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lunedì 16 maggio 2022

Dichiarazione dei Patriarchi di Gerusalemme sulle violenze israeliane durante il funerale di Shireen Abu Aqleh


Noi, il Patriarca greco di Gerusalemme, il Patriarca latino di Gerusalemme, i Vescovi e i fedeli delle Chiese cristiane in Terra Santa, condanniamo la violenta intrusione della polizia israeliana nel corteo funebre della giornalista uccisa Shireen Abu Akleh, mentre si recava dall'ospedale San Giuseppe alla chiesa cattedrale greco-melchita.

La Polizia ha fatto irruzione in un istituto sanitario cristiano, mancando di rispetto alla Chiesa, all'istituto sanitario, alla memoria del defunto e costringendo i portatori della bara a lasciarla quasi cadere.

L'invasione e l'uso sproporzionato della forza da parte della polizia israeliana, che ha attaccato i fedeli in lutto, li ha colpiti con manganelli, ha usato granate fumogene, ha sparato proiettili di gomma, ha spaventato i pazienti dell'ospedale; è stata una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, compreso il diritto umano fondamentale della libertà di religione, che deve essere osservato anche in uno spazio pubblico.

L'Ospedale St. Joseph è sempre stato orgogliosamente un luogo di incontro e di guarigione per tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o culturale, e intende continuare a esserlo. Quanto accaduto venerdì scorso ha ferito profondamente non solo la comunità cristiana, le Suore di San Giuseppe dell'Apparizione, proprietarie dell'Ospedale, e tutto il personale ospedaliero, ma anche tutte le persone che in quel luogo hanno trovato e trovano tuttora pace e ospitalità.

Le Suore e il personale dell'Ospedale San Giuseppe hanno sempre fatto sì che il loro Istituto fosse un luogo di cura e di guarigione e il deplorevole episodio di venerdì scorso rende questo impegno ancora più forte che mai.

Gerusalemme, Ospedale San Giuseppe, 16 maggio 2022

venerdì 13 maggio 2022

Dichiarazione del Patriarcato latino di Gerusalemme sulla morte di Shereen Abu Aqleh

 
The Latin Patriarchate of Jerusalem expresses its shock at the death of the Palestinian reporter Shereen Abu Aqleh who, according to eyewitnesses, has been killed by the Israeli army, during coverage of the Israeli army’s storming of Jenin camp on Wednesday morning, May 11, 2022.

We ask for a thorough and urgent investigation of all the circumstances of her killing and for bringing those responsible to justice.

This blatant tragedy brings back to human conscience the need to find a just solution to the Palestinian conflict, which refuses to enter oblivion although 74 years have passed since the Nakba.

We pray for the rest of Shereen's soul, who was an example of duty and a strong voice for her people, and ask God to grant her brother and relatives the consolation of faith. We pray that the Palestinian people find their way to freedom and peace.

We pray for the recovery of journalist Ali Samouri, who was also injured while performing his duty, and for all journalists in the world who courageously perform their work.

Le Patriarcat latin de Jérusalem exprime sa consternation face à la mort de la journaliste palestinienne Shereen Abu Aqleh qui, selon des témoins oculaires, a été tuée par l'armée israélienne alors qu'elle couvrait une offensive israélienne au sein du camp de Jénine, le matin du 11 mai 2022.

Nous demandons une enquête approfondie et urgente sur toutes les circonstances de ce meurtre et que les responsables soient traduits en justice.

Cette tragédie flagrante ramène à la conscience humaine la nécessité de trouver une solution juste au conflit palestinien, qui refuse de tomber dans l'oubli bien que 74 ans se soient écoulés depuis la Nakba.

Nous prions pour le repos de l'âme de Shereen, qui était un exemple de devoir et une voix forte pour son peuple, et demandons à Dieu d'accorder à son frère et à ses proches la consolation de la foi. Nous prions pour que le peuple palestinien trouve son chemin vers la liberté et la paix.

Nous prions aussi pour le rétablissement du journaliste Ali Samouri, également blessé dans l'exercice de ses fonctions, et pour tous les journalistes du monde qui accomplissent courageusement leur travail.

https://www.lpj.org/it/posts/dichiarazione-del-patriarcato-latino-di-gerusalemme-sulla-morte-di-shereen-abu-aqleh.html




domenica 8 maggio 2022

Siria. La crisi si aggrava ora serve cambiare passo

Volontari Maristi di Aleppo nel campo profughi di Al Shahba 

Riprendiamo da Avvenire la lettera del Direttore della ONG AVSI , impegnata con vari progetti in Siria e in Libano, della quale condividiamo preoccupazioni e obiettivi. Ancora una volta, alla prossima Conferenza UE sulla Siria vogliamo rimarcare che la prima modalità di salvaguardare 'la dignità della popolazione siriana' è togliere l'iniquo impedimento ad accedere alle risorse energetiche di cui è ricco il Paese e togliere le sanzioni che precludono alla popolazione ogni scambio economico e produttivo.   OraproSiria 

 

Caro direttore,
la tentazione di inseguire l’ultima notizia, di concentrare attenzione e risorse sull’ultima emergenza umanitaria, distraendosi da altre 'vecchie' situazioni di bisogno, resta sempre molto forte. E così non solo non si risolvono i 'conflitti dimenticati', ma il loro bilancio drammatico cresce. Per questo la conferenza internazionale sulla crisi siriana, che si tiene per la sesta volta a Bruxelles (9 maggio), merita quest’anno particolare attenzione: ci costringe a ricordare che mentre siamo tutti rivolti all’Ucraina, in Siria la pace è ancora lontana e i siriani hanno fame.

La crisi in questo Paese, scivolato in un cono d’ombra, è catastrofica: 14 milioni e 600mila persone hanno bisogno di aiuto umanitario, e tra questi sono 2 milioni e mezzo i bambini che non vanno a scuola. Un dato questo che getta sul futuro infinita preoccupazione. Chi lavora qui sul terreno da undici anni accanto ai più vulnerabili, ha il privilegio di una prospettiva diversa sui bisogni di questo popolo e desidera lanciare un appello chiaro ai grandi donatori che si riuniranno nella città belga: è tempo di cambiare modo di esserci e agire. Riconosciamo che la risposta a questa crisi con interventi d’emergenza – come fatto fin qui – non è più efficace.

Dobbiamo attivare misure che permettano di pensare a domani e dopodomani, a uno sviluppo sostenibile in Siria e in tutta la regione. Diverse situazioni politiche di certo non facilitano questa transizione, e il percorso è a ostacoli. Ma, se non modifichiamo il nostro approccio, la situazione peggiorerà.

Dobbiamo perciò ripartire da tre pilastri: salute, agricoltura ed educazione. Un’assistenza sanitaria accessibile a tutti, un’agricoltura che garantisca alle famiglie sicurezza alimentare e reddito, un’educazione che sia formazione e cura delle giovani generazioni, integrata a percorsi di sostegno psicosociale in scuole finalmente riabilitate. Su questi tre pilastri si possono realizzare progetti che coinvolgano le autorità locali e la società civile nel costruire un nuovo tessuto sociale e permettano agli sfollati di rientrare, di ritrovare una nuova normalità in luoghi non più provvisori.

Il temuto processo di 'palestinizzazione' dei rifugiati siriani va smontato favorendo la collaborazione tra i governi dei Paesi ospitanti e le comunità di profughi, che insieme possono trovare strumenti di reciproco riconoscimento, come i certificati di istruzione, formazione, stato civile. Vorremmo invitare chi si riunisce a Bruxelles a rimuovere gli ostacoli che bloccano questa ripartenza: la lentezza dei processi di approvazione dei progetti, la logica dei silos che impedisce il lavoro comune tra le diverse Direzioni Generali della Ue (che resta uno dei donatori più generosi), le banche di sviluppo, agli attori privati e la società civile.

Chiediamo ai grandi donatori di promuovere finanziamenti integrati e pluriennali con approccio regionale: non reindirizziamo i fondi destinati alla Siria verso nuove emergenze, ma aumentiamo il dialogo tra le istituzioni europee e tutti gli attori coinvolti centrandolo sulla dignità della popolazione siriana. Favoriamo la partnership tra le istituzioni e organizzazioni internazionali e le realtà della società civile, presenti sul terreno che conoscono nel dettaglio i bisogni dei siriani. Non abbiamo più tempo per indugiare in un modo di lavorare superato dalla realtà: a rischio è un capitale umano e sociale fondamentale per il Medio Oriente, per noi, per il mondo intero.

di Gianpaolo Silvestri , Segretario generale di Avsi

martedì 3 maggio 2022

Le parole di Lavrov e del Papa scompigliano le narrazioni scontate


 Piccole Note, 3 maggio 2022

Ha destato scandalo l’intervista di Sergej Lavrov a “Zona Bianca”, sia perché rompe la censura calata sulle voci russe, sia per le parole sulle origini ebraiche di Hitler, che hanno suscitato l’ira delle comunità ebraiche.

L’asserzione di un’ascendenza ebraica di Hitler ha comportato uno sbandamento anche di Israele, finora rimasto formalmente neutrale nel conflitto, ma con pressioni enormi perché prenda posizione a fianco dell’Ucraina.

Una mossa che però sa di dover meditare, dal momento che rischia di non poter più bullizzare la vicina Siria con raid aerei che mietono ogni settimana vite umane innocenti nel nome della sicurezza del Paese (è lo stesso motivo che Mosca adduce per l’invasione del Donbass…).

Perché i loro raid possano andare a segno, i Jet di Tel Aviv hanno bisogno della neutralità russa – le cui forze sono in Siria su invito di Assad -, cosa assicurata da accordi pregressi.

Da qui, e da altro, l’ambiguità finora conservata da Israele sul conflitto (vedi anche il New York Times), nel quale però profonde “volontari” (Jerusalem post) e intelligence. Aiuti riversati in Ucraina senza un’aperta dichiarazione di ostilità nei confronti della Russia.

Una posizione che gli ha permesso anche di spendersi per mediare tra i due litiganti, attirandosi in tal modo le ire funeste degli assertori delle guerre infinite, che vedono il conflitto ucraino come un nuovo e più proficuo capitolo delle stesse.

Resta da capire se Israele riuscirà a conservare tale neutralità o se alla fine sarà costretta a cedere alle pressioni interne ed esterne schierandosi decisamente con Kiev.

Se ciò avverrà, però, non sarà certo per le parole di Lavrov – che più che accusare sembrava evocare – sulle quali c’è stato un “chiarimento” nel faccia a faccia tra il ministro degli Esteri israeliano e l’ambasciatore russo in Israele, in una conversazione della quale “le due parti hanno deciso di non fornire ulteriori dettagli” (Timesofisrael). Cenno pieno di sottintesi.

Al coro di condanna dell’intervista di Lavrov si è unito ovviamente anche Mario Draghi, che deve pur riaffermare il suo atlantismo, ma che pure  oggi, a Strasburgo, ha affermato la necessità di arrivare a un “cessate il fuoco”, aggiungendo che “l’Italia, come Paese fondatore dell’Unione Europea, come Paese che crede profondamente nella pace, è pronta a impegnarsi in prima linea per raggiungere una soluzione diplomatica“.

Insomma, anche un atlantista puro come Draghi sembra recalcitrante, come tanti nel mondo, a obbedire ciecamente alla consegna dei neocon volta a  usare del conflitto per incenerire la Russia, bypassando i rischi connessi a tale missione suicida.

Ma in questa nota val la pena sottolineare anche la ragionevolezza della posizione di papa Francesco, che in un’intervista al Corriere della sera ha espresso ancora una volta l’auspicio che questa guerra abbia fine.

Certo, un papa non può dire altro, è il suo mestiere, e certo non ha detto nulla di rivoluzionario, e però, dal momento che ultimamente si parla solo di inviare armi, derubricando il negoziato a connivenza col nemico, tali parole non suonano di prammatica.

Una guerra d’invasione, certo, quella ucraina, ma papa Francesco sa bene che la realtà è più complessa delle schematizzazioni propagandistiche, così ha voluto dire che il conflitto non nasce solo dalla follia di Putin.

Così il Corriere sintetizza le parole di Francesco: “L’abbaiare della Nato alla porta della Russia” ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. “Un’ira che non so dire se sia stata provocata — si interroga —, ma facilitata forse sì”.

Quindi, interpellato sull’invio di armi all’Ucraina, ha dichiarato: “Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini — ragiona — .La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi”.

A provarle sono russi, secondo il pontefice, ma anche gli altri, così che si sta ripetendo quel che avvenne nella guerra civile spagnola. Un cenno, quest’ultimo, non certo casuale, dal momento che la guerra civile spagnola fu funesto prologo alla guerra mondiale.

Se abbiamo messo insieme questi avvenimenti (l’intervista a Lavrov, l’apertura inaspettata di Draghi, l’intervista papale) è perché ci sembra che siano sottesi da un filo d’oro. E che siano come un’eco di qualcosa di tacito che si sta muovendo sottotraccia.

Cinque giorni fa il ministero degli Esteri russo pubblicava un tweet con una foto che ritraeva Paolo VI con Gromiko. Questo il testo: “Nel 1966, Papa Paolo VI e il primo ministro sovietico Andrey #Gromyko si incontrarono in #Vaticano . È arduo trovare sistemi statali così diversi tra loro, eppure i loro rappresentanti sono riusciti ad avere un dialogo costruttivo: una lezione da imparare #HistoryOfDiplomacy”. non sembra estraneo agli sviluppi seguenti.

Nell’intervista al Corriere, papa Francesco indugiava su un possibile incontro con Putin, anche se esprimeva le perplessità del caso. Ovvio che tale incontro, se dovesse esserci, dovrebbe avere un qualche risvolto reale, altrimenti sarebbe inutile. E ciò che è inutile, in questa temperie confusa, sarebbe dannoso.

Ma più che auspicare un incontro con Putin, il tweet del ministero degli Esteri russo sembra una sollecitazione diretta ad altro, un invito alla Chiesa perché rinnovi i fasti della propria diplomazia, oggi che il mondo sta attraversando una crisi che richiama quella dei missili cubani, alla cui risoluzione non fu estranea, anzi, la mediazione di Giovanni XXIII.

Certo, non fu solo il Papa a risolvere la situazione, come dimostra il carteggio segreto tra  John Fitzgerald Kennedy e Nikita Kruscev rivelato dal teologo cattolico James W. Douglass nel libro JFK and the Unspeakable: Why He Died and Why It Matters e ripreso, non certo a caso, dai media russi nel 2018 .

A sbrogliare la matassa contribuì non poco la diplomazia italiana, allora guidata dalla Democrazia cristiana, che lavorò sottotraccia per un compromesso: la smobilitazione delle testate atomiche Nato dislocate in Italia e in Turchia in cambio di un’inversione di marcia dei sovietici, che avevano inviato le proprie testate atomiche a Cuba suscitando le legittime preoccupazioni americane (come per la Russia l’allargamento della Nato a Est).

lunedì 25 aprile 2022

Armi consegnate all’Ucraina saranno utilizzate contro di noi

 
Articolo da Moon of Alabama, 20 aprile 2022 
tradotto da Maria Antonietta Carta

Gli Stati Uniti e l’Europa stanno trasportando un’enorme quantità di armi in Ucraina, ma nessuno ha la minima idea di cosa accadrà con queste armi. È probabile che molte di esse saranno disseminate fuori dall’Ucraina e che alcune colpiranno inevitabilmente chi adesso le consegna. In un’analisi sulla guerra degli Stati Uniti contro la Siria, Aaron Maté spiega nei dettagli come il team Obama-Biden potenziò le reti terroristiche in Siria

Basata su documenti declassificati, notizie e confessioni sparse di funzionari statunitensi, questa storia dimenticata degli sforzi del team Obama-Biden per spodestare il regime di Assad - insieme ad alleati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia - descrive in dettaglio la serie di decisioni di basso profilo che alla fine portò gli Stati Uniti a potenziare le reti terroristiche orientate alla loro distruzione

Gli Stati Uniti hanno introdotto un'enorme quantità di armi in Siria. Queste armi non sono andate ai "ribelli moderati" che la propaganda americana aveva promosso, ma agli attori più ideologicamente impegnati e ai più brutali sul campo: 

Sebbene l'amministrazione Obama abbia affermato che le armi che fluivano in Siria erano destinate a "ribelli moderati", alla fine sono cadute nelle mani di un'insurrezione dominata dai jihadisti. Appena un mese dopo l'attacco di Bengasi, il New York Times riferiva che I jihadisti islamici irriducibili, compresi i gruppi con legami o affiliazioni con al-Qaedaavevano ricevuto la parte più cospicua di armi spedite all'opposizione siriana.

Ripetendo questa "strategia", gli Stati Uniti stanno attualmente inviando un'enorme quantità di armi e mercenari in Ucraina. Le armi pesanti offerte non sono una grande preoccupazione, ma l'enorme quantità di armi leggere e munizioni, armi anticarro e sistemi antiaerei portatili rappresentano un pericolo serio a lungo termine. Queste armi spossono stare nel bagagliaio di un'auto eessere facilmente introdotte di contrabbando attraverso i confini. Come ho spiegato in precedenza, l'ideologia di destra che si sta alimentando in Ucraina diventerà soprattutto un pericolo per i Paesi europei, ma anche oltre: 

Whitney Webb scrive che la CIA sta creando una nuova al-Qaida sotto forma di una milizia suprematista bianca di destra. Alcuni sono mercenari reclutati attualmente da compagnie di “sicurezza” occidentali. Queste milizie utilizzeranno tutte le armi "leggere" che i Paesi della NATO stanno consegnando all'Ucraina per attaccare le truppe russe e i loro sostenitori. 

Ciò avrà gravi ripercussioni in Polonia e Romania, dove queste truppe sono dispiegate, e a lungo termine porterà a un ritorno del terrore di destra nei Paesi che supportano queste forze. Contribuirà anche a una progressiva avanzata dei partiti di destra. 

La devastazione economica che le sanzioni statunitensi ed europee contro la Russia stanno causando nelle loro stesse economie comporterà un cambio di regime in diversi Paesi europei. Naturalmente, gli Stati Uniti si proteggono il più possibile a spese degli altri.


Se c'è una lezione da imparare dalla Siria, è che le persone più impegnate ideologicamente e quelle più brutali sul campo non solo diffondono la loro ideologia in altri Paesi, ma finendo inevitabilmente per possedere le armi più pericolose le consegneranno a gruppi di altri Paesi che hanno la stessa ideologia. 

I gruppi fascisti in Ucraina non sono un'invenzione della propaganda russa o semplicemente dei "nazionalisti". Nel 2018, anche i lobbisti pro-NATO al Consiglio Atlantico li definirono una pericolosa minaccia:


La settimana scorsaRadio Hromadske ha rivelato che il Ministero della Gioventù e dello Sport ucraino sta finanziando il gruppo neonazista C14 per promuovere "progetti nazionali di educazione patriottica" nel Paese. L'8 giugno, il Ministero ha annunciato che avrebbe assegnato a C14 poco meno di 17.000 dollari per un campo per bambini. Ha anche fornito fondi a Holosiyiv Hideout e Educational Assembly, che hanno entrambi legami con l’estrema destra. Questa rivelazione rappresenta un pericoloso esempio di applicazione della legge che condona tacitamente o addirittura incoraggia la crescente illegalità di gruppi di estrema destra disposti a usare la violenza contro coloro che non amano. 

Dall'inizio del 2018, il C14 e altri gruppi di estrema destra, come National Militia, Right Sector, Karpatska Sich e altri affiliati ad Azov, hanno attaccato ripetutamente gruppi Rom, manifestazioni antifasciste, riunioni del consiglio comunale, un evento organizzato da Amnesty International, mostre d'arte, eventi LGBT e attivisti ambientali. L'8 marzo, gruppi violenti hanno lanciato attacchi contro i manifestanti della Giornata internazionale della donna in diverse città dell'Ucraina. Solo in pochi casi la polizia ha fatto qualcosa per prevenire questi attacchi, mentre in altri casi ha persino arrestato manifestanti pacifici al posto dei veri autori di questi attacchi. 

I gruppi internazionali per i Diritti umani hanno lanciato l'allarme. Dopo gli attacchi dell'8 marzo, Amnesty International ha avvertito che l'Ucraina sta precipitando nel caos della violenza incontrollata dei gruppi radicali nella totale impunità. Quasi nessuno nel Paese può sentirsi al sicuro in queste condizioni. Amnesty International, Human Rights Watch, Freedom House e Front Line Defenders hanno avvertito in una lettera che i gruppi radicali che operano sotto una patina di patriottismo e valori tradizionali possono agire in un'atmosfera di quasi totale impunità, che incoraggerà questi gruppi a commettere ulteriori attacchi.


In Ucraina, durante gli ultimi otto anni, questi gruppi hanno avuto molti contatti con gruppi simili di altri Paesi e hanno invitato gli stranieri a combattere con loro in prima linea contro le Repubbliche del Donbass. Sono potenziali acquirenti delle armi che ora si consegnano all'Ucraina. Gli Stati Uniti non hanno idea di dove finiranno le diecimila armi che attualmente forniscono: 

Gli Stati Uniti hanno pochi modi per tracciare la grande quantità di armi anticarro, antiaeree e di altro tipo inviate in Ucraina, hanno riferito fonti alla CNN. Questa cecità è in gran parte dovuta all'assenza di truppe statunitensi sul terreno e alla facilità di trasporto di molti piccoli sistemi che attualmente attraversano il confine. È un rischio consapevole che l'amministrazione Biden è disposta a correre. 

A breve termine, gli Stati Uniti considerano che il trasferimento di centinaia di milioni di dollari di attrezzature sia vitale per gli Ucraini che respingono l'invasione di Mosca. Martedì, un alto funzionario della Difesa ha affermato che si trattava Certamente della più grande fornitura recente a un Paese partner in un conflitto. Ma il rischio, secondo gli attuali funzionari e analisti della Difesa statunitensi, è che a lungo termine alcune di queste armi finiscano nelle mani di altri eserciti e milizie che gli Stati Uniti non intendevano armare.


Transparency International classifica l'Ucraina al 122° posto su 180 Paesi. Più basso è il grado in questo elenco, maggiore è la corruzione. È probabile che la persona che riceve ufficialmente le armi in Ucraina ne trattenga una parte per poi rivenderla a chiunque fosse interessato. Sarà facile

"Non saprei dirvi dove si trovano in Ucraina e se gli Ucraini le stanno usando" ha detto ai giornalisti la scorsa settimana un alto funzionario della Difesa. "Non ci dicono quante munizioni usano o chi e quando spara. Potremmo non sapere mai esattamente quanti Switchblades (droni inviati da Biden in Ucraina) stiano usando"

Secondo il portavoce del Pentagono John Kirby, il Dipartimento della Difesa non assegna le armi che invia a particolari unità. 

I camion carichi di pallet di armi fornite dal Ministero della Difesa sono prelevati dalle forze armate ucraine, principalmente in Polonia, e portati in Ucraina ha dichiarato Kirby. poi spetta agli Ucraini determinare dove andare e come distribuirli nel loro Paese." 

Non ci si può fidare dei funzionari ucraini che affermano che queste armi saranno solo utilizzate al meglio.

In privato, i funzionari riconoscono che l'Ucraina ha interesse a fornire solo informazioni che rafforzeranno la loro tesi per avere ulteriori aiuti, più armi e più assistenza diplomatica.

"È una guerra. Tutto ciò che fanno e dicono pubblicamente è studiato per aiutarli a vincere la guerra. Ogni dichiarazione pubblica è un'operazione di informazione, ogni intervista, ogni trasmissione con l'apparizione di Zelensky è un'operazione di informazione" ha affermato un'altra fonte che ha familiarità con l'intelligence occidentale.


Zelensky chiede costantemente armi e nessuno ha la più pallida idea di dove vadano. Quante ne metterà da parte per venderle più tardi e chi le comprerà? L'esperienza della guerra in Siria ci insegna che le armi "che cadono dal camion" in Ucraina finiranno per arrivare nelle mani di persone ideologicamente più impegnate e di quelle più brutali. In Ucraina sono i fascisti. Potrebbero interessare anche alcune bande criminali internazionali che vogliono eliminare i loro rivali.

Quanto tempo passerà prima che un drone suicida Switchblade si schianti contro un'auto della polizia in Polonia?

Quanto tempo prima che un'arma anticarro venga usata in una rissa tra bande a Parigi? Quanto tempo prima che un missile antiaereo Stinger abbatta un aereo civile a Roma?

Uno, tre o cinque anni?

È un pericolo con cui tutti dovremo convivere d'ora in poi.

Moon of Alabama