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giovedì 16 maggio 2019

Quella lezione al mondo intero dei Cristiani di Siria

di Fulvio Scaglione
16 maggio 2019

La guerra in Siria, come ci dimostrano le cronache, era tutt’altro che conclusa. Da giorni l’offensiva dell’esercito di Damasco e delle truppe russe contro Idlib e l’ultimo caposaldo di ribelli e jihadisti provoca altre centinaia di migliaia di sfollati e moltissimi morti tra i civili. 
L'immagine può contenere: 7 persone, persone in piedi, persone che camminano, folla e spazio all'apertoTra loro, anche sei bambini uccisi da un missile nel villaggio cristiano di Al-Squalbiyeh.
Mentre il dramma continua, proprio la situazione dei cristiani consente di allargare lo sguardo sull’intera regione. In Siria, come si sa, in questi otto anni di guerra più di metà degli abitanti ha dovuto abbandonare la propria casa. Milioni di persone si sono trasformate in sfollati interni (quasi 6,5 milioni) o rifugiati all’estero (quasi 5 milioni). Tra coloro che hanno dovuto o voluto abbandonare il Paese ci sono, ovviamente, anche molti cristiani. Secondo uno studio di Aiuto alla Chiesa che soffre, già nel 2017 il numero dei cristiani di Siria si era dimezzato, passando dal 10 al 5% della popolazione (circa 20 milioni di persone nel 2011). In certi luoghi il crollo è stato verticale: ad Aleppo, i quattro anni di assedio e di bombardamenti hanno ridotto i cristiani dai 150mila del 2011 ai 35-40 mila attuali.  
 Ai numeri, comunque indicativi, andrebbero aggiunte altre considerazioni. Per esempio: l’esodo ha spesso privato le comunità cristiane, e la Siria intera, della classe dirigente, della borghesia delle professioni e dei mestieri, decisiva soprattutto quando si dovrà avviare l’opera di ricostruzione del Paese. E l’opera indefessa delle Chiese, che si battono per far tornare in patria i loro fedeli acquistando biglietti aerei, trovando appartamenti ai senza tetto, pagando in parte o in toto le pigioni, scovando o addirittura inventando posti di lavoro, pare spesso una goccia nel mare dei bisogni. 
Per quanto si possa essere pessimisti, però, una cosa è già chiara: non succederà in Siria quanto è successo in Iraq, dove la comunità cristiana nel suo insieme è arrivata vicina all’estinzione. Prendiamo, per l’Iraq, i numeri forniti da Sua Beatitudine Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa caldea cattolica. Prima dell’invasione anglo-americana del 2003 in Iraq c’era un milione e mezzo di cristiani. Nel 2014 ne restava mezzo milione. Poi, in quell’anno, arrivò l’Isis e ora i cristiani sono ridotti a 300mila. Molti dei quali tuttora ammassati nei campi profughi del Kurdistan.
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In estrema sintesi: mentre i cristiani dell’Iraq rischiano di sparire, quelli di Siria hanno sofferto e soffrono ma resistono come parte importante del mosaico etnico-religioso del Paese. Questo per due ragioni fondamentali. La prima è che la Siria ha un innegabile Dna cristiano. Qui si sviluppò, per opera di san Paolo convertito, non a caso, sulla via di Damasco, il cattolicesimo come noi lo conosciamo. Qui, tra fine Ottocento e primi del Novecento, e quasi sempre per opera di pensatori cristiani, nacque il nazionalismo panarabo e poi il nazionalismo siriano. 
Qui, negli anni atroci di questa guerra civile, le Chiese cristiane hanno saputo proporsi come un modello di intervento sociale superiore a qualunque divisione politica, etnica o confessionale.
L’altra ragione, piaccia o no ammetterlo e qualunque opinione si abbia di Bashar al Assad e dei suoi, è che in Siria i cristiani nono sono stati abbandonati. Il governo o, per chi preferisce, il regime, si è occupato dei cristiani, ha cercato di difenderli, ha esaltato il loro ruolo nella società siriana. In Iraq è successo esattamente il contrario. Essendo una minoranza pacifica e disarmata, i cristiani sono diventati il bersaglio di tutte le parti in guerra. E chi avrebbe dovuto proteggerli, soprattutto nel 2003, cioè prima i governi invasori di Usa e Regno Unito e poi il governo da loro insediato, si è di fatto disinteressato della loro sorte.
Per tutte queste ragioni ai cristiani del Medio Oriente, e soprattutto ai cattolici, servirebbe ora un segno forte di sostegno da parte della Santa Sede e di papa Bergoglio. Intendiamoci, l’attenzione è sempre stata altissima. Basterebbero a dimostrarlo la nomina a cardinale, nel 2016, di monsignor Mario Zenari, dal 2008 nunzio vaticano a Damasco, un inedito nella storia della Chiesa visto che mai prima era accaduto che un diplomatico vaticano ottenesse la porpora. E anche la nomina del patriarca Sako a membro del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.
Ma è inutile nascondere che ciò che i cristiani del Medio Oriente ora si aspettano è un viaggio di papa Francesco, che è appena stato negli Emirati Arabi Uniti e in Marocco e che nel 2020 dovrebbe partecipare alla Conferenza per il dialogo cattolico-islamico organizzata a Beirut dalla Lega musulmana mondiale, anche nelle loro tormentatissime terre. La Siria è una meta troppo complessa per l’enorme valenza politica che un simile viaggio porterebbe inevitabilmente con sé. Ma non l’Iraq, dove il sostegno di Roma ai profughi non è certo mancato in questi anni. L’Iraq dove il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, si è recato lo scorso Natale. L’Iraq dove i cristiani rischiano di sparire come presenza visibile e organizzata. Diverse fonti vaticane, e in prima persona il cardinale Parolin attraverso una lunga intervista a Tv2000, hanno fatto sapere che “per un viaggio del Papa in Iraq ci devono essere quel minimo di condizioni che permettano al viaggio stesso di realizzarsi ma che attualmente non esistono”. Il pensiero va ai problemi della sicurezza, tuttora cruciali nel Paese dove, per fare un solo esempio, con ogni probabilità da cinque anni latitante lo stesso Al Baghdadi. Nondimeno, e proprio per questo, posando anche solo un piede in Iraq, papa Francesco farebbe un’ineguagliabile iniezione di coraggio a chi ha scelto di testimoniare la fede fino al possibile martirio.  In un’epoca in cui la persecuzione dei cristiani è diventata, secondo tutti gli indicatori, un allarme mondiale.
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