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martedì 28 aprile 2026

Una donna religiosa e coraggiosa dell’antichità

 

 Meditazione di Padre Daniel - 24 aprile 2026

In questo periodo pasquale, desideriamo rivolgere la nostra attenzione ad alcune figure o eventi che irradiano la forza e la gioia della Pasqua. Diamo risalto a ciò che, a nostro avviso, è troppo poco conosciuto. Iniziamo con la misteriosa Egeria, della fine del IV secolo (1).

La scoperta del manoscritto

Un manoscritto dell’XI secolo, l’Itinerarium Egeriae (Racconto di viaggio di Egeria), è stato scoperto nel 1884 in una biblioteca di Arezzo (Italia). È incompleto, mancano l’inizio e la fine. Il linguaggio è semplice e vivace e tradisce una grande curiosità. Comprende due parti. La prima è un racconto di viaggio verso il Sinai, il monte Nebo, il paese di Giobbe e la Mesopotamia. La seconda parte è una relazione sulla liturgia così come veniva celebrata a Gerusalemme. Offre una miniera di informazioni sui luoghi santi, sulle persone dell’epoca e sui costumi liturgici a Gerusalemme.

Chi era Egeria? Questo racconto di viaggio solleva numerose domande alle quali la scienza odierna cerca di rispondere in questo modo: una donna misteriosa e singolare, Egeria, compì tra il 381 e il 384 un pellegrinaggio di diversi anni verso il Sinai, Alessandria, Edessa, Costantinopoli e Gerusalemme. È colta e benestante, forse persino di origini nobili e influenti. Parla e scrive bene il latino. Probabilmente era originaria del nord-ovest della Spagna (Gallaecia) o del sud della Francia (Gallia). Disponeva inoltre dei mezzi necessari per finanziare questa costosa impresa con un piccolo seguito. 

Lettere alle sue «sorelle»    Scrive il suo racconto sotto forma di una lunga lettera alle sue «care sorelle/signore», amiche che condividono le sue stesse idee. Alcuni hanno pensato che fosse una badessa o una suora perché scrive alle sue «sorores» (sorelle). Questo termine, tuttavia, può benissimo significare anche «amiche». Quale badessa o suora avrebbe potuto partire per un viaggio di anni? Del resto, non c'è alcun segno che lei desiderasse tornare nella sua comunità. Al contrario, continua a fare progetti per intraprendere nuovi viaggi e pellegrinaggi, «se sarò ancora in questo corpo».

Un'impresa eccezionale

Questo pellegrinaggio fu un'impresa eccezionale. Viaggiare alla fine dell'antichità era molto più difficile di oggi, soprattutto per una donna sola. Non parte nemmeno per un'esplorazione, come spesso accade oggi, per fare pace con se stessa o risolvere un grave problema relazionale. Del resto, non apprendiamo quasi nulla della sua esperienza emotiva delle difficoltà pratiche e delle condizioni di viaggio. Égérie è affascinata dai luoghi e dagli eventi così come sono descritti nell’Esodo, nei Numeri e nel Nuovo Testamento. Li osserva e li vive con gli occhi della fede. Desidera seguire le orme di Mosè, Elia, Giovanni Battista e Gesù. Alle sue «care signore» vuole fornire un resoconto entusiasta e trasmettere loro il suo fervore religioso e biblico. Nel farlo, unisce modestia e prudenza alla determinazione e al senso dell’avventura.

Testimonianza del monaco Valerio

Nel 1903 è stata ritrovata una lettera di un monaco di nome Valerio del VII secolo, indirizzata ai suoi confratelli, probabilmente dall'attuale Galizia in Spagna. Egli la chiama «monaca» e persino «la beata monaca Eteria»: «Mentre siamo colpiti dal coraggio degli uomini che furono eroi e santi, siamo ancora più colpiti dalla debolezza di una donna, ovvero la beata Etheria, che superò il coraggio di tutti gli uomini del suo tempo, come dimostra la sua meravigliosa storia... Una volta toccata dalla parola del Vangelo, si affrettò a mettersi in cammino verso il monte di Dio, senza dubbio piena di gioia… Attendeva il ritorno del Signore, dopo la fine del mondo, che riteneva vicina».

Ospitalità lungo il cammino  La prima parte del suo racconto di viaggio inizia con la sua visita al Sinai. Posti di guardia romani, vescovi, superiori, monasteri ed eremiti la accolgono con benevolenza o le offrono volentieri ospitalità. Si mostra particolarmente premurosa nei confronti del clero locale. Senza eccezioni, scrive di «quel santo vescovo» e dei «santi monaci». Anche questi ultimi erano molto gentili con lei. Egeria vuole vedere tutti i luoghi e scalare tutte le montagne menzionate nelle Scritture, e il clero locale e i religiosi accettano volentieri di accompagnarla come guide esperte.

La liturgia di Gerusalemme    La seconda parte ci racconta in modo vivace le celebrazioni liturgiche a Gerusalemme, durante la settimana, durante la Quaresima, la Settimana Santa e le feste che seguono. Gli storici a volte faticano a comprendere con precisione cosa intenda con certi termini, nomi di luoghi e di chiese. L’intenzione è chiara: celebrare nel modo più intenso possibile la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù nostro Salvatore proprio dove hanno avuto luogo.

La pratica del digiuno
Sulle modalità del digiuno durante la Quaresima, apparentemente non c'erano ancora prescrizioni. Alcuni digiunavano un'intera settimana e mangiavano solo il sabato e la domenica. E al di fuori del digiuno, consumavano un solo pasto al giorno. Il sabato e la domenica non si digiunava mai. Da Pasqua a Pentecoste non si digiunava nemmeno. Alcuni interrompevano il digiuno per un giorno, il giovedì, o per due giorni. «Nessuno dice all’altro cosa deve fare, ma ciascuno digiuna come può. Chi digiuna molto non è lodato e chi digiuna poco non è disprezzato» (n. 28).

La Grande Settimana e il Triduo
Quella che noi chiamiamo «Settimana Santa» è conosciuta in quella regione come «Settimana di Pasqua» o «Grande Settimana» a causa del «Triduum Sacrum» (Triduo Sacro) che va dal Giovedì Santo alla Pasqua. La mattina del Venerdì Santo vengono letti tutti i testi scritturali che trattano della passione del Signore:

«Dalle 6 alle 9 non si smette di leggere e di cantare inni per mostrare chiaramente a tutti che ciò che i profeti hanno detto sulla passione del Signore è avvenuto, come scrivono i Vangeli e gli scritti degli apostoli. Durante queste tre ore, si mostra a tutti che non è accaduto nulla che non fosse stato annunciato in precedenza e che non c’è nulla di annunciato che non sia stato pienamente compiuto» (n. 37).

In questo modo, Egeria sottolinea la grande unità tra l’Antico e il Nuovo Testamento.

Veglia notturna e catechesi
Segue poi una veglia notturna. «C’è una folla immensa a vegliare, alcuni fin dalla sera, altri a partire da mezzanotte, ciascuno secondo le proprie forze» (n. 37). Durante la notte di Pasqua e l’ottava pasquale, viene naturalmente riservata un’attenzione particolare a coloro che sono stati battezzati. Durante tutta la Quaresima, ricevevano l’insegnamento del vescovo: 
«... iniziando dalla Genesi, percorreva tutta la Scrittura per quaranta giorni. Così facendo, spiegava loro prima il senso letterale e poi il significato spirituale... Questo si chiama catechesi. Al termine di queste cinque settimane, essi ricevono il testo della professione di fede, che viene spiegato allo stesso modo, frase per frase, letteralmente e spiritualmente...» (n. 46).

Conclusione
La pia ed energica Egeria, con il racconto del suo pellegrinaggio in Terra Santa alla fine del IV secolo, ha ridato vita in modo singolare alla Parola di Dio e ha descritto la vita liturgica a Gerusalemme. Sebbene molte domande su alcuni dettagli rimangano senza risposta, il suo racconto di viaggio è una potente testimonianza della sua profonda fede e della vibrante vita di fede della Chiesa primitiva. Si tratta di uno dei documenti più preziosi della storia del cristianesimo antico. In esso, Egeria rimane sullo sfondo per mettere in piena luce l’amore di Dio e l’opera di salvezza. 
(1) ETHERIE, Journal de voyage. Texte latin, introduction et traduction de Hélène Pétre, Docteur ès lettres, Sources Chrétiennes 21, Les Editions du Cerf, Paris, 1948.
EGERIA, In het land van de bijbel. Reisverslag van een dame uit de vierde eeuw, Hilversum, uitgeverij Verloren, 2011. Texte latin et traduction : Vincent Hunink. Introduction de Jan Willem Drijvers.

Notizie dalla comunità

- Secondo il canale YouTube NearDeahtJourneys, la famiglia Al Rashidi, la più ricca dell’Arabia Saudita, si è convertita al cristianesimo. Considerava un onore e un dovere diffondere l’Islam costruendo moschee in tutto il mondo. Rayan, un nipote, era la pupilla degli occhi di tutta la famiglia. Viene mandato a Birmingham (Inghilterra) per studiare economia. Durante le vacanze, si reca in Sudan con alcuni amici, dove viene rapito. La famiglia Al Rashidi mobilita tutti i servizi politici e segreti possibili e fa sapere che un risarcimento finanziario non rappresenta alcun problema. Passano due settimane senza alcun risultato. La famiglia è disperata. C'è una domestica cristiana molto fedele, considerata come un membro della famiglia. Questa donna dice loro: «Preghiamo Gesù, che ha liberato Pietro, Paolo e Sila dalla prigione». Pregano. Due settimane dopo, ricevono una telefonata da Rayan, che annuncia di essere in viaggio per tornare. Racconta loro che in prigione ha visto la Persona radiosa di Gesù che lo ha liberato. La famiglia Al Rashidi si converte al cristianesimo e lascia l'Arabia Saudita per trasferirsi a Dubai,  Chi può dirci se questa storia è vera o falsa? Quando la famiglia musulmana più ricca dell'Arabia Saudita si converte al cristianesimo, mi sembra impossibile che la cosa possa rimanere segreta. Preghiamo affinché Gesù Cristo, come Signore crocifisso e risorto, sia sempre più riconosciuto e celebrato in tutto il mondo arabo!



- La seconda domenica dopo Pasqua, nella liturgia bizantina, è dedicata alle «mirofore» o «donne dei profumi», quelle donne che, con coraggio, hanno sfidato la vergogna della condanna e della morte di Gesù e sono rimaste al suo fianco fino ai piedi della croce. Insieme a Giuseppe d’Arimatea lo avvolsero in fretta in un sudario profumato di erbe aromatiche, mirra e aloe, poi lo seppellirono. Non potevano fare altro in quel momento, poiché era già iniziato il sabato. La domenica mattina presto, si recarono al sepolcro per completare la cura del corpo di Gesù. Lì, capirono che era risorto. Il loro amore, il loro coraggio, la loro perseveranza e la loro fedeltà ci vengono presentati come esempio in questa domenica. Tuttavia, con la sua risurrezione e la sua apparizione, Gesù dà loro infinitamente più di quanto avrebbero voluto offrirgli.


Padre Daniel Maes, Qara, Siria

giovedì 23 aprile 2026

La giornalista libanese Amal Khalil uccisa durante gli attacchi israeliani a Tiri

 


AUTORE: Newsdesk Libnanews -  23 aprile 2026

La giornalista libanese Amal Khalil è stata trovata morta dopo ore trascorse sotto le macerie a Tiri, nel sud del Libano, dove mercoledì aveva documentato le conseguenze dei successivi attacchi israeliani. La sua collega, la fotografa Zeinab Faraj, è rimasta ferita ed è stata trasportata all'ospedale di Tebnine, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla testa e le sue condizioni sono state successivamente dichiarate stabili. 

Per il Libano, il caso è diventato immediatamente più di un dramma individuale. Concentra in un unico episodio tre realtà del momento: il protrarsi degli attacchi israeliani nonostante il cessate il fuoco, l'estrema vulnerabilità dei giornalisti nel sud del Paese e l'incapacità dello Stato libanese di proteggere, evacuare e mettere in salvo i propri professionisti dell'informazione quando si trovano intrappolati sul territorio.

La situazione attuale è drammatica. Un primo attacco ha colpito un veicolo nella città di Tiri, uccidendo gli occupanti. Amal Khalil e Zeinab Faraj, accorse sul posto per documentare le conseguenze dell'attacco, si sono rifugiate in una casa vicina. Anche questa casa è stata poi colpita. I soccorritori sono riusciti a raggiungere Zeinab Faraj, gravemente ferita, ma non Amal Khalil, rimasta sotto le macerie per ore. 

Secondo il Ministero della Salute libanese e le testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa internazionali, le operazioni di soccorso sono state ritardate da ulteriori scontri a fuoco e dall'ostruzionismo delle forze israeliane. L'esercito israeliano nega di aver preso di mira deliberatamente i giornalisti e contesta di aver impedito alle squadre di soccorso di accedere al sito. Ma tra la sua versione dei fatti e la realtà concreta, rimane un fatto doloroso: un giornalista che stava documentando l'accaduto è rimasto sepolto sotto le macerie per ore prima che il suo corpo venisse finalmente recuperato.

La situazione è tanto più grave in quanto non è sorta dal nulla, né a livello politico né militare. Da settimane, la protezione dei giornalisti nel Sud è una questione ben nota, riconosciuta e discussa tra il Governo, l'UNIFIL e gli organismi internazionali. Il Ministero dell'Informazione aveva annunciato un meccanismo coordinato con le Forze Armate libanesi per organizzare l'accesso dei giornalisti alle aree colpite. Aveva ripreso i colloqui con l'UNIFIL sulle misure di sicurezza. Aveva arrestato un Relatore Speciale delle Nazioni Unite in seguito a precedenti omicidi. Tutto ciò esisteva già prima di Tiri. Tuttavia, al momento del test vero e proprio, nulla in questo sistema ha impedito che una troupe giornalistica venisse colpita, e un corpo è rimasto sepolto sotto le macerie per diverse ore in una zona in cui né l'esercito libanese, né le autorità di soccorso o civili erano riuscite a garantire un accesso rapido e sicuro.

Fu dopo il primo attacco che le due giornaliste si trovarono nella zona. Amal Khalil, giornalista di Al-Akhbar, e Zeinab Faraj, fotografa, documentarono gli sviluppi sul posto. Mentre si trovavano nei pressi del luogo, un nuovo bombardamento colpì la zona. Entrambe le donne cercarono rifugio in una casa. Anche questa casa venne colpita. È questo secondo attacco che fa aumentare considerevolmente la portata dell'evento.

Anche se l'esercito israeliano respinge l'accusa di aver preso di mira deliberatamente gli obiettivi, i fatti lasciano un'impressione ben più grave: quella di un teatro operativo in cui la distinzione tra obiettivo militare, spazio civile, rifugio improvvisato e corridoio di soccorso non viene più rispettata nella pratica. 

Il Ministero della Salute libanese ha accusato l'esercito israeliano di aver inseguito le due giornaliste fino all'edificio in cui si erano rifugiate. L'accusa è forte. Non proviene da un media attivista o di parte, ma da un'istituzione ufficiale. È ulteriormente rafforzata dai resoconti dei soccorsi, che affermano di essere riusciti a estrarre Zeinab Faraj prima di essere tenuti a distanza, al punto che Amal Khalil è rimasta sotto le macerie fino a tarda sera.

Le testimonianze concordanti parlano anche di granate assordanti e spari usati per ritardare l'accesso dei soccorritori. Al contrario, l'esercito israeliano nega di aver ostacolato. Ma ciò non cancella l'immagine lasciata sul terreno: un sito colpito più volte, un giornalista ferito salvato a stento, un altro abbandonato sotto le macerie per ore. 

Questo comportamento è tanto più sconvolgente in quanto si verifica sotto la copertura di un cessate il fuoco che avrebbe dovuto essere in vigore dal 16 aprile. Da diversi giorni, il Libano sostiene che Israele stia svuotando di significato la tregua continuando con attacchi, demolizioni e restrizioni nel sud del Paese. Il caso di Tiri ne è l'esempio più lampante. Se una giornalista può morire nella casa in cui si è rifugiata dopo un primo bombardamento, e se i soccorsi affermano che non han potuto intervenire immediatamente, allora la parola cessate il fuoco diventa quasi una mera invenzione per coloro che continuano a lavorare, vivere o circolare a sud del Litani.

Articolo completo su : http://en.libnanews.com/amal-khalil-killed-under-strikes-in-tiri/

mercoledì 15 aprile 2026

Sì, il Signore è veramente risorto… : gli auguri delle Trappiste di Siria

Carissimi,

Buona Pasqua! Arriviamo ad augurarlo ormai alla fine di questa Ottava, mentre i nostri fratelli Ortodossi stanno vivendo i giorni del Triduo....
È Pasqua! Un tempo difficile, nel Medio Oriente, un tempo in cui la vittoria sulla morte è un annuncio che sfida gli avvenimenti che si susseguono quasi ora dopo ora. Ultimo fra tutti, la strage di popolazione in Libano, la prospettiva di un conflitto tra Israele e Turchia che coinvolgerà la Siria...e chissà cosa ancora. 

È Pasqua! E sappiamo che tutti state pregando il Risorto per noi, per il Medio Oriente, per la pace. Grazie. È Pasqua! E per la Settimana Santa, poichè nè il nostro Padre Generale, nè il cappellano sono riusciti a venire, abbiamo avuto con noi un giovane sacerdote di origine austriaca, P. Gerry,un gesuita che sta ad Aleppo, e che è arrivato da noi il Giovedì Santo. 


Con lui quattro giovani, due ragazze e due ragazzi, che hanno fatto un vero ritiro ed hanno partecipato con profondità alla nostra liturgia. Le celebrazioni sono state belle e significative, e pregare i salmi di questi giorni prende sempre uno spessore incredibile. 


È Pasqua, e il nostro cero quest’anno non poteva che portare il simbolo dell’Agnello: pensando ai martiri della Nigeria, a tanti altri martiri, alla violenza che imperversa nel mondo. Ma è un Agnello vittorioso, e la croce diventa il vessillo regale della Vita che non muore.. È Pasqua! E all’ingresso del monastero abbiamo una Croce nuova, di pietra bianca splendente, opera degli scalpellini che stanno lavorando ad alcuni particolari della chiesa. Perchè durante la Quaresima si erano manifestati i segni di deterioramento della nostra Croce di Fondazione, in legno, che nonostante le manutenzioni si era gonfiata e scheggiata..Un segno significativo, per noi, in questo tempo di sofferenza anche per i Cristiani. 

È Pasqua! e quest’anno anche noi ci siamo unite alla tradizione delle famiglie, ed abbiamo dipinto e regalato le uova con i colori naturali della cipolla, del cavolo rosso.. della barbabietola.. Segno della vita, ognuno ne prende uno il giorno della festa e si gioca a romperlo l’uno con l’altro... . Quello che resiste, guadagna l’altro uovo che si è rotto, e cosi’ via...Gli scout preparano le uova per la fine della messa, e ci hanno detto che i giovani hanno invitato a prenderne uno e giocare anche le guardie musulmane che facevano il controllo di sicurezza alla messa... E che è stato un bel momento anche per loro. 

È Pasqua! Pasqua è anche la gioia dei bambini che sono venuti a far festa al monastero e che abbiamo ritrovato a sguazzare nella fontana della nostra Madonnina, con abitini da festa e scarpe e tutto..(possiamo immaginare quanto saranno state contente le mamme...). 

È Pasqua, Pasqua è vita che risorge, e per noi persone e gruppi che ricominciano a venire al monastero per incontri e ritiri. Pasqua è continuare a costruire, mentre non si sente parlare che di bombardamenti e distruzioni. Ai nostri operai del villaggio si sono aggiunti anche degli scalpellini di Hama che intagliano e lavorano la pietra che poi, una volta finito il pezzo, portano alcuni dettagli, gli archi , le cornici...  

Sono due giovani cristiani, che si sono messi in società per non lasciar cadere il lavoro dei loro padri. Amici nuovi per il monastero, che così possono trovare lavoro in questo tempo difficile. Intanto i nostri operai continuano la copertura dell’abside, e , con la pietra, il chiostro interno e qualche stanza, in modo da poter terminare una parte in vista del futuro trasferimento. 

In questo ultimo mese abbiamo lavorato finalmente anche con una équipe di ingegneri di Homs e dintorni; sembrano bravi e dovremmo presto avere in mano i piani per poter cominciare gli interni. Lo desideriamo davvero molto. 

È Pasqua, e l’augurio che mandiamo a ciascuno di voi è che la gioia profonda, quella vera, quella di sapere che nessuna tenebra ha davvero potere sulla nostra vita, vi raggiunga, e dia luce e speranza ad ogni giornata, ad ogni incontro, ad ogni pensiero, ad ogni preghiera. 

Al Masih qam! Haqqan qam! Sì, il Signore è veramente risorto...

M. Marta Fagnani

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Intestato a: Monastero Beata Maria Fons Pacis

domenica 12 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace


Saluto del Santo Padre prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.


Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà. 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini! 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace! 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231). 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita! 

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260411-rosario-pace.html

giovedì 9 aprile 2026

Sempre meno cristiani nel Medio Oriente

Nella nuova guerra che scuote l'intero Medio Oriente tornano discorsi già sentiti oltre un secolo fa: si vuole ridisegnare il volto della regione, pacificarla una volta per tutte. Slogan simili circolavano anche nel 1916. Da allora ad oggi un solo dato è certo: la diminuzione costante della presenza cristiana nell'area.

 di Fulvio Scaglione

La tregua di due settimane nella guerra di Usa-Israele contro l’Iran somiglia molto al piano di pace trumpiano per Gaza: non risolve il problema ma almeno ferma, o rallenta, il conflitto e la conta delle vittime che, come sempre nelle guerre contemporanee riguarda più i civili che i militari (si veda il caso del Libano l’8 aprile: oltre 250 morti in una sola giornata di bombardamenti israeliani).

Al di là delle bombe, dei morti, delle abitazioni e delle fabbriche distrutte, delle università e degli ospedali ridotti in macerie, colpisce l’eterna ripetizione di certi discorsi. Nelle scorse settimane, quando sentivamo il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump annunciare l’intenzione di ridisegnare il Medio Oriente e definire questa guerra come l’ultima guerra, quella definitiva, quella che avrebbe eliminato ogni minaccia alla pace, avevamo la sensazione di vivere nel 1916, quando l’Occidente cominciò a usare gli stessi argomenti. Forse per una convinzione basata sul pregiudizio razziale e sull’ignoranza, forse solo per dare una patina di “nobiltà” ai propositi tipici dell’imperialismo di quell’epoca.

Era, quello, l’anno in cui tra Regno Unito e Francia fu stipulato il Trattato Sykes-Picot, dal nome dei due diplomatici che lo firmarono. Le potenze che rappresentavano, impegnate nella Prima guerra mondiale come alleate e avendo quindi entrambe come nemico l’Impero ottomano (che controllava gran parte del Medio Oriente), decisero (appunto) di ridisegnare il Medio Oriente e renderlo, a modo loro, stabile e pacifico. Se lo spartirono – mezzo a me, mezzo a te – tracciando confini con la matita sulle carte geografiche, senza tener conto di culture, popoli, lingue, geografie. Aprendo così le porte a una stagione di guerre e conflitti che, come vediamo, è ancora ben lungi dal concludersi.

In questi 110 anni sono successe tante cose in Medio Oriente e tutte sono andate in quella direzione: interventi esterni interessati che hanno finito per aumentare le divisioni e la conflittualità. Con una ricaduta devastante sulla presenza cristiana: in quell’epoca i cristiani formavano circa il 20 per cento della popolazione totale del Medio Oriente con picchi del 24 per cento e del 27 per cento nel Levante e in Mesopotamia. Nel censimento del 1914, i cristiani risultavano essere il 16-17 per cento della popolazione dell’Impero ottomano. Oggi i cristiani in Medio Oriente sono appena tra il 4 e il 6 per cento della popolazione. Il dato, tra l’altro, contribuisce a spiegare l’aumento della conflittualità nella regione: la drastica riduzione di una presenza di solito disarmata e impegnata nel dialogo con ogni altra componente etnico-religiosa ha privato la regione di un ammortizzatore prezioso.

Ed è straordinario che certi Paesi occidentali, che in qualche momento delle loro guerre (anche in questa contro l’Iran) osano addirittura brandire l’arma della fede, non abbiano alcuna cura per un tratto così importante della regione che dicono di voler “sistemare” e “pacificare”.

https://www.terrasanta.net/2026/04/sempre-meno-cristiani-nel-medio-oriente-che-muta/

sabato 4 aprile 2026

Augurio pasquale dal vescovo di Aleppo mons. Jallouf

al-Masiq qam! Haqqan qam! Il Signore è risorto! E' veramente risorto!

In un contesto di fragile sicurezza e di crescenti tensioni, i cristiani in Siria stanno vivendo una Pasqua diversa quest'anno, oscurata da sentimenti di ansia. Nonostante sia trascorso più di un anno dal cambio di potere, non si sono registrati miglioramenti tangibili nella vita quotidiana, mentre gli attacchi contro le minoranze e l'assenza di sicurezza e giustizia continuano a pesare pesantemente sulla popolazione. 

In questo contesto, il vescovo Hanna Jallouf conferma che le celebrazioni sono sobrie e limitate all'interno delle chiese, poiché il senso di insicurezza persiste. 
Nonostante tutto ciò, la Pasqua rimane un segno inestinguibile di speranza, e i leader religiosi invitano all'unità e alla fermezza nella fede di fronte alle difficoltà. 

Il vescovo Jallouf sottolinea che questo non è un tempo di divisione, ma piuttosto un invito ad aggrapparsi a Cristo risorto, aggiungendo un messaggio di consolazione ai fedeli: "Non abbiate paura, perché il Signore ha vinto la morte ed è in grado di donarci la vita; perché ci ha illuminati e nella Sua Risurrezione viviamo nella speranza e vediamo un futuro migliore per tutti".

sabato 28 marzo 2026

Attacco a Suqaylabiyah: gli alawiti, i drusi, i curdi e ora i cristiani.


da Insideover - Fulvio Scaglione

La sera di venerdì 27 marzo, Suqaylabiyah, città a maggioranza greco-ortodossa nella valle dell’Oronte, è stata presa d’assalto da uomini armati arrivati in moto.

I residenti sono stati minacciati di morte, negozi, chiese, macchine sono stati danneggiati, e molti commercianti hanno dovuto chiudere le loro attività.

Alcuni aggressori hanno tentato di irrompere nelle abitazioni, il tutto sotto gli occhi delle forze di sicurezza, che secondo i testimoni non sono intervenute per fermare o arrestare i responsabili.

Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l’unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell’islamismo.

Il caso degli alawiti è stato il più drammatico. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da Ahmed al-Sharaa prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d’inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.

I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell’Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un’area a prevalenza musulmana sunnita con un’eccezione, appunto Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa. In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?

Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza. A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall’altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della “diversità” della comunità cristiana.

I segnali da non sottovalutare
È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c’era stata alcuna discriminazione “ufficiale” nei loro confronti. Ma nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant’Elia a Damasco, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all’albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l’assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.

Sull’analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d’aquila della provincia di Idlib, i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l’etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l’unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.

È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand’era “solo” il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l’atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate. E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.

Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere
Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all’estero un’immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l’amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa (si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq. 

venerdì 27 marzo 2026

Messaggio di Pasqua 2026 dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme

 

Messaggio di Pasqua dalla Custodia di Terra Santa

«Benedetto sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti...»
1 Pietro 1:3

Nelle settimane che precedono la commemorazione di quest'anno della morte e resurrezione di Cristo, una nuova e devastante guerra regionale ha nuovamente gettato nel caos la Terra Santa e l'intero Medio Oriente. Ogni giorno che passa porta con sé un'escalation sempre più violenta: un ciclo implacabile di morte, distruzione e orribile sofferenza che ora si ripercuote in tutto il mondo, causando crescenti difficoltà economiche. Dal fumo nero di questa devastazione in continua espansione, una profonda oscurità ha avvolto la nostra regione, soffocante come l'aria all'interno della tomba sigillata di Cristo crocifisso. La speranza stessa sembra averci abbandonato.

Eppure, come insegna la Scrittura e rivela la nostra fede, la desolazione della tomba non fu la fine della storia. La morte non ebbe l'ultima parola. Per la potenza di Dio, Cristo risorse vittorioso dalla tomba, spezzando i legami del peccato e della morte. Come scrisse l'apostolo Paolo: «Cristo infatti è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati» (1 Corinzi 15:20). Di conseguenza, a coloro che guardano con fede al Signore risorto, Dio concede «una nuova nascita a una speranza viva» (1 Pietro 1:3).

Pertanto, in questi tempi catastrofici, noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, affermiamo queste parole potenti e incoraggianti alle nostre comunità e ai cristiani di tutto il mondo come cuore del nostro Messaggio di Pasqua. Infatti, «come Cristo è stato risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Romani 6,4b).

Nel rispetto di questa profonda verità, esortiamo i fedeli e tutti coloro che sono di buona volontà a lavorare e pregare incessantemente per il sollievo delle innumerevoli moltitudini in tutto il Medio Oriente e oltre, che soffrono gravemente per le devastazioni di questa guerra. Allo stesso modo, li esortiamo a intercedere e
a promuovere una fine immediata dello spargimento di sangue e affinché la giustizia e la pace prevalgano finalmente in tutta la nostra regione dilaniata dalla guerra, a cominciare da Gerusalemme e estendendosi a Gaza, al Libano e a tutta la Terra Santa; agli Stati del Golfo e a Teheran; e fino ai confini della terra.

Infine, in questo senso, ricordiamo ancora una volta le parole di San Paolo che, in mezzo alle sue innumerevoli prove, scrisse: «Siamo tribolati in ogni modo, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; abbattuti, ma non distrutti, portando sempre nel  nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Corinzi 4,8-10).

Con la stessa profonda fede nel potere trasformatore della Risurrezione di Cristo, in mezzo alle nostre sofferenze, scambiamoci quell'antico saluto pasquale che continua a risuonare nell'eternità: “Cristo è risorto! (Al Maseeh Qam! Christos Anesti! Christos haryav i merelotz! Pekhrestos aftonf! Christ est Ressuscité! Cristo è risorto! Christus resurrexit! Meshiha qam! Christos t'ensah em' muhtan! Christus ist auferstanden!) È veramente risorto! Alleluia!”

I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme

lunedì 23 marzo 2026

Annullate le celebrazioni al S Sepolcro: ma nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola.


Da Padre Pierbattista Pizzaballa , 23 marzo 2026
 

Carissimi fratelli e sorelle,

il Signore vi dia pace!

A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro.

Le restrizioni imposte dal conflitto e gli eventi degli ultimi giorni non lasciano presagire un miglioramento imminente. In costante dialogo con le autorità competenti, insieme alle altre Chiese cristiane, stiamo valutando come sia possibile, nelle forme da concordare, celebrare il mistero centrale della nostra salvezza nel cuore delle nostre Chiese. La situazione rimane in continua evoluzione e non è possibile fornire indicazioni definitive per i giorni a venire; saremo pertanto costretti a un coordinamento giorno per giorno.

È già chiaro, tuttavia, che non potranno svolgersi celebrazioni ordinarie aperte a tutti. Alla luce di ciò, comunico quanto segue:

  • La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire.
  • La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso.

Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali.

Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera.

Questo è il momento di ricordare l’invito di Gesù ai suoi discepoli: “pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18,1).

Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto.

Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla.

Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia.

In allegato troverete un formulario per la preghiera del rosario, preparata da padre Francesco Patton.

La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza.

Vi abbraccio tutti in Cristo e vi invio la mia benedizione.

+Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini


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PDF (www.lpj.org)