordinamento locale degli attivisti, che forniscono un bilancio documentato e dettagliato delle vittime. Di queste, 44 sono morte a Homs. Il Governo attribuisce la responsabilità degli scontri a gruppi di terroristi.
Intanto, sul fronte internazionale, la Cina cerca sostegno per il suo piano per trovare una soluzione politica alla crisi. Arabia Saudita, Egitto e Francia sono le tappe della missione di sette giorni — che inizierà domenica — dell’inviato di Pechino, Zhang Ming.
L’obiettivo, hanno spiegato dal ministero degli Esteri, è presentare una nuova road map per la pace. Liu Weimin, portavoce del dicastero, ha precisato che al Cairo Zhang Ming incontrerà responsabili della Lega Araba. Il piano cinese prevede l’immediato stop delle violenze in Siria e l’avvio di un dialogo, senza precondizioni, tra Governo e opposizioni. Negli ultimi giorni la Cina, che ha posto per due volte (insieme a Mosca) il veto in Consiglio di Sicurezza Onu a risoluzioni contro la Siria, si è detta disponibile per una mediazione tra le parti con l’aiuto di Nazioni Unite e Lega Araba.

Siria. Denunce di torture a Homs. Profughi accolti dai cristiani libanesi

Da Radio Vaticana - 7 marzo 2012

In Siria la situazione è sempre più drammatica e la popolazione fugge verso il Libano. Secondo le Nazioni Unite 2000 nuovi rifugiati hanno varcato il confine in questi giorni. La comunità cristiana in Libano è pronta ad accogliere tutti senza distinzioni. Massimo Pittarello ha chiesto a padre Paul Karam, direttore delle Pontificie Opere Missionarie se i profughi siano già arrivati e qual è la reale situazione in Libano.RealAudioMP3
R. – Non abbiamo visto questo numero, che l’Onu dice. Il Libano è una terra piccola è non è adatta per accogliere in pianta stabile tutti i profughi. Abbiamo già fatto l’esperienza dei profughi palestinesi, che sono qui già da oltre 60 anni: cosa abbiamo risolto? Quale è la soluzione pacifica, quando cacci via un popolo e lo metti in un’altra nazione, sotto le tende? E’ questa la soluzione che vuole la comunità internazionale? Sicuramente il popolo libanese è un popolo che accoglie tutti, ma dobbiamo aiutarlo. Non è sufficiente dire: venite qua, dove potrete rimanere per l’eternità. No: questo non è giusto.

Siria, nuove vittime nel venerdì di protesta. Congresso Usa vota nuove sanzioni

Da Radio vaticana - 9 marzo 2012

In Siria, è di almeno 38 morti, fra cui tre bambini, il bilancio provvisorio dell’odierna giornata di proteste in tutto il Paese, come è consuetudine nel venerdì di preghiera islamica. Lo riferiscono i comitati locali d’opposizione, precisando che la maggior parte delle vittime si registrano nella città ribelle di Homs. Intanto, ferve l’attività diplomatica internazionale per porre fine alla crisi siriana: la Commissione per gli Affari esteri del Congresso Usa ha approvato nuove sanzioni nei confronti del governo di Damasco.

La Russia si è invece opposta al nuovo progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che definisce “non equilibrato”. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha iniziato oggi una missione diplomatica per mediare sulla situazione. Lavrov farà tappa prima a Il Cairo, per incontri con le sue controparti della Lega araba, e poi a New York, per una serie di colloqui a margine della riunione di lunedì del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Infine, la Cina ha annunciato l’invio di un suo emissario a Riad, il Cairo e Parigi per illustrare un piano di pace in sei punti proposto domenica scorsa e già accettato dal governo di Bashar al-ssad. (A cura di Marco Guerra)