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mercoledì 5 novembre 2025

Osare le pace, anche in Terra Santa

 


 di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org

La messa inaugurale dell’Incontro internazionale ‘Osare la pace’ è stata presieduta domenica 26 ottobre 2025 in San Giovanni in Laterano dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. La sua omelia ha preso spunto dal Vangelo del giorno, quello della parabola del fariseo e del pubblicano, saliti al tempio per pregare (Lc 18, 9-14)…

Il fariseo, il pubblicano: 

Siamo dunque nel tempio, dove due uomini salgono per pregare. Due uomini, due preghiere, due cuori. Uno si presenta con l’orgoglio di chi si ritiene giusto; l’altro con l’umiltà di chi si riconosce peccatore. Il fariseo, pur osservando la Legge, non entra in relazione con Dio. Alza lo sguardo, ma non guarda a Dio: vede solo se stesso. Parla di sé, si confronta con gli altri, giudica. Non è descritto come ipocrita: è sinceramente religioso, e compie persino più di quanto la Legge richieda. Proprio per questo si sente a posto, con la coscienza tranquilla, e si ritiene migliore degli altri. Il pubblicano, invece, si affida. Tiene lo sguardo abbassato, ma è guardato da Dio, a differenza del fariseo. Riconosce il proprio peccato senza giustificarsi, senza difendere la propria condotta. Non minimizza i propri errori, ma si presenta davanti a Dio così com’è, senza maschere. Non cerca scuse, non si paragona, non si assolve da solo. Si limita a dire: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”, e così si pone davanti a Dio nella verità. La verità di chi riconosce che solo Dio è giusto, e che nella Sua giustizia accoglie ogni uomo, anche il peccatore. In Dio, misericordia e giustizia sono inseparabili: fare giustizia significa perdonare.

Quanti farisei nel mondo!

 L’atteggiamento del fariseo è più diffuso di quanto sembri. È l’atteggiamento di chi confida nella forza, nella superiorità morale, nella presunzione di essere nel giusto. Di chi, di conseguenza, si arroga il diritto di giudicare gli altri e di interpretarli a proprio piacimento: “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano” (Lc 18,11). Un atteggiamento che può annidarsi non solo nel cuore delle persone, ma anche in molte istituzioni, noi compresi. Un atteggiamento che, anziché costruire relazioni con Dio e tessere legami giusti con l’uomo, innalza barriere, genera incomprensione, fomenta violenza. Quanta sofferenza si può causare in nome della propria idea di giustizia, imposta e fuori da un contesto di rispetto e di ascolto!

Terra Santa e idea della forza risolutiva: 

Penso, in questo momento, alla nostra Terra Santa. Un odio profondo e lacerante ci ha invaso, creando divisioni tra i popoli e all’interno degli stessi popoli. Opinioni legittimamente diverse si trasformano in giudizi taglienti, che feriscono profondamente le relazioni. Come il fariseo, anche oggi molti si ergono a giudici, convinti di essere nel giusto. Ma il Vangelo ci ricorda che non è la forza del nostro giudizio a giustificarci, bensì la verità del nostro cuore davanti a Dio. Domina l’idea che la forza sia condizione necessaria per costruire la pace, che solo con le armi si possa imporre una soluzione giusta ai conflitti, che per fare giustizia sia necessario annientare l’avversario. Eppure, abbiamo visto quali macerie materiali, umane e spirituali tutto questo ha prodotto. Il nostro tempo sembra segnato da conflitti, da ferite aperte, da popoli che si guardano con sospetto o con paura. Ognuno è convinto di essere nel giusto, che ciò che ha fatto e continua a fare sia legittimo, persino necessario. È un circolo vizioso difficile da spezzare. Certo, c’è anche tanto dolore. Una sofferenza autentica, che merita rispetto e ascolto, e che nessuno ha il diritto di minimizzare.

Costruire la pace: 

La pace si fonda sulla fede e sulla conversione a Dio. Sullo stare nel modo giusto davanti a Lui, come il pubblicano, non come il fariseo. Quando riconosciamo che senza Dio non possiamo nulla. Se invece costruiamo la convivenza umana solo su modelli esclusivamente umani, sull’idea di potenza e di superiorità, allora costruiamo sulla sabbia. Un edificio che, alla fine, crollerà. Quando l’uomo si fa padrone di se stesso, finisce per rovinarsi. Quando le istituzioni, anziché servire le proprie comunità, si sentono superiori e autosufficienti, generano rovina. La pace non si costruisce con le dichiarazioni, ma con cuori che si lasciano toccare da Dio e dall’altro. (…) La pace non è soltanto una convenzione sociale, un armistizio, una tregua o l’assenza di guerra, frutto di sforzi diplomatici o di equilibri geopolitici, pur necessari. La pace è riconoscere la verità e la dignità di ogni uomo, è saper vedere nell’altro il volto di Dio. Quando il volto dell’altro si dissolve, svanisce anche il volto di Dio, e con esso la possibilità di una pace autentica. Nessuno è un’isola: distruggere il volto dell’altro significa dissolvere anche il proprio.

Parole esigenti e i pubblicani di oggi: 

La pace è frutto di giustizia, di verità, di misericordia. È il volto di Dio che si riflette nei nostri volti, quando ci lasciamo riconciliare con Lui e tra di noi. Misericordia, giustizia, verità, pace: parole centrali nella vita del mondo, ma che possono sembrare lontane dall’esperienza concreta di tanti popoli. Parole esigenti, che in Terra Santa – da dove provengo – suscitano talvolta persino fastidio. Perché appaiono come slogan, parole vuote, distanti dalla realtà di chi è schiacciato da conflitti atavici. Eppure, la testimonianza di persone coraggiose – i pubblicani di oggi – anche nel dramma del nostro tempo, ha restituito concretezza e verità a queste parole. È la testimonianza di chi sa battersi il petto (Lc 18,13), riconoscersi bisognoso di misericordia, e perciò capace di offrirla; di chinarsi sulle ferite altrui; di scorgere negli altri il volto di Dio. Giovani che il 7 ottobre hanno perso gran parte della loro famiglia e oggi dedicano il loro tempo ad aiutare altre famiglie devastate da quel giorno. Altri che, sotto le bombe, offrono protezione. Famiglie affamate che condividono il poco che hanno a chi ha perduto proprio tutto. Giovani che rischiano la vita per soccorrere feriti e malati. Madri che si uniscono per prendersi cura dei bambini rimasti soli. Insegnanti senza scuola che non rinunciano a cercare i loro alunni per continuare a istruirli. E tanti altri ancora. Abbiamo bisogno di questi testimoni. (…)  Saranno loro a ricostruire nuovi modelli di convivenza dalle macerie di questo tempo.

giovedì 9 ottobre 2025

Firmato accordo che prevede la cessazione degli attacchi nella Striscia di Gaza


Condividiamo la gioia dei bambini di Gaza all'annuncio del possibile accordo per la cessazione del genocidio 



Comunicato Stampa Patriarcato Latino di Gerusalemme sull’annuncio di un accordo a Gaza

Gerusalemme, 9 ottobre 2025

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme accoglie con gioia l’annuncio di un accordo che prevede la cessazione degli attacchi nella Striscia di Gaza e la liberazione immediata degli ostaggi, così come quella dei prigionieri palestinesi. Il Patriarcato auspica ardentemente che tale intesa venga pienamente e fedelmente attuata, affinché possa segnare l’inizio della fine di questa terribile guerra. Il Patriarcato ribadisce l’assoluta urgenza di un immediato soccorso umanitario e dell’ingresso incondizionato di aiuti sufficienti per la popolazione sofferente di Gaza. Soprattutto, il Patriarcato prega affinché questo passo apra un cammino di guarigione e di riconciliazione tanto per i Palestinesi quanto per gli Israeliani.

Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, ha dichiarato:

“È una buona notizia e siamo molto felici. È un primo passo, una prima fase. Naturalmente ve ne saranno altri, e certamente sorgeranno altri ostacoli. Ma ora dobbiamo gioire di questo passo importante che porterà un po’ più di fiducia per il futuro e anche nuova speranza, specialmente per i popoli, sia israeliano che palestinese.”
“Ora finalmente vediamo qualcosa di nuovo e di diverso. Certamente vi sarà anche una nuova atmosfera per la continuazione dei negoziati, anche se la vita dentro Gaza resterà terribile ancora per molto tempo. Ma ora siamo felici e speriamo che questo sia solo l’inizio di una nuova fase in cui possiamo, poco a poco, iniziare a pensare non più alla guerra, ma a come ricostruire dopo la guerra.”

Il Patriarcato loda il lavoro di tutti coloro che hanno preso parte ai negoziati ed esprime apprezzamento per i loro instancabili sforzi che hanno reso possibile questo passo.

In questo tempo così delicato, il Patriarcato invita tutti a unirsi alla Giornata di Preghiera per la Pace indetta da Papa Leone XIV l’11 ottobre. Il Signore abbia misericordia della Terra Santa e le conceda la pace.

https://www.lpj.org/index.php/it/news/press-release-on-the-announcement-of-an-agreement-in-gaza

domenica 5 ottobre 2025

Rinnoviamo alla Regina di Palestina la preghiera di intercessione per la pace

  dal Card. Pizzaballa , Patriarca di Gerusalemme dei Latini

5 ottobre 2025

A tutta la diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme 

Carissimi fratelli e sorelle,
il Signore vi dia pace!

Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. È ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.

Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. È un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte.

Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza. Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo –necessario e indispensabile – di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza.

I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro.

La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.

Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo. Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato “il mistero dell’iniquità” (2Tes 2,7), che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio.

Potenza, forza, violenza sono diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Abbiamo sentito molte volte ripetere in questi ultimi mesi che bisogna usare la forza e solo la forza può imporre le scelte giuste da fare. Solo con la forza si può imporre la pace. Non sembra che la storia abbia insegnato molto, purtroppo. Abbiamo visto nel passato, infatti, cosa producono violenza e forza. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo assistito e vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore.

Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per un credente non è scontato vivere nella fede tempi duri come questo. A volte percepiamo forte dentro di noi la distanza tra la durezza degli eventi drammatici da un lato, e la vita di fede e di preghiera dall’altro. Come se fossero lontane l’una dall’altra. L’uso della religione, inoltre, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad accostarci con animo riconciliato al dolore e alla sofferenza delle persone. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, costituisce una sfida non indifferente per chi vede nella vita del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio.

Da soli non riusciremo a comprendere questo mistero. Con le nostre sole forze non riusciremo a stare di fronte al mistero del male e a resistergli. Per questo sento sempre più impellente il richiamo a tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2). Solo così riusciremo a mettere ordine dentro di noi e a guardare alla realtà con occhi diversi.

E insieme a Gesù, come comunità cristiana vorremmo raccogliere le tante lacrime di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti, amici, uccisi o rapiti, di chi ha perso casa, lavoro, paese, vita, vittime innocenti di una resa dei conti di cui ancora non si vede la fine.

Lo scontro e la resa dei conti sono stati la narrativa dominante di questi anni, con la inevitabile e dolorosissima conseguenza delle prese di posizione. Come Chiesa la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono, la sua scelta di vita. Le sue ferite non sono un incitamento alla vendetta, ma la capacità di soffrire per amore.

In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia.

Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso.

La tomba vuota di Cristo, presso cui mai come in questi due anni il nostro cuore ha sostato in attesa di una risurrezione, ci assicura che il dolore non sarà per sempre, che l’attesa non sarà delusa, che le lacrime che stanno innaffiando il deserto faranno fiorire il giardino di Pasqua.

Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità. Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera. “Circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb. 12,1-2).

In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro. Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.

Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione.

Ci avviciniamo alla festa della Patrona della nostra diocesi, la Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa. Nella speranza che in quella giornata ci si possa finalmente incontrare, rinnoviamo alla nostra Patrona la preghiera di intercessione per la pace.

Un fraterno augurio di bene a tutti!

   †Pierbattista Card. Pizzaballa

https://www.lpj.org/index.php/it/news/to-the-diocese-of-the-latin-patriarchate-of-jerusalem

giovedì 31 luglio 2025

Dichiarazione di Sua Beatitudine Cardinale Pierbattista Pizzaballa al rientro da Gaza

«Siamo afflitti, ma sempre gioiosi; poveri, ma arricchiamo molti; non possediamo nulla, ma possediamo tutto». - (2 Corinzi 6,10)

 Patriarcato Latino di Gerusalemme - 22 luglio 2025

Cari fratelli e sorelle,

il Patriarca Teofilo III ed io siamo tornati da Gaza con il cuore spezzato. Ma anche incoraggiati dalla testimonianza di molte persone che abbiamo incontrato.

Siamo entrati in un luogo devastato, ma anche pieno di meravigliosa umanità. Abbiamo camminato tra le polveri delle rovine, tra edifici crollati e tende ovunque: nei cortili, nei vicoli, per le strade e sulla spiaggia – tende che sono diventate la casa di chi ha perso tutto. Ci siamo trovati tra famiglie che hanno perso il conto dei giorni di esilio perché non vedono alcuna prospettiva di ritorno. I bambini parlavano e giocavano senza battere ciglio: erano già abituati al rumore dei bombardamenti.

Eppure, in mezzo a tutto questo, abbiamo incontrato qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che rifiuta di spegnersi. Abbiamo incontrato madri che preparavano da mangiare per gli altri, infermiere che curavano le ferite con gentilezza e persone di tutte le fedi che continuavano a pregare il Dio che vede e non dimentica mai.

Cristo non è assente da Gaza. È lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie eppure presente in ogni atto di misericordia, in ogni candela nell'oscurità, in ogni mano tesa verso chi soffre.

Non siamo venuti come politici o diplomatici, ma come pastori. La Chiesa, l'intera comunità cristiana, non li abbandonerà mai.

È importante sottolineare e ripetere che la nostra missione non è rivolta a un gruppo specifico, ma a tutti. I nostri ospedali, rifugi, scuole, parrocchie – San Porfirio, la Sacra Famiglia, l'ospedale arabo Al-Ahli, la Caritas – sono luoghi di incontro e condivisione per tutti: cristiani, musulmani, credenti, scettici, rifugiati, bambini.

Gli aiuti umanitari non sono solo necessari, sono una questione di vita o di morte. Rifiutarli non è un ritardo, ma una condanna. Ogni ora senza cibo, acqua, medicine e riparo provoca un danno profondo.

L'abbiamo visto: uomini che resistono al sole per ore nella speranza di un semplice pasto. È un'umiliazione difficile da sopportare quando la si vede con i propri occhi. È moralmente inaccettabile e ingiustificabile.

Sosteniamo quindi l'opera di tutti gli attori umanitari – locali e internazionali, cristiani e musulmani, religiosi e laici – che stanno rischiando tutto per portare la vita in questo mare di devastazione umana.

E oggi leviamo la nostra voce in un appello ai leader di questa regione e del mondo: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Deve esserci un modo per restituire la vita, la dignità e tutta l'umanità perduta. Facciamo nostre le parole di Papa Leone XIV pronunciate domenica scorsa durante l'Angelus:

«Rinnovo il mio appello alla comunità internazionale affinché osservi il diritto umanitario e rispetti l'obbligo di proteggere i civili, nonché il divieto di punizioni collettive, l'uso indiscriminato della forza e lo sfollamento forzato della popolazione».

È ora di porre fine a questa assurdità, di porre fine alla guerra e di mettere al primo posto il bene comune delle persone.

Preghiamo e chiediamo il rilascio di tutti coloro che sono stati privati della libertà, il ritorno dei dispersi e degli ostaggi e la guarigione delle famiglie che da tempo soffrono da tutte le parti.

Quando questa guerra sarà finita, avremo un lungo viaggio davanti a noi per iniziare il processo di guarigione e riconciliazione tra il popolo palestinese e il popolo israeliano, dalle troppe ferite che questa guerra ha causato nella vita di troppi: una riconciliazione autentica, dolorosa e coraggiosa. Non dimenticare, ma perdonare. Non cancellare le ferite, ma trasformarle in saggezza. Solo un percorso di questo tipo può rendere possibile la pace, non solo politicamente, ma anche umanamente.

Come pastori della Chiesa in Terra Santa, rinnoviamo il nostro impegno per una pace giusta, per la dignità incondizionata e per un amore che trascende tutti i confini.

Non trasformiamo la pace in uno slogan, mentre la guerra rimane il pane quotidiano dei poveri.

*Traduzione a cura dell'Ufficio Stampa del Patriarcato Latino

lunedì 21 aprile 2025

Card.Pizzaballa: un Amore che vince anche la morte

Messaggio di Pasqua 2025 di Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme. Sottotitoli disponibili in italiano

Di seguito il testo dell'Omelia della Veglia Pasquale  pronunciata da Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme,   il 19 aprile 2025:

Cari fratelli e sorelle,

Che il Signore vi dia pace!

Anche noi oggi facciamo come le donne che vanno la mattina presto a ungere il corpo di Gesù. Vedono che la pietra è stata tolta dal sepolcro e che il sepolcro è vuoto, e si chiedono il significato di ciò che è accaduto. (Luca 24:4) Anche noi ci chiediamo il significato di ciò che è accaduto. 

Ci chiediamo quale sia il significato di quanto accaduto qui duemila anni fa: che cosa significa per noi la risurrezione di Gesù, che cosa riporta nella nostra esistenza, soprattutto in questo tempo in cui tutto sembra parlare del contrario, di morte e di oscurità.  

Le letture di questa Veglia ci vengono in aiuto e ci illuminano: dobbiamo cercarle nelle pagine della Scrittura, proprio come gli angeli invitano a fare le donne  («Ricordatevi come vi disse quando era ancora in Galilea») (Lc 24,6). Le invitano a ricordare le parole di Gesù, a ricordare la Parola. Ed è esattamente ciò che questa Veglia ci invita a fare. Ci invita a fare memoria della Parola, a ricordare la lunga storia di redenzione che ci conduce a questa sera.  

Abbiamo ascoltato la storia di una lunga promessa di vita, la promessa di un Dio che crea il mondo con lo scopo specifico di stringere un'alleanza con l'umanità. Siamo partiti dalla creazione e poi abbiamo ripercorso l'intera storia dell'umanità chiamata ad accettare il dono dell'alleanza con Dio e ad assumersi la responsabilità del dono ricevuto.  

È una storia di elezioni e cadute che ricomincia sempre da capo e ha questa caratteristica: quando sembra finita, finita, senza via d’uscita per la durezza del cuore dell’uomo, ricomincia. Dio interviene e dona qualcosa di nuovo: dona la vita, dona la libertà, dona la Legge, ristabilisce ogni volta una relazione compromessa. Rimette in cammino le persone, dona loro forza e speranza, dona loro la certezza che Lui cammina con noi, in mezzo a noi (cfr Es 13,21).  

Questa storia inizia, come abbiamo già detto, con l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio per risplendere nella propria gloria. Egli è visto come una creatura con suprema dignità e infinita libertà.  «Lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato»  (Sal 8,6). Ma questo non bastava. Invece di risplendere nella gloria che Dio gli ha dato, invece di permanere nell'obbedienza filiale a Dio, fonte della vera libertà, l'uomo ha scelto di seguire gli inganni del Divisore, e ha sperimentato la morte, l'assenza di Dio. Invece di Dio, ha scelto se stesso e si è chiuso in piccoli orizzonti. Con il peccato, con il rifiuto dell'uomo di vivere da figlio, si è perduto.  

Le letture della Veglia ci conducono a questa soglia, a questo momento drammatico: abbiamo perso la nostra somiglianza con Dio, ma solo Lui può donarci un cuore nuovo, capace di vivere secondo il progetto di vita buona che è stato posto nelle nostre mani. Così, l'ultima lettura dell'Antico Testamento, quella del profeta Ezechiele (Ez 36,26-28), racconta la decisione di Dio di trasformare l'uomo dalle fondamenta, di guarire il suo cuore, di fare qualcosa di nuovo che l'uomo da solo non potrà mai fare. Per restituire all'uomo la somiglianza con Lui, Dio deve donargli un cuore nuovo: la purificazione esteriore non basta, non basta perdonare il peccato, perché se il cuore non cambia, l'uomo continuerà ad allontanarsi e a perdere sempre di nuovo la sua somiglianza con il Padre.  

Gesù, la Parola con cui Dio ha creato il mondo e l'uomo, è il medico delle anime, Colui che può restaurare l'immagine originaria che l'uomo ha offuscato, Colui che può donarci un cuore nuovo.  

Eppure, persino la morte di Gesù potrebbe inizialmente indurci a credere che questa promessa di restaurare la nostra immagine a immagine di Dio abbia subito una battuta d'arresto definitiva a un certo punto della storia: Gesù, il compimento della promessa, l'Amen del Padre, fu ucciso e deposto in una tomba. Ciò che accadde fu che Gesù, che era venuto a rivelare di nuovo l'amore gratuito del Padre all'umanità, che era venuto per aiutare e guarire tutti (cfr At 10,38), incontrò incomprensione e rifiuto da parte dei suoi. Fu tradito, rinnegato, venduto, consegnato, deriso, torturato, crocifisso e ucciso. In termini umani, la sua vita si concluse nel peggiore di tutti i fallimenti.  

Ma crediamo che la mattina di Pasqua sia giunta una grande notizia. Le donne vanno al sepolcro in cerca di Gesù nel regno della morte, nel luogo della diversità, della distanza da Dio. Ma questo luogo di morte è deserto. Al posto del corpo di Gesù ci sono due uomini rivestiti di luce, che proclamano che Gesù è vivo (Luca 24:5), che l'uomo nuovo è nato.   

Gesù è colui che si è consegnato, che si è lasciato uccidere, che non si è difeso, che non ha ceduto nemmeno per un istante a una logica di violenza. E non lo ha fatto per debolezza, ma per fiducia. Ha affidato la sua vita al Padre, e ha creduto fino alla fine che il Padre l'avrebbe preservata. In questo Figlio, rimasto ancorato alla promessa fino alla fine, che ha amato fino alla fine, il Padre ha riconosciuto i tratti del suo stesso volto, uomo ricreato a sua immagine e somiglianza. 

Questo è l'annuncio che sento di dover ripetere ancora una volta, prima a me stesso e poi a tutti noi e alla nostra Chiesa. 

 

Tutto qui oggi sembra parlare di morte e fallimento, come quello di Gesù. Forse anche noi siamo come le donne del Vangelo, piene di paure e con il volto chino a terra (Lc 24,5) e quindi incapaci di vedere oltre, prese da tanto dolore e violenza. Ci perdiamo in tante analisi, valutazioni e proiezioni della situazione drammatica che stiamo vivendo. E continuiamo a fondare la nostra speranza sulle decisioni della politica, della società e persino della vita religiosa, che confermano ogni volta la loro vacuità. Insomma, ci imprigioniamo nei piccoli orizzonti del sempre, incapaci di generare vita, di creare bellezza, perché la paura non può mai generare vita, non ha luce e non può creare nulla di bello.  «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui!» (Lc 24,5). Finché saremo intrappolati nelle nostre paure, saremo come le donne del Vangelo e cercheremo Gesù dove non è, cioè nelle nostre tombe.  

Chiediamo allora a Gesù di rientrare nei nostri sepolcri e di condurci alla luce, di restituirci la vita di cui abbiamo sete, di donarci un cuore nuovo, capace di fidarsi e di donare.  

Ricordiamo ciò che il Signore ha fatto per noi e concentriamo lo sguardo su quanto Egli sia ancora all'opera attraverso le tante persone risorte di questo tempo, che anche in questi tempi bui sono ancora capaci di donare e di affidarsi, che brillano di luce e così restaurano giorno dopo giorno l'immagine di Dio nell'uomo. Chiediamo che i nostri cuori vibrino di nuovo di vita, di fiducia, di dono, di amore.  

Questo è il significato della risurrezione di Gesù per noi, questo è il significato della Pasqua, in ogni epoca, fino ad oggi, e questo è ciò che celebriamo oggi: la fedeltà dell'amore di Dio, un amore che vince anche la morte e ci restituisce la dignità di figli di Dio, liberi e amati per sempre.  

Buona Pasqua!

https://en.abouna.org/content/paschal-vigil-homily