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domenica 3 gennaio 2016

Lettera aperta al mondo musulmano, di Abdennour Bidar



Abdennour Bidar è filosofo, specializzato in evoluzione contemporanea dell'Islam e delle teorie di secolarizzazione e post-secolarizzazione

Caro mondo musulmano, sono uno tra i tuoi figli allontanati, che ti guarda dal di fuori e da lontano, da questa Francia dove tanti dei tuoi figli vivono oggi. Ti guardo con occhi severi, occhi di un filosofo cresciuto con il taçawwuf (sufismo) e il pensiero occidentale. Ti guardo pertanto dalla mia posizione di barzakh, di istmo tra i due mari d'Oriente e d'Occidente.
E che cosa vedo? Che cosa vedo meglio che altri, siccome ti guardo da lontano con il distacco della distanza? Ti vedo in una condizione di miseria e di sofferenza che mi rende tremendamente triste, ma che rende ancora più duro il mio giudizio di filosofo! Questo poiché vedo che stai mettendo al mondo un mostro che preferisce essere chiamato Stato islamico e al quale qualcuno preferisce dare il nome di demonio: DAESH. La cosa peggiore è che ti vedo perdere il tuo tempo e il tuo onore, rifiutando di riconoscere che questo l'hai fatto nascere tu, è frutto dei tuoi vagabondaggi, delle tue contraddizioni, della tua interminabile scissione tra passato e presente, della tua duratura incapacità a trovare un posto nella civiltà umana.

Che cosa dici davanti a questo mostro? Qual è il tuo discorso? Tu urli "Non sono io!", "Non è l'Islam". Rifiuti che i crimini commessi da questo mostro siano commessi sotto tuo nome (hashtag #NotInMyName). Sei indignato davanti ad una tale mostruosità, insorgi quando il mostro usurpa la tua identità, e hai sicuramente ragione di farlo. È indispensabile che davanti al mondo proclami, ad alta voce che l'islam denuncia le barbarie. Ma è assolutamente insufficiente! Poiché tu ti rifugi nel riflesso dell'autodifesa senza assumerti anche, e soprattutto, la responsabilità dell'autocritica. Ti accontenti d'indignarti, quando invece questo momento storico sarebbe stata un'occasione incredibile per rimetterti in discussione! E come sempre, tu accusi invece di prenderti la tua responsabilità: "Smettetela, voi occidentali e tutti voi nemici dell'Islam, di associarci a questo mostro! Il terrorismo non è l'islam, il vero islam, l'islam buono che non vuole la guerra, ma la pace!".

Sento questo grido di rivolta che sale dentro di te e ti capisco, oh mio caro mondo musulmano. Si, hai ragione, come ciascuna delle grandi idee sacre del mondo, l'Islam durante la sua storia ha creato della Bellezza, della Giustizia, del Senso, del Bene, e ha potentemente illuminato l'essere umano nel cammino del mistero dell'esistenza... Combatto qua in Occidente, in ognuno dei miei libri, affinché tale saggezza dell'islam et di tutte le religioni non sia dimenticata e neanche disprezzata! Ma dalla mia posizione distante, vedo anche qualcos'altro, qualcosa che tu non riesci a vedere o che non vuoi vedere... E questo suscita in me una domanda, LA grande domanda: perché questo mostro ti ha rubato il volto? Perché questo mostro ignobile ha scelto il tuo viso e non un altro? Perché ha preso la maschera dell'islam e non un'altra? La verità è che dietro quest'immagine del mostro si nasconde un immenso problema che tu non sembri pronto a guardare in faccia. Tuttavia è necessario, è necessario che tu abbia il coraggio.

Questo problema è quello delle radici del male. Da dove provengono i crimini di questo cosi detto "Stato islamico"? Te lo dirò, amico mio. E questo non ti farà piacere, ma è mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che oggi ti ruba il volto risiedono in te, il mostro è uscito dal tuo ventre, il cancro è nel tuo corpo. E cosi tanti nuovi mostri, peggiori di questi, usciranno ancora dal tuo ventre malato, fintanto che tu ti rifiuterai di guardare in faccia questa verità e che impiegherai del tempo a ammettere e ad attaccare finalmente questa radice del male!
Anche gli intellettuali occidentali, quando dico loro questo, lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos'è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono " no, il problema del mondo musulmano non è l'islam, non è la religione ma la politica, la storia, l'economia, etc.". Vivono in società cosi secolarizzate che non si ricordano per niente che la religione può essere il cuore del reattore di una civilizzazione umana! E che nel domani il futuro dell'umanità passerà, non soltanto attraverso la risoluzione della crisi finanziaria e economica, ma in maniera più essenziale anche attraverso la risoluzione della crisi spirituale che attraversa tutta la nostra umanità, senza precedenti! Sapremo unirci tutti, a livello planetare, per affrontare questa sfida fondamentale? La natura spirituale dell'uomo ha paura del vuoto, e se non trova nulla di nuovo per riempirlo lo farà domani con delle religioni sempre più inadatte al presente e si metteranno quindi a produrre dei mostri, come fa l'islam attualmente.

Vedo in te, o mondo musulmano, grandi energie pronte a liberarsi per contribuire a questo sforzo mondiale che consiste nel trovare una via spirituale per il XXI secolo! In effetti, malgrado la gravità della malattia e l'entità delle ombre d'oscurantismo che vogliono ricoprirti interamente, vedo in te una molteplicità straordinaria di donne e di uomini pronti a riformare l'islama ricreare il suo genio al di là delle se forme storiche e a partecipare ugualmente al completo rinnovamento del rapporto che l'umanità mantiene fino ad adesso con i suoi dei! Nei miei libri mi sono rivolto à tutti coloro, musulmani e non musulmani, che sperano tutti insieme nella rivoluzione spirituale! Per dare fiducia, con le mie parole da filoso, a quello che intravede la loro speranza.

Nella Oumma (comunità di musulmani) ci sono delle donne e degli uomini civilizzati che sostengono l'idea di un futuro spirituale per l'essere umano. Ma questi uomini non sono ancora abbastanza numerosi e la loro parola non è ancora cosi potente. Onoro la lucidità e il coraggio di tutti loro, i quali hanno capito perfettamente che la nascita dei mostri terroristici dal nome di Al Qaida, Al Nostra, AQMI o dello "Stato islamico" è il risultato della condizione generale della profonda malattia del mondo musulmano. Hanno capito bene che risiedono là, su di un immenso corpo malato, i sintomi più gravi e più visibili delle seguenti malattie croniche: incapacità di istituire delle democrazie durature nelle quali la libertà di coscienza sui dogmi della religione, è riconosciuta come un diritto morale e politico; prigione morale e sociale di una religione dogmatica, idiomatica et ogni tanto totalitaria; fatiche croniche nel migliorare la condizione delle donne riguardo a uguaglianza, responsabilità e libertà; incapacità di distinguere a sufficienza il potere politico dal suo controllo da parte dell'autorità religiosa; incapacità d'istituire un rispetto, una tolleranza e un vero riconoscimento del pluralismo religioso e delle minorità religiose.

Sarebbe pertanto tutto ciò un errore dell'Occidente? Quanto tempo prezioso, quanti anni cruciali perderai ancora, o mio caro mondo musulmano, a causa di questa accusa stupida alla quale tu stesso non credi più e dietro alla quale ti nascondi per continuare a mentire a te stesso? Se ti critico in modo cosi severo non è perché sono un filosofo "occidentale", ma perché sono uno tra i tuoi figli consapevoli di tutto ciò che hai perduto, della grandezza sbiadita da cosi tanto tempo che è diventata un mito!
In particolare dal XVIII secolo, è giunto il momento di confessartelo insomma, sei stato incapace di rispondere alla sfida dell'Occidente. O ti sei rifugiato nel passato in modo infantile e mortificato, con l'intollerante e cupa regressione del wahhabismo la quale continua a fare dei danni praticamente ovunque all'interno dei tuoi confini, un wahhabismo che tu diffondi a partire dai tuoi luoghi santi dell'Arabia Saudita come un cancro che partirebbe anch'esso dal tuo cuore. Oppure hai seguito il peggio di questo Occidente, producendo com'esso dei nazionalismi e un modernismo che è caricatura della modernità, voglio parlare di questa frenesia di consumo o meglio ancora di questo sviluppo tecnologico incoerente insieme ai loro arcaismi religiosi, che rende le tue ricchissime "élites" del Golfo soltanto delle vittime consenzienti della malattia oramai mondiale che è il culto del dio argento.

Che cos'hai di ammirevole oggi, amico mio? Che cosa rimane in te che sia degno di suscitare il rispetto e l'ammirazione degli altri popoli e civiltà della Terra? Dove sono le tue persone sagge? Hai ancora una saggezza da proporre al mondo? Dove sono i tuoi grandi uomini, chi sono i tuoi Mandela, i tuoi Gandhi, chi sono i tuoi Aung San Suu Kyi? Dove sono i tuoi grandi pensatori, i tuoi intellettuali i cui libri dovrebbero essere letti nel mondo intero come al tempo in cui i matematici e i filosofi arabi e persiani facevano riferimento dall'India alla Spagna? In realtà sei diventato cosi debole, cosi impotente dietro la certezza che risiede sempre in te... Non sai più chi sei né dove vuoi andare e ciò ti rende tanto infelice quanto aggressivo... Ti ostini a non ascoltare coloro che ti invitano a cambiare liberandoti finalmente dalla dominazione, che hai regalato alla religione, della vita intera. Hai scelto di considerare che Mohammed fosse profeta e re. Hai scelto di definire l'islam una religione politica, sociale, morale che deve regnare come un tiranno tanto sullo Stato quanto sulla vita civile, tanto per strada e in casa quanto all'interno di ciascuna coscienza. Hai scelto di credere e d'imporre che l'Islam significa sottomissione quando invece il Corano stesso proclama che "non c'è costrizione nella religione" (La ikraha fi Dîn). Tu hai fatto del suo Richiamo alla libertà l'impero della costrizione! Come può una civiltà tradire il suo testo sacro, fino a questo punto? Penso che sia il momento, nella civilizzazione dell'islam, di istituire questa libertà spirituale, la più sublime e difficile di tutte, al posto di tutte le leggi inventate da generazioni di teologici!

Oggi nella Oumma si sentono numerose voci che tu non vuoi sentire, che insorgono contro questo scandalo, che denunciano questo tabou di una religione autoritaria e indiscutibile di cui si servono i capi per diffondere la loro dominazione all'infinito... Al tal punto che troppi credenti hanno talmente interiorizzato una cultura della sottomissione alla tradizione e ai "maestri della religione" (imams, muftis, shouyoukhs, etc.), che non capiscono neanche che si parla loro di libertà spirituale et non ammettono che si osi parlare loro di scelte personali a proposito dei "pilastri" dell'islam. Tutto ciò costituisce per loro una "linea rossa", qualcosa di troppo sacro perché possano dare alla loro coscienza il permesso di rimetterlo in discussione! E ce ne sono tante di queste famiglie, di queste società musulmane nelle quali tale confusione tra spiritualità e servitù è radicata nelle loro menti dalla più giovane età e nelle quali l'educazione spirituale è talmente misera che tutto quello che riguarda la religione, in un modo o nell'altro, rimane pertanto qualcosa su cui non si discute!

Adesso questo non è sicuramente imposto dal terrorismo di qualche pazzo, da qualche gruppo di fanatici inviati dallo Stato islamico. No, questo problema è infinitamente più profondo e infinitamente più vasto! Ma chi lo vedrà e chi lo pronuncerà? Chi vuole ascoltarlo? C'è silenzio a questo proposito nel mondo musulmano e nei media occidentali si sente solo più parlare di questi specialisti del terrorismo che aumentano giorno dopo giorno la miopia generale! Bisogna fare in modo che tu, amico mio, non ti illuda credendo e facendo credere che quando si finirà con il terrorismo islamico, l'islam avrà risolto i suoi problemi! Poiché tutto quello che ho evocato, una religione tirannica, dogmatica, letteraria, formalista, maschilista, conservatrice, regressista, è troppo spesso, non sempre, ma troppo spesso, l'islam ordinario, l'islam quotidiano che soffre e fa soffrire troppe coscienze, l'islam della tradizione e del passato, l'islam deformato da tutti coloro i quali lo utilizzano politicamente, l'islam che riesce ancora a mettere a tacere le Primavere arabe e la voce di tutti i giovani che chiedono qualcos'altro. Allora quando farai la tua vera rivoluzione? Questa rivoluzione che nelle società e nelle coscienze farà definitivamente rimare religione con libertà, questa rivoluzione senza ritorno che si accorgerà che la religione è diventato un fatto sociale tra altri ovunque nel mondo, e che i suoi esorbitanti diritti non hanno più alcuna legittimità!

Sicuramente nel tuo immenso territorio ci sono degli isolotti di libertà spirituale: delle famiglie che trasmettono un islam di tolleranza, di scelta personale, di approfondimento spirituale; dei contesti sociali nei quali la gabbia della prigione religiosa si è aperta o semi-aperta; dei luoghi in cui l'islam da ancora il meglio di sé che corrisponde ad una cultura della condivisione, dell'onore, della ricerca di sapere e una spiritualità alla ricerca di questo luogo sacro dove s'incontrano l'essere umano e la realtà ultima chiamata Allah. In Terra islamica e ovunque nelle comunità musulmane del mondo ci sono delle coscienze forti e libere, ma esse sono condannate a vivere la loro libertà senza certezza, senza riconoscenza di un diritto veritiero, lasciate a loro rischio e pericolo di fronte al controllo comunitario o addirittura talvolta di fronte alla polizia religiosa. Fino ad ora non è mai stato riconosciuto il diritto di dire "Io scelgo il mio islam", "Ho il mio proprio rapporto con l'islam" da parte dell' "islam officiale" di coloro che hanno una dignità. Questi ultimi invece si ostinano a imporre che "la dottrina dell'islam è unica" e che "l'obbedienza ai pilastri dell'islam è la sola soluzione".

Questo rifiuto del diritto alla libertà religiosa è una delle fonti del dolore di cui tu soffri, o mio caro amico mondo musulmano, uno dei ventri oscuri dove crescono i mostri che fai infuriare da qualche anno davanti ai volti spaventati del mondo intero. Poiché questa religione del fare impone una violenza insostenibile interamente a tutte le tue società. Questa rinchiude sempre troppe delle tue figlie e tutti i tuoi figli in una gabbia di un Bene e di un Male, di un lecito (halâl) e di un illecito (harâm) che nessuno sceglie ma che tutti subiscono. Imprigiona le volontà, condiziona gli spiriti, impedisce o ostacola qualsiasi scelta di vita personale. In troppi dei tuoi paesi tu associ ancora religione e violenza, contro le donne, contro i "cattivi credenti", contro le minoranze cristiane o altre, contro i pensatori e gli spiriti liberi, contro i ribelli, in modo tale da arrivare a confondere questa religione e questa violenza , tra i più squilibrati e i più fragili dei tuoi figli, nella mostruosità del jihad!
Pertanto, ti prego, non ti stupire, non fare più finta di stupirti che dei demoni come il cosi detto Stato islamico ti abbiano rubato il volto! Poiché i mostri e i demoni rubano solo i volti già deformi a causa di troppe smorfie! E se vuoi sapere come fare per non mettere più al mondo tali mostri, te lo dirò. È allo stesso tempo semplice e molto difficile. Devi iniziare dal riformare tutta l'educazione che fornisci ai tuoi bambini, è necessario che tu riformi ciascuna delle tue scuola, ciascuno dei tuoi luoghi di sapere e di potere. È necessario che le riformi per dirigerle secondo dei principi universali (anche se non sei il solo a non rispettarli o a persistere nella loro ignoranza): la libertà di coscienza, la democrazia, la tolleranza e il diritto di cittadinanza per ogni diversità nella visione del mondo e nelle credenze, l'uguaglianza dei sessi e l'emancipazione delle donne sotto tutela maschile, la riflessione e la cultura critica del religioso nelle università, la letteratura, i media. Non puoi più tornare indietro, non puoi più fare di meno di tutto ciò! Non puoi più fare meno della rivoluzione spirituale la più completa! È il solo modo per te per non mettere più al mondo tali mostri e se non lo fai sarai ben presto distrutto dalla potenza della distruzione. Quando avrai correttamente portato a termine questo compito colossale, invece che rifugiarti ancora nella malafede e nell'accecamento volontario, allora più nessun mostro spregevole potrà venire a rubarti il volto.

Caro mondo musulmano... Sono solo un filosofo e come sempre alcuni diranno che il filosofo è un eretico. Pertanto io cerco soltanto di far risplendere di nuovo la luce, è il nome che mi hai dato ad ordinarmelo, Abdennour, «Serviteur de la Lumière».
Non sarei mai stato cosi severo in questa lettera se non credessi in te. Come si dice in francese: "Chi ama profondamente, castiga bene". Al contrario, tutti coloro i quali non sono abbastanza severi con te attualmente, che ti scusano sempre, che ti voglio considerare sempre una vittima, o che non vedono la tua responsabilità in quello che ti accade, tutti loro in realtà non ti fanno del bene! Credo in te, credo nel tuo contributo nel fare del nostro pianeta un universo più umano e allo stesso tempo più spirituale! Salâm, che la pace sia in te.

giovedì 31 dicembre 2015

Per questi volti carichi di promessa di bene, Ti ringraziamo!


DAI BAMBINI DEL GIARDINO D'INFANZIA DI  MARMARITA 
IN OCCASIONE DELLE FESTE NATALIZIE: 
SEMINANDO LA SPERANZA!




Cari amici,
Ciao a tutti coloro che aiutano i nostri bambini, per la maggior parte sfollati interni al Paese o di famiglie prive di risorse materiali. 
In particolare voglio ringraziare per la tanta carità che abbiamo ricevuto da voi per il S. Natale *.
Il numero dei bambini che frequentano l'asilo è 270, con 10 euro a bambino abbiamo potuto offrire il dono di Natale comprendente berretto, guanti, caramelle, biscotti, palloncini;
poi abbiamo dato a ogni educatrice l'equivalente di 10 euro in sterlina siriana.
Sono state pagate le donne che hanno lavorato a mano la lana per le sciarpe e i berrettini, e anche questo è stato un aiuto per alcune mamme disoccupate.
Il giorno della festa era il 22 dicembre. Sono arrivati tanti Babbo Natale, un gruppo di Clown; alcune persone travestite hanno animato il pomeriggio.
L'atmosfera ha avuto molto successo, i bambini si sono divertiti un sacco, hanno riso e giocato. Anche quei bimbi solitamente taciturni e feriti da tanto male cui hanno assistito, hanno riso lieti. 
 TUTTI vi mandano il loro grazie. 
Mi unisco a loro e vi chiedo ancora di non dimenticarci , soprattutto domandando la pace per il nostro Paese!  e anche perchè quest'anno a Marmarita fa già molto freddo e il prezzo del gasolio per riscaldare le aule è alle stelle.
Che Dio vi doni giorni sereni e benedizioni abbondanti!

Suor Lydia Assaf
Asilo Infantile 'Al Amal' 
Marmarita, Valle dei Cristiani - Siria

( ndr: fino ad oggi 3.300 euro)







Marmarita, 1 gennaio 2016

martedì 29 dicembre 2015

"Io e la mia famiglia restiamo in Siria, in attesa della pace" : Riad Sargi, ingegnere cattolico di Damasco


"In questi giorni “abbiamo cercato di vivere l’atmosfera e i valori del Natale incuranti del conflitto, che continua senza tregua intorno a noi. Siamo andati in chiesa, ascoltato la Messa e le recite, abbiamo visto una band di giovani cantare e suonare coi loro strumenti inni sacri, mentre a due chilometri da noi, dalla chiesa, imperversava la guerra e l’area è preda di terroristi”. 
È quanto racconta ad AsiaNews Riad Sargi, greco-cattolico melchita

AsiaNews
di Elie Younan

 - “Ho deciso di restare in Siria per molte ragioni, ma soprattutto perché sento che le mie radici affondano in questa terra”, che è anche “culla del cristianesimo. La nostra zona, a Damasco, è piena di chiese e al suo interno si respira un clima di santità. Con la mia famiglia domandiamo ogni giorno che torni la pace”. È quanto racconta ad AsiaNews  Riad Sargi, greco-cattolico melchita, che assieme alla famiglia ha partecipato all’Incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia. Dalle mani di papa Francesco egli ha ricevuto una copia del Vangelo e del pontefice dice che è l’idea incarnata “di pace e convivenza” in un’epoca segnata dai conflitti. 
Riad è un ingegnere meccanico originario di Damasco, in Siria. Lavorava  nel settore dell’industria farmaceutica, curando l’importazione di prodotti dall’Europa. Egli collabora anche in qualità di volontario della sezione locale della Società di San Vincenzo de Paoli. Egli è sposato con la dottoressa Rouba Farah, che si occupa di ricerca medica; la coppia ha tre figli, una ragazza di nome Leila Sargi (nata nel marzo 2001, frequenta la classe nona) e due gemelli (Elias e Michael) nati nel settembre 2010 e iscritti alla scuola materna. 

A Roma si è da poco concluso il Sinodo sulla famiglia. Signor Sargi, cosa significa essere “famiglia” oggi in Siria, nella guerra?
Per tutti noi, significa vivere uniti in un clima di paura continuo. Abbiamo paura delle bombe e dei razzi che sono lanciati a caso su scuole, ospedali, case e strade. Vi è un timore forte e concreto per il futuro, dopo aver sperimentato questi ultimi cinque anni [di conflitto], le persone vittime di sequestro, alcune delle quali tornate a casa dopo aver pagato un’ingente somma di denaro e altri ancora che sono scomparsi, per sempre. I più sfortunati hanno subito il taglio della testa e la decapitazione, solo perché professavano un’altra fede religiosa.

Perché, in questo clima di guerra e violenze, avete deciso di restare nel vostro Paese?
Ho deciso di restare in Siria per molte ragioni, ma soprattutto perché sento che le mie radici affondano in questa terra. La Siria è la culla del cristianesimo. La nostra zona, a Damasco, è piena di chiese e al suo interno si respira un clima di santità. Il mio lavoro è in Siria, i miei genitori vivono in Siria, anche mio fratello e mia sorella, con le loro famiglie, ancora oggi vivono in Siria. Inoltre, non possiamo abbandonare i poveri, i nuclei familiari nel bisogno, le persone anziane che hanno bisogno di noi, del nostro aiuto. Da ultimo, non me la sento di lasciare la mia patria nelle circostanze attuali e vivere felici e sicuri da qualche altra parte.

Dove avete trovato la forza per rimanere nel Paese e, soprattutto, rimanere uniti come famiglia? 
La forza, in realtà, è un dono che proviene da Dio. Forse, nella nostra scelta di rimanere qui nel nostro Paese, a dispetto delle paure e delle enormi difficoltà, dei pericoli, vi è anche quella spinta alla missione [insita nella fede cristiana] verso i poveri e i bisognosi, che chiedono di restare vicino a loro nelle sofferenze.

Può raccontarci una giornata tipo, in questo contesto di guerra e terrore… 
Purtroppo, la quotidianità in questo clima di violenze è orribile. Corriamo sempre il pericolo di essere feriti, colpiti e persino uccisi in ogni momento, per il solo fatto di trovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato, venendo centrati da un mortaio o da un razzo. Per questo cerchiamo il più possibile di dimenticare i pericoli, di non pensarci, nel tentativo di condurre le nostre vite nel modo più normale possibile facendo affidamento a Dio, al nostro Salvatore Gesù Cristo e a sua madre, la Vergine Maria.

Papa Francesco è una delle poche voci di pace, in un contesto internazionale che soffia sul conflitto. Quanto è importante la sua vicinanza, soprattutto per lei che ha avuto modo di incontrarlo?
Questa che si combatte in Siria è una guerra sporca, a tutto vantaggio delle superpotenze mondiali coinvolte, e a beneficio dei produttori di armi e dei trafficanti. Un conflitto sanguinoso fra due modelli, fra l’idea di pace e convivenza incarnata da papa Francesco e la meschinità rappresentata dal denaro e dai vari leader e autorità mondiali. Il popolo siriano avverte sulla propria pelle il fatto di essere stato trasformato nel carburante che alimenta questa guerra sporca. Come ci esorta lo stesso Gesù Cristo: Non credere a due divinità, il vero Dio e il denaro.

Quattro anni di guerra quanto hanno cambiato i rapporti fra cristiani e musulmani?
In passato, prima della guerra, cristiani e musulmani erano abituati a vivere insieme senza fare distinzione alcuna. Oggi riusciamo ancora a convivere a fianco dei musulmani moderati, ma è alto il pericolo rappresentato da singoli e gruppi estremisti, che ritengono doveroso convertire i cristiani all’islam, far pagare loro il tributo dovuto [Jizya] oppure ucciderli. Questo è il modo con cui questi individui pensano di rendere un servizio al loro Dio.

Signor Sargi, un’ultima domanda: cosa si augura, in futuro, per la sua famiglia e per il suo Paese?
Quello che desidero con tutto il cuore è che tornino la pace e la sicurezza nel mio amato Paese, che la vita possa tornare quella che era prima della guerra. E spero tanto che la mia famiglia possa vivere in modo pacifico e che i miei figli possano costruirsi un buon futuro. Per questo, chiedo ogni giorno a Dio [nella preghiera] di proteggerci dai pericoli.

http://www.asianews.it/notizie-it/Riad-Sargi,-ingegnere-cattolico:-Io-e-la-mia-famiglia-restiamo-in-Siria,-in-attesa-della-pace-35855.html

domenica 27 dicembre 2015

Da Aleppo, la città che non si arrende e non dispera malgrado la grande sofferenza e l'enorme minaccia quotidiana di morte ...

ULTIMA ORA:   Comunicato della Custodia di Terra Santa

Rapito ( di nuovo) il francescano  padre Dhiya Azziz 

Dal mattino del 23 dicembre scorso, abbiamo nuovamente perso ogni contatto con padre Dhiya Azziz, ofm, parroco di Yacoubieh (Siria).
Padre Dhiya era in viaggio con un taxi. C’erano altre persone a bordo. Era partito da Lattakia di buonora e diretto verso Yacoubieh, passando probabilmente per Hama, per essere in parrocchia per le festività natalizie. Era di ritorno dalla Turchia, dove era andato a visitare la sua famiglia che li si è rifugiata dopo l’ingresso di Daesh (ISIS) a Karakosh (Iraq), suo paese natale.
L’ultimo contatto telefonico si è avuto il 23 dicembre scorso alle ore 9. Da allora nessuno sa più dove sia. Avrebbe dovuto arrivare a Yacoubieh nel primo pomeriggio del 23 dicembre.
Non si hanno notizie di nessun genere di nessuno dei passeggeri. 
Stiamo cercando di contattare le diverse fazioni in campo per capire se qualcuno è in grado di darci informazioni. Finora senza risultato.

È lecito pensare che sia stato preso da qualche gruppo. Stiamo facendo il possibile per comprendere chi. La situazione altamente caotica del Paese non ci permette di fare molto, purtroppo.

Se avremo altre notizie, lo comunicheremo.

Invitiamo tutti alla preghiera e alla solidarietà con padre Dhiya, con i suoi parrocchiani, i confratelli in Siria, i pastori e tutti coloro che si spendono in quel Paese per fare ancora del bene.

La Custodia di Terra Santa

P. Dhya Azziz ofm è nato a Mosul, l’antica Ninive, in Iraq, il 10 Gennaio 1974. Dopo alcuni studi presso l’Istituto medico della sua città, aveva abbracciato la vita religiosa e dopo il noviziato ad Ain Karem, aveva emesso la prima professione dei voti religiosi il 1° Aprile 2002. Nel 2003 si è trasferito in Egitto, dove è rimasto per diversi anni. Nel 2010 rientra in Custodia e viene inviato ad Amman. È successivamente trasferito in Siria, a Lattakia. Si era reso poi volontariamente disponibile ad assistere la comunità di Yacoubieh, nella regione dell’Oronte (provincia di Idlib, distretto di Jisr al-Chougour), divenuta particolarmente pericolosa in quanto sotto il controllo di Jaish al-Fatah. Fu rapito e detenuto da un gruppo jihadista dalla quale riuscì a fuggire nel luglio del 2015.





Da Aleppo, la città che non si arrende e non dispera malgrado la grande sofferenza e l'enorme minaccia quotidiana di morte, vi auguriamo amici buon Natale e felice anno prospero e sereno 2016. 
Questi miei amici son scampati da una morte imminente la Pasqua scorsa. La loro casa di riposo è stata completamente distrutta. Solo San Francesco d'Assisi ha aperto il cuore e le braccia per accoglierli. Ora sono il loro custode. Loro pregano per voi ogni giorno!
In questi giorni la Madonna di Fatima è in visita ad Aleppo. La statua che vedete contiene la pallottola che poteva uccidere San Giovanni Paolo II, la potente intercessione della Vergine è stata più forte della morte. Ci affidiamo alla intercessione e protezione della nostra madre celeste in questi giorni di Natale affinché salvi i suoi figli ai pericoli che ci circondano: nel giorno di Natale ci hanno bombardato con 8 bambole di gas, ma grazie a Dio le celebrazioni sono andate a buon fine. 
Insieme a questi miei amici e ai miei fratelli francescani che vivono e testimoniano la misericordia di Dio per ogni persona umana, vi saluto e vi auguro ogni bene e pace nel Signore!
fra Firas Lufti, Aleppo-Siria,  27 Dicembre 2015.


Il parroco di Aleppo: "E' Natale ma qui cadono le bombe"






Fra Ibrahim Sabbagh, siriano nativo di Damasco, è da un anno e mezzo parroco ad Aleppo. La sua chiesa, San Francesco, è nel cuore della città vecchia, nel quartiere di Azizieh.  La sua gente, i cattolici latini, sono una minoranza percossa e offesa nella guerra civile che da cinque anni scuote senza tregua il Paese. 
È Natale ma per Aleppo, per la città martire della Siria non c’è pietà.
«In questi giorni ci sono stati tanti bombardamenti», dice fra Ibrahim, «anzi: siamo forse arrivati al punto più alto dello sforzo dei jihadisti, che ormai sono pressati da Sudest e Sudovest, per ricuperare terreno in città. 
So che da voi si incolpa di tutto il Governo ma in pochi giorni sul solo quartiere di Khalidiya gli islamisti hanno sparato più di 500 razzi. Ci sono stati morti, feriti, case distrutte. Da trentacinque giorni siamo senz’acqua, l’elettricità va e viene, manca il riscaldamento. E quest’anno il freddo è arrivato anche prima del solito. Ero qui anche a Natale dell’anno scorso e devo ammettere che vedo crescere nei cuori l’amarezza, e la sofferenza farsi più profonda».
Fra Ibrahim, insieme con gli altri quattro frati della Custodia di Terra Santa che lavorano ad Aleppo, e come tutti gli esponenti delle Chiese cristiane, si batte per dare un sollievo a chi vive nel dramma. Ma i bisogni sono enormi, visto che l’80 per cento delle famiglie ora vive in assoluta povertà, quando non è alla fame. «Ci sforziamo di creare qualche oasi in questo deserto. Sentiamo che il Signore è in mezzo a noi e proviamo a rendere ancora più chiara e palpabile questa presenza agli occhi della gente».
In concreto questo cosa vuol dire?   «Cerchiamo di operare in due campi allo stesso tempo. Il primo è quello dei bisogni concreti, urgenti. Posso fare tanti esempi. Abbiamo distribuito ai bambini scarpe, biancheria e abiti caldi per l’inverno. Abbiamo garantito alle famiglie una dotazione di 200 litri di gasolio, sufficienti per scaldare l’acqua per le docce due volte a settimana per tre mesi o a tenere accesa la stufa per un mese. Ogni mese provvediamo ai pannolini per le famiglie con neonati. Nelle scorse settimane abbiamo installato nelle case 100 serbatoi d’acqua da 500 litri, perché le famiglie, e soprattutto gli anziani, possano farne provvista nei momenti in cui arriva. Non è cosa da poco, visto che un serbatoio oggi costa quanto il salario mensile di un operaio. Potrei continuare con gli esempi, e farne magari di più drammatici: ci sono le vedove, le madri con i figli sotto le armi, le coppie con bambini Down o sordomuti o traumatizzati dalle esplosioni e dalle violenze. I bisogni del corpo, qui, sono infiniti. Ma non meno numerosi e urgenti sono quelli dello spirito».
Che cosa fate dal punto di vista spirituale, quale soccorso provate a portare ai fedeli?  «La parrocchia lotta per diventare una piccola luce nel buio, capace però di alleggerire la croce che la gente deve portare. I cristiani di Aleppo sono degli eroi, per come riescono ancora a vivere la loro fede. Il 25 ottobre, proprio durante la celebrazione delle prime comunioni, una bomba ha colpito la cupola della chiesa, che era piena di fedeli: per fortuna ci sono stati solo pochi feriti leggeri. Non è un caso, mirano a noi, ad Aleppo più di 100 chiese di tutte le confessioni sono state distrutte da quando è cominciata la guerra. E ormai, chi vive da anni in questa situazione non crede più alle parole ma solo ai fatti. In parrocchia abbiamo aperto la Porta Santa per il Giubileo della misericordia e per l’Avvento abbiamo organizzato una serie di brevi ritiri spirituali per gruppi e associazioni. Con i Legionari di Maria, inoltre, abbiamo programmato una serie di visite ai nostri 200 anziani, per stare con loro, condividere la loro condizione, pregare e distribuire qualche dolce».
E per Natale ?  «La notte di Natale ci sarà una piccola festa, e qualche giorno fa, in parrocchia, abbiamo anche messo in scena un recital. La gente non può e non vuole stare chiusa in casa ad aspettare la prossima esplosione. Abbiamo la fede, e la convinzione che la nostra resistenza di cristiani possa ancora cambiare la storia di questo Paese».

venerdì 25 dicembre 2015

NATALE A DAMASCO

Mons. Zenari: la sofferenza dei bambini mette alla prova la nostra fede 




Il Sussidiario, venerdì 25 dicembre 2015
intervista di Pietro Vernizzi

Aprendo l’Anno Santo, il Papa ci ha invitato a praticare le opere di misericordia corporale. Qui in Siria non ne manca nessuna”. Sono le parole dell’arcivescovo Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, che le ricorda una a una. 
Dare da mangiare agli affamati: in Siria ci sono 13 milioni di persone senza più niente. Dare da bere agli assetati: il 72% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Assistere gli ammalati: i bambini con arti amputati non si contano più. Seppellire i morti: in Siria si sono contate 300mila vittime, e spesso per celebrare i funerali i familiari rischiano a loro volta la vita.

Il Natale è la nascita di Gesù. Come ci raggiunge il Mistero di Dio nella Damasco in guerra di oggi? Da questo punto di vista ritengo emblematica la canzone “Tu scendi dalle stelle”, la cui strofa recita “Tu vieni in una grotta al freddo e al gelo”. Ancora oggi viviamo il Mistero della nascita di Cristo in queste condizioni. Nonostante la grave povertà in cui si trovano, le famiglie cristiane a Damasco non hanno perso la fede e la speranza. Pensiamo a centinaia o migliaia di bambini nati lontani dalle loro case, nei campi profughi, a temperature proibitive. E’ questo il Mistero del Natale che viviamo qui a Damasco: Cristo si è unito alla natura umana di tutti i secoli e di tutte le latitudini.
Il Papa ha da poco aperto l’Anno Santo. Che cos’è per lei la misericordia? Il Papa ci invita a praticare le opere di misericordia corporali e spirituali, e l’esercizio delle opere di misericordia qui a Damasco è a 360 gradi.
Vediamole una a una. Dare da mangiare agli affamati … In Siria sono più di 13 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria. In quest’opera di misericordia sono uniti cristiani, musulmani e non credenti.
Dare da bere agli assetati … Secondo le statistiche il 72% della popolazione siriana non ha accesso all’acqua potabile, perché sono state danneggiate le infrastrutture.
Assistere gli ammalati … Qui ci sono un milione di feriti, e i bambini con gli arti amputati non si contano.
Seppellire i morti … In Siria si sono contate 300mila vittime. Ancora all’inizio del conflitto ho assistito al funerale di un papà ucciso mentre stava accompagnando la figlia all’università, ma hanno dovuto aspettare una settimana perché non riuscivano a trovare i brandelli di carne. Per non parlare di quanti hanno rischiato la vita per raccogliere i cadaveri dei loro familiari lasciati per strada, mentre i cecchini sparavano all’impazzata. In Italia quando c’è un funerale si va all’agenzia delle onoranze funebri, mentre in Siria ogni volta si rischia la vita.
Lei per che cosa prega in questo Natale, monsignor Zenari? Pregherò perché sia l’ultimo vissuto in queste condizioni, e perché il prossimo sia celebrato in mezzo agli ulivi. Nelle ultime settimane c’è già qualche segno di germoglio di primavera: spero che germoglino gli ulivi.
Papa Francesco ha detto: “A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona”. Come può essere vero di fronte alle sofferenze del popolo siriano? Qui la fede è veramente messa alla prova: pensiamo soprattutto alla sofferenza dei bambini. Ci è messo tutti i giorni di fronte il mistero di Gesù Cristo in croce, e occorre un bel salto di fede per starci di fronte. Questo è soprattutto vero per la terribile tragedia della sofferenza delle persone innocenti.
Lei che risposte si dà di fronte a tutto questo? Il 28 dicembre celebreremo la festa dei Santi Innocenti, dedicata a qualche decina di bambini uccisi dal Re Erode. In Siria invece la strage degli innocenti ha fatto 100mila vittime tra bambini e ragazzi. Accettare questa sofferenza è una sfida per l’intelligenza e per la nostra fede. Arrestare questa strage di innocenti è il primo dovere per tutti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/12/25/NATALE-A-DAMASCO-Mons-Zenari-la-sofferenza-dei-bambini-mette-alla-prova-la-nostra-fede/665890/


Urbi et Orbi. Papa Francesco: dove nasce Dio, nascono pace e misericordia

Fermare guerre e atrocità, essere vicini ai cristiani perseguitati
Al Signore, Francesco chiede che “l’intesa raggiunta” all’Onu “riesca quanto prima a far tacere il fragore delle armi in Siria e a rimediare alla gravissima situazione umanitaria della popolazione stremata”. È altrettanto “urgente”, prosegue, che “l’accordo sulla Libia trovi il sostegno di tutti, affinché si superino le gravi divisioni e violenze che affliggono il Paese”. Ancora, il Papa chiede alla comunità internazionale di “far cessare le atrocità che, sia in quei Paesi come pure in Iraq, Yemen e nell’Africa sub-sahariana, tuttora mietono numerose vittime, causano immani sofferenze e non risparmiano neppure il patrimonio storico e culturale di interi popoli” ...  “Il mio pensiero va pure a quanti sono stati colpiti da efferate azioni terroristiche, particolarmente nelle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi. Ai nostri fratelli, perseguitati in tante parti del mondo a causa della fede, il Bambino Gesù doni consolazione e forza. Sono i nostri martiri di oggi”. ...             http://it.radiovaticana.va/news/2015/12/25/urbi_et_orbi_francesco_dove_nasce_dio,_nasce_la_pace/1196835 

mercoledì 23 dicembre 2015

L’augurio di quest’anno è di percorrere con fiducia la strada verso la misericordia del Padre che ci attende sempre, con fedeltà, anche oggi.

Auguri di padre Pierbattista Pizzaballa, ofm
Custode di Terra Santa

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is. 9,1).
     
Stiamo vivendo un tempo arduo, il cui susseguirsi di tragedie e di violenze ci ha colmato di paure. La descrizione della fine dei tempi, che la Liturgia ci ha proposto prima dell’Avvento (Mc 13, 24-32), è sembrata l’eco di una cronaca attuale, che ci ha reso difficile attendere il Natale con sentimenti di gioia, di festa, di vita.  La paura sembra dettare il nostro agire, anche nelle piccole azioni quotidiane. Ma soprattutto abbiamo paura dell’altro, come se avessimo perso il coraggio di credere nell’altro. Non ci fidiamo più e siamo tentati di rinchiuderci nel nostro piccolo cerchio. Abbiamo paura del musulmano, dell’ebreo, dell’orientale o dell’occidentale, secondo dove ci troviamo. Il nemico è diventato “gli altri”; pensiamo che “gli altri” siano contro di noi, che ci minaccino e ci rubino la speranza di un mondo sicuro, di un futuro migliore.

In Siria, in Iraq, in Terra Santa, in Oriente così come in Occidente, sembra che la forza della violenza sia l’unica voce possibile per contrastare la violenza che ci sovrasta.
Aspettare il Natale in queste circostanze interroga la nostra fede e fa nascere il bisogno di una speranza più grande. Sono questi i sentimenti che ci hanno accompagnato nella partecipazione alle varie cerimonie per l’accensione dell’albero di Natale e la benedizione del Presepe. Spesso, durante la celebrazione della festa, attorno a noi si sentivano le sirene d’allarme, segno certo di scontri e disordini. E, sempre, abbiamo riconosciuto un senso d’inadeguatezza rispetto alla situazione. Ci sembrava di essere fuori dal tempo e dalla storia.
Ma non è così. Il Vangelo ci dice che la pienezza del tempo si è compiuta in un tempo difficile, quando Giovanni nel deserto invitava a preparare la Via del Signore predicando un battesimo di conversione. La festa, le luci, i colori, pur necessari, desiderati e celebrati nelle circostanze che viviamo, ci guidano a pensare con più verità al senso originario del Natale: Dio che entra nel nostro tempo e nella nostra storia. Il nostro tempo e la nostra storia di oggi.

Natale ci dice che Dio ama la vita, che Lui stesso è vita. È questa verità il motivo definitivo e buono per stare su questa terra. Perché è tempo di cercare motivazioni autentiche, ragioni ultime per continuare a vivere e a sperare. Ragioni e motivazioni che rimangano, che tengano, che non subiscano le altalenanti fasi delle nostre angosce o delle nostre esaltazioni, che abbiano il sapore di una misura giusta, di un orizzonte reale. È tempo di cercare domande e risposte, orientamenti, di ritrovare l’Oriente.
E questo Oriente è il Cristo, Uomo e Dio. Il Natale ci richiami, dunque, a questo Oriente.

Natale, ci dice che la nostra vita è Avvento, che camminiamo verso un futuro, forse drammatico, faticoso, ma nel quale – è certo - incontreremo Lui. Natale ci dice che questo futuro, per cui siamo tanto preoccupati, questo futuro che inizia ora, è già iniziato: è Gesù nato, morto e risorto.
Non camminiamo verso il nulla, verso l’ignoto, verso il buio, ma verso qualcosa che è già accaduto e che rimane, che si compie sempre e comunque, che non potremmo distruggere nemmeno se lo volessimo.
Camminiamo verso un incontro.

Allora, questo tempo difficile sarà comunque un tempo buono, se ci restituirà la consapevolezza che è il tempo dell’incontro; se ci renderà - finalmente - bisognosi di qualcosa che sia altro da noi stessi; se ci renderà più attenti a chi abbiamo vicino, perché il futuro verso cui camminiamo potrà essere soltanto il compimento di ogni relazione di cui avremo avuto cura, qui, ora. Anche in queste circostanze drammatiche.
L’augurio di quest’anno è di percorrere con fiducia questa strada, aperta nel deserto di tante nostre vite, verso questo futuro buono,che ha un unico Volto: quello della misericordia del Padre, che ci attende sempre, con fedeltà, anche oggi. 

Buon Natale.

lunedì 21 dicembre 2015

Natale in Siria

Un Paese a “pericolosità variabile”: un giorno tranquillo e un giorno sotto le bombe. I giovani dei Focolari si preparano al Natale andando di casa in casa nel segno della condivisione e della speranza. 
A colloquio con Pascal Bedros, del Movimento dei Focolari in Siria.


21 dicembre 2015

«La vita di ogni giorno varia, perché il pericolo è variabile. In alcuni giorni non succede niente e puoi dimenticarti che c’è la guerra. In altri giorni può succedere che quando vai al lavoro, tu venga colpito da pallottole vaganti, o che ci siano scontri in atto o addirittura bombe sulla gente e su quartieri civili». 
A parlare è Pascal, libanese, del Focolare di Aleppo, che vive in Siria da alcuni anni. Nonostante la guerra.

«Come ci stiamo preparando al Natale? Sia ad Aleppo, che a Kfarbo, che a Damasco, le nostre comunità hanno pensato soprattutto ai bambini, perché le famiglie, nonostante sia una festa  importante e molto sentita in Siria, non riescono più a vivere la gioia del Natale. Così i giovani hanno fatto tante attività per raccogliere fondi che, uniti agli aiuti ricevuti dall’estero, hanno consentito di ampliare il loro progetto di ridare il senso del Natale ai bambini e alle loro famiglie. Ad Aleppo ad esempio si farà una festa per una 70ina di famiglie, a Kfarbo si faranno visite alle case in piccoli gruppi, portando doni e cibo. A Damasco, dove ci sono più potenzialità, hanno organizzato un concerto di Natale e nel frattempo faranno visite alle famiglie portando cibo e regali insieme a canti e giochi…».

E in questi ultimi mesi, con l’escalation di violenza, voi focolarini non avete mai ripensato alla scelta di rimanere in Siria? «No, mai. È così importante la presenza del Focolare! Solo la presenza, anche senza fare niente. È un segno che tutto il Movimento nel mondo è con loro, con il popolo siriano. Non so come spiegarlo…. Noi non siamo obbligati a rimanere, potremmo anche andarcene. Ma in questi anni abbiamo condiviso così tante peripezie che loro sentono che facciamo parte di loro e noi li sentiamo parte di noi. Le ragioni non sono razionali, ma affettive, del cuore, perché per trovare la forza di stare in posti come Aleppo, non c’è niente di razionale. Anche le famiglie siriane che rimangono lo fanno per il legame alla loro terra, alla loro gente, perché tutto potrebbe dire: vai! Lì giorno per giorno le cose si riducono sempre più, viene meno il futuro, soprattutto quello dei tuoi bambini. Ho visto qualcuno rimane per una scelta d’amore, per dare testimonianza. Ad esempio per portare avanti una scuola per i bambini sordomuti, per tutto il bene che questa scuola fa. Vivere per gli altri, ti dà il senso dell’esistenza, dà senso al tuo essere».

domenica 20 dicembre 2015

Angelus del Papa Francesco, domenica 20 dicembre 2015


"Cari fratelli e sorelle,anche quest’oggi mi è caro rivolgere un pensiero all’amata Siria, esprimendo vivo apprezzamento per l’intesa appena raggiunta dalla Comunità internazionale. 
Incoraggio tutti a proseguire con generoso slancio il cammino verso la cessazione delle violenze ed una soluzione negoziata che porti alla pace.  
Parimenti penso alla vicina Libia, dove il recente impegno assunto tra le Parti per un Governo di unità nazionale invita alla speranza per il futuro...."

Mons. Vincenzo Paglia: "Portare la vicinanza fisica del Papa a Damasco, misericordia per le famiglie"


Famiglia Cristiana , 17 dicembre 15
Monsignor Paglia con una famiglia  di cristiani di Damasco.
Mons Paglia con una famiglia di cristiani di Damasco.



Dagli inferni del mondo al calore della fede. Una strada impervia, che ha per posta la speranza, e cheMonsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, ha percorso in prima persona in vista del Giubileo della misericordia che verrà proposto, da Roma, il 27 dicembre, alle famiglie di tutto il mondo. Nelle scorse settimane, infatti, monsignor Paglia è andato a Damasco, capitale della Siria, per quella che i Blues Brothers (e non solo loro) definirebbero “una missione per conto del Papa”.
«Un viaggio», dice lui, «nato dall’Incontro mondiale delle famiglie di Philadelphia. Allora papa Francesco volle consegnare il Vangelo, cioè la buona notizia della misericordia di Gesù, alle famiglie di cinque megalopoli, una per continente: Hanoi, Kinshasa, L’Avana, Sidney e Marsiglia.
 Damasco era la sesta città della lista, perché la Siria è il capitolo più drammatico di quella “Terza guerra mondiale a pezzetti” con tanta efficacia evocata proprio dal Papa.  Il quale, per le famiglie di Damasco, ha voluto aggiungere un primo aiuto economico. Io sono andato a consegnare i Vangeli scritti in arabo e questo aiuto: il primo per scaldare i cuori, il secondo per acquistare un po’ di combustibile per scaldare le case, nell’inverno che a Damasco sa essere terribile».
Che situazione ha trovato?
«È stato come scendere negli inferni del mondo. La periferia di Damasco, pur non essendo al centro del conflitto, è devastata da cinque anni di guerra, blocco economico, bombe che piovono in maniera improvvisa e indiscriminata. Portare in qualche modo la vicinanza “fisica” del Papa è stata una goccia di conforto, che però i cristiani di quella terra hanno gustato fino in fondo. Perché ciò che mi sono sentito ripetere è proprio questo: i cristiani della Siria, come di tutto il Medio Oriente, chiedono la vicinanza, l’affetto delle famiglie del resto del mondo. E noi tutti abbiamo un debito d’amore verso queste persone e questa terra, da cui abbiamo ricevuto la fede».
Restare e soffrire o andarsene e soffrire altrove. Spesso questa è tutta la scelta che hanno...
«I sentimenti dei cristiani sono complessi. Ho trovato famiglie che di fronte a un futuro sbarrato per i loro figli chiedevano di potersene andare. Giovani che, avendo come sola prospettiva la guerra, non possono pensare di restare. Ma una sera, alla distribuzione dei Vangeli, ho incontrato una cinquantina di famiglie che imploravano: aiutateci a restare! Perché loro sanno che una Siria senza i cristiani sarà comunque molto, molto più povera. Come tutto il Medio Oriente».

sabato 19 dicembre 2015

Patriarca Twal: domandate pace per Gerusalemme! La Città Santa è la chiave per la pace in Medio Oriente.

Città Vecchia di Homs : un albero è stato decorato con le immagini di soldati cristiani della zona martiri di quest'anno. (Foto Eva Bartlett)

Per fare guerra a Daesh servono anche sviluppo, cultura, giustizia 

S.I.R. 10 dicembre 2015

Torniamo a Gerusalemme. La Città Santa è la chiave per la pace in Medio Oriente. Lo è per le sue implicazioni umane, politiche e religiose”. In un tempo in cui tutti, leader politici e spirituali, mondo economico e finanziario, seguono con preoccupazione e altrettanto ‘interesse’, le vicende in Siria e in Iraq, la lotta globale contro Daesh e il terrorismo islamico, è il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, a rimettere al centro di ogni disputa la partita di Gerusalemme che, come è noto, si gioca sul terreno minato di un altro conflitto, oggi forse un po’ accantonato, quello israelo-palestinese. 
Il nodo di Gerusalemme. “I negoziati tra israeliani e palestinesi – dice – hanno sempre rimandato la questione della Città Santa”. Un dialogo che non ha prodotto nulla, al punto da far dire a Twal che abbiamo dialogato troppo. Sono oltre 30 anni che si dialoga senza nessun esito. Il popolo non vuole sapere di cosa si è discusso ma vedere i risultati, ovvero libertà di movimento, lavoro, sicurezza, dignità, pace”.
–  aggiunge il patriarca latino – solo così possiamo aiutare i due popoli a costruire una cultura di pace. Gli atti di disperazione – sottolinea riferendosi direttamente alle tensioni di questi giorni tra israeliani e palestinesi – non porteranno mai alla fine dell’occupazione. Possono essere casomai il pretesto per Israele per usare ancor più forza. Israele è il più forte, lo sappiamo, ma alla gente disperata non si possono chiedere cose logiche e normali”.
Siamo umiliati”. A guardare ciò che accade dentro e fuori la Terra Santa sembra che il tanto impegno profuso dalla Chiesa locale per costruire ponti non serva a nulla. Il pensiero di Twal corre alle 100 scuole cristiane sparse per il Patriarcato, ai suoi 75mila studenti, agli ospedali, alle cliniche, alle case di accoglienza per anziani, disabili e rifugiati, dove la pratica della convivenza e della riconciliazione è uno stile di vita. “Siamo umiliati – racconta il patriarca – i nostri fedeli ci chiedono i risultati di tanto impegno. Ci domandano ‘cosa avete fatto?’. Nulla, viene da rispondere. Siamo frustrati in questo. Ciò che ci consola è che il nostro è un lavoro lungo i cui frutti sono destinati a crescere. Noi abbiamo speranza. Crediamo nell’educazione: quando bambini israeliani e palestinesi, siano essi musulmani, ebrei o cristiani giocano, studiano, mangiano insieme, preparano la convivenza”. Per Twal anche la politica è chiamata a fare la propria parte con scelte forti “per evitare di restare nel campo delle buone intenzioni. Ma con questi politici – dice senza mezzi termini – c’è poco da sperare”.
Domandate pace per Gerusalemme”. Pace, lavoro, dignità, giustizia, stabilità, sicurezza: le chiedono anche i rifugiati siriani e iracheni in Giordania, Libano, Turchia. “Sono famiglie che hanno perso tutto: 260mila morti, milioni di sfollati e rifugiati” i cui destini sono legati a quelli dei palestinesi e degli israeliani. “Domandate pace per Gerusalemme”: le parole del Salmo oggi risuonano ancora di più come un grido contro il terrorismo nel mondo.
La comunità internazionale deve farsi un esame di coscienza e ammettere i propri errori”
spiega il patriarca allargando lo sguardo al vicino conflitto siriano e a Daesh, il sedicente Stato islamico. “Per il presidente Obama e il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius in Siria si devono aiutare i ribelli moderati. Ma non esistono ribelli moderati. Inutile girarci intorno. Non ci sono carri armati moderati, non ci sono bombe moderate e distruzioni moderate”. Né in Siria, né in Iraq. “Ci sono, invece, tanti innocenti che pagano con la vita”.
Obama – dichiara Twal – è intervenuto solo perché in ballo vi erano interessi strategici americani. Forse vedere perire le minoranze in Siria e Iraq non era nel suo interesse? Vedere la distruzione di siti storici e archeologici o milioni di rifugiati non era nel suo interesse? Non basta bombardare. Occorre colpire la politica degli interessi, come ricorda il Papa che denuncia la vendita di armi”.
Dal luogo dell’agonia. Il 13 dicembre, a Gerusalemme, presso la basilica del Getsemani, verrà aperta la Porta santa del Giubileo della Misericordia. “La nostra Chiesa del Calvario non poteva che cominciare il suo cammino giubilare dal luogo dell’agonia di Gesù.  Alla sofferenza di Cristo si somma quella di questa Terra, di questa Regione – conclude il patriarca  –la misericordia abbatte i muri, l’odio, l’ignoranza, l’indifferenza, l’insensibilità e il disprezzo.    Torniamo a Dio e al rispetto tra noi. Ci sono uomini, donne, bambini, innocenti che non hanno nulla a che vedere con queste guerre”.
http://agensir.it/mondo/2015/12/10/patriarca-twal-domandate-pace-per-gerusalemme/