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venerdì 4 settembre 2026

In Libano, è stato inaugurato un monastero di clausura, sulle orme di Tibhirine


 AsiaNews, 2 settembre 2026

Un vero e proprio “miracolo”. Quello del “ritorno di Dio” in una regione che soffre per la sua lontananza dalla capitale e per la desertificazione spirituale del mondo. È con questi occhi che in Libano comunità cristiana di  Rayak - vicino a Zahle, nel governatorato della Bekaa - ha vissuto lo scorso 11 agosto, festa di Santa Chiesa, l'inaugurazione ufficiale di un nuovo monastero della Clarisse, le suore di clausura francescane. Un gruppo di loro ha scelto di lasciare il proprio monastero italiano di Montone in Umbria per vivere la propria vocazione contemplativa in una terra martoriata come il Libano.

A presiedere la cerimonia è stato mons. César Essayan, vicario patriarcale dei latini in Libano che ha voluto questa presenza e ha guidato la giornata di festa assieme a un popolo accorso in massa in questa cittadina a maggioranza cristiana in un'area dove la popolazione sciita è in continua crescita, anche a causa della guerra. “Non l’ho detto nella mia omelia, ma le suore l’hanno annotato: la gente parla di un miracolo - racconta ad AsiaNews, il vescovo latino del Libano -. È bellissimo! Ma non è un miracolo come gli altri. Il fatto che delle suore italiane abbiano lasciato il loro monastero, che lo abbiano addirittura venduto, per venire a stabilirsi in un posto sperduto del Libano, significa che il Signore si è finalmente ricordato di loro”.

Questa emozione ha commosso anche suor Gloria, che parla a nome del gruppo: “Mentre tutto muore - racconta ad AsiaNews la religiosa 43enne di origine italiana - mentre la gente, non ha più speranza, mentre i giovani vogliono solo lasciare un Paese che sembra senza futuro, noi - esclama - ci compriamo una casa!”. L’insediamento delle cinque monache (Damiana, Gloria, Celina, Maria Lucia) provenienti dal monastero italiano, e di Maria Grazia, una suora appartenente a un monastero di Città del Messico, è ancora in corso: ci vorranno ancora alcuni mesi per completare le formalità di sgombero e sistemazione dell’edificio - attualmente occupato da alcune famiglie di sfollati - e di un terreno adiacente, che dovrà garantire alla comunità l'autosufficienza. Ma la storia del nuovo monastero ormai è iniziata.

"Rayak ci ha scelto"

Noto per essere stata un’importante stazione ferroviaria che serviva in particolare Damasco e Aleppo, da dove i viaggiatori si imbarcavano sul leggendario Orient Express, e nota anche per la sua base aerea militare, l’agglomerato urbano di Rayak è stato per un certo tempo molto prospero. Il cambiamento epocale e la chiusura da parte della Francia di una grande fabbrica hanno contribuito in larga misura al suo declino. Oggi ospita cristiani, per lo più greco-cattolici, oltre a una popolazione sciita in progressiva crescita, continuamente alimentata da numerose famiglie sfollate a causa della guerra.

Questo cambiamento demografico si è ripercosso sulla composizione della municipalità sul piano demografico. Tuttavia, il comune rimane per tradizione una sorta di microcosmo del Libano, con minoranze maronite, ortodosse e armene, ciascuna con la propria chiesa. Il centro urbano più vicino è Zahle (capoluogo della Bekaa, distante una dozzina di chilometri). Dell’epoca del mandato francese rimane una curiosità: è una delle poche località del Libano dove si gioca ancora a belote, un popolare gioco di carte composto da quattro persone divise in due coppie.


Tutta la Bekaa ha esultato alla notizia della fondazione, con la cerimonia ufficiale che si è tenuta l’11 agosto scorso. Secondo suor Gloria, sono stati necessari sei viaggi esplorativi prima che la scelta ricadesse su Rayak. Alla fine, la località ha incontrato la preferenza delle religiose grazie alla popolazione del suo “quartiere cristiano”, che si è data da fare per trovare l’edificio e i terreni necessari al progetto. “Non sapevamo nemmeno che Rayak esistesse” commenta ad AsiaNews suor Gloria. “Sono stati i suoi abitanti che, avendo saputo che delle suore volevano stabilirsi nei dintorni, sono venuti a cercarci! Questo gesto - prosegue - ci è sembrato un chiaro segno da parte del Signore. Poi è arrivato lo studio (faticoso) dell’arabo!”. 

La fondazione è il frutto di un percorso di discernimento durato circa dieci anni, precisa ancora. Il primo impulso è venuto dal Libano. La fondazione di questo monastero rispondeva al desiderio della Chiesa locale di vedere le Clarisse - che attualmente hanno già un monastero a Yarzé, area residenziale alla periferia di Beirut - stabilirsi anche in un ambiente meno agiato, dove essere segno anche per le vocazioni.

Sulle orme dei trappisti di Tibhirine

Per le stesse Clarisse, a prescindere dal Libano, è stata la donazione totale dei Trappisti di Tibhirine - la comunità algerina i cui membri sono stati rapiti e uccisi durante la guerra civile (1994) e poi proclamati martiri da papa Francesco - a suscitare il desiderio di una donazione totale. “Questa storia - ammette suore Gloria - ci ha profondamente commosse, soprattutto perché era un’intera comunità, e non una sola persona, a salire sull’altare”. L’invito all'inserimento in ambito rurale in Libano, un ambiente che inizialmente le aveva lasciate titubanti, è stato accettato dopo la nomina nel 2021 di un amico della comunità, il cardinale di origine belga Dominique Mathieu ad arcivescovo di Teheran-Ispahan, in Iran. “Ben consapevole della difficoltà, ha accettato per fede”, commenta suor Gloria. “Il suo ‘sì’, il suo coraggio e la sua fiducia nel Signore ci hanno profondamente interpellate e ci siamo dette: ‘E noi?’. Da quel momento - sottolinea - abbiamo preso seriamente in considerazione la possibilità di venire qui e, dopo aver pregato a lungo, abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura”.

La dimensione islamo-cristiana della fondazione è evidente. Tanto più che la Bekaa porta ancora l’impronta delle violenze che, durante gli anni della guerra civile libanese e della dittatura siriana, sono costate la vita, a 10 anni di distanza l’una dall’altra, a due sacerdoti: il gesuita Nicolas Kluiters - brutalmente assassinato nel 1985 nei pressi del villaggio cristiano di Barqa, e la cui causa di beatificazione è attualmente all’esame - e il postulante Ghassibé Keyrouz, che p. Kluiters aveva preso sotto la sua ala protettrice, ucciso nel pieno dell’ondata funesta delle stragi confessionali del 1975, mentre si recava a Nabha per festeggiare il Natale in famiglia.

In ogni caso le suore sanno che se gli echi della guerra civile si allontanano, quelli della guerra tout court sono assai presenti coi bombardamenti che li accompagnano, le distruzioni e le loro conseguenze economiche e sociali: numerose famiglie rifugiate da un sud del Libano messo a soqquadro; esodo silenzioso verso la città o l’estero dei giovani laureati di ogni provenienza; esodo - talvolta ingiustificato - dell’alta e media borghesia cristiana, in fuga dalla situazione delle zone rurali “invase” verso agglomerati urbani confessionalmente omogenei.

Perdono, chiave della pace

Nonostante tutto “nel mosaico delle comunità cristiane che vivono alla periferia del Paese, la fondazione di un convento è un grande segno di speranza”, assicura la storica Névine Hage-Chahine, che vive a Zahlé. “È una scintilla, una fiamma fragile - prosegue - che trema nella notte, ma pur sempre una fiamma. Questa fiamma accenderà il fuoco della preghiera. Una signora mi diceva: ‘Ma si rende conto, non potremo stare con loro!’. Eppure è proprio lì: l’essenziale - prosegue, citando un celebre racconto dell’aviatore e scrittore Antoine de Saint-Exupéry - è invisibile agli occhi”. Certo, a parte per fare la spesa, la popolazione di Rayak non vedrà le “sue” suore che hanno scelto la clausura. Niente “sobhiyé” con le Clarisse. Niente mattinate di chiacchiere davanti a un caffè. Tuttavia, tendendo l’orecchio, potrà sentire i loro canti ed, eventualmente, aiutarle nei giorni di neve e di grande freddo. Queste sono vocazioni".

Come tante ragazze italiane, suor Gloria racconta di aver frequentato l’università, di essere uscita con gli amici e di aver conosciuto l’amore umano… Ma a 24 anni, al termine di un percorso interiore di cui solo Dio conosce il segreto, dice di aver finalmente trovato la sua “casa” dietro la clausura, in un’offerta radicale a Cristo che lei stessa un giorno aveva giudicato “esagerata”.

“Che cosa le dice del mondo, suor Gloria, il Signore della storia? Le capita mai di essere preoccupata?” le chiediamo da ultimo, prima di salutarla. La sua risposta fa capire come le Clarisse non vivano al di fuori dell’attualità. Con lo sguardo rivolto alle parole del papa, la loro preghiera incessante è che la logica del perdono, al centro del Padre Nostro, prevalga sulla logica della forza. Che non si creda mai che la guerra sia inevitabile. E che fede e speranza in una soluzione pacifica dei conflitti siano sempre preservate. “Sì - conclude suor Gloria - a volte mi capita di essere preoccupata. Lo siamo tutte, ogni tanto… Ciò che mi preoccupa di più è che nessuno, tra coloro che decidono del destino del mondo, intraveda né annunci l’unica soluzione a tutti i conflitti, sia a quelli in corso sia a quelli che ne deriveranno: il perdono!”.


https://www.asianews.it/it/medio-oriente/libano/monastero-delle-clarisse-nella-bekaa-seme-di-pace-e-speranza

giovedì 5 febbraio 2026

Cristiano ucciso da commando jihadista. Ancora minoranze nel mirino in Siria

Il giovane  Elie Najjar Taqla di 21 anni ucciso in una imboscata di jihadisti nella città cristiana di Mhardeh 

da AsiaNews

Nelle stesse ore in cui Damasco e Forze Democratiche Siriane (Sdf) raggiungono un accordo per fermare gli scontri e arginare le violenze nel nord-est, integrando le istituzioni militari e civili curde nello Stato, i cristiani continuano a morire. Gruppi social e movimenti attivisti stanno rilanciando un filmato che mostra una vera e propria esecuzione di un giovane di soli 21 anni, ucciso il pomeriggio del 31 gennaio scorso all’interno della propria automobile da un commando jihadista a Muhradah, nell’ovest del Paese. La vittima si chiamava Eliah Simon Tekla ed è solo l’ultimo di una lunga striscia di sangue e violenze contro la minoranza religiosa dalla cacciata di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere del presidente Ahmed al-Sharaa e dei miliziani di Hayat Tahrir al-Sham (Ht). 

Nel video rilanciate dall’ong Assyro-chaldéens, l'histoire continue si vede l’auto parcheggiata ai bordi della strada e la vittima che apre lo sportello per scendere e dirigersi verso la propria abitazione quando, all’improvviso, sopraggiunge un’altra vettura che gli si affianca. Un uomo armato si dirige verso il lato del guidatore aprendo più volte il fuoco contro Eliah, mentre un secondo assalitore apre lo sportello posteriore per accertarsi che non vi siano altre persone a bordo. L’attacco dura pochi secondo, poi la vettura si allontana in tutta fretta lasciando la vittima riversa all’interno della propria automobile. Secondo alcune fonti, il commando - legato all’estremismo islamico - avrebbe individuato un rosario sul parabrezza della macchia e, per questo, hanno aperto il fuoco e ucciso la persona al suo interno.

La nuova uccisione - in realtà una vera e propria esecuzione, come denunciano gruppi attivisti - è solo l’ultima di una lunga striscia di sangue e violenza contro i cristiani dall’ascesa al potere degli (ex) jihadisti di Hts e del suo leader al-Sharaa. Il quale ha promesso di pacificare il Paese e negozia con gli Stati Uniti la fine delle sanzioni, ma non è ancora riuscito ad arginare una deriva violenta interna caratterizzata da scenari di conflitto nelle aree curde e di attacchi mirati ai danni delle minoranze, sempre più perseguitate.

Nell’ultimo anno sono almeno 71 i cristiani uccisi dai jihadisti, ma il dato è relativo alle vittime confermate mentre il numero delle uccisioni - secondo fonti attiviste locali - potrebbe essere di gran lunga superiore. Agli omicidi si uniscono anche attentati contro attività o negozi, rapimenti, persecuzioni morali e fisiche. Di queste vittime, 27 sono collegate all’attentato contro la chiesa di Saint-Élie a Damasco mentre altri 44 sono stati uccisi separatamente in attacchi mirati.

L’escalation di violenze è confermata anche dal recente rapporto di Open Doors in cui la Siria sale di ben 12 posizioni, collocandosi al sesto posto nella World Watch List 2025, il report annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo curato dalla ong. “Nell’ultimo anno la situazione in Siria per i cristiani - sottolineano gli autori - è diventata sempre più grave”. “Dal cambio del regime, la diffusa instabilità - prosegue lo studio - ha generato scontri mortali che hanno coinvolto anche altre minoranze religiose, come quelle druse e alawite, mentre i cristiani restano intrappolati nel fuoco incrociato”. Le donne appartenenti alle minoranze religiose, incluse quelle cristiane, rischiano rapimenti, molestie sessuali e stupri; di contro, gli uomini disoccupati hanno enormi difficoltà ad ottenere un lavoro, mentre chi ne ha uno fa fatica a fare carriera. Nel Paese, conclude il documento, “si registra oggi il più alto livello di pericolo per i cristiani dai tempi in cui lo Stato Islamico (ex Isis) occupava ampia parte del territorio nazionale”.

Violenze che non hanno risparmiato nemmeno la metropoli di Aleppo, nel nord della Siria, un tempo cuore economico e commerciale del Paese. Come scrive il parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi p. Bahjat Karakach, il popolo “è esausto a causa della guerra, del sangue versato, dei traumi ripetuti e delle crisi senza fine”. Per l’analista politico assiro Namrood Shiba la situazione in tema di sicurezza nel nord ha raggiunto una “fase critica”. In un’analisi pubblicata su Aina lo studioso ricorda come “sia in Iraq che in Siria, gli assiri [cristiani] hanno sopportato un modello ricorrente di espropriazione: villaggi distrutti o appropriati, chiese e siti archeologici profanati, leader della comunità minacciati e famiglie costrette a fuggire sotto la pressione delle forze armate”. In particolare, in Siria ”hanno subito lo stesso destino dei loro omologhi in Iraq”. La distruzione del patrimonio cristiano, avverte, “non è semplicemente una violazione dei diritti delle minoranze; costituisce un assalto all’eredità storica condivisa della regione” equivalendo a una “pulizia culturale, vietata dal diritto umanitario internazionale e dalle convenzioni Unesco”.

Delle criticità che sta attraversando la “nuova” Siria di al-Sharaa ha parlato in un lungo reportage della Bbc anche Hind Kabawat, la sola ministro donna (e cristiana) del governo di Damasco, i cui primi mesi al potere sono segnati dalle violenze confessionali e da migliaia di morti. Lei stessa non è esente da critiche e accuse di quanti affermano che avrebbe potuto, o potrebbe, fare di più per le minoranze. “Non mi sento cristiana o donna - afferma - quando faccio il mio lavoro. Mi sento come se fossi una cittadina siriano... Nel momento in cui inizierò a sentirmi una minoranza o una donna, perderò la mia legittimità”. “Vedo la sofferenza delle persone... e mi sento responsabile del loro dolore” ammette, aggiungendo che il momento più critico nel proprio lavoro è quando dice di sentire “di non avere le risorse per aiutare le persone”.

https://www.asianews.it/notizie-it/Cristiano-ucciso-da-commando-jihadista.-Ancora-minoranze-nel-mirino-in-Siria-64760.html

martedì 20 gennaio 2026

L'esercito siriano avanza nel nord-est per mettere fine all'amministrazione curda

SDF Official Statement Regarding Al-Hol Camp: "Due to the international indifference toward the issue of the ISIS terrorist organization and the failure of the international community to assume its responsibilities in addressing this serious matter, our forces were compelled to withdraw from Al-Hol Camp and redeploy in the vicinity of cities in northern Syria that are facing increasing risks and threats. Media Center of the Syrian Democratic Forces 20 January 2026"
 AsiaNews . 20 gennaio 2026

Le forze governative siriane hanno intensificato l’offensiva nelle aree amministrate dalle milizie a guida curda. L’avanzata è stata accompagnata dal sostegno di tribù arabe locali, dai droni turchi, e dal silenzio assenso di Washington, mentre i colloqui tra Damasco e i curdi sono falliti. Si teme una nuova destabilizzazione legata alla fuga di combattenti dello Stato islamico dalle carceri finora gestite dall’amministrazione autonoma.

Dopo aver preso il controllo di tre quartieri a maggioranza curda nella città di Aleppo nel fine settimana, le forze governative siriane hanno proseguito l'avanzata verso il nord-est della Siria, nell’area conosciuta come Rojava, dal 2015 amministrata dalle Forze democratiche siriane (SDF) a guida curda.

Ieri pomeriggio, dopo cinque ore di colloqui, è fallito un tentativo di risoluzione diplomatica tra Ahmed al-Sharaa, l'attuale presidente siriano (non eletto), e Mazloum Abdi, il comandante delle SDF. L’avanzata dell’esercito siriano è stata resa possibile da diversi elementi, tra cui l'mpiego di droni turchi e il contributo delle tribù arabe locali, gruppi clanici in maggioranza musulmani sunniti che vivevano sotto il controllo del SDF nel governatorato di Deir Ezzor e nella città di Raqqa. Scontenti dopo anni di amministrazione curda, hanno interpretato nell’avanzata delle forze governative come una “liberazione”.

I video circolati online in queste ore mostrano giovani arabi festeggiare tirando giù dai muri i manifesti di Abdullah Öcalan, fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), e le statue dedicate alla memoria dei combattenti delle Unità di protezione popolare (YPG) caduti in battaglia contro i miliziani dello Stato islalamico. Per la Turchia (insieme al Qatar principale sponsor dell’attuale governo), le YPG e le gemelle unità femminili delle YPJ confluite nelle SDF sono gruppi terroristici da eliminare. Nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha elogiato l’offensiva dell’esercito siriano.

Ma gli attuali stravolgimenti sono stati resi possibili anche dal cambio di bandiera degli Stati Uniti, che dopo aver per anni sostenuto militarmente le SDF nella lotta contro lo Stato islamico, hanno ridimensionato il loro sostegno puntando su Ahmed al-Sharaa, passato tra le fila di al-Qaeda prima di diventare leader di Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo armato che ha guidato l’offensiva contro il regime sanguinario di Bashar al-Assad mettendovi fine l’8 dicembre 2024. Su al-Sharaa, che prima di diventare presidente si faceva chiamare Abu Muhammad al-Jolani, pendeva una taglia da 10 milioni di dollari. 

Nell’incontro di ieri tra Abdi e l’ex jihadista era presente anche Tom Barrack, ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria. In base a quanto riferito da Rohilat Efrin, comandante generale delle YPJ, Barrack ha mostrato una “posizione debole”, rimangiandosi la promessa secondo cui i curdi sarebbero stati in grado di mantenere una qualche forma di autogoverno. Damasco, consapevole dell'impegno statunitense su più fronti in questo periodo, non ha esitato a presentare ulteriori richieste, intimando alle SDF il ritiro immediato da Hasake e Kobane, la consegna di tutte le armi e l’arruolamento individuale nell’esercito siriano, non in battaglioni come inizialmente concordato. Efrin ha descritto la situazione come un tentativo di imporre una “resa totale” e mettere fine a 13 anni di autogoverno curdo.

Già l’anno scorso il governo di Damasco e l’amministrazione curda avevano tentato di trovare un accordo diplomatico per integrare le YPG e le YPJ nell’esercito siriano e anche nei giorni scorsi Sharaa aveva annunciato un cessate il fuoco concordato con le SDF, affermando che l’insegnamento del curdo sarebbe stato tutelato e il Nowruz sarebbe stato considerato festa nazionale. L’amministrazione curda chiedeva però maggiori garanzie rispetto una forma di autonomia governativa e maggiori tutele in termini di sicurezza.

Infatti, se da una parte le popolazioni arabe osteggiavano l’amministrazione delle SDF (che secondo alcuni non aveva niente a che vedere con un governo democratico e paritario, come sostenuto invece dai movimenti curdi), dall’altra parte la popolazione curda teme le fazioni confluite nell’esercito siriano, che nell’ultimo anno si sono macchiate di violenze contro le minoranze degli alawiti e dei drusi e di crimini contro l’umanità nei confronti dei curdi anche dopo la caduta del regime di Assad. Anche fonti locali contrarie al controllo delle SDF dicono di essere terrorizzate dalla possibilità che l’esercito siriano entri nelle loro zone.

Non sono preoccupazioni prive di fondamento: in queste ore un ministro siriano ha esortato le moschee di tutto il Paese a celebrare “le conquiste e le vittorie” ottenute da Damasco nella Siria orientale. Mentre Sharaa ha nominato come nuovo governatore della provincia di Raqqa Abdulrahman Salameh, suo parente, ex vice governatore di Aleppo ed emiro jihadista.

È motivo di preoccupazione anche la fuga di centinaia di combattenti dello Stato islamico dalle carceri che erano in mano alle SDF. Gli Stati Uniti, terminata la guerra all’ISIS, avevano affidato all’autogoverno del Rojava la gestione delle prigioni in cui sono detenuti circa 9mila jihadisti perlopiù di origine straniera. Per anni i curdi avevano chiesto alla comunità internazionale di risolvere la situazione, dando inizio a procedimenti giudiziari oppure inserendo gli ex combattenti in programmi di deradicalizzazione. Con l’eccezione di alcuni Paesi, come l’Iraq, che hanno rimpatriato diversi concittadini, quasi nulla è stato fatto da altre nazioni.

Centinaia (o forse migliaia) di questi miliziani sono stati liberati nelle ultime ore. Le SDF hanno dichiarato di aver perso il controllo della prigione di Shaddadi, a sud della città di Hasake, dopo aver risposto a un attacco da parte delle forze governative contro il carcere che ha causato decine di morti e feriti. La coalizione anti-ISIS, distante solo pochi chilometri, non è intervenuta nonostante ripetuti appelli, hanno aggiunto.

Nella serata di ieri l’esercito siriano ha confermato la fuga di 120 prigionieri, affermando di averne ricatturati 81, e ha poi riferito di aver imposto un coprifuoco. Secondo le forze curde, invece, dal carcere sono fuggite 1.500 persone. Alcuni osservatori accusano i curdi di utilizzare la carta della fuoriuscita di terroristi per ottenere sostegno militare dall'esterno. Nel frattempo scontri armati sono scoppiati anche presso la prigione di al-Aqtan, a Raqqa, mentre altre due strutture detentive della città sono state liberate dalla popolazione locale. Le forze curde hanno dichiarato di aver abbandonato anche il campo di al-Hol, che ospita soprattutto mogli e figli di combattenti jihadisti.

Il testo dell’accordo firmato tra le SDF e Damasco nei giorni scorsi prevede che l’amministrazione delle prigioni passi al governo siriano, che assumerà la “piena responsabilità legale e di sicurezza” di queste strutture. Inutile dire che le forze curde non si fidano a causa dei legami tra i detenuti e le milizie un tempo jihadiste che sostengono l’attuale governo.

mercoledì 19 novembre 2025

Un gruppo ecumenico di leader cristiani palestinesi critica la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

In Libano Israele ha bombardato il campo profughi di Ein el-Hilweh uccidendo almeno 13 persone.
 

Asia News 19 novembre 2025

Anche dopo la firma del cessate il fuoco a Gaza, la spirale di violenza sulla Striscia e in Cisgiordania non si è arrestata. E anche il Libano (che si prepara ad accogliere Papa Leone XIV a fine mese) è stato nuovamente colpito: Israele ha compiuto nelle ultime ore un attacco aereo contro il campo profughi di Ein el-Hilweh, nei pressi di Sidone, uccidendo almeno 13 persone e ferendone diverse altre, in uno dei peggiori bombardamenti registrati negli ultimi mesi dopo la tregua tra Israele e Hezbollah siglata nel novembre 2024. I droni israeliani hanno preso di mira una moschea sostenendo fosse un campo di addestramento di Hamas, accusa che il gruppo ha negato. L’esercito israeliano ha poi lanciato nuovi avvisi di evacuazione ad alcuni villaggi nel sud del Libano.

Dentro questo contesto diversi leader religiosi, teologi, attivisti e membri della società civile cristiana palestinese hanno diffuso oggi da Gerusalemme questa dichiarazione in cui sottolineano come la violenza persistente getti un’ombra profonda sulla proposta di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvata lunedì 17 novembre, sollevando interrogativi cruciali sul futuro dell’autodeterminazione palestinese, sulla responsabilità internazionale e sulle reali condizioni della pace.

Una voce di Gerusalemme per la giustizia
una testimonianza ecumenica per l’uguaglianza e una pace giusta in Palestina/Israele

Un’altra risoluzione?

La risoluzione UNSC 2803 (17.11.2025), basata su una bozza dell’amministrazione statunitense, è stata accettata da tredici Stati membri del Consiglio di Sicurezza, mentre due (Russia e Cina) si sono astenuti. La risoluzione mira a istituire un “Consiglio di Pace”, guidato dal presidente Trump, che supervisionerebbe una Forza Internazionale di Stabilizzazione.

Ci sono alcuni aspetti positivi nel cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti il 4 ottobre 2025 e in questa risoluzione: meno genocidio, meno domicidio, meno sfollamenti e meno smantellamento delle poche istituzioni palestinesi ancora esistenti. Tuttavia, nonostante il cessate il fuoco, la distruzione di Gaza e della sua popolazione continua. (Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, circa 250 abitanti di Gaza sono stati uccisi e circa 650 feriti). La risoluzione dell’ONU porterà all'autodeterminazione dei palestinesi? Essa subordina l’autodeterminazione alle “riforme” palestinesi. Le riforme previste hanno lo scopo di porre fine alla corruzione e alla cattiva amministrazione o cercano di imporre l’accettazione dei vincoli imposti da Israele e dagli Stati Uniti all’autodeterminazione? Il diritto di un popolo all’autodeterminazione non può essere condizionato, soprattutto da coloro che hanno impedito questa autodeterminazione per decenni. Inoltre, l’autodeterminazione inizia con un processo democratico libero, senza interferenze da parte di Israele o degli Stati Uniti.

Questa risoluzione presenta anche aspetti negativi. Essa sa di tradizionale colonialismo: prevede l’amministrazione della Striscia di Gaza da parte di stranieri con a capo il presidente degli Stati Uniti. Indubbiamente, l’aspetto più negativo della risoluzione è la sua mancanza di una visione complessiva. Ignora le realtà della Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est): lo smantellamento violento dei campi profughi e dei villaggi palestinesi, l’estrema violenza dell’esercito e della polizia israeliani, e in particolare dei coloni ebrei, ostacoli continui alla vita quotidiana dei palestinesi che vivono lì e i tentativi di cancellare la loro identità. Nel complesso, la risoluzione adotta una prospettiva problematica facendo iniziare il problema è  il 7 ottobre 2023. Tuttavia, in questo modo si ignora la vera genesi del conflitto.

Non c'è via d’uscita se non siamo disposti a ripensare la situazione complessiva in Palestina/Israele. Fin dalla Dichiarazione Balfour (1917), il discorso si è basato su una divisione tra ebrei e non ebrei, stabilendo una disuguaglianza che continua da allora. Il piano di spartizione dell’ONU del 1947 era in diretta continuità con il dominio coloniale britannico: l’istituzione forzata di uno Stato etnocentrico ebraico. Gli ebrei sono legati a questa terra e non sono semplici coloni. Tuttavia, il loro legame con la terra non è esclusivo e non dà loro il diritto di espropriare e sfrattare, reprimere e occupare, distruggere e commettere genocidi. Lo smantellamento del sistema di etnocentrismo, discriminazione e occupazione deve mirare a integrare gli ebrei israeliani in una nuova realtà che si profila all’orizzonte: una società multiculturale e pluralista che garantisca uguaglianza, giustizia e pace a tutti coloro che vivono oggi in Palestina/Israele.

Firmato da:

Patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah (emerito)

Arcivescovo greco-ortodosso Attallah Hanna

Il vescovo luterano di Terra Santa Munib Younan (emerito)

Il sig. Yusef Daher

La sig.ra Sawsan Bitar

Il sig. Samuel Munayer

La sig.ra Dina Nasser

Il sig. John Munayer

La sig.ra Sandra Khoury

Il rev. David Neuhaus SJ

Il rev. Frans Bouwen MAfr

Il rev. Firas Abdrabbo

Il sig. Rafi Ghattas

Il rev. Alessandro Barchi

e altri membri

domenica 16 novembre 2025

Presto il Papa alla celebrazione di Nicea nel suo 1700° anniversario

Reso noto il programma del primo viaggio internazionale di Prevost. A Iznik la preghiera presso i resti della basilica di Nicea, a Istanbul la visita alla Moschea Blu ma non a Santa Sofia (dove si recarono Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI quando era ancora museo). In Libano incontro interreligioso nella piazza dei Martiri e la sosta al porto sventrato dall’esplosione del 2020.

da AsiaNews - 

Sei giornate scandite da sedici discorsi e un fitto susseguirsi di visite a luoghi significativi della storia ma anche a ferite del presente. È il programma della visita apostolica di Leone XIV in Turchia e Libano, il primo viaggio internazionale del suo pontificato, diffuso oggi dalla Sala stampa vaticana a un mese esatto dalla partenza, insieme ai loghi e ai motti di queste due distinte tappe. Come già annunciato, Prevost dal 27 al 30 novembre Prevost sarà in Turchia dove farà tappa ad Ankara, Istanbul e Iznik per commemorare insieme al patriarca Bartolomeo i 1700 anni del Concilio di Nicea: tre giornate dal profondo carattere ecumenico che saranno contrassegnate dal tema “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,5). Dal pomeriggio del 30 novembre, poi, si sposterà in Libano dove a Beirut e in alcune altre località del Paese porterà un messaggio di dialogo e riconciliazione tra le diverse comunità, incentrato sulle parole del Vangelo di Matteo “Beati gli operatori di pace”.

Leone XIV partirà da Roma la mattina del 27 novembre alla volta di Ankara, la capitale della Turchia, dove appena arrivato visiterà il mausoleo di Ataturk, incontrerà il presidente Recep Tayyip Erdogan e terrà il discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Già alla sera stessa si sposterà poi a Istanbul. Qui la mattina successiva incontrerà i vescovi, i sacerdoti e gli operatori pastorali nella cattedrale cattolica dello Spirito Santo e visiterà una casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri. Nel pomeriggio andrà a Iznik, la città dove si trovano gli scavi archeologici dell’antica Nicea, dove nell’anno 325 si tenne lo storico Concilio che definì la professione di fede che tuttora unisce i cristiani di ogni confessione. Qui - nei pressi dei resti dell’antica basilica - si terrà un grande incontro ecumenico di preghiera.

Tornato a Istanbul la mattina di sabato 29 novembre Leone XIV visiterà la monumentale moschea Sultan Ahmet (nota come la Moschea Blu). A differenza di quanto accaduto nei precedenti viaggi di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non è invece al momento prevista la visita di Santa Sofia, la storica basilica cristiana fatta erigere nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano. Trasformata prima in moschea e poi in museo da Ataturk, dal 2020 è stata riconvertita da Erdogan al culto islamico.

Il resto del programma in Turchia sarà dedicato agli incontri con le altre Chiese e comunità cristiane: nel pomeriggio di sabato 29 è prevista la firma di una dichiarazione congiunta con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, prima della Messa con la comunità cattolica alla Volskwagen Arena. La mattina di domenica 30 novembre, infine, il papa parteciperà alla chiesa patriarcale di san Giorgio alla Divina liturgia in occasione della festa dell’apostolo Andrea, al termine della quale impartirà la benedizione insieme al patriarca Bartolomeo.

Da Istanbul nel pomeriggio si sposterà poi a Beirut, dove già in serata incontrerà il presidente della Repubblica (il maronita Joseph Aoun), il presidente dell’Assemblea nazionale (lo sciita Nabih Berri) e il primo ministro (Nawaf Salam), prima di tenere il discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Lunedì 1 dicembre il pontefice si recherà alla mattina sulla tomba di san Charbel ad Annaya, per poi incontrare i vescovi, il clero, le religiose e gli operatori pastorali presso il santuario mariano di Harissa. Nel pomeriggio - nella cruciale piazza dei martiri a Beirut - avverrà l’incontro ecumenico ed interreligioso, che sarà seguito da quello con i giovani nel piazzale del patriarcato maronita a Bkerké.
L’ultima giornata del 2 dicembre, infine, dopo la vista all’ospedale de la Croix di Jal el Deib, un momento molto significativo del viaggio di Leone XIV sarà la sosta in preghiera silenziosa davanti al luogo della gigantesca esplosione nel porto di Beirut che il 4 agosto 2020 uccise 218 persone e ne ferì altre 7mila. Presiederà poi la Messa nel Beirut Waterfront, prima della cerimonia di congedo e della partenza per Roma.

https://www.asianews.it/notizie-it/Ecumenismo-e-ferite-di-oggi-nelle-tappe-di-Leone-XIV-a-Istanbul-e-Beirut-64156.html

Il viaggio di Leone XIV in Libano:  «Una speranza per tutta la regione»

Durante il suo viaggio in Libano dal 30 novembre al 2 dicembre, papa Leone XIV visiterà la tomba di San Charbel, nel monastero di Saint-Maron, ad Annaya, luogo sacro della Chiesa maronita. Un gesto che dovrebbe contribuire ad accrescere la crescente influenza dell'eremita libanese in Occidente.

L'Occidente sembra rivolgersi sempre più a San Charbel, monaco libanese, maronita ed eremita, al quale vengono attribuiti circa 30.000 miracoli. Perché infatti privarsi dell'intercessione di un santo taumaturgo così potente? In pochi decenni, san Charbel è passato da una devozione locale a una fama piuttosto fulminea nel mondo occidentale, incoraggiata dai papi che si sono succeduti. Beatificato nel 1965 e poi canonizzato nel 1977 da papa Paolo VI, san Charbel ha un mosaico con la sua effigie installato nel gennaio 2024 nelle grotte vaticane e si appresta a ricevere la visita di papa Leone XIV durante il suo primo viaggio all'estero.

Il 27 ottobre la Santa Sede ha reso noto il programma del viaggio di Leone XIV in Turchia e Libano, dal 27 novembre al 2 dicembre 2025. Nel Paese dei Cedri, Leone XIV si recherà la mattina del 1° dicembre sulla tomba di San Charbel, nel monastero di San Marone, ad Annaya. Un gesto forte che riflette non solo l'attaccamento del Papa al monaco libanese, ma che significa anche il legame che la Santa Sede intrattiene con la comunità maronita, la più importante comunità cristiana del Libano.

Sebbene i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si fossero recati in Libano nel 1997 e nel 2012, non avevano visitato il monastero di San Marone. È lì che San Charbel trascorse la maggior parte della sua vita: 16 anni di vita comunitaria tra i monaci di Annaya e 23 anni di vita solitaria nell'eremo dei Santi Pietro e Paolo, fino alla sua morte all'età di 70 anni.

Il santo dai 30.000 miracoli:
Da allora, il monastero di San Marone ad Annaya è diventato un importante luogo di pellegrinaggio nazionale e internazionale. La tomba di San Charbel attira ogni anno migliaia di pellegrini desiderosi di rendere grazie per un beneficio ricevuto, di affidare le proprie intenzioni o semplicemente di raccogliersi in preghiera sulla tomba dell'eremita libanese al quale il monastero attribuisce non meno di 29.600 miracoli. Dalla sua morte, migliaia di lettere provenienti da 133 paesi diversi sono state inviate al monastero per chiedere l'intercessione del santo taumaturgo o per rendere grazie per un miracolo.

La preghiera al porto di Beirut:

Non dimentichiamo inoltre che il Papa si recherà al porto di Beirut per pregare:
Memoria e giustizia: la preghiera al porto
La preghiera silenziosa sul luogo dell'esplosione del porto è un punto di svolta morale: si tratta di stare di fronte al dolore, onorare le vittime, ringraziare i soccorritori e affidare a Dio la ricerca della verità e della giustizia. Il silenzio non elimina l'esigenza di rendere conto, ma la nobilita, rifiutando la rabbia sterile e invocando istituzioni che funzionino. Questo gesto tocca l'intera nazione: guarisce la memoria aprendo uno spazio di dignità, dove c'è compassione.

da Facebook


Per una lettura più approfondita, segnaliamo il link al documento della Commissione Vaticana che approfondisce la teologia del dogma di Nicea:

https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20250403_1700-nicea_it.html

lunedì 8 settembre 2025

Homs: uomini armati assaltano e derubano il vescovo siro-cattolico


  da AsiaNews  

 Un nuovo episodio di violenza anti-cristiana alimenta le preoccupazioni della comunità ancora scossa dalla strage alla chiesa di Damasco e che fatica a guarire le ferite provocate dagli anni di guerra, dalla bomba della povertà e dall’ascesa al potere di una fazione islamica radicale, HTS. 

Nella serata del 2 settembre scorso (ma le informazioni stanno emergendo solo in queste ore), il corepiscopo Michel Naaman, vicario generale dell’arcidiocesi siro-cattolica di Homs, Hama e Al-Nabek, è stato derubato con pistole puntate alla tempia all’esterno della propria abitazione. Il religioso (nella foto a Homs con il Patriarca Younan) vive nel villaggio a maggioranza cristiana di Zaidal, a circa 7 km dalla città di Homs, dove è avvenuto l’attacco che secondo alcune testimonianze “gli è quasi costato la vita”. Fonti locali raccontano che due uomini “armati e mascherati” lo hanno sorpreso, bloccandolo, sostenendo di essere membri di una milizia auto-proclamata della “Sicurezza generale”. Lo hanno minacciato “con armi”, prosegue il racconto, derubato “della sua croce d’oro assieme ad altri effetti personali”, per poi abbandonarlo e fuggendo indisturbati.

Lo stesso corepiscopo Naaman ha confermato la violenza, raccontando di essere stato “sorpreso da uomini armati al rientro a casa” che “mi hanno minacciato con una pistola” premendolo contro il muro dell’abitazione per poi “sfilargli la croce d’oro” che conservava da oltre 50 anni. Assieme al simbolo religioso lo hanno derubato “di altri effetti personali”, per poi abbandonarlo “in preda al panico e al tremore, da solo e senza chiavi di casa e portando via anche il telefono”. “Sono un uomo di Dio - ha detto loro - non porto armi e non farò resistenza. Ma uomini preposti alla sicurezza non agiscono in questo modo”. Riguardo l’assalto il sacerdote siro-cattolico, che ha riportato ferite alla spalla strattonata dagli assalitori, ha poi aggiunto “di non aver temuto per me stesso, perché il mio pensiero andava alle vittime di simili aggressioni” e la sopravvivenza “era nelle mani di Dio”. Egli ha infine ringraziato gli abitanti del villaggio e i sacerdoti che lo hanno soccorso dopo l’assalto. 

Fra i primi a rilanciare, condannandolo, l’ennesimo episodio di violenze anti-cristiane nella Siria di Ahmed al-Sharaa e di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), nuovi leader del Paese dopo il crollo repentino nei mesi scorsi del regime di Bashar al-Assad, vi è l’Assyrian Human Rights Monitor. “Questo doloroso incidente, che avrebbe potuto costargli la vita, non è semplicemente un crimine isolato, ma piuttosto - afferma il gruppo in una nota - un nuovo anello in una crescente catena di aggressioni contro cittadini innocenti, scuotendo la sicurezza e la stabilità della società”. Padre  Michel Naaman è stato “terrorizzato con il pretesto della ‘sicurezza’” che non risulta garantita a larghe fasce della popolazione siriana, a partire delle minoranze cristiana, alawita, fino ai drusi. 

Il movimento attivista assiro punta il dito contro i nuovi leader legati ad HTS ritenendoli “direttamente responsabili” per due motivi: l’incapacità di garantire sicurezza e protezione ai cittadini, un compito che spetta allo Stato; la continua facilità con cui il personale preposto in linea teorica alla sicurezza ricorre a maschere e travestimenti per attaccare, colpire, incutere timore o coprire singoli o gruppi di malintenzionati. Invocando una “indagine immediata e trasparente” sull’incidente che ha coinvolto il corepiscopo, il gruppo invoca “misure rigorose ed efficaci per porre fine a tali pratiche criminali ricorrenti e ricostruire la fiducia tra cittadini e forze di sicurezza”.

Infine, dalla Siria giungono anche notizie fonte di speranza per il futuro, in particolare nell’area dove a lungo hanno dominato gruppi jihadisti ed estremisti islamici anche quando nel resto del Paese era ancora presente il regime di Assad. Dal villaggio di al-Yaqoubiya, a ovest di Idlib, nella provincia settentrionale confinante con la Turchia e zona di origine degli attuali leader di Hts, arrivano immagini di festa per la riapertura della chiesa di sant’Anna. Nel fine settimana scorso l’arcivescovo armeno-ortodosso di Aleppo Makar Ashkarian ha celebrato la funzione che ha segnato l’inaugurazione del luogo di culto distrutto e abbandonato nel tempo. La celebrazione di Sant’Anna si tiene tradizionalmente ogni anno nell’ultima settimana di agosto ed è una delle festività religiose più importanti per i membri della comunità ortodossa armena in Siria; dopo 14 anni si è potuta celebrare di nuovo una messa a Idlib, cui ha partecipato un consistente numero di pellegrini provenienti da Aleppo, Latakia, Hasakah, Damasco e altre ancora. L’attuale chiesa è stata ricostruita nel 2020 dopo il terremoto che ha colpito la regione su iniziativa del monachesimo francescano, spiega una fonte cristiana locale, per essere un simbolo di fermezza, radicamento e fede. 

https://www.asianews.it/notizie-it/Homs:-uomini-armati-assaltano-e-derubano-presule-siro-cattolico-63803.html

martedì 29 ottobre 2024

Israele colpisce valichi di frontiera fra Libano e Siria

In questi mesi fino a mezzo milione di persone hanno superato il confine dall’apertura del “fronte nord” della guerra. I raid aerei colpiscono anche i civili e bloccano attività e commerci.

 Asianews, 28 ottobre 24

Un flusso consistente siriani di rifugiati in fuga dal Libano verso il Paese di origine, per sfuggire ai raid aerei israeliani contro obiettivi di Hezbollah che finiscono per colpire anche i civili, ha attraversato ieri a piedi un ponte di fortuna nell’area di Qusai, nella provincia di Homs. Una soluzione di ripiego, non senza rischi, che è diventata una scelta obbligata dopo che il valico di frontiera ufficiale fra i due Paesi è stato colpito e messo fuori uso due giorni prima da un attacco dell’aviazione con la stella di David.

Finora risultavano funzionanti solo tre valichi di confine fra i due Paesi, lungo una frontiera di almeno 375 chilometri. A fine settembre, un attacco aereo israeliano ha colpito il valico di frontiera di Matraba, nel nord-est del Libano, costringendolo alla chiusura. Poche settimane più tardi i caccia hanno centrato quello di Masnaa, che è tuttora il principale valico tra i due Paesi, mettendolo fuori servizio. Nei giorni scorsi è stata la volta del valico di Jousieh, in un’escalation che contribuisce ad alimentare l’emergenza umanitaria in una fase di profonda criticità.


L’esercito israeliano ha giustificato le operazioni accusando Hezbollah - nel “fronte nord” della guerra contro il “Partito di Dio” filo-iraniano, che prosegue in parallelo col conflitto contro Hamas a Gaza - di usare i valichi per spostare armi e attrezzature militari dalla Siria al Libano. Tuttavia, organizzazioni umanitarie e funzionari internazionali affermano che la chiusura dei punti di transito ha inasprito una crisi umanitaria già gravissima, bloccando di fatto le vie principali per i rifornimenti e impedendo l’accesso a quanti fuggono per mettersi in salvo. Di questi, una gran parte è rappresentata da esuli siriani scappati un decennio fa dalla propria terra martoriata dalla guerra civile fra esercito governativo del presidente Bahsar al-Assad contro gruppi ribelli e jihadisti, trasformatosi nel tempo in uno scontro regionale per procura.

“La situazione sul terreno è una tragedia” ha dichiarato alle agenzie Ghossoun Mubarak, fuggita con i suoi tre figli dalla città di Baalbek, nel Libano orientale, descrivendo i bombardamenti che l’hanno spinta a lasciare la propria casa. Ieri il quartetto ha attraversato a piedi, e non senza rischi, il ponte di fortuna che - almeno per il momento - rappresenta la sola via di salvezza. 

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) almeno 430mila persone sono passate dal Libano alla Siria nell’ultimo mese, da quando Israele ha lanciato un bombardamento aereo e un’invasione di terra del Libano. I funzionari del governo di Beirut hanno fornito una stima al rialzo di oltre mezzo milione di persone. Rula Amin, portavoce Unhrc, ha espresso preoccupazione per i danni subiti dai valichi, definendoli “la principale ancora di salvezza per le persone in fuga dal conflitto”.

“Oggi è andata meglio”, ha detto Omar Abu Jabal, 29 anni, che ieri rientrava in Libano attraverso il valico di Jousieh dopo un viaggio di lavoro. “Non ci sono stati problemi lungo il percorso. Ma prima vi erano i bombardamenti, che impedivano alla gente di muoversi”. Nabil Aakoul, direttore dei trasporti della provincia di Homs, ha confermato le voci secondo cui i recenti attacchi hanno distrutto un ponte sul fiume Oronte, interrompendo gli spostamenti tra aree agricole vitali. Aakoul stima che la ricostruzione del ponte costerà circa 2,5 milioni di dollari; a questo bisogna aggiungere il persistente mancato accesso alle aree agricole e l’isolamento di intere comunità che dipendono dal commercio e dagli spostamenti attraverso il fiume. Yahya Abu Youssef, che vive vicino al ponte danneggiato, ha descritto l’attacco israeliano come “disumano”, perché oltre ai danni materiali ha provocato il ferimento di bambini e bestiame nelle vicinanze. “Tutto quello che vi è qui è un ponte che collega villaggi e fattorie” ha detto, sottolineando che gli abitanti dei villaggi ora devono affrontare un viaggio di 10 chilometri in più per raggiungere Homs.

Tiro, una delle città più antiche del mondo e antico faro del commercio e della cultura del Mediterraneo

 Infine, in queste ore l’esercito israeliano ha emesso un avviso di evacuazione urgente per i residenti di vaste aree della città di Tiro, in Libano, in vista di attacchi aerei contro siti di Hezbollah. In una nota rilanciata su X, ex Twitter, il col. Avichay Adraee, portavoce in lingua araba Idf, ha affermato che “l’attività di Hezbollah costringe ad agire nell'area in cui vi trovate”, pubblicando al contempo una mappa delle aree che saranno prese di mira. “Dovete immediatamente allontanarvi dall’area segnata in rosso e dirigervi - conclude - a nord verso il fiume Awali. Chiunque si trovi vicino a personale, strutture e armi di Hezbollah mette in pericolo la propria vita!”.

https://www.asianews.it/notizie-it/Israele-colpisce-valichi-di-frontiera-fra-Libano-e-Siria,-bloccando-vie-di-fuga-dei-rifugiati-61796.html

mercoledì 29 maggio 2024

Il Consiglio Ue rinnova di un altro anno le sanzioni contro la Siria

" L'Unione Europea, che è completamente subordinata agli interessi delle multinazionali e della N.A.T.O. (ovvero degli U.S.A.), ha esteso le sanzioni alla Siria fino al 1 giugno 2025.  
Sono sanzioni durissime che vietano alla Siria di importare medicinali, macchinari sanitari, macchine per l'edilizia, cibo e moltissimi altri prodotti e vietano al contempo alla Siria di esportare i suoi prodotti. 
Le sanzioni non solo sono del tutto ingiustificate, perché la Siria è il paese che è stato aggredito dai gruppi terroristi dell'ISIS  armati, finanziati e appoggiati dalla N.A.T.O., da Israele, dall'Arabia Saudita e da altri paesi.  Non è il paese aggressore, ma la vittima dell'aggressione.  
La guerra, che dura dal 2011, ha fatto danni per 1000 miliardi di dollari oltre ad almeno 500.000 morti e innumerevoli feriti. ..."
     Prof. Matteo D'Amico 

In occasione dell’ottava edizione della Conferenza di Bruxelles sul “Sostegno al futuro della Siria e della regione”, l’UE si è impegnata a stanziare 2,12 miliardi di euro per il 2024 e il 2025. Questa assistenza sosterrà sia i siriani all’interno della Siria che quelli nei Paesi limitrofi, nonché le comunità che li ospitano in Turchia, Libano, Giordania e Iraq.La riunione ministeriale, che ha riunito i delegati degli Stati membri dell’UE, dei Paesi confinanti con la Siria, di altri Paesi partner e donatori e di organizzazioni internazionali, tra cui l’ONU, ha ribadito la necessità di un processo politico in Siria, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR), e la necessità di mobilitare un sostegno finanziario vitale per rispondere ai bisogni più urgenti della popolazione siriana e delle comunità che la ospitano.


da Asianews

Il card. Zenari, che da anni segue le vicende siriane dalla nunziatura a Damasco denunciando prima gli orrori del conflitto poi la “bomba della povertà” che miete più vittime delle armi, chiede di non guardare alla nazione “come un pezzente”. Al contrario, bisogna aiutarla a “stare in piedi e camminare con le proprie gambe” che è anche “più dignitoso”. E per farlo serve parlare di ricostruzione, di ripresa dell’economia, dell’industria, far ripartire o creare nuove fabbriche: “Ricordo quanto detto da papa Paolo VI nel 1967, che il nuovo nome della pace è lo sviluppo. Lo stesso qui in Siria, dove non vi può essere pace senza sviluppo; dove vi è miseria non si possono creare le condizioni per la pace. 

“Nel marzo scorso la Siria - ricorda il porporato - è entrata nel suo 14mo anniversario di guerra, ignorata dai media e dalla stessa comunità internazionale” con il 90% della popolazione “sotto la soglia della povertà: tutti concordano nell’affermare che la situazione è diventata più dura rispetto agli anni della guerra. Manca l’elettricità in gran parte della Siria, molta gente ha in media due ore al giorno di corrente elettrica; la sanità e la scuola sono un disastro; servono infrastrutture necessarie; l’economia è al collasso e la gente trova una soluzione alternative. Chi può - prosegue il card. Zenari - cerca di scappare, unica via di uscita da questo tunnel, soprattutto per i giovani molti qualificati” alla ricerca del “modo per varcare i confini e andare all’estero“.

Un altro fattore di emergenza è quello legato ai rifugiati: “La guerra si dice abbia causato circa mezzo milione di morti, tra i quali 29mila bambini e minorenni - afferma il nunzio apostolico - e circa 12 milioni, poco più della metà della popolazione pre-conflitto, costretti a fuggire dalla proprie case, dai quartieri e dai villaggi. Secondo statistiche Onu vi sono sette milioni di sfollati interni e circa cinque milioni nei Paesi vicini”. Questo esodo ha determinato una nuova emergenza, in particolare nel Libano che è “un Paese piccolo, con una popolazione limitata e un numero sproporzionato di rifugiati” osserva il diplomatico vaticano. “Anche questo un tema grave e urgente - prosegue - ma non si sa come risolverlo. L’agenzia Onu per i rifugiati dice che non ci sono ancora le condizioni per un ritorno volontario, dignitoso e in sicurezza, intanto la gente comincia a perdere la speranza: si assiste, dopo le molte vittime, alla morte stessa della speranza, la gente non ha più fiducia nel futuro” tanto che, dalle ultime stime, si calcola che “circa 500 persone al giorno tentino di lasciare la Siria con ogni mezzo, in genere giovani e qualificate”.

I cristiani siriani

Come e più della gran parte dei siriani, perché rappresentano una piccola minoranza, anche i cristiani soffrono le conseguenze del conflitto e della povertà ormai diffusa nel Paese e che ha colpito diversi strati della popolazione. Una comunità che ha pagato in termini di vite umane, esodo, sparizioni forzate - fra le oltre 100mila persone scomparse nel nulla vi sono il gesuita italiano p. Paolo Dall’Oglio e i due vescovi, siro-ortodosso e greco-ortodosso, di Aleppo solo per fare alcuni nomi - e di fuga volontaria oltre-frontiera. Questa è “un’altra grossa ferita che sanguina nel cuore della Siria”. Ecco perché, per i cristiani, è un “soffio di speranza” l’annuncio di papa Francesco che saranno proclamati santi i martiri di Damasco, francescani e tre maroniti: la loro testimonianza, afferma il porporato, è “attuale” nel modo in cui essi ricordano e rappresentano “quanti hanno sofferto in vari modi in questo conflitto e per la fede”.

La Siria è “molto importante anche dal punto di vista del cristianesimo”, perché oltre ad aver dato il nome dei cristiani ad Antiochia, oggi territorio turco, è la terra cui è legato san Paolo e delle apparizioni di Cristo risorto. E ancora, nei primi sette secoli ha dato sei papi alla Chiesa e quattro imperatori, a conferma della sua importanza “sia dal punto di vista cristiano che sotto il profilo culturale e politico” sottolinea il card. Zenari. Vi è infine l’aspetto legato al turismo “che era in aumento” prima del conflitto, grazie anche a “reperti archeologici che risalgono a 4 o 5mila anni fa” e che permetteva di sostenere anche la comunità cristiana, mentre oggi “è una tragedia vederli partire”. Del resto, ricorda, “nei conflitti i gruppi minoritari sono sempre l’anello debole della catena” e questo è un danno ulteriore laddove essi rappresentano “una finestra aperta sul mondo”. “Basti pensare - conclude - al loro contributo nel campo culturale, dell’educazione con le scuole, nella sanità con gli ospedali, e anche nel campo politico. Anche questa è una ferita molto profonda per le Chiese, che hanno visto partire più della metà dei loro fedeli, e per la stessa società siriana”.

lunedì 20 maggio 2024

Il card. Pizzaballa entra a Gaza e incontra la comunità cristiana

 Ad AsiaNews la testimonianza di padre Romanelli rientrato dopo 7 mesi nella Striscia

“Non vogliamo il potere, ma chiediamo di essere forti” e se anche vi è un sentimento di “stanchezza, di profonda stanchezza” per questi mesi di guerra, in realtà “voi siete forti” perché durante le discussioni che ho avuto con voi, non ho mai sentito una sola parola di ira. Questo è il segno più evidente della vostra forza”. Con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, si è rivolto alla comunità cristiana di Gaza durante la messa della Pentecoste. Il porporato ha concluso la tre giorni di visita inaspettata, ma attesa a lungo da lui stesso e dai fedeli della Sacra Famiglia, nella Striscia martoriata dal conflitto lanciato da Israele contro Hamas, in risposta all’attacco del 7 ottobre scorso. E che ha causato profonde devastazioni e decine di vittime anche in seno ai cattolici. 

“Sono venuto a testimoniare prima di tutto il mio amore personale e anche l’amore di tutta la Chiesa, unito al nostro impegno forte a sostenervi, e aiutarvi, in ogni modo possibile. Voi siete isolati, ma non siete soli. Possa lo Spirito Santo scendere su di noi tutti. Possa scendere in particolare sui nostri due giovani che faranno la Cresima. Possa scendere su tutti noi e darci la forza di vivere in queste circostanze speciali non solo per rimanere e resistere, ma per essere il futuro dei nostri figli qui a Gaza”.

Il card. Pizzaballa ha osservato con i propri occhi le distruzioni, le abitazioni ridotte a un cumulo di macerie e le famiglie che piangono i morti innocenti. “Ho davvero apprezzato la vostra accoglienza e il vostro atteggiamento” e, pur avendo riscontrato molta “stanchezza per questa situazione” e che “nemmeno una casa è rimasta intatta”, egli esorta a non guardare solo al passato ma volgerlo al “futuro: il futuro è quello delle case, delle scuole, specialmente delle scuole per i bambini”. Istruzione e lavoro, partendo da uno dei beni primari e alimento base del quotidiano: il pane. Nelle giornate trascorse nella Striscia, il card. Pizzaballa ha visitato e benedetto il forno “Delle famiglie” a Gaza, gravemente danneggiato dai bombardamenti e riaperto di recente grazie anche al sostegno e al contributo del Patriarcato latino. Esso è nato nel 1984 grazie all’iniziativa di Bishara Shehadeh e offre lavoro a cristiani e musulmani. 

La visita del porporato è stata anche occasione per permettere il ritorno del parroco della Sacra Famiglia, p. Gabriel Romanelli, sacerdote del Verbo Incarnato che si trovava a Betlemme nei giorni in cui è iniziata la guerra e non ha più potuto rientrare. Ad AsiaNews il sacerdote affida una breve testimonianza sulla situazione della comunità e le speranza per il futuro. “Le persone - sottolinea - sono serene, anche se è forte la sensazione di sfinimento, di depressione, ma è altrettanto vero che molti hanno voglia di riprendere la vita, di ricostruire, altri ancora stanno pensando di ricominciare una vita fuori, pur se con grande dolore”.

“Ora sono qui con voi, vi voglio bene e vi accompagno, seguo con attenzione le notizie che provengono dalla vostra comunità. E siate certi che stiamo lavorando per una pace giusta, completa e vera”. Sono le parole che il patriarca di Gerusalemme dei latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, ha rivolto ai fedeli della parrocchia di Gaza nella prima visita che il porporato  ha compiuto nella Striscia. Una due giorni di visita inaspettata, ma accolta con gioia dalle centinaia di cristiani ospiti della parrocchia. Dai dati forniti dal patriarcato, al momento vi sono almeno 500 persone rifugiate nel complesso della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, in larghissima maggioranza cattolici. Altri 200 sono ospiti della chiesa ortodossa di san Porfirio. Prima del conflitto divampato a ottobre, i cattolici nella Striscia erano 135, di cui oggi ne sono rimasti circa 90 dopo che una piccola parte è riuscita a lasciare l’area teatro di guerra nelle scorse settimane. Il card. Pizzaballa è entrato nella Striscia da un varco segreto e vi è massimo riserbo sull’organizzazione e i canali che hanno permesso di ottenere il via libera da governo ed esercito israeliano, che da mesi combatte una sanguinosa guerra a Gaza contro Hamas. “Bisogna considerare che pochissime persone - prosegue il portavoce del patriarca - siano esse religiose, politiche o ambasciatori hanno avuto la possibilità di entrare a Gaza” e il porporato “è il primo” di questo spessore e autorità a farlo. “Ed è andato - aggiunge - per portare un messaggio alla gente, per dare loro un segnale grandissimo di incoraggiamento”. Possiamo affermare con certezza che questa visita è frutto del lavoro del patriarcato e conferma una volta di più il ruolo di ponte, di pace della Chiesa che cerca prima di tutto di mantenere la sua presenza”. Come ha sottolineato il porporato nell’omelia della messa stanno passando “tanti momenti difficili, situazioni tragiche” ma sono rimasti “fermi nella libera scelta di restare in questa terra e noi siamo con voi”. da AsiaNews 17/05]

Di seguito, la testimonianza di p. Romanelli ad AsiaNews:

Abbiamo trovato la comunità cristiana di Gaza in condizioni abbastanza buone, per quanto possano esserlo dopo più di sette mesi di guerra e con un conflitto tuttora in corso. 

Noi abbiamo nel compound della parrocchia della Sacra Famiglia più di 500 persone, contando pure i bambini di Madre Teresa. 

Le persone sono serene, anche se è forte la sensazione di sfinimento, di depressione, ma è altrettanto vero che molti hanno voglia di riprendere la vita, di ricostruire, altri ancora stanno pensando di ricominciare una vita fuori, pur se con grande dolore. Tutti loro hanno amato, e amano, la loro terra. Nella comunità cristiana, infatti, ci sono tanti che da sempre vivono e hanno vissuto qui nella striscia e ad essa sono legati. Poi ci sono cristiani che erano rifugiati da altri luoghi, da Gerusalemme, da Jaffa o Tel Aviv, da Migdalia e Ashkelon, coloro i quali hanno perso la casa e sono dovuti partire per le guerre del passato. 

Tuttavia, tantissimi cristiani sono originari di Gaza e a questa terra sentono di appartenere. Per questo per alcuni di loro è grande il dolore al pensiero di andarsene, mentre altri vogliono rimanere. 

La città è molto colpita e porta i segni del conflitto, quasi non si vede nemmeno un edificio che non sia stato centrato, che sia stato risparmiato dalle bombe. 

Noi come parrocchia continuiamo con le attività, innanzitutto con la vita spirituale grazie a p. Yusuf [Assad, il vice-parroco] che per tutti questi mesi è restato con i fedeli e ancora adesso sarà qui con me. Io rimarrò in parrocchia, è venuto con me anche p. Carlos Ferrero il nostro provinciale [della congregazione del Vero Incarnato]. E non dimentichiamo poi le suore: con Pilares Ocorro è venuta anche una nuova sorella, sr. Maria “Maravillas” de Jesus, una argentina che rimarrà qui a testimonianza di una realtà viva e che prosegue nelle attività. Abbiamo già ricominciato l’oratorio, alcune lezioni per incominciare a fare delle attività con i bambini anche se non si tratta di una vera e propria scuola. Stiamo cercando comunque di fare tante altre iniziative con l’aiuto di molti ragazzi e, soprattutto, delle famiglie più giovani. 

La visita del patriarca [card. Pierbattista Pizzaballa] è stata splendida, si è conclusa con la Pentecoste e l’amministrazione del sacramento della Cresima a due ragazzi della parrocchia. Tutto questo è un segno di speranza, anche le persone sono state molto contente di rivederci e di sapere che sono tornato e che rimango qui, con l’aiuto di Dio. 

* Parroco della Sacra Famiglia a Gaza