PUBBLICHIAMO L'IMPORTANTISSIMO PENSIERO ELABORATO DAL CARDINALE PIZZABALLA , SUDDIVIDENDOLO IN SEZIONI :
Il documento si articola in tre grandi parti: in primo luogo ci sono considerazioni sul presente, anzi «sull’attuale stato di disordine», da parte del patriarca. La seconda parte propone una visione per la comunità diocesana, ispirata e ancorata alla Scrittura. La terza cerca di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la diocesi in tutte le sue componenti (Terra Santa.net)
«Tornarono a Gerusalemme con grande gioia»
Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa
del Cardinal Pizzaballa
Carissimi,
il Signore vi dia pace!
In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale.
In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella.
Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo.
Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce.
Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile.
Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni.
L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti.
Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse.
La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio.
Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme.
La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni.
Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste.
PARTE PRIMA
Leggere la realtà: considerazioni sul presente
Prima di interrogarci sulla nostra missione di credenti, dobbiamo guardare con onestà al contesto in cui siamo chiamati a viverla. Bisogna, infatti, partire dalla realtà nella quale ci troviamo, se si vuole rispondere concretamente alla domanda che ci accompagnerà lungo tutta la Lettera: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto?
In una realtà complessa come la nostra, ogni tentativo di sintesi è necessariamente parziale. Accetto questo rischio.
Non è mia intenzione ricostruire la cronaca degli eventi, ma comprenderne innanzitutto la portata epocale. Il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno significato qualcosa di diverso e di dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra. Per i palestinesi rappresenta l’ultima, drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito: violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa. Senza entrare in questa discussione che esula dal nostro tema, vogliamo segnalare che il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono ormai considerati universalmente eventi spartiacque che hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra, e lo hanno fatto nel peggiore dei modi possibili.
Siamo, così, precipitati in un “dopo” che fatichiamo a comprendere, ma di cui possiamo già delineare i contorni.
Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale. Per decenni, la comunità internazionale, e in particolare il mondo occidentale, ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati, multilateralismo. Non senza un velo di ipocrisia, dichiarava che il diritto internazionale, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU, erano strumenti imperfetti ma necessari per regolare la convivenza tra i popoli e proteggere i più deboli dalla legge del più forte. Oggi, tutti sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza, evidenziata dall’incapacità di gestire questi conflitti. In Israele e Palestina, per motivi diversi e opposti, la fiducia in quel sistema era scomparsa già da molto tempo.
Assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese, laddove essa viene ridotta quasi esclusivamente alla sua forma violenta e militare, a scapito di ogni altra possibilità fondata sul diritto, sul dialogo e sulla responsabilità verso i civili. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile. I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. La guerra agisce come fine a se stessa. Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale.
La logica della deterrenza come strumento di sicurezza, il ricorso alle armi e alla forza nella gestione dei conflitti, così come lo stesso concetto di difesa, sollevano oggi questioni etiche e politiche di grande rilievo: la loro legittimità, le modalità del loro impiego, i costi economici e sociali, le conseguenze concrete sulla popolazione civile e molto altro.
A queste questioni si aggiunge oggi un elemento che non può essere ignorato: la coscienza civile dei popoli, maturata nel tempo e profondamente segnata dall’assimilazione dei valori della dignità della persona umana, del rispetto della vita e dei diritti fondamentali. Tale patrimonio morale, ormai inciso nel cuore delle società contemporanee, interpella ogni scelta politica e militare e pone limiti chiari all’uso della forza.
Inoltre, la storia di questa Terra, segnata da conflitti antichi e ripetuti, ci insegna che è illusorio pensare che la forza, anche quando venga ritenuta necessaria nel breve termine, possa da sola offrire una soluzione duratura. Quando essa diventa linguaggio ordinario e criterio dominante, finisce per alimentare una spirale di violenza che è davvero difficile a interrompere.
Tale violenza lascia dietro di sé ferite profonde: distruzione materiale e lacerazioni morali che pesano sulle generazioni future. Per questo, pur senza ignorare la complessità delle scelte che le autorità devono affrontare, non possiamo smettere di ricordare che la forza non può essere l’orizzonte ultimo, né il fondamento su cui costruire un futuro di pace.
Il ruolo dei media e delle comunicazioni oggi è più che mai centrale. Da un lato, sono la finestra attraverso cui riceviamo informazioni da luoghi altrimenti irraggiungibili. Dall’altro, sono diventati il vettore privilegiato per la diffusione di narrazioni, spesso contrapposte, e sempre più difficili da verificare. In un conflitto come l’attuale, la guerra si conduce non solo sul terreno, ma anche con le parole e con le immagini: ogni fotografia, ogni video, ogni titolo può diventare un’arma. È reale il rischio di smarrirsi, di non riuscire più a distinguere il vero dal falso, la cronaca dalla propaganda.
A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? Sono domande nuove, per le quali non abbiamo ancora risposte, ma che non possiamo più permetterci di ignorare.
Non intendo entrare in queste valutazioni così complesse, ma solo sottolineare che questa nuova epoca pone anche domande inedite, che dovremo prima o poi prendere in considerazione seriamente. Va detto, comunque, che la crisi del multilateralismo, delle istituzioni, e questi nuovi interrogativi, non sono astrazioni intellettuali lontane dal nostro vissuto. Hanno invece un impatto diretto sulla vita della nostra comunità, sono la cornice dentro cui si è scontrata la nostra quotidianità in questi ultimi anni, causando una sofferenza profonda. Mi sono chiesto più volte, ad esempio: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”? È in questo scenario che dobbiamo interrogare il vissuto della nostra Diocesi.
Senza avere la pretesa di dire tutto, proviamo a mettere ordine raggruppando intorno a cinque nuclei fondamentali le conseguenze di questo caos sulla vita di tutti noi.
1. La dissoluzione del legame: dolore, odio e sfiducia
Il primo strappo è la lacerazione del tessuto delle relazioni umane. Il dolore – che merita sempre rispetto – è radicato negli animi di troppe persone.
Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno.
Occorre, però, riconoscere che l’esperienza di essere vittima può essere diversa, a seconda delle circostanze in cui ci si trova. C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. C’è chi vede la propria abitazione distrutta durante un bombardamento, e chi assiste, anno dopo anno, alla perdita della propria terra. Alcuni hanno vissuto condizioni di assedio, privati di beni essenziali come cibo e medicine, mentre altri affrontano la paura costante causata da attacchi terroristici. Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.
L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito. La violenza non ha distrutto solo città e case, persone e speranze: ha segnato le coscienze, avvelenato il linguaggio pubblico, generato un senso di tradimento persino negli ideali che si credevano condivisi. Ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che, col tempo, irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione.
La vita politica e le istituzioni civili sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive, acuiscono smarrimento e scetticismo in un contesto dominato dalla sfiducia. Ed è per questo che in molti – specialmente tra i giovani – cresce il sospetto verso ogni possibilità di convivenza e verso la convinzione che esista un’alternativa credibile alla spirale di scontri e ingiustizie.
Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai.
Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio.
Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. Non è questa la sede per un elenco, e non serve farne un’agiografia. Ma è da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo.
2. Frammentazione e paura: la tentazione delle enclavi
A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi.
La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro.
Questa polarizzazione è deleteria perché investe il modo stesso in cui ciascun gruppo costruisce i fondamenti della propria appartenenza, a livello nazionale, sociale e personale. Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente. Come se non esistesse più un “noi” che include tutti, ma solo tanti piccoli “noi” che si contrappongono. Quando il “noi” si riduce a identità contrapposte, diventa facile semplificare l’altro e leggerlo come un blocco uniforme. In ogni società, invece, esistono voci e posizioni diverse, e resistere alla tentazione di considerare interi popoli come realtà monolitiche è un primo passo necessario per ricostruire la relazione.
Il senso di appartenenza comunitaria, però, non costituisce necessariamente un elemento negativo, perché ogni comunità è caratterizzata da una propria fisionomia, una specifica missione e un particolare carisma. È una ricchezza nel mosaico unico della Terra Santa e va preservata, ma a condizione che tali qualità non si affermino a discapito degli altri né si trasformino in strumenti di contrapposizione.
In questa prospettiva, la vita cristiana, fondata su radici solide, mostra come un’appartenenza possa essere forte senza diventare rigida o difensiva, e come proprio la profondità dell’identità renda possibile l’apertura all’altro. In questo modo il “noi” può tornare a essere inclusivo, capace di tenere insieme le diverse appartenenze senza ridurle a identità contrapposte.
3. Il senso di perdita: parole consumate e bene comune offuscato
Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato. Quando li usiamo nelle nostre comunità, riscontriamo a volte sguardi stanchi e disillusi. Di fronte all’orrore delle immagini che ci arrivano ogni giorno, queste espressioni sembrano davvero appartenere a un altro mondo. Restiamo allora senza parole, e in quel silenzio la violenza urla la sua lingua brutale.
A questo si aggiunge la perdita di significato del concetto di “bene comune”. Fatichiamo a rispondere a domande fondamentali come: quale società vogliamo costruire? Qual è il bene che vogliamo perseguire insieme al di là degli interessi di parte?
In questa Terra, il bene comune viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari. Sembra che ciascuno pensi solo a sé stesso, alla propria sopravvivenza, alla propria sicurezza, in perenne guerra esistenziale, su fronti sempre più distanti.
Tuttavia, il linguaggio più forte resta quello della realtà. E la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa. Questa Terra – tanto contesa quanto amata – è la casa di tutti: ebrei israeliani e arabi palestinesi; cristiani, ebrei, musulmani, drusi, samaritani, bahai e di qualunque altra fede. È Dio ad averci messi qui. Siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce là dove siamo. E questo significa non rinunciare a costruire occasioni di interazione tra le diverse comunità nazionali e religiose, perché, quando le parole non bastano più, è allora che occorrono gesti concreti.
4. La sfida specifica della Terra Santa: il dialogo interreligioso in difficoltà
Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. Non perché abbiamo smesso di incontrarci. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza.
Abbiamo dovuto fare i conti con narrazioni storiche che si contrappongono in un modo che appare inconciliabile, dove ciascuno rivendica per sé il monopolio dell’interpretazione degli eventi. Non ci si è sentiti sostenuti e ascoltati l’uno dall’altro. È una amarezza grande, che ci interroga nel profondo.
I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica.
Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale. I nostri figli – cristiani e musulmani – vanno a scuola insieme, i nostri malati sono curati negli stessi ospedali, dove non si fanno distinzioni di appartenenza religiosa tra cristiani, ebrei, musulmani e di altre fedi. I nostri poveri condividono le stesse necessità. Senza relazione con le altre fedi non abbiamo futuro. Ma il problema è più profondo: il dialogo è la nostra vocazione e il nostro destino. È uno dei modi nel quale la nostra fede si manifesta e si alimenta.
5. Il volto variegato della nostra Chiesa locale in questo disordine
La nostra comunità ecclesiale vive dentro questo generale disorientamento. Siamo una Chiesa che si estende su territori diversi – Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. Non esiste un’unica situazione politica né un unico contesto pastorale. Esistono tante situazioni diverse e tutte reclamano attenzione. Questa complessità costituisce la nostra ricchezza, ma anche la nostra fatica. Ci obbliga a non generalizzare, a non parlare mai in astratto, a tenere sempre presenti i volti vissuti delle comunità che vivono in luoghi diversi. Ci impegna ad un ascolto articolato e a un’azione pastorale che sappia declinarsi secondo le esigenze di ciascun territorio.
Proviamo ora a guardare il volto tangibile della nostra Chiesa in questo tempo così difficile.
A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto.
In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa. Temo che questa sarà una preoccupazione e una situazione destinata a definire ancora a lungo le forme del nostro coinvolgimento.
In Israele, i nostri fratelli e sorelle vivono in un contesto diverso, ma non privo di problemi: discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e una crescente insicurezza. L’aumento della criminalità – che in certe aree controlla capillarmente il territorio, con un bilancio quotidiano di morti e feriti – sta creando una paura diffusa che rafforza in tanti la tentazione di partire. La società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre; questo trauma ha generato sospetto verso tutto ciò che è legato al mondo arabo, con una conseguente crescente diffidenza tra le due popolazioni.
La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio.
I migranti e i richiedenti asilo che fanno parte delle nostre comunità vivono in condizioni di precarietà esistenziale, nel timore di essere espulsi e dovendo affrontare discriminazioni e sfruttamento. Anche loro sono stati coinvolti nella violenza del conflitto e alcuni sono stati uccisi in vari attacchi negli ultimi anni.
Le nostre scuole, luogo di convivenza e componente preziosa della Chiesa, faticano anch’esse a orientare gli studenti. Insegnanti e alunni portano anche in classe il peso di ciò che vedono in televisione e sui social media; oggi, anche per loro, il dialogo sui temi più divisivi è diventato a dir poco faticoso.
Pur dentro questa desolazione, la nostra determinazione a costruire una società fraterna rimane salda, e le nostre comunità cristiane restano segno tangibile di speranza. A Gaza la fede continua a rischiarare la vita dei cristiani locali. Le celebrazioni quotidiane della Messa, il rosario, le opere di carità della parrocchia e della Caritas mantengono viva la fiducia cristiana. Sono migliaia le famiglie che, attraverso l’impegno della parrocchia e della Caritas, hanno potuto ricevere aiuto e sostegno, anche nei momenti più duri della guerra. In Palestina i nostri parroci hanno organizzato e tenuto unite le loro comunità, creando iniziative di sostegno e di solidarietà, soprattutto in favore delle famiglie più provate. Neppure in Israele i sacerdoti si sono risparmiati, durante il periodo più difficile della guerra. In Giordania, la vita scorre abbastanza normalmente e, nonostante la crisi economica, le parrocchie si sono impegnate per organizzare collette, veglie di preghiere, rosari in solidarietà con le parrocchie della Diocesi attualmente in difficoltà. Anche Cipro recentemente è stata coinvolta in questa guerra, si è impegnata nella solidarietà e sta consolidando le proprie attività pastorali.
Un fatto importante è che tutta la Chiesa universale, da Papa Francesco a Papa Leone XIV fino alle diocesi più piccole e povere, ha mostrato la sua vicinanza, offrendo preghiera e sostegno materiale alla nostra Chiesa di Terra Santa. È doveroso, da parte nostra, ringraziare quanti si sono adoperati – e ancora si adoperano – per permetterci di continuare a fronteggiare le tante indigenze di questo momento; desideriamo ringraziarli soprattutto per l’affetto e la vicinanza cristiana, che ci consola e ci edifica. L’azione di tutta la Chiesa ha mostrato che la speranza è incarnata. Non si contano, infatti, le preghiere organizzate, le raccolte di solidarietà, e tante altre espressioni concrete di comunione.
Alla luce di tutto ciò, dobbiamo interrogarci anche su un altro aspetto importante della nostra missione. È vero, in questo tempo siamo stati presenti nel territorio di tutta la Diocesi con gesti di vicinanza e solidarietà. La nostra Chiesa ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere. Occorre porsi questo interrogativo con sincerità, innanzitutto davanti al Signore, sapendo che il discernimento è ascoltare la voce di Dio, convertendoci alla verità, cercando la giustizia, scegliendo il bene dei nostri fratelli.
Ecco. È questa la condizione che abitiamo: un deserto di pianto, di rassegnazione, di parole svuotate, abitato però da coraggiose esperienze di vitalità e di fraternità. È in questo deserto che siamo invitati a riconoscere ancora una volta la voce di Dio che ci interpella.
Di fronte a questo disordine, la domanda decisiva non è come uscirne o come risolverlo, ma come abitarlo da credenti, senza lasciarci assorbire dalla sua logica e senza rinunciare alla responsabilità di una testimonianza evangelica. Per questo è il momento di alzare lo sguardo e chiederci che cosa il Signore ci sta dicendo in tutto questo, lasciandoci attrarre da una luce che viene dall’Alto. Abbiamo bisogno di contemplare il sogno di Dio per la Sua città.
https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese
SEGUE DOMANI LA SECONDA PARTE

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