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domenica 22 settembre 2013

Siria, due terzi dei ribelli sono integralisti



La Bussola Quotidiana 
di Gianandrea Gaiani17-09-2013

Gli sforzi di Washington di spiegare che il sostegno in denaro e armi fornito ai ribelli siriani “buoni” (moderati) permetterà di sconfiggere il regime di Bashar al Assad e di scalzare i ribelli “cattivi” (qaedisti e salafiti) sono destinati ad infrangersi di fronte a due elementi. 
Il primo è costituito da un dato di fatto: anche ieri lungo il confine tra Siria e Iraq i miliziani jihadisti di Al Qaeda in Iraq e nel Levante hanno ingaggiato battaglia non contro i lealisti, ma contro altri gruppi di insorti che combattono Assad ma non per instaurare il Califfato in Siria. Scontri come questi si moltiplicano ormai da settimane in tutto il Paese e vedono i gruppi qaedisti e salafiti affrontare armi in pugno curdi e miliziani dell’Esercito Siriano Libero o di altri gruppi non islamisti con l’obiettivo di sconfiggerli e assimilarne combattenti e popolazioni nelle aree sotto il loro controllo. Inutile farsi illusioni: in Siria è meglio essere consapevoli che combattere la dittatura di Assad significa portare Al Qaeda, i salafiti e altre sfumature dell’estremismo islamico di matrice saudita al potere sulle sponde del Mediterraneo.

Il secondo elemento, a conferma di questa tragica realtà che dovrebbe scoraggiare quanti romanticamente sognano una Siria democratica e libera sorgere dalle ceneri del regime di Assad, è costituito dal rapporto reso noto ieri dall’istituto IHS Jane’s di Londra . «Le forze di opposizione che combattono contro il regime di Bashar al-Assad in Siria sono composte da circa 100mila uomini che dopo due anni di guerra risultano suddivisi in un migliaio di fazioni e bande», sostiene lo studio precisando che tra i ribelli ci sono 10mila jihadisti, tra cui un certo numero di combattenti stranieri, che fanno capo a gruppi legati ad Al Qaeda. Altri 30/35mila sono islamisti estremisti che, a differenza dei jihadisti, sono focalizzati unicamente sulla guerra in Siria e non sulla lotta internazionale. Infine, circa 30mila combattenti sono “islamici moderati”, in gran parte appartenenti alle milizie dei Fratelli Musulmani. Solo 25 mila miliziani sarebbero quindi animati da ideologia laica o spirito nazionalista, come nel caso dei curdi. Il rapporto fotografa una situazione che demolisce la retorica della lotta per la libertà. Siriani sunniti e una sorta di “legione straniera islamica” combattono il jihad contro il regime laico e chiunque ostacoli l’imposizione della sharia, già legge in molte aree “liberate” dai guerriglieri, e istituire il Califfato.
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«Gli insorti – ha commentato al Daily Telegraph Charles Lister, autore dello studio - sono ormai dominati da gruppi islamisti e dall'analisi non esce certo confermata l'idea che l'opposizione sia guidata soprattutto da gruppi laici». Lo studio si basa su stime e colloqui con attivisti e militanti. Il conflitto ha visto emergere centinaia di bande autonome ognuna delle quali opera in piccole sacche di resistenza del paese, normalmente leali a fazioni più grandi. Sommando i combattenti di Al Qaeda con salafiti e fratelli musulmani le milizie di ispirazione islamica rappresentano i tre quarti delle forze dei ribelli e in termini militari anche di più poiché gli aiuti e i fondi provenienti dalle monarchie del Golfo hanno ingigantito le capacità di queste milizie in particolare dei due gruppi legati ad Al Qaeda, Jabhat Al Nusra e lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante che sono diventati dominanti. Secondo Lister «la loro influenza è cresciuta in modo significativo nel corso dell’ultimo anno».



Tra le armi giunte in grandi quantità ai qaedisti pare vi siano anche quelle chimiche. Fonti militari statunitensi avrebbero infatti ammesso in un rapporto segreto che anche i ribelli ne dispongono. Il documento dell’intelligence militare dell’Esercito statunitense rivelerebbe che i terroristi di Al Nusra dispongono di gas Sarin, notizia del resto già fatta trapelare in più occasioni dagli stessi ribelli. Il report realizzato da una branca dell’intelligence dell’US Army (National Ground Intelligence Center) è stato reso noto on line negli Stati Uniti da WND.com con un articolo di Michael Maloof, ex analista politico del segretariato della Difesa statunitense. Il gas dei ribelli non avrebbe la stessa letalità anche in piccolissime dosi di quello militare perché sarebbe stato prodotto in modo “artigianale” in Iraq, presso laboratori clandestini gestiti da Al Qaeda e che impiegano probabilmente tecnici che avevano lavorato al programma di armi chimiche di Saddam Hussein.

Nel maggio scorso i militari turchi avevano confiscato due chili di “Sarin fatto in casa” a miliziani di Al Nusra diretti in Siria che avrebbero usato quest’arma nel marzo scorso ad Aleppo uccidendo una trentina di soldati lealisti. Il fatto è che il gas Sarin “artigianale” è stato utilizzato con ogni probabilità anche il 21 agosto nei sobborghi di Damasco. L’assenza di contrazioni nei cadaveri mostrati dai video diffusi dai ribelli e la presenza di soccorritori privi di protezioni accanto ai corpi induce a ritenere che si trattasse di un gas letale ma solo in grandi quantità e poco persistente rispetto al Sarin “militare”. 
Un ulteriore elemento che dovrebbe imporre una riflessione sulle responsabilità di quell’attacco e in ogni caso, se si impone ad Assad di consegnare le armi chimiche, sarebbe il caso di imporlo anche ai ribelli.


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