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domenica 8 dicembre 2019

INNO AKATHISTOS ALLA MADRE DI DIO: "Rallegrati, Vergine e Sposa!"


 'Akathistos' si chiama per antonomasia quest'inno liturgico della Chiesa bizantina del secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti."Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica:"a-kathistos" in greco significa "non-seduti", perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio.
Struttura. La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal cap. 21 dell'Apocalisse, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione.
L'inno consta di 24 stanze (in greco: oikoi), quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti - quello della storia e quello della fede -, e con due prospettive intrecciate e complementari - una cristologica, l'altra ecclesiale -, nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell'inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze: tale suddivisione è presente in modo manifesto nell'attuale celebrazione liturgica. L'inno tuttavia procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trova il suo complemento - metrico e concettuale - in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dommatico, e terminano con l'efimnio o ritornello di chiusa: "Gioisci, sposa senza nozze!". Le stanze pari invece, dopo l'enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l'acclamazione a Cristo: "Alleluia!". Così l'inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all'opera universale di salvezza dell'unico Salvatore.
La prima parte dell'Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell'Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2). Essa propone e canta il mistero dell'incarnazione (stanze 1-4), l'effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5),la rivelazione a Giuseppe (stanza 6), l'adorazione dei pastori(stanza 7), l'arrivo e l'adorazione dei magi (stanze 8-10), la fuga in Egitto (stanza 11), l'incontro con Simeone (stanza 12): eventi che superano il dato storico e diventano lettura simbolica della grazia che si effonde, della creatura che l'accoglie, dei pastori che annunciano il Vangelo, dei lontani che giungono alla fede, del popolo di Dio che uscendo dal fonte battesimale percorre il suo luminoso cammino verso la Terra promessa e giunge alla conoscenza profonda del Cristo.
La seconda parte (stanze 13-24) propone e canta ciò che la Chiesa al tempo di Efeso e di Calcedonia professava di Maria, nel mistero del Figlio Salvatore e della Chiesa dei salvati.
Maria è la Nuova Eva, vergine di corpo e di spirito, che col Frutto del suo grembo riconduce i mortali al paradiso perduto (stanza 13); è la Madre di Dio, che diventando sede e trono dell'Infinito, apre le porte del cielo e vi introduce gli uomini (stanza 15); è la Vergine partoriente, che richiama la mente umana a chinarsi davanti al mistero di un parto divino e ad illuminarsi di fede (stanza 17); è la Sempre-vergine, inizio della verginità della Chiesa consacrata a Cristo, sua perenne custode e amorosa tutela (stanza 19); è la Madre dei Sacramenti pasquali, che purificano e divinizzano l'uomo e lo nutrono del Cibo celeste (stanza 21); è l'Arca Santa e il Tempio vivente di Dio, che precede e protegge il peregrinare della Chiesa e dei fedeli verso l'ultima Pasqua (stanza 23); è l'Avvocata di misericordia nell'ultimo giorno (stanza 24).
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venerdì 6 dicembre 2019

Primo Ministro ungherese: i cristiani perseguitati ci aiuteranno a salvare l'Europa

  Dal discorso  di Victor Orbán durante la seconda Conferenza Internazionale sulla Persecuzione Cristiana, conclusasi il 28 novembre.  

Edward Pentin del National Catholic Register, riferisce questa dichiarazione di Orbán: “Sono convinto che, per salvare l'Europa, quelli che potranno fornirci il più grande aiuto sono quelli che ora stiamo aiutando. Stiamo seminando un seme, dando ai perseguitati ciò di cui hanno bisogno e ricevendone in cambio la fede, l'amore e la perseveranza cristiana ”.



Il primo ministro ungherese ha anche spiegato che è proprio l'identità cristiana del suo paese che obbliga ad aiutare altre comunità cristiane:  "Gli ungheresi credono che i valori cristiani portino alla pace e alla felicità, ed è per questo che la nostra Costituzione afferma che la protezione del Cristianesimo è un obbligo per lo Stato ungherese".  "Ci obbliga a proteggere le comunità cristiane  che subiscono persecuzioni in tutto il mondo".
Orbán ha contrapposto il gran numero di cristiani tra coloro che soffrono per la loro fede con l'indifferenza di gran parte dell'Europa. "Quattro su cinque perseguitati per la loro fede sono cristiani e circa 245 milioni di cristiani in tutto il mondo subiscono estrema persecuzione".  "Eppure l'Europa rimane in silenzio ancora e ancora!", ha continuato. "I politici europei sembrano paralizzati e incapaci di fare qualsiasi cosa, insistendo sul fatto che si tratti di una questione generica di "diritti umani".
Il Primo Ministro ungherese ha sostenuto che la persecuzione cristiana non è solo un attacco alle persone ma a un'intera cultura, "anche qui in Europa". Questa persecuzione è talvolta violenta ma a volte più subdola, ad esempio con  "lo scambio di popolazione attraverso la migrazione di massa, la stigmatizzazione, la beffa e la museruola del politicamente corretto. "
Orbán ha anche affermato che l'accettazione indiscriminata dell'Europa occidentale della migrazione di massa è una "bomba a orologeria" per il futuro. "L'Europa occidentale ha già fornito dozzine di militanti allo Stato islamico e l'immigrazione incontrollata ha prodotto un cambiamento radicale nella demografia della popolazione", ha affermato. 
Il Primo Ministro ha affermato che l'unica soluzione è che l'Europa scopra le sue radici cristiane e ribadisca la sua identità cristiana. 
Il programma "Hungary Helps" è stato istituito dal governo di Orbán nel 2017 per aiutare le comunità cristiane che subiscono persecuzioni. I progetti ungheresi si basano sui rapporti tra il Governo ungherese e le stesse comunità cristiane, aggirando intermediari standard come le Nazioni Unite e le grandi ONG multinazionali. Ad aprile di quest'anno, il progetto aveva dato l'equivalente di $ 26.200.752 ai cristiani che vivono e lavorano nei loro paesi di origine, tra cui cinque nazioni mediorientali e due sub-sahariane.
Secondo Thomas D. Williams di Breitbart , il Primo Ministro ungherese ha sottolineato l'importante ruolo che l'Ungheria cristiana può svolgere nel mondo.   “Gli ungheresi rappresentano solo lo 0,02 percento della popolazione mondiale, quindi quanta differenza può fare? Ne vale la pena? ” ha chiesto Orbán.  Poi ha risposto alla sua stessa domanda riflettendo sui 12 apostoli che, sebbene in piccolo numero, hanno cambiato il mondo con la Buona Novella.   "La difesa dei nostri fratelli e sorelle perseguitati genera coraggio in noi stessi e negli altri", ha continuato Orbán.  "Quando abbiamo aumentato gli aiuti ai cristiani perseguitati al livello di costituire un ministero del governo, chi avrebbe saputo come sarebbe cresciuto e avrebbe influenzato gli altri?. Schierarsi a favore dei nostri fratelli e sorelle cristiani infonde coraggio in noi stessi e in altri. Il governo Ungherese rigetta l’approccio spesso adottato dalla comunità internazionale, secondo il quale la cristianofobia e ogni altra forma di sentimento anti-cristiano è accettabile! Richiede coraggio oggi parlare pubblicamente della sorte dei cristiani, e voi che avete accettato l’invito a questa conferenza, l’avete dimostrato!”
"Ogni paese ha il diritto di decidere se vuole essere un paese di transizione o un oggetto di migrazione, uno o nessuno di questi, così come tutti hanno anche il diritto di vivere nella terra della loro nascita e di vivere una vita sicura nella loro patria".  "Questa è la base su cui il governo ungherese sta costruendo la sua politica quando sostiene le comunità cristiane [all'estero]".

mercoledì 4 dicembre 2019

Vescovo Abou Khazen: la sofferenza, la guerra e la speranza


di Davide Malacaria e Matteo Carnieletto


  • INSIDE OVER

    Quasi 3mila giorni di guerra, mezzo milione di morti (questa è la cifra ufficiale anche se il vero numero dei caduti lo conosce solo la terra che li custodisce) e un Paese in ginocchio. Sono questi alcuni numeri della guerra che da oltre otto anni sta colpendo la Siria. Una guerra che ora non uccide solamente a colpi di mortaio o di bombe che piovono dal cielo, ma anche, e soprattutto, che stermina per mancanza di medicine e di beni di prima necessità, come ci spiega monsignor Georges Abou Khazen, a margine di un incontro organizzato dall’Associazione Pro Terra Sancta“Le sanzioni sono un crimine perché non toccano né il governo né i ricchi, ma tutti, soprattutto la gente povera. La benzina è razionata, la gente ha una bombola di gas ogni 23 giorni e spesso non arrivano neanche le medicine e il cibo per sfamare le famiglie”.
    Difficile pensare al futuro in condizioni simili. Chi ha potuto ha lasciato il Paese per cercare di farsi una nuova vita in Libano, oppure in Europa o in Canada. Chi è rimasto (ed è sopravvissuto) ora si trova bloccato in una rete infernale, quella delle sanzioni: “Le grandi potenze, Stati Uniti e Europa – spiega Abou Khazen -, hanno deciso di sanzionare la Siria. Noi abbiamo progetti, ma realizzarli è difficile. Per questo chiediamo di togliere l’embargo alla Siria, soprattutto per quanto riguarda le medicine: siamo in carenza di cure per il cancro e manca pure il necessario per le dialisi”.
    Oggi in Siria l’inflazione galoppa, i quattrini valgono poco o niente e vivere è sempre più difficile. E questo nonostante il Paese si trovi in una situazione di relativa calma, eccezion fatta per le zone al confine con la Turchia, colpite dall’offensiva di Ankara e dalle continue minacce dei jihadisti di Idlib, che hanno aperto un nuovo fronte: “Prima c’è stata l’invasione turca e poi gli americani, con i loro alleati, hanno occupato tutti i campi di petrolio. Prima il governo riusciva a rifornirsi ogni tanto, ma oggi ogni cisterna che manda viene bombardata dagli americani e dai loro alleati”. Questo è ciò che accade a est dell’Eufrate.
    Nel nord del Paese, invece, si registrano quotidiani massacri e, come se ciò non fosse sufficiente, si assiste a una situazione paradossale: i discendenti dei cristiani assiri e caldei che sono scampati al genocidio degli ottomani si trovano faccia a faccia con i nipoti dei carnefici dei loro avi: “Ci siamo ritrovati il boia in casa”, aggiunge Abou Khazen. E i curdi? Fino a poco tempo fa sembravano esser pronti a trovare un accordo con Damasco, ma ora le lancette sembrano essere tornate indietro nel tempo, a prima dell’invasione turca: “Fanno poco o nulla per ritrovare un collocamento all’interno del governo siriano. Si parlano, ma ci sono poche speranze che la situazione torni alla normalità perché gli americani hanno prima montato la testa ai curdi e poi li hanno venduti ai turchi”. Senza scampo, senza un futuro, la comunità curda si trova in un vicolo cieco, da cui non sa più uscire.
    A preoccupare maggiormente monsignor Abou Khazen, però, sono i gruppi jihadisti che si trovano ancora alla periferia di Aleppo e che, solamente poche settimane fa, hanno bombardato la città. “Hanno sparato i colpi non lontano da un punto di osservazione curda e sai perché?”, ci chiede il prelato che, subito dopo, risponde, “perché se i governativi avessero risposto ci sarebbe stata una rappresaglia di Ankara”. È quello che sperano i terroristi asserragliati a Idlib e che, ora, il governo di Damasco non può permettersi. E questa connivenza di Ankara permette ai terroristi di sopravvivere.
    Ma non ci sono solo la sofferenza e la guerra. C’è anche la speranza, come tiene a sottolineare Abou Khazen: “Il nostro destino non è nelle mani dell’uomo, ma in quelle del nostro Padre celeste. L’uomo ha dei margini di manovra, ma la storia è condotta da lui”. Ed ora sono in molti, in Siria, a sperare in quel Padre celeste per la cui fede sono morte migliaia di persone. Lo Stato islamico e le milizie jihadiste legate alla galassia ribelle hanno distrutto quella convivenza che per secoli ha reso la Siria un sistema perfetto di culture e religioni che hanno costruito un Paese unico tra il Mar Mediterraneo e il deserto. La Siria è sopravvissuta e con essa i cristiani. Ma la vera guerra, quella della rinascita, deve ancora iniziare.

    L’associazione Pro Terra Sancta ha lanciato oggi un’iniziativa lodevole per sostenere i bambini di Aleppo, che ci permettiamo di consigliare: 
    - Con carta di credito, online
    www.proterrasancta.org

    lunedì 2 dicembre 2019

    Alcune conseguenze dell'accordo russo-turco del 22 ottobre 2019


    Pubblichiamo questo articolo, abbastanza critico verso la posizione russa nei confronti della Turchia, per evidenziare piuttosto alcune informazioni che indicano per quali ragioni la soluzione della guerra nel Nord della Siria potrebbe  richiedere ancora molto tempo .  OpS.

    di Mouna Alno-Nakhal
    (Traduzione: Gb.P. OraproSiria)
    Questo articolo, probabilmente incompleto, è dedicato ai miei amici Siriani Armeni determinati a non lasciare Aleppo e, in particolare, a S.K. che vi si riconoscerà. 
     Di recente, dopo aver letto un articolo intitolato "Chi può proteggere gli Armeni di Siria?" pubblicato da Mondialisation.ca, le ho inviato un messaggio per chiedere la sua opinione su un' informazione che ha attirato la mia attenzione: "Fonti ben informate che hanno familiarità con i risultati dei recenti negoziati tra Recep T. Erdogan e Vladimir Putin hanno indicato che la sicurezza della diaspora armena in Siria è all'ordine del giorno della riunione. Le autorità turche devono ancora confermarlo ufficialmente, però ci sono molte prove indirette ma solide a questo riguardo. I leader militari turchi hanno dichiarato di essere pronti a incontrare i leader della diaspora armena di Tel Abyad per discutere la possibilità di iniziare la ricostruzione della chiesa cristiana locale danneggiata durante i bombardamenti."
    La risposta è stata: "Queste sono solo parole vuote. Essi hanno condannato gli Armeni di Tel Abyad a un nuovo esodo e poiché hanno intenzione di integrare questa città nella loro cosiddetta "cintura di sicurezza", chiediti per chi hanno intenzione di ricostruire questa chiesa. Tutti sono da mettere nello stesso piatto, sia i Turchi che i Russi, per non parlare di tutti gli altri. Ognuno lavora per il proprio interesse e vuole la sua fetta della torta siriana. Anche i Russi hanno avuto la loro parte negli eventi successivi al Genocidio Armeno del 1915. Solo Dio sa quando potremo vedere la fine di questa sporca guerra ... dovremo aspettare ancora a lungo."
    Risposta che mi aspettavo, relativamente alle autorità turche. Tuttavia, per aver recentemente tradotto la risposta del presidente Bashar al-Assad alle domande dei siriani sulla situazione nella Siria settentrionale, questa risposta mi costringe a tornare ai dubbi sollevati dall'accordo russo-turco del 22 Ottobre 2019, dubbi che il presidente non sembra aver dissipato.
    Prima di tutto: in che modo i Russi parteciparono agli eventi che seguirono il Genocidio Armeno del 1915?
    Senza andare troppo indietro nella storia del Genocidio Armeno, la risposta probabilmente sta nei successivi trattati firmati dopo la Prima Guerra Mondiale. Infatti, mentre il "Trattato di Sèvres" del 10 agosto 1920 istituì un'Armenia indipendente nel nord-est della Turchia e il governo kemalista turco guidò la sua guerra di indipendenza ai fini della revisione di quei trattati, l'allora Unione Sovietica cedette al governo Kemalista, con il "Trattato di Kars" dell'ottobre 1921, il territorio armeno occupato un anno prima delle truppe kemaliste. Certo, il trattato di Kars approvava il "Trattato di Alessandropoli" del 2 dicembre 1920, firmato alla fine della guerra armeno-turca, costringendo la Repubblica armena a cedere alla Turchia il 60% del suo territorio acquisito, tra l'altro, grazie al trattato di Sèvres; ma il territorio di Kars, attribuito all'Impero russo dal "Trattato di Santo Stefano" del 1878, era popolato da turchi Mescheti, da georgiani e da armeni sopravvissuti al genocidio del 1915; che furono espulsi e sostituiti da turchi e curdi. Ricordiamo che, a parte il sangiaccato della siriana Alessandretta, fu solo nel luglio del 1923 che il "Trattato di Losanna" sostituì il Trattato di Sèvres e tracciò i confini dell'attuale Turchia, rinunciando alla richiesta di indipendenza di Armenia e Kurdistan. Tuttavia, l'attuale Repubblica di Armenia dichiarò la propria indipendenza il 21 settembre 1991, mentre un secolo dopo, il Kurdistan agisce come una bomba a orologeria per suddividere il resto di ciò che i poteri vittoriosi non avevano considerato utile da suddividere al momento.
    Poi: in cosa i Russi dovrebbero essere messi nello stesso piatto dei Turchi per quanto riguarda il nord della Siria?
    Il 5 agosto 2019, lo scrittore e corrispondente turco dell'Agenzia di informazione siriana SANA in Turchia, Hosni Mhali, aveva pubblicato un articolo premonitore su Al-Mayadeen, dal titolo: "Una zona di sicurezza turca: a quale scopo? ". Eccone un ampio estratto:
    "L'esercito turco si sta preparando a invadere l'Est dell'Eufrate per una profondità da 30 a 35 km, mentre la parte americana gli risponde: "15 km saranno sufficienti!"; come se il ritiro di alcuni Km verso sud delle milizie armate curde risolvesse il problema [curdo] che i Turchi descrivono come una "minaccia terroristica". E come se l'eventuale accordo USA-turco su questa cosiddetta "zona di sicurezza" non fosse a spese dello Stato siriano, il cui problema in questa stessa area è stato creato appunto dai curdi, i quali hanno dimostrato ad Afrin la loro mancanza di lealtà verso Damasco. Infatti, a gennaio 2018, il presidente Putin ha dato il via libera all'esercito turco per invadere Afrin, una città siriana che i curdi hanno rifiutato di consegnare all'esercito siriano [dopo la battaglia cinicamente battezzata dai Turchi: "Operazione ramo di ulivo"].
    Già nel mese di agosto 2016, la data del 500° anniversario della battaglia di "Marj dābiq" [ battaglia che ha avuto luogo il 24 agosto 1516 a 44 Km a nord di Aleppo, tra i mamelucchi e ottomani; la vittoria di questi ultimi stabilģ la loro supremazia sulla Siria e l' Egitto che faranno parte dell'Impero Ottomano fino alla sua caduta, con l'introduzione del califfato ottomano dal sultano Selim 1°, dopo l'abolizione del califfato Abbaside ; NdT ] Putin aveva dato un primo via libera allo stesso esercito turco, che è entrato a Jarablus, ad Al-Bab e ad A'zaz tre città siriane del Nord-Ovest [l'operazione militare soprannominata questa volta "Scudo dell'Eufrate"].
    Così ora [agosto 2019] le forze turche, e con loro 50.000 miliziani armati appartenenti a varie fazioni, controllano una striscia di confine tra Siria e Turchia di circa 350 km corrispondente, in pratica, a una sorta di "zona di sicurezza" per la Turchia. Pertanto, un'incursione turca a Est dell'Eufrate, questa volta con il via libera degli Stati Uniti, creerà una nuova situazione per la presenza di truppe turche all'interno del territorio siriano e amplierà la prima zona di sicurezza lungo la frontiera comune da Qamishli fino ad Afrin, non lontano da Idlib, anch'essa controllata dai Turchi.
    Putin e Trump hanno quindi riconosciuto il diritto della Turchia di combattere il terrorismo e il diritto di combattere i curdi, ma tutti, compresa la Turchia, si oppongono a qualsiasi azione militare siriana a Idleb dove sono radunati 20.000 miliziani armati del Fronte al-Nosra, che sono riconosciuti a livello internazionale come terroristi.
    E il presidente Putin non ha avuto la possibilità di influenzare Erdogan, né su Idleb né sull' Est dell'Eufrate, a causa della complessa relazione organica tra Erdogan e tutte le fazioni islamiste ora presenti in Siria ; questa relazione lo rende l'attore principale a causa del suo orientamento religioso attraverso il quale vuol far rivivere il califfato e il sultanato ottomano col favore della cosiddetta Primavera Araba. Ciò spiega il sostegno della Turchia a tutte le fazioni armate, compresi i turkmeni, nonché l'opposizione di Ankara a qualsiasi azione militare contro di loro, a ovest o ad est dell'Eufrate, fintanto che Erdogan affermi di essere "il protettore degli oppressi musulmani e degli islamisti contro tutti i loro oppressori".
    Ovviamente l'Occidente ha avuto un ruolo significativo in questo stato di cose promuovendo attivamente l'esperienza dell'AKP [il Partito turco di Giustizia e Sviluppo guidato da Erdogan] come "democrazia islamica secolare", di cui rimangono solo le contraddizioni, tra cui la mappa evocata continuamente da Erdogan del "Patto nazionale del 1920" [o Misak-I Milli in turco]. La quale mappa includeva la Siria settentrionale e alcuni dicono che sperava di annetterla, come Atatürk aveva annesso il Sandjak della siriana Alessandretta [approssimativamente corrispondente all'attuale provincia turca di Hatay] nel 1938, e come Bülent Ecevit prese il controllo della Cipro settentrionale nel 1974.
    Di conseguenza, nessuno sa quando, come e chi potrebbe costringere il presidente Erdogan a ritirare le sue forze dalla Siria Nord-Ovest o Nord-Est, a seguito delle successive incursioni dell'esercito turco, associate alla presenza di mercenari armati e forze francesi e britanniche nella regione Nord-Est. E questo, sapendo che tutti lavoreranno per realizzare il progetto di spartizione della Siria sostenendo le milizie separatiste curde, marxiste-leniniste, ma che hanno fede solo in Donald Trump ...
    Per quanto riguarda la regione Nord-Ovest, la soluzione è ritardata a causa dei benefici attesi dal presidente Putin dalla sua collaborazione con la Turchia, a spese della Siria, la cui crisi sarà ovviamente soggetta ai venti di Astana, Sochi e Ginevra, finché la chiave rimane nelle mani di Ankara con l'accordo di Mosca e Washington, senza che la Siria, l'Iran e in particolare gli Hezbollah libanesi suscitino problema per Israele ... " .
    In che senso è stato premonitore questo articolo dell'agosto 2019?
    Questo testo è stato sicuramente premonitore per quanto riguarda gli accordi che hanno sorpreso il mondo due mesi dopo. C'è stato prima l'accordo Trump-Erdogan del 7 ottobre, che autorizzava la Turchia a lanciare "un'incursione militare" nel nord della Siria "nel prossimo futuro", assicurando che gli Stati Uniti non l'avrebbero sostenuta, ma nemmeno osteggiata. Incursione che si è effettivamente verificata il 9 ottobre sotto il nome ancora più cinico di "Fonte della pace", ma che non è stata condannata né dalla Russia né dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza riunito in emergenza il 10 ottobre. E poi è seguito l'accordo Putin-Erdogan del 22 ottobre riassunto dalla mappa qui sotto:
    Risultato: oggi Tal-Abyad, Ras al-Ain, Ain Issa, Tal Tamr, Hassake, Qamishli, ecc. a loro volta subiscono un migliaio di vittime, nonostante l'eroismo dell'Esercito Arabo Siriano e il supporto aereo delle forze russe. Pertanto, nonostante l'arringa del presidente Al-Assad a favore della moralità della politica russa e nonostante l'indiscutibile sostegno politico e militare della Russia dall'inizio della guerra in Siria, i cittadini siriani, perfettamente consapevoli che un leader deve soprattutto servire gli interessi del suo paese, non capiscono come i Russi stringano accordi con un personaggio notoriamente ladro e bugiardo come Erdoğan, e poi riconoscano, per l'ennesima volta, di essere stati ingannati. Per essere convinti di ciò, è sufficiente ascoltare le dichiarazioni del sig. Sergey Lavrov e della sig.ra Maria Zakharova.
    Per quanto riguarda i Russi, è questo l'unico modo che hanno trovato per difendere la propria sicurezza nazionale dal terrorismo che li ha colpiti duramente in passato e il cui eminente rappresentante è oramai Erdogan? Pensano che concedendo a Erdogan un pezzo di Siria, anche temporaneamente, egli si unirà al loro campo abbandonando l'altra parte? Credono che i rifugiati siriani, che Erdogan afferma di voler rimpatriare in questa cosiddetta zona di sicurezza, al prezzo di un'ennesima pulizia etnica, saranno rappresentati da cittadini pacifici semplicemente turcofili? Oppure, come tutti i loro "partner", non vogliono una guerra che li colpisca duramente; quindi, non riuscendo a fermarlo, lascia che si dispieghi su una piccola superficie nel suolo siriano, tuttavia equivalente alla superficie del Grande Libano. Nel qual caso, cosa garantisce loro che l'instabilità sarà così circoscritta in Siria? E da che parte staranno nel caso in cui inizi la "resistenza popolare" menzionata dal presidente Al-Assad? La Siria ha scelto il suo alleato da decenni: la Russia. Ma una grande potenza deve anch'essa fare una scelta di campo?
    La cosa più scioccante è che, in mezzo a tutto ciò, il pugnale dei leader separatisti curdi sarà ancora in grado di versare molto sangue siriano, dal momento che Trump ha chiaramente dichiarato che confischerà il petrolio siriano a beneficio dei curdi che lo meritavano così tanto oggi, dopo averlo così non meritato "per non aver aiutato gli Stati Uniti in Normandia"! Da qui un'altra conseguenza riportata dalla sig.ra Dima Nassif, corrispondente giornalista siriana di Al-Mayadeen TV:
    Israele ruba il petrolio siriano sotto la copertura degli Stati Uniti e con l'aiuto dell'FDS.
    Veicoli blindati statunitensi, infiltratisi nella Siria orientale dal confine iracheno, circolano nei giacimenti di petrolio e di gas di Al-Omar, Al-Tanak, Al-Jafra e Koniko; giacimenti petroliferi che rappresentano i due terzi delle riserve nella regione, stimati in circa 2,5 miliardi di barili. Sembra quindi che la battaglia per il petrolio siriano sia ormai matura. Ma i candidati alla battaglia sono diversi. Infatti: Washington non è sola sul campo, la società israeliana GDC ha iniziato la sua prospezione petrolifera già lo scorso luglio, dopo aver ricevuto il via libera da Ilham Ahmed, il copresidente del "Consiglio democratico siriano", tramite un documento, autorizzando questa società a disporre del petrolio siriano. Si prevede che le vendite di petrolio raggiungeranno i 400.000 barili, renderanno alle FSD circa 10 milioni di dollari al mese e saranno controllate dalla OFAC, un'agenzia di controllo finanziario del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. 
    [Documento originariamente pubblicato dal quotidiano libanese Al-Akhbar, informazioni poi confermate dal destinatario Moti Kahana su Twitter].
    Mosca, che accusa Washington di rubare il petrolio siriano e di trasportarlo all'estero, ha spinto le guardie di frontiera siriane a schierarsi in aree vicine ai pozzi di petrolio e gas di Rmeilan, Al-Malikiyah e al-Qahtaniyah nelle vicinanze di Hassake, in preparazione al loro ritorno sotto il controllo dello stato siriano.
    Per quanto riguarda Ankara, Erdogan ha rifiutato la proposta di Washington relativa alla condivisione del petrolio siriano in cambio della cessazione delle sue operazioni militari contro le FSD. Ed Erdogan ha affermato di "preferire l'uomo al petrolio", nonostante il fatto che le cisterne di petrolio pompato da Daech abbiano attraversato per anni il territorio turco verso il porto di Ceyhan in Turchia.
    Oggi, siccome Ankara è stata espulsa dai giacimenti petroliferi, i convogli di petrolio si stanno dirigendo a sud, attraversando l'Iraq e la Giordania, sotto la sorveglianza dell'esercito americano, per finire in Israele.
    Tuttavia, non si deve credere che Washington abbia lasciato sul posto 600 soldati americani solo per il petrolio. Facendo questo, essa cerca di privare Damasco di un'importante risorsa finanziaria che può essere utilizzata per ricostruire ciò che gli anni di guerra hanno distrutto. E allo stesso tempo, Damasco diventerebbe ostaggio delle forze regionali e internazionali, sarebbe costretta a importare energia e quindi non sarebbe in grado di ripristinare la sua industria e consolidare l'autosufficienza che ha protetto la sua indipendenza per decenni.
    Pertanto, la nuova mappa strategica del petrolio ha lo scopo di esercitare pressioni su Damasco economicamente e politicamente forzandola a fare concessioni nel quadro dei negoziati sulla Costituzione siriana per, tra altre cose, l'istituzione di una regione autonoma curda; ciò che Damasco non accetterà mai, come ha detto il presidente Bashar al-Assad.
    La lotta per il petrolio renderà più costosa per Damasco la battaglia militare per il recupero dell'intera geografia e delle proprie risorse.
    Infine: come incide ciò sui negoziati sulla Costituzione siriana?
    Quando la soluzione militare non è possibile, rimane solo la soluzione politica se il desiderio di risolvere la crisi è reale, come nel caso della Russia. Tuttavia, alcuni analisti ritengono che i nemici della Siria, incluso Erdogan, vedono nel fallimento di questi negoziati una perdita secca per la Russia, perché influenzerà i processi di Astana e Sochi. Dunque, la sera del 27 novembre la televisione nazionale siriana ha annunciato che non sono stati compiuti progressi durante il terzo giorno della seconda sessione, di 5 giorni di riunioni della Commissione costituzionale tenutesi a Ginevra sotto l'egida della Nazioni Unite; la prima sessione si era tenuta il 30 ottobre. Il blocco dell'opposizione apertamente designato dal "gruppo del regime turco" persiste nel suo rifiuto di approvare l'agenda dei lavori e di dare per scontate le costanti indiscutibili di uno Stato sovrano e indipendente secondo la volontà del governo siriano.
    La mia amica di Aleppo aveva probabilmente ragione. Questa sporca guerra durerà ancora a lungo....
    Mouna Alno-Nakhal

    venerdì 29 novembre 2019

    Le leggi internazionali e il rimpatrio dei jihadisti dell'ISIS


    Impressionante video girato all'interno di Raqqa tra i miliziani ISIS nel 2014

    Nell' intervista con Paris Match, il presidente siriano Bashar el-Assad non lascia dubbi sul fatto che i terroristi che hanno commesso crimini sul territorio siriano devono essere processati in Siria.

    Quando gli è stato chiesto dal giornalista Régis Le Sommier cosa succederà ai terroristi dell'IS che si trovano detenuti nelle prigioni  del YPG (curdi), ha risposto: 
    “Ogni terrorista sul territorio dello Stato siriano è soggetto alla legislazione siriana e le leggi siriane sono chiare riguardo al terrorismo. Abbiamo tribunali specializzati sul terrorismo e loro saranno perseguiti.  Ogni terrorista. Siriano o straniero. Il terrorismo è terrorismo. Senza distinzione di nazionalità."

    Alla domanda se non considererà, ad esempio, il loro ritorno in Europa, come fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, risponde:
    "Erdogan sta cercando di ricattare l'Europa. Qualcuno che si rispetta  non parla in questo modo. Ci sono istituzioni e leggi. Il ritorno in un altro paese di terroristi, o chiunque sia stato processato e condannato, è soggetto ad accordi bilaterali tra Stati. Per quanto riguarda far uscire qualcuno dalla prigione che si sa essere un terrorista e mandarlo a casa per uccidere civili, è immorale."


    Quanto alla presenza di francesi in territorio siriano inviati a sostegno dei curdi che combattevano Daesh, (almeno tale fu il significato dato dal governo Hollande alla loro missione e alla consegna di armi ai ribelli siriani):
    "Lei pensa francamente che noi possiamo inviare forze siriane in Francia per combattere il terrorismo in Francia senza essere invitati dal governo francese? Il diritto internazionale regola il comportamento degli Stati nel mondo, non le intenzioni. Non è sufficiente voler combattere il terrorismo, dobbiamo osservare le regole internazionali. Certo, suppongo che in questo caso le intenzioni siano buone, ma non ci crediamo davvero. Anche il governo siriano ha combattuto Daesh. Perché non supportarlo? Perché i governi francesi combattono Daesh e intanto sostengono Al Nosra? Entrambi sono terroristi!"

    mercoledì 27 novembre 2019

    Discorso di Sua Santità Aphrem II alla Conferenza sui Cristiani Perseguitati


    Discorso di Sua Santità Mor Ignatius Aphrem II

    Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente e capo supremo della Chiesa Siro-Ortodossa


    alla seconda Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati

    26 novembre 2019, a Budapest - UNGHERIA
    (traduzione Gb.P. OraproSiria)



    Eccellenza Primo Ministro Viktor Orban,
    Santità ed Eccellenze,
    Ospiti illustri,
    Signore e signori,

    Due anni fa, molti di noi erano riuniti in questa stesso luogo su invito di Sua Eccellenza Viktor Orban per la Prima Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati. Riteniamo che l'evento sia il primo del suo genere in Europa, in cui un Governo europeo prende molto sul serio la questione della persecuzione dei Cristiani e organizza una conferenza internazionale su questo problema. Dopo due anni, ci incontriamo di nuovo per la Seconda Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati; questo dimostra il costante impegno dell'Ungheria in merito alla questione della persecuzione dei Cristiani, nonostante le forti critiche che ha dovuto affrontare da diversi ambiti. D'altra parte, la passione e l'azione ungherese a favore dei Cristiani perseguitati sono diventate una fonte di ispirazione per alcuni altri Paesi che ora danno pubblicamente sostegno a questa causa, sebbene gli sforzi e le azioni ungheresi non siano stati ancora seguiti da altri. Desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine al Primo Ministro ungherese Sua Eccellenza Sig. Viktor Orban, nonché a tutti gli efficienti funzionari e al personale della Segreteria di Stato ungherese per l'Aiuto ai Cristiani Perseguitati e Hungary Helps guidati dal Ministro di Stato Mr. Tristan Azbej, per il loro costante supporto alle persone che soffrono a motivo del terrorismo, della violenza e dell'ingiustizia in tutto il mondo.
    Negli ultimi cinque anni, capi di Chiese e leader religiosi cristiani del Medio Oriente hanno lanciato l'allarme per le minacce esistenziali contro la presenza ed il futuro dei Cristiani in Medio Oriente. Abbiamo messo in evidenza la persecuzione e la pulizia etnico-religiosa a cui siamo sottoposti, principalmente da gruppi armati, alcuni dei quali supportati e finanziati da poteri regionali e internazionali, in Iraq, Siria, Libano, Egitto e altri paesi del Medio Oriente. Tuttavia, le nostre grida non sono state ascoltate da molti. Sono stati fatti pochissimi passi concreti per contrastare questa reale minaccia alla nostra esistenza come popolazione originaria nella terra dei nostri antenati.
    Ciò che abbiamo affrontato come Cristiani è a dir poco un genocidio. Più di cinque anni fa, improvvisamente, ISIS o Daesh emerse nella storica città di Mosul, causando l'esodo di tutta la sua popolazione cristiana che si rifugiò nelle città e nei villaggi delle pianure di Ninive (qui desidero lodare l'eroismo e coraggio di Sua Eminenza Mor Nicodemus Daoud Sharaf, che è qui tra noi, che è stata una delle ultime persone a lasciare la città dopo essersi assicurato che tutti i suoi fedeli fossero fuggiti). Queste stesse persone furono ancora una volta cacciate dal loro luogo di rifugio insieme agli abitanti della pianura di Ninive; circa 125.000 cristiani si ritrovarono senza casa e quando finalmente arrivarono nella regione curda dell'Iraq, furono ospitati da chiese locali, ma molti di loro, senza alcun riparo, dormivano per le strade e nei parchi sotto il sole cocente di agosto.
    La tragedia del Nord Iraq, tuttavia, non è stata un singolo evento e non è iniziata allora e lì. Ricordiamo cosa era successo ai Cristiani durante la guerra civile in Libano e come la massiccia migrazione abbia indebolito la popolazione cristiana lì. Ancora oggi, il Libano sta vivendo molti disordini e i Cristiani potrebbero essere nuovamente costretti a migrare in gran numero a causa dell'instabilità politica e delle manifestazioni quotidiane che si svolgono in quel paese. Allo stesso modo, ricordiamo gli eventi in Egitto in cui le chiese furono attaccate e molti cristiani divennero martiri per la loro fede. Come possiamo dimenticare i 21 giovani decapitati sulla costa mediterranea in Libia per essersi rifiutati di rinnegare Cristo come loro Signore e Salvatore?
    In Iraq, diversi membri del clero, come il vescovo Faraj Raho, padre Boulos Iskandar a Mosul e padre Youssef Adel a Baghdad, furono martirizzati per la loro fede. La chiesa di Nostra Signora della Salvezza (Sayyidat al Najat) a Baghdad fu teatro di un orribile crimine commesso da alcuni fanatici musulmani; due sacerdoti e circa 50 parrocchiani pagarono il tributo ultimo per la loro fede e divennero martiri per Cristo.
    In Siria, la città di Sadad, che è una città esclusivamente cristiana siriaca, fu invasa dal gruppo fanatico di Al-Nusra (Al Qaeda) e in un giorno 45 persone furono martirizzate, tra cui 7 membri della stessa famiglia che furono uccisi e i loro corpi gettati in un pozzo. Al-Qaryatayn è un'altra città nella zona centrale della Siria che ha avuto diverse centinaia di famiglie cristiane invase da Daesh (ISIS) e più di 250 cristiani sono stati presi in ostaggio per diversi mesi. Dopo 6 anni e mezzo, stiamo ancora aspettando di conoscere il destino dei due Arcivescovi di Aleppo rapiti Boulos Yaziji e Mor Gregorius Youhanna Ibrahim. Il loro rapimento fu un chiaro messaggio al loro gregge in Aleppo e ai Cristiani in Siria in generale che il Cristianesimo non ha posto nella regione. Crediamo che l'attacco suicida durante una celebrazione a cui abbiamo partecipato personalmente a Qamishli - Siria, in commemorazione del Sayfo (genocidio Assiro) nel giugno 2016, avesse le stesse motivazioni.
    In tutti questi casi, e in molti altri, ai Cristiani fu data una delle tre scelte: o convertirsi all'Islam, o pagare la Jizya (tassa per gli infedeli) o andarsene, altrimenti sarebbero stati uccisi. Molti di loro hanno scelto di lasciare non solo le aree occupate da terroristi e gruppi armati, ma il paese in generale. La nostra stima è che oltre il 90% dei Cristiani ha lasciato l'Iraq e quasi il 50% dei Cristiani di Siria ha lasciato il Paese.
    Questa drammatica riduzione del numero di Cristiani nella regione indebolirà senza dubbio la nostra presenza e il nostro contributo. È quindi molto importante fare tutto il possibile per incoraggiare quei Cristiani che sono ancora nella regione a rimanere nella loro patria ancestrale, fornendo loro i mezzi necessari per ricostruire le loro case e i mezzi di sussistenza. A questo proposito, desideriamo evidenziare il sostegno fornito dall'Ungheria. La scorsa settimana, ad esempio, l'Ungheria ha concesso una sovvenzione di 162 milioni di fiorini, che supera i 500.000 dollari, per consentire alla chiesa di riabilitare un centinaio di appartamenti nell'Antica Homs, consentendo così a un centinaio di famiglie di ritornare al loro quartiere cristiano, oltre a contribuire a costruire un centro comunitario per le famiglie sfollate che sono finite nella città di Lattakia: a condizione che questa sovvenzione ci arrivi, poiché stiamo incontrando gravi difficoltà nel ricevere donazioni o effettuare qualsiasi tipo di transazione bancaria.
    Questo, tuttavia, non può essere paragonato alla sofferenza del popolo siriano, a causa delle ingiuste e illegali sanzioni imposte su di noi dagli Stati Uniti e dall'Unione europea. Colgo l'occasione per chiedere a voi, fratelli e sorelle, di contribuire a far togliere queste sanzioni che fanno male solo alla gente comune. Sono anche felice di riferire che domani verrà firmato un protocollo d'intesa tra la "Pazmany Peter Catholic University" di Budapest e la "Antioch Syrian University", che è la prima università a conduzione cristiana fondata a Damasco un anno fa. Anche questo è un frutto del rapporto con il Segretariato di Stato per l'Aiuto ai Cristiani Perseguitati.
    Cari amici,
    Leggiamo nel vangelo di Giovanni la domanda che Nostro Signore Gesù pose all'ufficiale che lo schiaffeggiava in faccia quando il sommo sacerdote stava interrogando Gesù: "Se dico la verità, perché mi hai colpito?" (Giovanni 18: 23). Oggi, a noi Cristiani che portiamo la croce e camminiamo sulle orme di nostro Signore Gesù Cristo, non è permesso porre la stessa domanda: perché ci perseguitate? Ma non conosciamo già la risposta a questo? Il divino Maestro non ci ha forse avvertito che saremmo stati perseguitati per il Suo nome?
    Come padri nello spirito incaricati dal Signore di occuparci del Suo gregge, noi, pastori della Chiesa, portiamo il dolore e la sofferenza nonché le speranze e le aspirazioni del nostro popolo, alla comunità internazionale. Abbiamo l'obbligo di ricordare al mondo che noi Cristiani, sale della terra e luce del mondo, siamo chiamati a continuare a testimoniare nella terra in cui è nato il Cristianesimo. La nostra presenza in quella parte del mondo è una necessità, non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la sopravvivenza e il benessere dei fratelli e delle sorelle musulmani con cui viviamo; da sempre i Cristiani hanno avuto un ruolo attivo nelle loro società, sia all'inizio storico dell'Islam fino alla storia recente. Siamo stati (e siamo) particolarmente attivi negli aspetti educativi e sociali della vita.
    Tuttavia, per sopravvivere e prosperare nella nostra patria, crediamo che debbano esistere determinate condizioni, come:
    - La libertà di religione deve essere garantita per tutti gli esseri umani. I Cristiani hanno bisogno dell'assicurazione legislativa che, come tutti i loro compatrioti, possono rendere culto liberamente e senza paura.
    - Lo Stato deve essere laico, che non si basi su alcuna religione specifica, ma rispetti tutte le religioni e sia in grado di proteggere tutti i suoi cittadini.
    A seguito di un incontro dei Patriarchi e dei capi delle Chiese a Damasco nell'agosto 2019, abbiamo rilasciato una dichiarazione in cui "abbiamo sottolineato l'importanza della partecipazione di tutte le componenti del popolo siriano nell'elaborazione di una visione comune per il futuro del loro paese, all'interno di uno Stato fondato sulle basi della democrazia, dello stato di diritto, della parità di cittadinanza e del rispetto delle diversità".
    - Rispetto dei diritti umani e delle libertà che assicurino la qualità della vita e la dignità per tutti.
    - Il principio della parità di cittadinanza deve essere rispettato nei nostri paesi. I Cristiani non dovrebbero sentirsi cittadini di seconda classe; ma uguali agli altri nei loro diritti e doveri.
    - Il dialogo a diversi livelli è di fondamentale importanza: un dialogo nazionale in cui gruppi diversi si assumano le loro responsabilità comuni nel promuovere la riconciliazione e la tolleranza tra le persone.
    In conclusione
    Cari fratelli e sorelle,
    Riunirci nel quadro di questa Seconda Conferenza Internazionale sui Cristiani Perseguitati ci rassicura sull'amore e la cura che nutriamo gli uni per gli altri ed invia un forte segnale di solidarietà ai Cristiani sofferenti in tutto il mondo. Preghiamo per il successo di questa conferenza e chiediamo al Signore di benedirci con tutto ciò che possiamo condividere nel portare la Sua croce come una grande famiglia.
    Grazie.

    venerdì 22 novembre 2019

    Buone Notizie da Damasco


    Giungono direttamente a OraproSiria 
    da amici di Damasco queste notizie su eventi che stanno accadendo in Siria in questi giorni, ignorati dai media.




    Prima notizia, quella del grande annuncio che il presidente Assad ha decretato l'aumento degli stipendi di tutti i dipendenti e di tutti i lavoratori in Siria, sia privati che statali, e anche dei militari. Prevede l'aumento di 20mila Lire Siriane ad ogni lavoratore e 16mila ad ogni pensionato.
    Questa notizia ha dato gioia ai siriani, specialmente dopo il recente continuo aumento del valore di cambio del Dollaro che sembrava potesse mettere in ginocchio l'economia del Paese e del popolo siriano a causa dell'aumento del costo della vita, visto che la valuta di riferimento è il Dollaro, mentre la gente deve pagare con la lira siriana. Questo riduceva la popolazione a una vita di grande povertà. Tanti ci chiedono e si chiedono da che parte arrivano questi soldi. Il presidente ha dichiarato che grazie a Dio, la Siria non ha debiti con nessuna banca internazionale e questo è già un buon segno. Ha detto anche che le casse dello Stato sono fornite e possono mantenere e supportare la ricostruzione della Siria per i prossimi dieci anni.
    Questo è significativo per noi che siamo stati messi in ginocchio dalle sanzioni internazionali che speriamo siano presto tolte. E poi anche il sequestro di tanti miliardi di Lire Siriane e di Dollari ad alcuni funzionari pubblici e faccendieri privati che erano corrotti. Soldi requisiti che sono stati fatti confluire nuovamente nelle casse dello Stato. Oltre a questo si sono rese disponibili anche grosse cifre in dollari, che erano destinati alle armi dei terroristi, recuperate durante le varie tappe della liberazione delle zone da loro occupate. Questo aiuta anche a rivalutare la moneta siriana.

    Un'altra notizia è che la Germania fa il primo passo per l'eliminazione delle sanzioni verso la Siria, mandando una delegazione a dialogare con il governo siriano per riallacciare rapporti anche commerciali e conseguentemente all'eliminazione delle sanzioni da parte della Germania. Questo è senz'altro un passo positivo anche se la Germania può essere mossa da interessi ( appalti e rientro profughi) derivanti da questi accordi. Ma ben vengano questi interessi se sono positivi per la Siria. 
    Anche la Svizzera ha confermato una sovvenzione di 450 milioni di euro per la ricostruzione.

    Una notizia che è circolata in Italia è che talune organizzazioni mendicano del danaro (non posso dire raccolgono, ma piuttosto direi per rubare) da destinare ai bambini siriani che mancherebbero delle vaccinazioni, soldi che dicono di destinare anche a coprire le spese della scuola dei bambini siriani. Voglio a questo proposito chiarire una cosa importantissima: prima di tutto le scuole siriane sono gratuite e quindi non c'è nulla da pagare e tutti i bambini sono accolti, sia quelli residenti che quelli che sono sfollati interni provenienti da altre zone della Siria, bambini e ragazzi che essendo siriani hanno il diritto di frequentare e studiare in ogni scuola in cui si inseriscono senza spendere nulla. Riguardo poi alle vaccinazioni va ribadito che queste sono state sempre effettuate fedelmente in questi otto anni di guerra, su tutti i bambini, secondo il periodo previsto fissato dal Ministro della Sanità. Ogni bambino dispone di un libretto delle vaccinazioni dove sono registrate le date a partire dalla nascita fino ai 5 anni di età. Vaccinazioni riguardanti le diverse malattie sono elencate sul libretto e mai ci sono stati problemi al riguardo: tutti i bambini hanno potuto usufruirne.
    Anzi.. è stata costituita una commissione per arrivare a coprire con queste vaccinazioni anche quei bambini nati nelle zone occupate dai terroristi che prima non avevano potuto eseguirle. E' stata così colmata anche questa lacuna facendo arrivare i vaccini anche a loro. Questo lo dico con molta sicurezza.

    Infine la splendida notizia dell'inaugurazione e dell'apertura della fabbrica di prodotti farmaceutici destinati alla chemioterapia per la cura dei tumori. Questo è un ottimo indicatore della rinascita della Siria. La fabbrica è localizzata a Deraa.
    Questo era uno dei tasti più dolorosi per molti siriani, proprio per l'impossibilità a curarsi da queste terribili malattie che ormai sono diventate molto diffuse, a motivo dell'embargo imposto dall'Occidente anche su questi medicinali. Tanta gente (bambini, adulti e anziani) arriva a Damasco da ogni parte proprio per l'aumento esponenziale di queste patologie.
    Grazie a Dio oggi la Siria rinasce e mostra che si fa carico di far fronte anche a questo spaventoso problema aprendo questa fabbrica che potrà fare molto per il popolo siriano.

    mercoledì 20 novembre 2019

    La vera "Fonte di Pace"


    Lettera da Aleppo n. 37 
    dai Maristi Blu, 17 novembre 2019
    trad. italiana: Gb.P. OraproSiria
    Dopo l'offensiva turca contro la Siria di quasi un mese fa, riceviamo messaggi quotidiani dai nostri amici che chiedono notizie e domandano cosa stia succedendo. Proverò a riassumere brevemente una situazione molto complessa. Inizierò condividendo il contesto precedente il 9 ottobre, per illustrare poi gli ultimi sviluppi.
    Da u
    n anno e mezzo, non c'è stata quasi battaglia in Siria. Vivevamo in uno stato di "né guerra né pace", uno status quo prolungato. Lo Stato siriano controllava il 70% del territorio comprese le principali città. Tuttavia, erano rimaste 3 aree occupate che dovevano essere liberate e dove la situazione era congelata: 
    Gran parte della Siria nord-orientale, una striscia di 25% del territorio, con la Turchia a nord e l'Iraq a est (e che contiene i principali giacimenti petroliferi) è stata occupata dalla milizia curda (YPG), sostenuta dagli americani (e dai francesi) che, oltre alla loro presenza fisica illegale, hanno addestrato, armato e finanziato i curdi. Questa milizia, composta da siriani curdi, pensava di poter approfittare del caos della guerra per creare un Kurdistan siriano o, in alternativa, una regione autonoma.  Un'altra piccola parte della Siria nel nord-ovest (la regione di Afrin), anch'essa abitata da siriani curdi, era stata occupata dall'esercito turco nel gennaio 2018, costringendo a fuggire quasi 140.000 persone.  Infine, la provincia di Idlib, occupata da diversi anni dal fronte islamista Al Nosra, tra cui decine di migliaia di terroristi stranieri.
    Sull'altro versante, la situazione politica era allo status quo. I colloqui di Ginevra sono da tempo morti e sepolti, sostituiti dagli incontri di Astana e Sochi sotto gli auspici di Russia, Turchia e Iran, che organizzavano dei cessate il fuoco e stavano cercando di formare un comitato misto per riscrivere una nuova costituzione.
    Per tornare al 9 ottobre, va notato che dall'inizio della guerra in Siria la Turchia ha considerato come la sua "bestia nera" i curdi siriani che vivono principalmente nelle città al confine con la Turchia e che hanno beneficiato della guerra nelle altre regioni della Siria per assumere il controllo della Siria nord-orientale. Ciò ha provocato l'ira dei turchi che non vogliono una regione curda autonoma in Siria che possa dare ali al movimento indipendente curdo in Turchia e alla sua milizia, il PKK. Devo sottolineare che i curdi rappresentano il 25% della popolazione turca e vivono nelle regioni meridionali, vicino al confine siriano. Molte volte in passato la Turchia ha minacciato di invadere le aree detenute dall'YPG, ma si tratteneva a causa delle minacce statunitensi.
    Il 9 ottobre, dopo che il presidente Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria (in realtà, si sono solo spostati più a sud in Siria), la Turchia ha lanciato la sua operazione "fonte di pace" (sic) ed ha invaso illegalmente la Siria. L'offensiva è preceduta da raid aerei sulle principali città (Qamishli, Derbasiye, Ras Al Ayn, Ain Arab) della regione, abitata da curdi, cristiani e musulmani siriani, provocando un massiccio esodo di residenti verso altre città della regione. I combattenti curdi dell'YPG, abbandonati dagli americani, chiedono all'esercito siriano di venire in loro soccorso riaffermando la loro cittadinanza siriana e il loro attaccamento allo Stato siriano e fuggendo verso sud lasciando il campo aperto ai turchi. Dopo 5 giorni di combattimenti, la Turchia e la Russia negoziano un cessate il fuoco, stabilendo che tutti i combattenti curdi dovranno spostarsi a 35 km dalle frontiere turche, che l'esercito siriano potrà tornare e ripristinare l'autorità dello Stato e che pattuglie miste russo-turche controlleranno il confine.
    Da allora, la situazione è di nuovo congelata. Tutto è successo come se lo scenario fosse stato scritto in anticipo. I turchi hanno ottenuto ciò che volevano: una zona di sicurezza in territorio siriano profonda 35 km dove è vietata la presenza militare curda. Lo Stato siriano è il grande vincitore avendo recuperato, senza combattere, gran parte dei territori che non aveva più controllato dall'inizio della crisi siriana e mostrando alla Turchia che è nel suo interesse fermare il suo sostegno ai terroristi islamisti e ristabilire le normali relazioni con la Siria. I russi hanno dimostrato la loro influenza che è diventata considerevole. Gli americani mantengono il controllo dei pozzi petroliferi siriani e si riconciliano con la Turchia, essendo il sostegno americano ai curdi il principale argomento di contesa tra loro. E i curdi, come molte volte in passato, sono al pari del ripieno del tacchino, usati per 3 anni dagli americani per indebolire lo Stato siriano e combattere Daesh e poi abbandonati quando la volontà del loro padrino lo decide. Eppure, molti attori politici li avevano avvertiti di questo possibile risultato e che era nel loro interesse rimanere nel seno dello Stato siriano.
    Quasi in concomitanza, il Comitato costituzionale siriano, creato il 23 settembre dopo infiniti negoziati, ha tenuto la sua prima riunione a Ginevra il 30 ottobre. Nessuno si aspetta un rapido risultato in quanto le condizioni per l'adozione dei vari articoli della nuova costituzione sono difficili e richiedono la quasi unanimità dei 150 membri della commissione.
    Per quanto riguarda la regione di Idlib, l'esercito siriano aveva lanciato diverse offensive per liberarla dai terroristi islamisti ma, ad ogni tentativo, doveva fermare l'offensiva a seguito delle pressioni delle potenze occidentali che, per impedire la vittoria dello Stato siriano, hanno paventato una possibile crisi umanitaria. Esattamente come fecero durante la liberazione di Aleppo 3 anni fa. Tuttavia, durante l'ultima offensiva, i ribelli armati hanno dovuto ritirarsi di 10 km più a nord, il che ha messo fuori portata dei loro cannoni le 2 città cristiane della regione di Hama, Mhardé e Squelbiyé. Queste 2 città sono state bombardate per 2 anni dai terroristi di Idlib e hanno subito diversi assedi. Bisognava vedere gli abitanti di queste città esultanti per le strade, per comprendere il loro sollievo e la loro gioia.
    Ad Aleppo la situazione è stabile. Vengono forniti i servizi essenziali, acqua 5 giorni a settimana ed elettricità 18 ore al giorno. L'università e le scuole funzionano normalmente. Gruppi armati ribelli installati nei sobborghi occidentali continuano a lanciare bombe su Aleppo in diverse occasioni. Di recente, un proiettile è caduto a 200 metri dall'ospedale St. Louis e dal mio ufficio ed ha causato la morte di una persona e altri numerosi feriti. La crisi economica è molto acuta con un impressionante tasso di disoccupazione, un costo della vita da capogiro, inflazione al galoppo e continuo aumento della povertà.
    Noi, i Maristi Blu, portiamo avanti tutti i nostri progetti per aiutare le famiglie povere e/o sfollate, con sempre maggiori difficoltà di finanziamento.
    Il nostro impegno per l'assistenza del campo "Shahba" con gli sfollati da Afrin continua nonostante il pericolo. Il campo si trova a 55 km da Aleppo e a soli 3 km dalle linee turche. Molto spesso le bombe cadono vicino al campo. Questo non ci impedisce di andarci due volte a settimana per distribuire cibo e prodotti sanitari, curare i malati, insegnare ed educare bambini e adolescenti e formare gli adulti. Vedere la gioia negli occhi dei bambini e seminare un po' di speranza nel cuore delle persone è per noi una grande soddisfazione.
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    I bambini dei nostri 2 progetti educativi ("Imparare a crescere" con 65 bambini e "Voglio imparare" con 110 bambini dai 3 ai 6 anni) sono ripresi a ottobre. C'è una forte richiesta da parte dei genitori di iscriverli presso di noi, perché in Siria gli asili sono privati e a pagamento, a differenza delle scuole dell'obbligo, e i genitori delle nostre famiglie semplicemente non possono permettersi di pagare. Ora siamo alla nostra massima capacità di accoglienza, data l'esiguità dei nostri locali. I bambini, irradiando felicità, sono accompagnati da 24 educatrici.
    Il nostro programma di supporto psicologico, Seeds, a motivo dei bisogni crescenti è cresciuto molto quest'anno. Oltre a sostenere i bambini e gli adolescenti che beneficiano dei nostri vari progetti, abbiamo adesso due nuovi gruppi di bambini e adolescenti. Il team di Seeds è cresciuto di numero e i diversi membri ora sono una ventina, sotto la guida di uno psicologo.
    Continuiamo il nostro programma di "microprogetti" per dare lavoro agli adulti, per consentire loro di vivere degnamente del frutto del loro lavoro e combattere l'emigrazione. Nel 2019, abbiamo organizzato 4 sessioni di formazione di 48 ore durante le quali abbiamo insegnato a 75 persone come creare e gestire un nuovo progetto e abbiamo finanziato 45 progetti che consentiranno a 80 famiglie di uscire dalla povertà e diventare indipendenti, per vivere senza l'aiuto delle ONG. Riteniamo che nelle attuali circostanze, aiutare le persone a trovare un lavoro sia la priorità.
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    Il nostro progetto "Heartmade" di abbigliamento femminile realizzato con scampoli di tessuti è decollato e si sta sviluppando. Aiuta a trovare un lavoro alle donne, a sviluppare le loro capacità, la loro creatività e il loro senso della bellezza, a rispettare l'ambiente combattendo gli sprechi degli scarti di tessuti e di capi di abbigliamento producendo pezzi unici "fatti a mano". Abbiamo installato energia solare nel nostro laboratorio per fornire elettricità alle macchine da cucire e noleggiato un negozio per vendere i nostri prodotti. Undici donne stanno lavorando a questo progetto per far vivere 11 famiglie e intendiamo sviluppare questo progetto e coinvolgere nuove persone.
    L'immagine può contenere: 23 persone, persone che sorridono
    Tutti i nostri altri progetti intendono aiutare le famiglie a vivere e crescere. "Goccia di latte" distribuisce latte a 2900 bambini di età inferiore a 11 anni; 200 famiglie sfollate vengono aiutate a vivere in un appartamento fino a quando non possono tornare a casa; il nostro programma medico si fa carico dell'assistenza medica o chirurgica di circa 150 pazienti al mese. Nel nostro centro di formazione per adulti "MIT", organizziamo 2 sessioni di 3 giorni di formazione ogni mese per 20 adulti per ogni sessione; trenta donne partecipano alle sessioni di sviluppo della donna ogni settimana; i posti per le sessioni del nostro progetto "taglio e cucito" sono sempre al completo, così come per il progetto "Speranza" per l'insegnamento delle lingue straniere.
    Con i nostri 85 volontari e dipendenti, serviamo le famiglie povere e/o sfollate di Aleppo che ci considerano la vera "Fonte di Pace". Cerchiamo di aiutarli a vivere degnamente, di accompagnarli materialmente e psicologicamente e di mostrare loro una presenza attiva e solidale. Eppure tutto ciò che facciamo è solo qualche goccia nell'oceano dei bisogni della gente. Negli anni precedenti avevamo più risorse per trovare i finanziamenti necessari. Le fonti si stanno prosciugando ma i bisogni sono ancora presenti fintanto che la pace non verrà ristabilita.
    In effetti, anche se la guerra sta finendo, non è ancora l'appuntamento con la pace. Dopo otto anni e mezzo di una guerra assurda e atroce, è tempo che i siriani possano vivere normalmente come qualsiasi altro cittadino del mondo.
    Con questa speranza nel cuore, vi ringrazio, cari amici, per la vostra amicizia, la vostra solidarietà e il vostro sostegno, e vi trasmetto i saluti di tutto il nostro gruppo.
    Un'ultima parola: se per Natale e Capodanno volete fare un regalo a una persona cara, prendete in considerazione di offrirle il nostro libro "Les lettres d' Alep" pubblicato da Harmattan e che potete ordinare dal vostro rivenditore o online presso l'editore, presso Fnac o su Amazon. [n.d.t.: per Pasqua sarà disponibile la traduzione in italiano delle 'Lettere di Aleppo'].
    Nabil Antaki, per i Maristi Blu.
    PS: La violenza persiste. I cristiani in Siria sono di nuovo in lutto. Lunedì 11 novembre un prete cattolico di Qamishli e suo padre sono stati assassinati mentre si recavano a Deir Al Zor per sostenere il loro gregge. Lo stesso giorno, due autobombe sono esplose vicino alla chiesa caldea di Qamishli.