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giovedì 21 gennaio 2016

Aleppo muore di sete. Uccisa dai ribelli.

Mentre l’attenzione dei media occidentali è focalizzata – e forse non in maniera disinteressata – sulla situazione di Madaya, “Aiutiamo la Siria!”, una onlus italiana che si occupa di sostenere i civili siriani intrappolati nella guerra lancia un drammatico appello per Aleppo. 
Una nota triste per un amico aleppino che è scomparso.

di Marco Tosatti


“La situazione degli abitanti di Aleppo, è sempre più drammatica. Alle bombe che minacciano quotidianamente la città (ieri colpita la chiesa Armena Evangelica, per fortuna senza vittime), si aggiunge la mancanza di energia elettrica, l’interruzione dell’erogazione dell’acqua e infine il freddo intenso di questo periodo”, ci scrive il presidente della Onlus, Francesco Giovannelli.  
Le varie formazioni antigovernative – Isis, Jabhat al Nusrah e altri – interrompono da mesi il flusso idrico nella città, per fiaccare la resistenza degli aleppini che non vogliono andarsene. “Tra la popolazione debilitata si sta diffondendo in queste ultime settimane l’influenza H1N1 che ha costretto molte persone al ricovero in ospedale mentre la carenza di medicinali rende la situazione ancora più problematica”.  


E ieri Aleppo ha ricordato un’altra ferita provocata dalla guerra: ricorreva infatti il 1000° giorno dal rapimento dei due Arcivescovi ortodossi della città, Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e Boulos Yazigi, scomparsi il 22 aprile 2013, catturati dai ribelli antigovernativi, e dei quali non si sono mai più avute notizie.

Qui troverete i link che vi permettono di partecipare a dei progetti umanitari per aiutare la gente di Aleppo ad avere acqua, e riscaldamento.
Mentre ricordiamo che il quotidiano della CEI, Avvenire, chiede che l’Italia si dissoci dalle sanzioni anti Siria, che non colpiscono il governo, ma rendono la vita tragicamente più dura per la popolazione. 

E permettetemi di aggiungere un triste tocco personale a questo post. Nei giorni scorsi è morto ad Aleppo, Armen Mazloumian, il proprietario del Baron Hotel, la fonte primaria – e uno dei protagonisti – de “I Baroni di Aleppo” . I Baroni di Aleppo era una finestra sul Medio Oriente e un secolo di storia vista attraverso le finestre di quello che fu il più chic e famoso albergo della regione, l’hotel in cui soggiornarono Lawrence d’Arabia e Agatha Christie, nelle cui stanze furono venduti e comprati i documenti che diedero una delle prime prove testimoniali del Genocidio degli Armeni. Armen raccontò a Flavia Amabile e a me la storia dell’albergo, che non ha voluto abbandonare in questi anni di guerra, nonostante fosse malato seriamente, e curarsi diventasse sempre più difficile. Un’altra vittima “collaterale” di questa guerra assurda scatenata moyennant i fondamentalisti islamici dalle monarchie del Golfo e da alcune potenze occidentali.  


Quei bimbi siriani uccisi 
dall' embargo (2)
Avvenire, 20 gennaio 2016
«Ieri nel nostro quartiere un bambino è morto per il freddo. In casa sua da giorni non avevano di che scaldarsi, e lui non ce l’ha fatta. Non è il primo, sa? E non sarà l’ultimo, in questo gelido inverno di Aleppo». È rotta dalla commozione la voce di padre Ibrahim Alsabagh, francescano della Custodia di Terra Santa, che guida la parrocchia di San Francesco nella città martire del conflitto siriano, dove da mesi si consuma lo scontro più accanito tra l’esercito regolare e la miriade di gruppi armati che controllano molti quartieri. «Qui si muore per la guerra e per i frutti avvelenati che la guerra porta con sé – sospira il frate –. Ma c’è un nemico altrettanto insidioso, di cui si parla troppo poco, e di cui porta grande responsabilità l’Europa: è l’embargo decretato quattro anni fa nei confronti della Siria e più volte riconfermato, che sta silenziosamente strangolando il nostro Paese».

Pesantissime le conseguenze delle sanzioni sulla vita quotidiana: scarseggiano i generi alimentari di prima necessità – un fenomeno che alimenta le speculazioni e il mercato nero da parte di chi li possiede –, ogni giorno diventa più difficile procurarsi le materie prime per le fabbriche, la benzina per i trasporti, il gasolio per il riscaldamento nelle case (con l’aumento dei casi di anziani e bambini colpiti da malattie respiratorie, che in molti casi hanno portato alla morte), le medicine, i pezzi di ricambio per i macchinari. 

Negli ospedali l’attività viene rallentata dalla scarsità del materiale sanitario o dall’impossibilità di riparare le attrezzature medicali, senza contare le carenze nella qualità dell’assistenza conseguenti al massiccio esodo del personale sanitario (secondo alcune fonti avrebbe lasciato il Paese il 50 per cento dei medici). Un dramma nel dramma è rappresentato dalla scarsità di acqua, causata soprattutto dal taglio delle risorse idriche da parte delle milizie jihadiste che controllano l’acquedotto. Anche le poche merci che riescono ad arrivare in zona entrano con difficoltà nella città, circondata dalle postazioni delle formazioni jihadiste che presidiano molti punti di accesso. E spesso i convogli umanitari per poter passare devono sottostare al pagamento di mazzette ai vari gruppi di “combattenti”.

Le sanzioni rendono praticamente impossibile inviare denaro in maniera diretta tramite bonifici bancari, costringendo a triangolazioni finanziarie con il Libano o a fare i conti con pesanti commissioni bancarie. I canali regolari si sono fatti sempre più stretti, frenando di fatto anche gli slanci di solidarietà che in questi anni sono arrivati da molti Paesi, con l’Italia in prima fila. Il risultato finale – paradossale ma non troppo, se si pensa a quanto è già stato sperimentato in altri contesti – è un popolo che nei fatti viene colpito da provvedimenti messi in atto da chi a parole proclama di volerlo aiutare. Oggi, di fatto, milioni di siriani si trovano loro malgrado a combattere ogni giorno «un’altra guerra», quella contro malnutrizione e denutrizione per carenza di cibo, contro malattie, povertà e disoccupazione che sono le conseguenze indotte dallo strangolamento a cui il Paese è stato sottoposto a causa dell’embargo.

«Seguendo l’esempio di Gesù, siamo a fianco del popolo, di tutto il popolo, senza alcuna distinzione di fede religiosa – racconta padre Ibrahim Alsabagh –. Non ci hanno fatto cambiare idea neppure i missili caduti nei giorni scorsi sul nostro quartiere cristiano di Azizieh e lanciati da una zona controllata dai jihadisti. Ma l’aiuto che riusciamo a dare è una goccia nel mare di bisogno in cui siamo immersi. Togliere l’embargo è una necessità evidente per chi vive qui, altrimenti Aleppo come altre città morirà. E chi pensava di danneggiare il governo con le sanzioni – dimenticando gli esiti infausti di analoghe iniziative condotte negli anni scorsi contro altri Stati – porta sulle spalle la pesante responsabilità di condannare a morte una popolazione già sfiancata. Muovetevi anche voi italiani, vi scongiuriamo: se l’Unione Europea persevera nell’errore, abbiate il coraggio di uscire dal coro, di rompere il fronte dell’embargo. Prima che sia troppo tardi, e che non vi resti che piangere sulle nostre rovine».
http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bimbi-siriani.aspx

Preghiamo per suor Margherita Slim, dell'ospedale francese di Aleppo
Da alcuni giorni, suor Margherita Slim, superiora delle suore di San Giuseppe dell'apparizione e direttrice dell'ospedale Saint Louis, a Aleppo, ha grossi problemi di salute e chiede le nostre preghiere. Le sorelle ci hanno inoltre fatto pervenire un messaggio sabato:
" tra le 15 e le 16, sette o otto bombe sono cadute... Pensavamo che fosse proprio vicino a noi ma era nel vicino quartiere Azizieh.  Avevamo in questo quartiere una scuola, che ora appartiene al governo dopo nazionalizzazioni del 1967. Ma abbiamo ancora una grande cappella e una casa che ormai è diventata foyer per giovani universitarie.  Una bomba è caduta sotto la cucina: una ventina di finestre sono andate in pezzi ma la bomba alla fine non ha esploso.... San Giuseppe le ha protette, davvero!
Vi prego, pregate anche per la pace! "  (SOS Chretiens d'Orient)

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