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mercoledì 7 novembre 2018

QARA, crocevia di pace (4)



Un tempo, prima della guerra, il monastero Deir Mar Yacoub (san Giacomo l’Interciso) a Qara, sulla via fra Damasco e Homs, era un luogo di preghiera frequentato anche da pellegrini cristiani e musulmani: sia per ragioni spirituali che per la tranquillità e la bellezza della costruzione, grande, di pietra chiara, con grotte antichissime, una suggestiva chiesa sotterranea, reperti archeologi molto interessanti sparsi un po' dappertutto.

Qara, un tempo… in tempo di pace
I monaci e le monache residenti vivevano (e vivono tuttora) nel grande convento in stanze essenziali, senza mobili, con bagni in comune, cucina semplice con molti cibi dell’orto, carne solo se arriva in dono. Alternavano la meditazione alle attività agricole e artistiche: la madre superiora, madre Agnès de la Croix, fondatrice dell' Ordine dell'Unità di Antiochia, dipingeva icone. Grazie ai pozzi, in questo territorio scarsamente piovoso e apparentemente desertico, il frutteto del monastero era pieno di olivi, melograni, albicocchi. Essiccate a strati con un metodo particolare, le albicocche si conservavano a lungo, un pieno di vitamine da portar via insieme alle tisane di erbe e delle preziose, delicate rose che si chiamano “di Damasco”.

Attività umanitarie in tempo di guerra
Con la guerra iniziata nel 2011, la tranquillità è venuta meno e la calma monastica ha lasciato il posto a un fervore da alveare, dapprima concentrato sul soccorso a chi doveva stare in vita. Tempo della preghiera nella notte e primo mattino, il monastero durante la giornata si è dedicato all’assistenza ai tanti sfollati, ma non sono mancati attacchi da parte di gruppi armati jihadisti e qualche anno fa ha vissuto drammatici giorni di assedio durante i quali i monaci han dovuto rifugiarsi nelle antiche grotte sotterranee.
Qara è una cittadina in prevalenza mussulmana, con 50 famiglie cristiane, circa il 20% della popolazione. Gli uni e gli altri adesso stanno prendendo il monastero come punto di riferimento, una specie di centro vitale attorno al quale ruotare.
Le sei suore e i due monaci (di diverse nazionalità) hanno la supervisione di diverse attività umanitarie, ma hanno affidato le operazioni a un collaboratore fidato che chiamano Abu George (il vero nome è Sake Esrur) e a sua moglie Sylvie, due cristiani che hanno lasciato Damasco per venire a lavorare a Qara. Con i due figli vivono presso il monastero e gestiscono nel Centro Sociale circa 30 lavoratori, sia cristiani e musulmani. A loro volta questi dipendenti coordinano circa 200 volontari che distribuiscono gli aiuti, vanno a consegnare cibo e prodotti sanitari nei campi profughi, poi corrono al porto a sdoganare i container e tornare in camion a Qara, scaricando rapidamente tutto nel grande magazzino del monastero. Ed eccoli ripartire per le destinazioni dei soccorsi.

I monaci hanno fatto la scelta di una radicale povertà, benchè al monastero arrivi di tutto sia dalle agenzie internazionali (le quali sono alla ricerca di partner affidabili) che da benefattori dall'Europa. Nella parte immensa della nuova costruzione al piano interrato sono ammucchiati pacchi, secchi, scatoloni, in maggioranza provenienti dalle organizzazioni non governative che ormai stanno prendendo il monastero come punto di riferimento di fiducia per le distribuzioni anche nelle zone per loro non raggiungibili. Scatoloni e secchi poi partono in camion per le distribuzioni nei campi profughi o nelle località più bisognose. Ad Aleppo il monastero di Qara ha addirittura aperto una cucina per trentamila pasti al giorno, oltre a un Hospitainer: nel linguaggio degli interventi di emergenza, è un container completamente attrezzato, come un piccolo ospedale da campo.
I monaci hanno ospitato nel tempo diversi sfollati. Ora è il turno di tre ragazzine sui 12 anni e due bambini, reduci da situazioni drammatiche.

Mussalaha: riconciliazione, un progetto visionario
Ma le attività umanitarie, necessarie in un’emergenza bellica, non sono certo le uniche a brulicare al monastero e intorno. La madre superiora è stata fra le principali animatrici del movimento Mussalaha. In arabo questo termine significa riconciliazione (aggiungi e togli poche lettere ed ecco che hai l’opposto: musallahin, gruppi armati). Dal 2013, nel pieno della guerra fomentata in modo criminale da tanti paesi rimasti impuniti, un gruppo di religiosi cristiani e musulmani, insieme a cittadini siriani laici si sono impegnati per ricreare l'unità del popolo siriano, al di là delle ferite della guerra. Il movimento Mussalaha ha lavorato per tregue locali fra l’esercito siriano e i gruppi armati non jihadisti. In seguito è stato creato un apposito ministero della Riconciliazione. Ma tutto è nato dalla base.

L’attuale fervore di attività del monastero, in fondo, è un altro modo per continuare l’opera della Mussalaha. Padre Daniel, che è il superiore dei monaci di Qara, una persona molto buona, spirituale e umile ma anche molto realista, dice: “La Siria è certamente un paese piegato, quasi spezzato dalla sofferenza. Ma in fondo no, non si è piegata e la gente è fiera, vuole rialzarsi, e in fondo in fondo è come orgogliosa perché dice: per primi ce l'abbiamo fatta.  Il destino della Siria sembrava molto simile a quello dell’Iraq, della Libia, degli altri paesi massacrati dai piani imperialisti, e invece ce l'hanno fatta…”.
  Decisamente i siriani potrebbero insegnare la resilienza al mondo occidentale.
Prosegue padre Daniel: Certo la guerra non è ancora finita e ci vorrà ancora del tempo per la vittoria. E le strade per la vittoria sono due: sicuramente quella militare nei confronti dei terroristi, ma insieme la mussalaha che è la grandissima sfida”.




R come ricostruzione e resilienza, insieme
Intrecciata alla riconciliazione, la ricostruzione. La Siria vi si sta coraggiosamente avviando. A tutti i livelli. Colpisce la capacità di creare iniziative, anche lì a Qara. I monaci si sono divisi i compiti. Suor Myri, portoghese, segue un laboratorio di sartoria. Le donne alle macchine da cucire sono tutte musulmane. Il responsabile è un signore sfollato da Homs che già lavorava nell'ambito della tessitura e della produzione di capi di abbigliamento. Le donne non hanno ancora l'esperienza sufficiente per la produzione delle borse e altri capi in modo industriale. Suor Myri spesso rimanda indietro la borsa malfatta ( ma quelle che abbiamo portato da vendere in Italia a sostegno delle donne rifugiate sono bellissime). Attenta è la verifica della qualità anche nel locale dove si produce la biancheria: hanno ricevuto dall'Europa pezzi di tessuto adatti a ricavare ricavare mutande e magliette, biancheria intima molto richiesta. … 

Spiega suor Maria: “Nella cittadina di Qara è terminata la fase dell'emergenza e dell'aiuto ai profughi e ora si sta passando a un'idea di sussistenza, di lavoro autogestito. E’ impressionante, fioriscono iniziative, idee, progetti per l’occupazione e la ripresa: gli stessi abitanti vengono qui a proporre e noi appoggiamo, valorizziamo, diamo in gestione le attività a laici affidabili. Non finisce mai, un'iniziativa ne tira un'altra”.

Si inventano di tutto. Sull'autostrada fra Homs e Damasco hanno aperto un bar con giardino esterno e all’interno il ristorante, 'Taybat Qara' cioè: cose buone. Chi si ferma a bere il caffè o a mangiare può anche acquistare i prodotti del monastero cucinati da vari gruppi di donne. Funziona così: man mano, la gente va a dire “so fare questo”, ed ecco che viene recuperato un sapere tradizionale e incentivata la creatività.

Anche chi governa la città partecipa a questo sforzo di ripresa della vita. Sotto il ristorante c’è un grande forno a cui soprintende l’amministratore cittadino; lì lavorano come cuochi diversi ragazzi che imparano a fare dolci antichi della Siria, come un rinomato dolce ai pistacchi irrorato da grasso di pecora.
Insomma uno spazio per le idee di tutti, per le proposte di tutti.

Le donne, la famiglia, i diritti
Suor Maria Gloria, cilena, coordina il Centro Sociale che ha molteplici attività. Cucina tipica, lavori di cucito, fabbricazione di piccoli oggetti regalo, decorazioni su vetro e ceramica, incontri tra donne per parlare di bambini, di salute. A poco a poco nell'ambito di questi dialoghi informali emergono aspetti più delicati come la violenza familiare, le difficoltà di relazione. Ma il Centro offre anche consulenza nell'ambito della separazione, del diritto familiare patrimoniale …. Una volta alla settimana arriva uno psicologo da Saydnaya per incontri con le donne. Un avvocato matrimonialista assiste nelle cause di separazione, sempre un po' complicate nel diritto musulmano.

I progetti sono proposti talvolta da organizzazioni non governative altre volte da Madre Agnès, che li vaglia e se non sono consoni allo spirito cristiano e alla mentalità locale non vengono accettati e messi in atto. Dunque, non c'è da parte del monastero un'accettazione supina di tutto ciò che viene proposto dalle agenzie umanitarie, come purtroppo è accaduto in altri paesi, compreso il Libano.

Ma il giacimento?
Tutto ciò che arriva viene destinato ai poveri. La distribuzione degli aiuti è controllata in modo ferreo, così da arginare la corruzione, uno dei mille effetti collaterali delle guerre. Abu George vaglia le richieste di aiuto con il metro della verità e della trasparenza, per non fare distribuzioni a casaccio a eventuali approfittatori.
 A Qara, i volontari ricevono una paga minima. Non è il guadagno la loro motivazione. E’ che attorno ai monaci sta crescendo come un senso di famiglia, la percezione che quella è come una casa.

Tutto bene? Lo speriamo con tutto il cuore.
Per Qara, c’è una nuova preoccupazione: la scoperta recente, proprio ai confini della proprietà del monastero, di un enorme giacimento di gas che, pensano lì, inevitabilmente porterà problemi.

Non è forse cominciata anche per il gas, la guerra per procura che per poco non ha inghiottito la Siria?