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sabato 29 dicembre 2018

Regalo di Natale: una lettera ai Maristi Blu da una famiglia sfollata


Ai Maristi di Aleppo.

In occasione delle Feste, vorrei augurare a voi e alle vostre famiglie un Natale felice e benedetto e un nuovo anno pieno di salute e di gioia.
Vorrei esprimervi la mia gratitudine e ringraziarvi per tutto quello che ci avete donato durante questi ultimi anni. Siete stati, e lo sarete per sempre, l'esempio dell' amicizia sincera e dell'amore per gli altri.
Voi ci avete mostrato, a noi e a tutti quanti, che siete veri fratelli e che non fate distinzioni circa la religione o la confessione.
Siamo orgogliosi della vostra amicizia e grati di vivere con voi sotto lo stesso cielo; sentimenti che abbiamo ereditato dai nostri padri e dai nostri antenati e che consegneremo ai nostri figli perché voi meritate il nostro rispetto e il nostro amore.

Sia benedetta la vostra affiliazione, voi 'i Maristi', a Maria; perché la Vergine Maria ha messo al mondo il Signore dell'Amore e della Pace, il nostro Signore Issa (NDT: Gesù si chiama Issa tra i musulmani) pace su di lui.
Come siamo orgogliosi di aver fatto parte di questa fraternità marista negli ultimi anni, noi vogliamo restare, se Dio vorrà, i vostri fratelli maristi musulmani. È così che abbiamo vissuto e continueremo a vivere fino alla nostra morte.

Miei cari fratelli Maristi, ogni tragedia ha due facce. Il lato oscuro della tragedia siriana era la guerra, le sofferenze e la tristezza. Ma la faccia luminosa, eravate voi, tutti voi senza eccezioni.
Il vostro comportamento, la vostra compassione e il vostro sorriso ci hanno restituito la speranza e hanno portato la gioia ai nostri figli. Grazie a voi, due dei miei figli sono ora all'università e gli altri tre seguono il percorso dei loro fratelli più grandi.
Con il vostro amore e la vostra umanità, siete stati al nostro fianco durante il più grande calvario che abbiamo vissuto: la grave malattia che ha portato via la mia sposa che, fino alla fine, vi è stata riconoscente, particolarmente al Dottor Nabil Antaki, così umano e così saggio.

Se, come al solito, con la vostra modestia, dite che tutto l'aiuto fornito e distribuito non viene da voi, vi risponderei comunque che l'amore siete voi, il sorriso siete voi, le buone maniere siete voi, il rispetto per gli altri siete voi. Avete distribuito l'aiuto, in parte fornito da altri, nel migliore dei modi. Ci avete insegnato una lezione meravigliosa: che il dono si fa con il sorriso e con il rispetto dell'altro.

Se voi, i Maristi, avete dovuto fermare il programma di distribuzione dei panieri alimentari, vi assicuro che resterete comunque nei nostri cuori fino alla fine dei nostri giorni e che racconteremo ai nostri figli e nipoti del vostro comportamento e della vostra solidarietà con noi affinché il vostro ricordo rimanga eternamente una fiamma che irradia.

Auguro a voi tutti un buon Natale e un felice anno nuovo. Trasmettete i miei auguri e i miei ringraziamenti anche a tutti i vostri collaboratori e donatori in Siria o all'estero.
Spero che questa lettera tocchi i vostri cuori perché essa esce dal mio. 

Vostro fratello Salah S.
Aleppo, il 21 dicembre 2018

mercoledì 26 dicembre 2018

Ritorno a Latakia


di Maria Antonietta Carta

Latakia non è stata devastata né dalle bombe né dai barbari che dal 2011 infestano la Siria. Le sono piovuti addosso soltanto pochi missili provenienti dalle belle montagne vicine, violate dai terroristi, e dal mare quando a scagliarli sono stati, in una notte di pochi mesi fa, aerei israeliani.

Latakia, prima della guerra, era una città mediterranea un po' indolente, anche se stravolta in alcuni decenni per il repentino aumento della popolazione e una indecente speculazione edilizia. Gli embarghi assassini che da oltre trent'anni periodicamente colpiscono la Siria per non essersi assoggettata ai diktat della politica imperiale e la paralisi del suo porto in seguito alla guerra Iran-Iraq, quando cessarono i traffici commerciali verso i paesi del Golfo, l'hanno impoverita negli anni ottanta del secolo scorso. Tuttavia era dolce anche d'inverno, tollerante, chiara, solare, abbracciata quasi interamente dalle acque del Mare Bianco, come gli Arabi chiamano il Mar Mediterraneo. E negli ultimi anni stava iniziando a conoscere uno sviluppo almeno in parte più armonioso.

Latakia non è stata ridotta in macerie dai bombardamenti, eppure essa racconta tutto l'orrore, la ferocia, l'insensatezza, la desolazione, l'impietosità della guerra.

Arrivando in un tardo mattino dello scorso ottobre, mi è apparsa affranta, schiacciata, annichilita. Chiusa in se stessa come i balconi che tende, ormai sudice e sbrindellate, hanno preso ad occultare da sette anni facendola sembrare un luogo di abbandono apocalittico.
In vaste aree della città, soprattutto il centro commerciale, più frequentato e popoloso, e le affollate periferie popolari, i marciapiedi sono divelti, le vie si riempiono di pozzanghere fangose anche dopo una pioggerellina, per l'incuria nella manutenzione della rete di canalizzazione delle acque piovane dovuta, come tanti altri disagi, a una severa economia di guerra. I muri degli edifici sono erosi ed ingrigiti per il terribile inquinamento causato da una moltitudine di generatori di corrente invecchiati, che rumoreggiano ovunque nei frequenti black-out, e dal traffico convulso, per il repentino all'aumento della popolazione con i rifugiati interni dalle zone di guerra.

La povertà e l'indigenza si leggono nei volti smunti e nelle membra gracili di tanti bimbi e adolescenti malnutriti a causa dei prezzi esorbitanti dei prodotti alimentari, dovuti ad una inflazione ormai incontrollata (immaginate che voi per comprare un chilo di carne doveste spendere un sesto di uno stipendio di 1200 euro), nella mendicità dilagante di vecchi e bambini, nella penuria o pessima qualità di farmaci salvavita. Le sanzioni criminali inflitte dall'Occidente, nonostante tutti gli sforzi del governo e della collettività, provocano danni irrimediabili per le cure delle malattie infantili, del cancro etc, e contribuiscono ad far lievitare costantemente i prezzi e ad aumentare la corruzione e i traffici illegali ai danni soprattutto dei cittadini poveri, cioè della stragrande maggioranza. La sofferenza e lo scoramento traspare dallo sguardo degli adulti o nella prostrazione che si indovina osservando i soldati che da anni affrontano l'insensata efferatezza sanguinaria di un conflitto non cercato.

La guerra ha artigliato tutti indiscriminatamente. Non esiste famiglia che non abbia avuto lutti, perdite di vite giovani, lacerazioni. Ciò che colpisce maggiormente è il senso di solitudine, di abbandono che le persone provano perché sentono che il mondo resta indifferente alla loro tragedia e l'urgenza di raccontare, di essere ascoltate, confortate, comprese, accompagnate.

Eppure, nonostante tutto, a Latakia la bellezza e la dolcezza non sono morte.
Le ho incontrate nella gioia insperata e accogliente delle persone ritrovate dopo una lunga assenza, nell'abbandono confidente con cui mi hanno raccontato le loro pene, nell'abbraccio caloroso di nuovi incontri, nell'arte che continua a vivere indomita, nella forza generosa di chi si prodiga per i più deboli e nella compostezza di chi ha perso tutto ma non la dignità.

Il ghigno gelido della guerra non è riuscito a paralizzare Latakia. Come non c'è riuscito ad Aleppo, a Damasco, Homs, Hama e in tanti altri luoghi della Siria.
Latakia, come il resto della Siria, resiste. Nonostante i potentissimi e implacabili nemici.


In un parco che si affaccia sul mare, Al Batarni Park, ogni sabato prende vita un mercato, Suq al Dayaa, di prodotti agricoli biologici coltivati soprattutto da donne in piccoli orti dei villaggi circostanti, e creazioni artigianali di locali ma anche di rifugiati interni che provengono da Raqqa, Deir al Zor, Abu Kamal. Il mercato esisteva già prima della guerra. A dargli inizio è stata tra altri Zeina, che amante della natura incontaminata, gentile, fervida, un po' bizzarra e sempre sorridente, fa pensare a un folletto dei boschi. Con l'esplodere del conflitto, Al Batarni e il suq sono diventati anche un luogo di riunione e di solidarietà tra abitanti autoctoni e chi è giunto in città fuggendo la distruzione della guerra. E Zeina, di professione farmacista, ha dato in affitto la sua farmacia per occuparsi a tempo pieno dei derelitti.

Ho conosciuto Samir, di padre siriano e madre cubana, prima della guerra. Aveva 18 anni ed era arrivato poco tempo prima a Latakia da Raqqa, dove aveva frequentato il liceo e suo padre faceva il medico. Avevano la casa a Tell Abiad, sua madre si prodigava per i malati e gli indigenti del luogo ed era molto amata. Sono stati i concittadini sunniti ad avvisare la sua famiglia, quando corse il rischio di essere perseguitata dai terroristi, essendo il padre alawita e la madre cristiana, e aiutarla a fuggire. La fuga da Tell Abiad ad Aleppo durò tre giorni. E infine Samir riuscì a riabbracciarli a Latakia. Mi ero molto affezionata a questo ragazzo gentile. Adesso di anni ne ha 26 ed ha trascorso il tempo della guerra soccorrendo poveri e ammalati. É garbato, pieno di calore umano e divertente come 10 anni fa, ma quando abbassa le difese traspare una grande sofferenza. '' La guerra in un modo o nell'altro è stata sempre presente nella mia esistenza come in quella di questa terra – mi dice in un momento di abbandono – Palestina, Iraq e adesso Siria''. Gli ho suggerito di scrivere le sue esperienze. ''Se dovessi raccontare tutte le cose orribili che ho visto e che vedo, potrei scrivere un libro al giorno'', mi ha detto.
Samir e Zeina dispensano cure e affetto a bambini e adolescenti disagiati, sperduti, che la guerra ha ferito. Portano anche gioia e coraggio dentro l'ospedale oncologico, facendo i clown e dispensando colori e amore.
In Al Batrani, i bambini si incontrano, giocano, disegnano, fanno musica. E vi si allestiscono dei tavoli con i doni dei locali, abbigliamento ed altro, a cui ognuno attinge secondo necessità. Il tutto avviene con grande rispetto e delicatezza: niente fotografie dei bisognosi mentre ricevono gli aiuti e discrezione sui donatori, come è costume da queste parti.
Zeina e Samir, sempre sorridenti e rispettosi, coadiuvati da volontari si occupano di tutto.
L'ambiente, tra bancarelle colorate del suq, spezie odorose e alberi frondosi risulta accogliente. Riposante. Alcuni rifugiati di Abu Kamal mi raccontano delle persecuzioni che gli sono state inflitte dai terroristi e dei loro attuali disagi, ma con grande misura e pudore. Senza sfoggio di autocommiserazione. Avevano una casa, un lavoro, una vita normale, e sono dovuti fuggire con soltanto gli abiti addosso. Saputo che sono italiana, una donna mi dice sorridendo: ''abitiamo in un luogo molto umile, ma se vieni a trovarci ti farò la pizza''. E quando racconto di essere stata diverse volte ad Abu Kamal prima della guerra, un uomo mi invita: ''Quando finisce la guerra sarai ospite a casa nostra.''

Nizar Ali Badr, è uno scultore fiero delle sue origini ''ugaritiche''. L'amore per il proprio Paese è sconfinato e non potrebbe mai abbandonarlo, dice. Oltre a scolpire, narra storie con sassolini e ciottoli raccolti alle pendici del Jebel Aqra. Il monte Saphon dei testi di Ugarit. Dove Baal, dio della tempesta, aveva edificato un sontuoso palazzo, e l'imperatore Aureliano era salito per sacrificare agli dei quando il monte si chiamava Casius.
L'immagine può contenere: una o più persone e follaCon le pietre raccolte tra la spiaggia mediterranea e il monte che per millenni fu considerato sacro, Nizar racconta il dolore, la fatica del vivere, la sopraffazione, l'abbandono, la violenza della guerra, le odissee dentro fragili barche, ma anche l'amore, la gioia, la danza e la fascinazione per la natura e i suoi doni. Con il semplice uso di quei sassolini, inventa racconti pervasi di compassione, di intensa tenerezza, e di comunione con un mondo naturale ''antico'' di cui sembra percepire ogni respiro. Come nelle epopee ugaritiche. Come in Omero che canta l'Aurora dalle rosee dita.
Fino a qualche tempo fa le sue creazioni erano quasi sempre effimere come i sogni che svaniscono all'alba. Talvolta, duravano il tempo necessario per una fotografia, perché la colla adatta a legare le pietre non si trova in Siria (leggi embargo) o è troppo costosa (leggi mercato nero). 

Sono andata a trovarlo. Abita in una periferia tanto desolata che arrivandoci si è presi dallo sconforto. Ma dopo una ripida e difficile serie di rampe di scale sbrecciate in un alto caseggiato, si raggiunge la terrazza ed ecco un mondo straordinario abitato da sculture e da ciottoli riuniti a formare racconti intensamente, poeticamente evocativi. Sorridendo, mi ha confidato di aver scoperto una colla di cui però non svelerà mai il segreto. ''Non ti chiederò la sua composizione, ma certo mi piacerebbe sapere come ci sei arrivato'' lo provoco ridendo. ''Mi ha insegnato il Monte'' risponde serio. Il monte Saphon, che svetta solenne all'orizzonte nel sole al tramonto, sembra dominare la terrazza affollata delle sue pietre e ciottoli. Ed io, che per lunghi anni ho cercato storie straordinarie nelle montagne di Latakia e conosco bene i legami profondi di chi le abita con quell'universo, non mi meraviglio.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta, spazio all'aperto e natura
Nizar ha i polsi ricoperti da molteplici braccialetti di ciottoli ''Pesano un chilo'' mi dice, accostando le due braccia, e mostrandomi le mani che non possono toccarsi aggiunge:
''Così non posso prendere soldi dai corruttori''.
Le inique e ingiuste sanzioni europee colpiscono anche gli artisti che hanno scelto di restare in Siria, ed essi vivono spesso in povertà o quasi, data la disastrosa situazione economica interna. A Nizar Ali Badr, noto ed apprezzato all'estero, è stato negato il visto per recarsi in Portogallo, dove si svolgeva una mostra personale e un film dedicato alla sua opera.

Con i ciottoli crea anche immagini terribili di torture e prevaricazioni, di ecatombi per i bombardamenti, di gente in fuga dalla guerra e di profughi sperduti in mezzo al mare. 
Nei disegni dei bimbi che si radunano nel Parco Batarni figurano carri armati, aerei e altre macchine che uccidono, tende di chi ha perso la casa, insiemi di linee che sembrano indicare storie di vita cancellate o che si ha timore di rievocare. 

Ho visitato anche la mostra di un affermato scultore e pittore, Fouad Dahadouh. Sono le sue ultime opere. Pitture nel tempo della guerra. Quadri popolati di figure femminili che vegliano morti o feriti, donne afflitte ma solidali e forti, che fanno pensare al risveglio. Alla vita che si rinnova e rigenera. E rovine che però non sono mai completamente scure, abbuiate, desolate. E mi viene in mente che nei disegni dei bambini, nella sublime semplicità di Nizar Ali Badr, nei quadri di Fouad Dahadouh. negli incontri con Zeina che sembra un folletto e con Samir che balla quando la sua ambascia è troppo acuta, come negli uomini e donne con cui mi sono commossa e ho sofferto ascoltando le loro vicende travagliate ma anche riso sorseggiando caffè, ho visto l'essenza del popolo siriano: la loro empatia con la vita in tutte le sue forme, la forza interiore, lo stoicismo nelle avversità. É come se capissero che la furia oscura della guerra non riesce a estinguere la chiarità. Ecco perché la Siria non può morire.

Potrei chiudere qui, con questo pensiero positivo, in queste giornate di feste natalizie e di attesa del nuovo anno che arriva, ma non posso. A Latakia ho visto anche bambini che non vanno al Suq al Dayaa, che non disegnano sotto i rami frondosi del Parco Al Batrani. Bambini che non vanno a scuola perché la scuola è lontana e inaccessibile, tanti bambini che ho visto faticare al mercato e nella pescheria vicino a casa, bambini che vendono fiori, accendini, gomme americane nelle strade, bambini che chiedono l'elemosina e saranno maltrattati da chi li sfrutta se non rimediano dei soldi. Bambini che sarebbero abusati sessualmente, come qualcuno mi confida titubante, e bambini che hanno assistito a troppa violenza, soprattutto quelli provenienti dalle città della Jazira, e sono diventati violenti. Bambini senza la fortuna di genitori che pur nella povertà e nella sofferenza sanno essere amorevoli. Bambini che non vanno neppure bene nei post su Facebook come immagine di una Siria che vuol rinascere dalle ceneri.

Tutti questi bambini che hanno imparato presto le asprezze dell'esistenza e potrebbero diventare forti se solo venissero accolti e difesi, sono invece troppo spesso ignorati e lasciati soli o in balia di chi li crocifigge. L'ultima sera prima della mia partenza, con Samir abbiamo immaginato dei luoghi in cui essi possano sempre recarsi sentendosi amati, compresi e protetti, per superare i terribili traumi della guerra e tornare ad essere davvero bambini. 
Questa è una grande sfida che bisogna affrontare a Latakia e in tutta la Siria, senza perdere tempo. Senza attendere la fine della guerra.

sabato 22 dicembre 2018

Buon Natale!

Sadad, affresco siriaco 
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.  
Parlate al cuore di Gerusalemme, e proclamatele che il suo tempo di guerra è finito, che la sua iniquità è espiata, perché ha ricevuto dalla mano dell'Eterno doppio castigo per tutti i suoi peccati». (Isaia 40, 1-2)

A tutti gli amici auguriamo di cuore Buon Natale
Ora pro Siria




Rassegna Stampa
alcuni religiosi siriani raccontano  come si vive il Natale di quest'anno 

- Il canto di Natale dei cristiani di Knayeh chiusi nella gabbia jihadista di Hayat Tahrir al-Sham :

Le speranze del popolo siriano alla luce del ritiro delle truppe dal nord est, annunciato dal presidente Usa Trump e contestato da più parti. Parla il vescovo caldeo mons. Antoine Audo :

Inizia il ritiro delle truppe USA.Il Vescovo Abou Khazen: meglio così

-  Mons. Jeanbart: “la guerra non è finita ma non mancano segni di una pace prossima” :

- Da Damasco, Padre Amer, siro-cattolico, descrive un clima per le strade della capitale che ricorda il periodo “precedente la guerra”.

 “Mother Fortress”, un viaggio nel cuore della Siria in guerra con uno sguardo particolare al coraggio dei monaci e delle monache del monastero di San Giacomo a Qara :

martedì 18 dicembre 2018

In Siria l'intera nazione si è mobilitata e ha vinto

    foto YAYOI SEGI © 2018 Andre Vltchek

Pubblichiamo il bel testo/dichiarazione d'amore alla Siria, di Vltchek, per lo sguardo di appassionata speranza con cui egli percorre questa terra:  
nell'auspicio fiducioso che venga finalmente il bel giorno della PACE! 
  OpS



Andre Vltchek  
New Eastern Outlook, 2018

Sì, ci sono macerie, in realtà distruzione totale, in alcuni quartieri di Homs, Aleppo, alla periferia di Damasco e altrove.

Sì, ci sono terroristi e "forze straniere" a Idlib e in diverse zone più piccole in alcune parti del paese.

Sì, centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita e milioni sono in esilio o sfollate.

Ma il paese della Siria è rimasto in piedi. Non si è sgretolato come la Libia o l'Iraq. Non si è mai arreso. Non ha mai considerato la resa come un'opzione. Ha attraversato l'agonia totale, attraverso il fuoco e il dolore inimmaginabile, ma alla fine ha vinto. Ha quasi vinto. E la vittoria, molto probabilmente, sarà definitiva nel 2019.

Nonostante le sue dimensioni relativamente piccole, non ha vinto come una "piccola nazione", combattendo la guerriglia. Sta vincendo come uno stato grande e forte: ha combattuto con orgoglio, frontalmente, apertamente, contro ogni previsione. Ha affrontato gli invasori con tremendo coraggio e forza, in nome della giustizia e della libertà.

La Siria sta vincendo, perché l'unica alternativa sarebbe la schiavitù e la sottomissione, e questo non è nella mentalità della gente qui. Il popolo siriano ha vinto perché doveva vincere, o affrontare l'inevitabile fine del suo paese e veder crollare il sogno di una patria pan-araba.

La Siria sta vincendo e, si spera, nulla qui in Medio Oriente, sarà mai più lo stesso. I lunghi decenni di umiliazione degli arabi sono finiti. Ora tutti "nel vicinato" stanno guardando. Ora tutti sanno: l'Occidente e i suoi alleati possono essere combattuti e fermati; non sono invincibili. Tremendamente brutali e spietati, sì, ma non invincibili. Anche gli apparati religiosi più violenti e fondamentalisti possono essere distrutti. L'ho detto prima, e lo ripeto anche qui: Aleppo è stata lo Stalingrado del Medio Oriente; Aleppo ma anche Homs, e altre grandi città siriane coraggiose. Qui il fascismo è stato affrontato, combattuto con tutte le forze e con grande sacrificio e infine rimosso.

Mi siedo nell'ufficio di un generale siriano, Akhtan Ahmad. Parliamo russo. Gli chiedo della situazione della sicurezza a Damasco, anche se la so già. Per diverse sere e notti, ho camminato attraverso le strette strade tortuose della città vecchia; una delle culle della razza umana. Anche le donne, anche le ragazze, vi camminavano. La città è al sicuro. "È sicura," sorride il generale Akhtan Ahmad, con orgoglio. "Sai che è al sicuro, vero?". Annuisco. È un alto comandante dell'intelligence siriana. Avrei dovuto chiedere di più, molto di più. Dettagli, dettagli. Ma non voglio conoscere i dettagli; non adesso. Voglio sentire ancora e ancora che Damasco è al sicuro, da lui, dai miei amici, dai passanti.
"La situazione ora è molto buona. Esci di notte…". Gli dico che l'ho fatto. Che lo sto facendo da quando sono arrivato. “Nessuno ha più paura", continua. "Anche nei luoghi in cui i gruppi terroristici erano soliti operare, la vita sta tornando alla normalità ... Il governo siriano sta ricominciando a fornire acqua, elettricità. Le persone stanno tornando nelle aree liberate. La Ghouta orientale è stata liberata solo 5 mesi fa, e ora puoi vedere i negozi riaprire anche lì, uno dopo l'altro ".
Ho firmato diverse autorizzazioni. Ho fatto la foto al generale. Sono stato fotografato con lui. Non ha nulla da nascondere. Non ha paura. Gli dico che alla fine di gennaio 2019, o al più tardi a febbraio, vorrei andare a Idlib, o almeno nei sobborghi di quella città. Va bene; devo solo farglielo sapere qualche giorno prima. Per Palmyra, bene. Ad Aleppo, nessun problema. Ci stringiamo la mano. Si fidano di me. Mi fido di loro. Questa è l'unica via da seguire: questa è ancora una guerra. Una guerra terribile e brutale. Nonostante il fatto che Damasco sia ora libera e sicura.
SY2
Dopo aver lasciato l'ufficio del generale, andiamo a Jobar, alla periferia di Damasco; quindi a Ein-Tarma.
Lì, è una follia totale.
Jobar era una zona prevalentemente industriale, Ein-Tarma un quartiere residenziale. Entrambi i posti sono stati ridotti quasi interamente in macerie. A Jobar mi è permesso di filmare all'interno dei tunnel che erano usati dai terroristi; dalle Brigate Rahman e dagli altri gruppi con legami diretti con il Fronte di Al-Nusrah. La scena è inquietante. Precedentemente queste fabbriche offrivano decine di migliaia di posti di lavoro alla popolazione della capitale. Ora, nulla si muove qui. Silenzio tombale, solo polvere e rottami.
Il tenente Ali mi accompagna, mentre scavalco i detriti. Gli chiedo cosa è successo qui. Lui risponde, attraverso il mio interprete: "Questo posto è stato liberato solo nell'aprile 2018. Era uno degli ultimi posti che è stato ripreso ai terroristi. Per 6 anni, una parte era controllata dai "ribelli", mentre un'altra dall'esercito. I nemici hanno scavato dei tunnel ed è stato molto difficile sconfiggerli. Hanno usato tutte le strutture su cui potevano mettere le mani, comprese le scuole. Da qui, la maggior parte dei civili è riuscita a fuggire. "
Gli chiedo della distruzione, anche se conoscevo la risposta dato che i miei amici siriani vivevano in quest'area e mi raccontavano le loro storie dettagliate. Il tenente Ali conferma: "L'Occidente stava alimentando il mondo con la propaganda, dicendo che questa era distruzione causata dall'esercito. In realtà, l'esercito siriano combatteva contro i ribelli solo quando questi stavano attaccando Damasco. Alla fine, i ribelli si sono ritirati da qui, dopo gli scambi con il governo sponsorizzati dalla Russia .".
Pochi chilometri più a est, a Ein-Tarma, le cose sono molto diverse. Prima della guerra, questo era un quartiere residenziale. La gente viveva qui, principalmente in palazzi a più piani. Qui, i terroristi hanno colpito duramente i civili. Per mesi o anche anni, le famiglie hanno dovuto vivere tra terribile paura e privazioni.
Ci siamo fermati all'umile bottega che vende verdura. Qui, mi sono avvicinato a una signora anziana, e dopo che lei ha acconsentito, ho iniziato le riprese. Lei parlava, e poi ha urlato, dritto nella telecamera, agitando le mani: "Abbiamo vissuto qui come bestie. I terroristi ci hanno trattato come animali. Eravamo spaventati, affamati, umiliati. Donne: i terroristi si prenderebbero 4-5 mogli, costringendo ragazze e donne mature a cosiddetti matrimoni. Non avevamo nulla; non ci è rimasto niente!". "E adesso?" ho chiesto. "Adesso? Guarda! Viviamo di nuovo. Abbiamo un futuro. Grazie; grazie, Bashar! ". Lei chiama il suo presidente con il suo nome. Preme i palmi contro il suo cuore, e dopo averli baciati, agita di nuovo le mani. Non c'è niente da chiedere, davvero. Ho solo filmato. Lei dice tutto, in due minuti. Mentre partiamo, mi rendo conto che probabilmente non è vecchia; non è affatto vecchia. Ma quello che è successo qui l'ha spezzata a metà. Ora lei vive; lei vive e spera di nuovo.
Chiedo al mio autista di muoversi lentamente, e comincio a filmare la strada, rotta e polverosa, ma piena di traffico: gente che cammina, biciclette e macchine che passano, schivando le buche. Nelle strade laterali, la gente lavora sodo, ricostruisce, ripulisce le macerie, taglia le travi cadute. L'elettricità viene ripristinata. Lastre di vetro inserite nei telai di legno graffiati. Vita. Vittoria; tutto ciò è agrodolce, perché così tante persone sono morte; perché così tanto è stato distrutto. Ma la vita è, nonostante tutto, di nuovo vita... E speranza, tanta speranza.
Mi siedo con i miei amici, Yamen e Fida, in un classico, vecchio caffè di Damasco, chiamato L'Avana. È una vera istituzione; un luogo in cui i membri del partito Baath si incontravano, durante i vecchi e turbolenti giorni. Le fotografie del presidente Bashar al-Assad sono esposte in modo prominente.
Yamen, un educatore, ricorda come ha dovuto spostarsi da un appartamento all'altro, in diverse occasioni negli ultimi anni: "La mia famiglia viveva proprio accanto a Jobar. Tutto lì intorno stava restando distrutto. Abbiamo dovuto trasferirci. Poi, nel posto nuovo dove stavamo, stavo camminando con mio figlio piccolo quando un colpo di mortaio è caduto vicino a noi. Ho visto un edificio in fiamme. Mio figlio stava piangendo inorridito. Una donna accanto a noi urlava, cercando di buttarsi tra le fiamme: "Mio figlio è dentro, ho bisogno di mio figlio, datemi mio figlio!". In passato, non potevamo prevedere da dove e quando sarebbe arrivato il pericolo. Ho perso diversi parenti; membri della famiglia. E' successo a tutti. "
Fida, la collega di Yamen, si prende cura della sua anziana madre, ogni giorno, quando torna dal lavoro. La vita è ancora dura, ma i miei amici sono veri patrioti e questo li aiuta ad affrontare le sfide quotidiane.
Davanti a una tazza di caffè arabo forte, Fida spiega: "Ci vedi ridere e scherzare, ma nascosto dentro, quasi tutti noi soffriamo di un profondo trauma psicologico. Quello che è accaduto qui è stato duro; tutti abbiamo visto delle cose terribili e abbiamo perso i nostri cari. Tutto questo rimarrà in noi, per molti anni a venire. La Siria non ha abbastanza psicologi e psichiatri professionisti per far fronte a questi problemi. Così tante vite sono state rovinate. Sono ancora impaurita. Ogni giorno. Molte persone sono state terribilmente scosse ". "Mi dispiace per i figli di mio fratello. Sono nati durante questa crisi; anche il mio piccolo nipote ... Una volta siamo finiti sotto il fuoco di un mortaio. Lui era così spaventato! I bambini sono davvero molto colpiti! Personalmente, non ho paura di essere uccisa. Ho paura di perdere il braccio o la gamba, o di non essere in grado di portare mia madre in ospedale, se dovesse sentirsi male. Almeno la mia città natale, Safita, è sempre stata al sicuro, anche durante i peggiori giorni del conflitto ".
 "Non la mia Salamiyah", si lamenta Yamen: "A Salamiyah era semplicemente terribile. Molti villaggi hanno dovuto essere evacuati ... Molte persone sono morte lì. Ad est della città c'erano le posizioni di Al-Nusrah, mentre l'ovest era tenuto dall'ISIS ".
Sì, centinaia di migliaia di siriani sono state uccisi. Milioni di persone costrette a lasciare il paese, per sfuggire sia ai terroristi che al conflitto, nonché alla povertà, conseguenza dei combattimenti. Milioni di persone sono sfollate internamente; l'intera nazione in movimento.
Il giorno prima, dopo aver lasciato Ein-Tarma, eravamo arrivati vicino a Zamalka e Harasta. Interi vasti quartieri erano rasi al suolo o almeno terribilmente danneggiati.  Quando vedi i sobborghi orientali di Damasco, quando vedi gli edifici fantasma senza pareti e finestre, con i fori dei proiettili che punteggiano i pilastri, pensi di aver visto tutto. La distruzione è così grande; sembra che un'intera grande città sia stata fatta saltare in aria. Dicono che questo paesaggio inquietante non cambia per almeno 15 chilometri. L'incubo va avanti a lungo, senza alcuna interruzione.

Quindi sì, tendi a pensare di aver visto tutto, ma in realtà non è così. È perché non hai ancora visitato Aleppo, né Homs.
Per diversi anni ho combattuto per la Siria. Lo stavo facendo dalle periferie. Sono riuscito ad andare sulle alture del Golan occupate da Israele e a presentare resoconti sulla brutalità e il cinismo dell'occupazione. Per anni ho descritto la vita nei campi profughi e "intorno a loro". Alcuni campi erano reali, ma altri in realtà venivano utilizzati come campi di addestramento per i terroristi, che venivano successivamente infiltrati in territorio siriano dalla NATO. Una volta sono quasi scomparso mentre facevo riprese di Apayadin, una di queste "istituzioni", eretta non lontano dalla città turca di Hattay (Atakya). Io sono 'quasi' scomparso, ma in realtà altri sono morti davvero. Testimoniare ciò che l'Occidente e i suoi alleati hanno fatto alla Siria è pericoloso quanto coprire la guerra all'interno della stessa Siria.
Ho lavorato in Giordania, scrivendo sui rifugiati, ma anche sul cinismo della collaborazione giordana con l'Occidente. Ho lavorato in Iraq dove, in un campo vicino a Erbil, il popolo siriano era costretto sia dall'ONG che dallo staff delle Nazioni Unite, a "denunciare" il presidente Assad, se volevano ricevere almeno alcuni servizi di base. E, naturalmente, ho lavorato in Libano, dove sono stanziati più di un milione di siriani, spesso affrontando terribili condizioni inimmaginabili e discriminazioni (molti adesso stanno tornando indietro).
Ed ora che ero finalmente dentro, tutto sembrava in qualche modo surreale, ma mi sembrava giusto. La Siria appariva essere come mi aspettavo che fosse: eroica, coraggiosa, determinata e inconfondibilmente socialista.
SY3
Homs. Prima di andarci, pensavo che niente potesse più sorprendermi. Ho lavorato in tutto l'Afghanistan, in Iraq, Sri Lanka, Timor Est. Ma presto mi sono reso conto che non avevo visto nulla, prima di visitare Homs.
La distruzione di diverse parti della città è così grave che assomiglia alla superficie di un altro pianeta, o un frammento di un film horror apocalittico.  La gente che si arrampica tra le rovine; una coppia di anziani che visita quello che un tempo era il loro appartamento; una scarpa da ragazza che trovo in mezzo alla strada, coperta di polvere. Una sedia in piedi nel bel mezzo di un incrocio, da cui tutte e quattro le strade portano verso orribili rovine. 
Homs è dove è iniziato il conflitto.
La mia amica Yamen mi ha spiegato, mentre guidavamo verso il centro: "Qui, i media hanno acceso l'odio; per lo più i mass media occidentali. Ma c'erano anche i canali del Golfo: Al-Jazeera, così come le stazioni televisive e radiofoniche dell'Arabia Saudita. Lo sceicco Adnan Mohammed al-Aroor appariva, due volte a settimana, in un programma televisivo mentre invitava la gente a manifestare in strada, sbattendo su pentole e padelle; di combattere contro il governo ".
Homs è il luogo in cui è iniziata la ribellione antigovernativa, nel 2011. La propaganda anti-Assad dall'estero ha presto raggiunto un crescendo. L'opposizione era sostenuta ideologicamente dall'Occidente e dai suoi alleati. Rapidamente il supporto divenne tangibile e includeva armi, munizioni e migliaia di combattenti jihadisti.
Una volta città tollerante e moderna (in un paese secolare), Homs ha iniziato a cambiare, a dividersi tra i gruppi religiosi. La divisione è stata seguita dalla radicalizzazione.
Un mio buon amico, un siriano che ora vive tra Siria e Libano, mi ha raccontato la sua storia: "Ero molto giovane quando iniziò la rivolta. Alcuni di noi avevano alcune lamentele legittime e abbiamo iniziato a protestare, sperando che le cose potessero cambiare per migliorare. Ma molti di noi si sono presto resi conto che le nostre proteste sono state letteralmente sequestrate da fuori. Volevamo una serie di cambiamenti positivi, mentre alcuni leader stranieri volevano solo rovesciare il nostro governo. Di conseguenza, ho lasciato il movimento."
Ha poi condiviso con me il suo segreto più doloroso: "In passato, Homs era una città estremamente tollerante. Sono un musulmano moderato e la mia fidanzata era una cristiana moderata. Eravamo molto uniti, ma la situazione in città stava cambiando rapidamente, dopo il 2011. Il radicalismo era in aumento. Le ho chiesto ripetutamente di coprirsi i capelli mentre attraversava i quartieri musulmani. Era una precauzione, perché stavo cominciando a vedere chiaramente cosa stava succedendo intorno a noi. Lei ha rifiutato. Un giorno, è stata colpita, in mezzo alla strada. L'hanno uccisa. La mia vita non è mai più stata la stessa."
In Occidente, si dice spesso che il governo siriano è stato almeno parzialmente responsabile della distruzione della città. Ma la logica di tali accuse è assolutamente perversa. Immaginate Stalingrado. Immaginate l'invasione straniera; un'invasione sostenuta da diverse potenze fasciste ostili. La città combatte, il governo cerca di fermare l'avanzamento delle truppe del nemico. La lotta è terribile, una lotta epica per la sopravvivenza della nazione prosegue. Di chi è la colpa? Degli invasori o delle forze governative che stanno difendendo la loro stessa patria? Qualcuno può accusare le truppe sovietiche di aver combattuto nelle strade delle loro città che erano attaccate dai nazisti tedeschi?  Forse la propaganda occidentale è capace di tali "analisi", ma sicuramente non lo è nessun essere umano razionale.    La stessa logica di Stalingrado dovrebbe applicarsi anche a Homs, ad Aleppo e a molte altre città siriane. Coprendo letteralmente dozzine di conflitti accesi dall'Occidente in tutto il mondo (e descritti in dettaglio nel mio libro di 840 pagine "Exposing Lies Of The Empire"), io non ho dubbi: la piena responsabilità della distruzione sta sulle spalle degli invasori.
Incontro la signora Hayat Awad in un antico ristorante chiamato Julia Palace. Questa era la roccaforte dei terroristi. Hanno occupato questo bellissimo posto, situato nel cuore della vecchia città di Homs. Ora, le cose stanno lentamente tornando alla vita qui, almeno in diverse zone della città. Il vecchio mercato funziona, l'università è aperta, così come molti edifici governativi ed alberghi. Ma la signora Hayat vive sia nel passato che nel futuro. La signora Hayat ha perso suo figlio, Mahmood, durante la guerra. Il suo ritratto è sempre con lei, inciso in un pendente che indossa sul petto.
"Aveva solo 21 anni, era ancora uno studente, quando decise di arruolarsi nell'esercito siriano. Mi disse che la Siria era come sua madre. Lui la amava, come amava me. Stava combattendo contro il Fronte di Al-Nusrah e la battaglia era molto dura. Alla fine della giornata mi ha chiamato, giusto per dirmi che la situazione non era buona. Nella sua ultima telefonata mi ha chiesto solo di perdonarlo. Ha detto: 'Può darsi che io non ritorni. Ti prego, perdonami. Ti amo!'". Ci sono molte madri come lei, qui a Homs, che hanno perso i loro figli?   "Sì, conosco molte donne che hanno perso i loro figli; e non solo uno, a volte due o tre. Conosco una signora che ha perso i suoi due soli figli. Questa guerra ha preso tutto di noi. Non solo i nostri figli. Do la colpa ai Paesi che hanno sostenuto le ideologie estreme iniettate in Siria; paesi come gli Stati Uniti e quelli in Europa ".
Dopo che ho finito le riprese, lei ringrazia la Russia per il suo sostegno. Ringrazia tutti i Paesi che sono stati vicino alla Siria, in quegli anni difficili. Non lontano dal Julia Palace, i lavori di ricostruzione sono in pieno svolgimento. E a pochi passi, una moschea restaurata sta riaprendo. La gente balla, celebrando. È il compleanno del profeta Mohammed. Il Governatore di Homs si incammina verso i festeggiamenti, insieme ai membri del suo governo. Non c'è quasi nessun apparato di sicurezza intorno a loro. Se l'Occidente non scatena l'ennesima ondata di terrore contro i suoi abitanti, Homs dovrebbe rimettersi proprio bene. Non subito, forse non presto, ma lo farà, con l'aiuto risoluto dei russi, cinesi, iraniani e altri compagni. La Siria stessa è forte e determinata. I suoi alleati sono potenti.
Voglio credere che gli anni più terribili siano finiti. Voglio credere che la Siria abbia già vinto. Ma so che c'è ancora Idlib, ci sono anche le sacche occupate dalle forze Turche e Occidentali. 
Non è ancora finita. I terroristi non sono stati completamente sconfitti. L'Occidente sparerà i suoi missili. Israele invierà la sua aviazione per brutalizzare il paese. E i mezzi di comunicazione di massa occidentali e del Golfo continueranno a combattere la guerra dei media, agitando e confondendo alcuni segmenti del popolo siriano.
Tuttavia, mentre esco da Homs, vedo negozi e persino boutiques che riaprono in mezzo alle macerie. Alcune persone si vestono, di nuovo elegantemente, per mostrare la loro forza; la loro determinazione a gettare il passato alle spalle e a vivere, ancora una volta, le loro vite normali....
Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È  creatore di "Vltchek's World in Word and Images" e scrittore di diversi libri, tra cui "Revolutionary Optimism, Western Nihilism". Scrive in particolare per la rivista online "New Eastern Outlook".

domenica 16 dicembre 2018

La prossima inevitabile battaglia della Siria contro la corruzione


Un ragionamento importante che serve la verità.
Ho tradotto una parte, ma consiglio la lettura integrale dell'articolo. 
Condivido il punto di vista di Ghassan Kadi e ritengo questa analisi utile per un discorso che travalichi clichés o narrazioni agghindate ad hoc.
    Maria Antonietta Carta


di Ghassan Kadi per The Saker blog

Negli ultimi anni, e da quando è iniziata la "Guerra contro la Siria", abbiamo ascoltato molti esprimere il loro fervido entusiasmo sulla Siria prima della guerra. Magari non erano mai stati in Siria, principalmente occidentali, eppure invariabilmente raccontavano di un Paese "perfetto", dove tutti vivevano in pace, armonia e onestà. Certo, alcuni di questi aspetti sono in parte veritieri e la società è civile ed etica, ma la Siria non è mai stata perfetta, e quando i patrioti siriani l'hanno difesa non l'hanno fatto, e non lo fanno, perché è perfetta, ma piuttosto per preservare la sua unità, indipendenza, secolarismo e integrità... ...

A nessuno piace parlare di corruzione del proprio Paese, per timore che sia percepito come un discredito sull'intera comunità. Ciò sarebbe molto ingiusto, perché i Siriani hanno principi elevati, patriottismo e dignità.
Ma affrontiamo il tema: senza corruzione i terroristi non sarebbero stati in grado di portare in Siria un'enorme quantità di materiale militare prima dell'inizio della guerra, e non sto parlando delle frontiere fuori controllo di Turchia, Giordania e Libano da cui sono entrati anche convogli di carri armati. Parlo del periodo in cui ancora si viveva in pace, e una certa quantità di armi e combattenti, sufficiente per accendere la miccia, fu infiltrata nel Paese...

Scrivere questo articolo è doloroso, ma ignorare il problema e far finta che non esista né aiuta a sradicarlo né a servire la verità. Ciò che rende tutto questo più straziante è il pensiero che decine di migliaia di membri dell'esercito che hanno perso la vita, centinaia di migliaia di cittadini in lutto e milioni che hanno patito sono persone dignitose, orgogliose e integre. È sempre una cattiva minoranza che può infliggere il danno, proprio come hanno fatto i jihadisti. Ma a differenza dei jihadisti, che è possibile identificare dal loro armamentario, i corrotti non si distinguono e possono essere in agguato in qualsiasi luogo, in qualsiasi dipartimento governativo e in qualsiasi angolo di strada.

Non sarei sorpreso se alcuni lettori pensassero che con questo articolo stia accusando di corruzione l'intero apparato del governo siriano e perciò mi urge sottolineare che, se nel governo della Siria la stragrande maggioranza di uomini e donne non fossero onesti e incorruttibili, il Paese sarebbe andato perso. Dobbiamo fermarci qui per un momento e fare un elogio speciale alle missioni diplomatiche a cui sono state offerte alte somme di denaro per tradire, ma senza successo. E non bisogna dimenticare le decine di migliaia di soldati che si sono rifiutati di lasciare le fila dell'Esercito Siriano benché gli siano stati offerti salari molto più alti e posizioni di rilievo nel nuovo Stato se la guerra fosse stata vinta. Per non parlare delle centinaia di migliaia, anzi milioni di persone, che hanno rifiutato di lasciare le loro case nelle situazioni più terribili. Sono quei patrioti solidi e la saggia guida al loro fianco che ha vinto la guerra. Sfortunatamente però, bastano poche mele marce per rovinare tutto e se un ministro ha anche un unico esperto corrotto che controlla il flusso di informazioni,può essere facilmente pregiudicato il buon lavoro di un intero ministero.

Bisogna ribadire chiaramente che senza gli elementi corrotti, i nemici della Siria non sarebbero stati in grado di far entrare sufficienti 'micce detonanti' per incendiare il Paese. Sarebbe quindi incomprensibile e imperdonabile chiudere gli occhi sulla corruzione dopo la fine delle battaglie terrestri, specialmente quando vediamo azioni quali l'assassinio del prof. Isber.

Se la Siria vuole evitare ulteriori disastri, deve dichiarare aperta la stagione contro la corruzione. Quanto prima meglio sarà. 

martedì 11 dicembre 2018

Gli zorro del Diritto Umanitario Mondiale


di Michel Raimbaud
Traduzione italiana per OraproSiria di Gb.P.
Presentata come imminente durante tutta l'estate, la battaglia di Idlib, che avrebbe segnato per l'esercito siriano la fase finale della lotta contro il terrorismo, non ha avuto luogo. Rifugio per migliaia di sopravvissuti del jihad e spazio consegnato agli imbrogli di Erdogan, questa città vicino ad Aleppo e alla Turchia ha fatto versare fiumi di inchiostro e di saliva, ma il bagno di sangue annunciato invece non c'è stato. Un accordo a sorpresa tra la Russia e l'Ottomano che rinvia ai loro studi gli indovini e gli esperti di orientologia e - insinuano le male lingue - a rinviarne la riconquista militare alle calende turche ...
Dunque, dimentichiamo Idlib per il momento e andiamo subito al fatto o alla nuova malefatta, che si chiama Deir Ezzor. Come sappiamo, a meno che non l'avessimo già dimenticato, questa città è stata liberata dall'esercito siriano nel novembre 2017 dallo “Stato islamico" che l'aveva occupata, ma essa si deve ancora confrontare con varie minacce, legate in particolare alla sua situazione geostrategica. Situata sulle rive dell'Eufrate, vicino a pozzi petroliferi e adiacente a ricchi terreni agricoli, è oggetto di molta cupidigia, motivo per cui Da'esh ha preso residenza lì. È anche il motivo per cui è il bersaglio dei Kurdi, che tendono a considerare il Kurdistan ovunque, ma anche l'oggetto della sollecitudine dei Turchi che hanno la nostalgia ottomana a fior di pelle e degli occidentali che la vedono come una terra da democratizzare al modo di Debeliou.  Le "forze democratiche della Siria", che si presentano come "arabo-curde" brandiscono una "priorità" che sarebbe quella di combattere contro il terrorismo, quello dei Turchi in particolare, ma Washington strumentalizza gli uni e gli altri, l'obiettivo comune è impedire il ritorno dello Stato siriano.
Circa la "coalizione internazionale", formatasi con la scusa di combattere Da'esh, è di fatto un ulteriore esercito per procura degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che combatte e distrugge per conto dell'America. Giova ancora ripeterlo: la cosiddetta America in tutti i suoi travestimenti (forze speciali, consiglieri, NATO, "coalizione", vari eserciti e mercenari), è presente in Siria in totale illegalità, senza autorizzazione e contro la volontà del governo legale di Damasco . Lo stesso vale per i suoi alleati, senza offesa per tutti i guerrafondai occidentali. Il resto è semplicemente inverosimile, falso e ridicolo.
Tuttavia, sempre alla ricerca di progetti creativi, come il caos con lo stesso nome, la "coalizione" che imperversa in Siria, in scompiglio di fronte alle evoluzioni della situazione nella regione, ha intrapreso una nuova offensiva, violando ancora un po' di più il diritto internazionale, il diritto umanitario e le ipocrite "leggi di guerra" ...
La "coalizione" ha appena colpito di nuovo, portando avanti a tre o quattro riprese bombardamenti mortali su obiettivi civili nella zona di Deir Ezzor. In una settimana si contano più di 100 vittime, per lo più donne e bambini. Le armi usate - bombe a frammentazione, o al fosforo bianco, particolarmente crudeli e che lasciano tracce nell'ambiente, sono all'ordine del giorno per i nostri "Zorro" del Far West planetario. E perché no, di nascosto, delle bombe all'uranio impoverito per insegnare come vivere ai dannati della terra? I media occidentali glissano su queste stragi collaterali in silenzio o le citano senza emozioni apparenti. Guidata da motivazioni così nobili, la "coalizione" non può commettere crimini di guerra, per definizione ... Così, la città di Raqqa è stata rasa al suolo e i suoi abitanti sono stati massacrati, dopo che i leader terroristi erano stati accuratamente esfiltrati: su questo non è stato mai pubblicato un rapporto. Come diceva la signora Albright, amata collega dei nostri ministri e nonna di tutti i bambini mutilati delle guerre dell'Asse del Bene, "questo è il prezzo da pagare per la democratizzazione" (sic).
Avete detto "diritto umanitario"? Avete detto "ambiente"? Avete detto "diritto internazionale", "legalità delle Nazioni Unite"? Dove si andrebbe se i paesi che si arrogano "il diritto di dire il giusto" dovessero anche metterlo in pratica, o addirittura dare l'esempio? Non possono fare tutto, già che sono depositari del pesante "fardello dell'uomo bianco" ridenominato "responsabilità di proteggere". Da qui la suddivisione dei compiti, ad alcuni definire il diritto e agli altri il dovere di rispettarlo e il pericolo di essere puniti, anche a titolo di prevenzione: non tutti possono essere medici, ci vogliono pure i pazienti! E Dio sa che la povera umanità è paziente.
Per il dominante e sicuro Establishment, tutto questo è ovvio: "le nostre grandi democrazie occidentali", ammiraglie dell'Umanità, non si definiscono anzitutto come nazioni civili governate dallo Stato di diritto? Questo Stato di diritto con cui le nostre "élite" si riempiono la bocca fino ad averla secca, è quello in cui tutti possono, sembrerebbe, difendere il proprio diritto e cercare giustizia per i danni di cui si ritiene essere stati vittima, senza garanzie di risultato, tra l'altro; ma non è un diritto di competenza universale, perché riguarda solo le "persone civili", non i "fuori-legge": anzi, lo Stato di diritto è anche, e forse soprattutto, uno Stato che può fare la guerra sporca in casa d'altri senza mai chiedere la loro opinione ai propri cittadini o ai loro rappresentanti, costituzione o no ... Un conto è la teoria e un altro la pratica ... Il famoso villaggio globale a cui le nostre élite si riferiscono in modo naturale e senza ridere, questa torta alla crema con la quale le "élite" ci spalmano, è a immagine delle nostre grandi città "globalizzate". C'è il centro ricco e "civilizzato", piuttosto ad ovest, "l'umanità dall'alto" che conta e decide, la "comunità internazionale" auto-intronizzata. Sfortunatamente, non essendoci niente di perfetto a questo mondo, ci sono anche, nel sud e nell'est, tutti questi sobborghi di fuori-legge , dove si muove "l'umanità dal basso" o il piano mezzanino: sono il punto di riferimento dei manifestanti e dei resistenti, che si rifiutano di "unirsi alla comunità internazionale occidentale", osando opporsi ai suoi vari valori e ai suoi indicatori. Che questi malviventi siano "rinascenti" o "emergenti" non cambia il fatto, devono essere sanzionati, minacciati e circondati: non sono essi "preoccupanti" così come lo sono gli Stati falliti, canaglia, paria, con i quali si alleano e che essi proteggono?
In un articolo pubblicato il 4 ottobre 2015, intitolato « Etats voyous et grandes voyoucraties » , l'autore di queste righe ha ricordato la " teoria del pazzo", frutto del cervello di Richard (Dick) Nixon, già mezzo secolo fa: è auspicabile che l'America sia guidata da "pazzi con un comportamento imprevedibile, con un'enorme capacità di distruzione, per creare o rafforzare le paure degli avversari", pensava "Tricky Dicky" altrimenti detto "Dick il baro". Ponendo i "principi base della deterrenza nell'era post-guerra fredda", uno studio del 1995 per il Comando Strategico riaffermava questa idea principale: poiché gli Stati Uniti "hanno sostituito l'Unione Sovietica con i cosiddetti Stati canaglia", devono proiettare un'immagine "irrazionale e vendicativa di se stessi", "alcuni elementi" del governo che appaiono "potenzialmente folli, impossibili da controllare"? Eppure lo zio Donald era lontano dalla Casa Bianca. Ma venticinque anni dopo, la teoria del pazzo è più che mai attuale e Trump è al comando.
In ogni caso, questa prosa delirante spiega il perché di questo "mondo al contrario" concepito dall'Occidente, in cui ogni parola, ogni frase, ogni concetto significa il suo opposto, il diritto essendo così tradotto in non-diritto, la legalità in illegalità, il desiderio di giustizia nella sua sistematica negazione, la volontà di pace in follia bellicosa e la verità in menzogna. Questo è sufficiente per spiegare come le "grandi democrazie" autoproclamate vengano trasformate in "delinquentocrazie", seguendo -fingendo di ignorarli- i tre criteri che, secondo uno dei "nuovi storici" di Israele, Avraham Shlaim, professore emerito di Oxford, definiscono lo Stato canaglia, il "Rogue State" degli anglosassoni:
- Violare regolarmente la legalità internazionale,
- Possedere armi di distruzione di massa,
- Utilizzare il terrorismo per terrorizzare le popolazioni civili.
Su queste basi, il GPS non porta a Damasco, a Teheran o Mosca, ma a coloro che lo hanno progettato. Nel giugno 2000, Robert McNamara, ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti (dal 1961 al 1968), aveva già pensato (The International Herald Tribune) che gli Stati Uniti fossero diventati uno "stato canaglia". Dieci anni dopo, all'inizio delle disastrose "Primavere arabe", Noam Chomski constaterà che il suo paese "è al di sopra del diritto internazionale". Due coscienze americane tra tante altre. Resta comunque che, nel dizionario degli innamorati dell'America, si raccolgono più fioretti che in tutte le omelie di Papa Francesco. George W. Bush, noto studioso di questioni storiche ("Perché ci odiano così tanto quando siamo così bravi?") aveva già il talento di sfidarci. L'attuale inquilino dell'ufficio ovale, lo zio Donald, è anch'egli una sentinella che sa farci sapere, con il solido buon senso dei saloon e dei ranch, il frutto delle sue cogitazioni: "Il mondo è un posto molto pericoloso", ci dice nel novembre 2018. Non possiamo contraddire il Presidente degli Stati Uniti, per definizione provetto in termini di pericolosità.
Per il periodo dal 1945 ad oggi, l'Impero del Bene può iscrivere al proprio bilancio 20-30.000.000 uccisi, tra le guerre dirette (Corea, Vietnam, Iraq) o quelle per procura (in Afghanistan Angola, Congo, Sudan, Guatemala, Siria) guidate da forze e da milizie alleate, spesso guidate e controllate dagli Stati Uniti. Si potrebbe anche, senza temere smentite, contare centinaia di milioni di vittime in questi molteplici conflitti e centinaia di altre indiretti risultati delle ostilità (carestie, epidemie, migrazioni, schiavitù, distruzione dell'ambiente, delle infrastrutture, prelievo dalle spese vitali per le spese militari), o frutto delle sanzioni, blocchi o embargo che l'America ed i suoi fedeli alleati infliggono a più della metà degli Stati membri delle Nazioni Unite .... Questo è il bilancio delle azioni intraprese dal 1945 da parte della "potenza indispensabile" per creare "un ordine internazionale libero e aperto" e per "proteggere i popoli dall'aggressione e dalla tirannia" (2018 National Defense Strategy of the USA ). La "comunità internazionale" in salsa occidentale è una confraternita di "Zii pistoleri" facile da riconoscere, dal momento che li si trova in tutte le principali rotte per la pace, camminando impettiti a braccetto sugli Champs Elysees o sotto archi di trionfo, sotto lo sguardo tenero di telecamere che fissano per i posteri queste riunioni di famiglia.
Sembrano così felici di ritrovarsi insieme e sembrano così sinceri, che occorre guardarli almeno due volte per constatare o capire che la rete di alleanze a cui partecipano include alcuni famigerati criminali di guerra e molto ossessionati dal bombardamento umanitario. Certo, ma allora come possiamo spiegare che troviamo gli stessi nelle grandi cerimonie in cui si brandisce l'ambiente come trofeo e/o come simbolo di un ardente desiderio di pace? A cosa serve predicare la transizione ecologica, limpidi ruscelli e nuvole soffici nel paese dei nati fortunati, quando nel mucchio degli Stati colpiti dalle "guerre giuste" dell'Impero, l'atmosfera è resa mortale dalle bombe, da armi di distruzione di massa, dalla devastazione, dai miasmi di epidemie, quando l'acqua e la terra sono deliberatamente avvelenati da piani malvagi (vedere il piano degliStati Uniti in Iraq sul trattamento della vulnerabilità delle acque)? Si potrebbe pensare dal loro bell'aspetto che gli "zii pistoleri" sono anche degli zii buffoni. Ed è vero che spesso bisogna darsi un pizzicotto per assicurarsi che non si sogni. La beffa globale ha qualcosa di rimarchevole in quanto non è intenzionale per i suoi promotori e progettisti, che si prendono molto sul serio. Due o tre esempi saranno sufficienti qui per illustrare il punto.
Voi siete l'ambasciatore siriano presso le Nazioni Unite, ed ecco che si alza il rappresentante saudita venuto a perorare la libertà in Siria e le condizioni per un futuro democratico per questo paese che i wahhabiti hanno voluto distruggere. Il discorso è sorprendente e può essere considerato come uno scherzo, come dice quel gran signore che è Bachar al Jaafari, eccellente diplomatico. Ma questo è solo un episodio dello scherzo che ha permesso alla "comunità internazionale" di affidare all'Arabia Saudita la presidenza del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti dell'uomo e della donna, e all'Occidente di servirsene come portavoce sull'argomento, obbligati da Bin Salman. Dopotutto, chi aveva protestato quando gli "White Helmets of Syria", una creatura dei servizi inglesi e rappresentanti umanitari di Al Qaeda, erano stati nominati per il Nobel per la pace, ricevendo il Premio degli Stati Uniti per i diritti umani?
Al punto di decadimento in cui è arrivato il sistema delle Nazioni Unite, sballottato dalla "fine della Storia" e poi dalla globalizzazione, la vita internazionale è ormai surreale per chi vuole ancora fare riferimento agli usi, ai costumi e ai linguaggi della diplomazia, ai principi della Carta delle Nazioni Unite e ai semplici principii della morale naturale e/o della vita nella società. E il massimo del surrealismo è raggiunto quando tre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza spiegano con gran furore che è un loro diritto e perfino un dovere violare sistematicamente i principii e le norme della Carta, di cui pretendono di essere custodi e i garanti, accusando i loro oppositori di minacciare la pace e l'ordine mondiale. Ormai si sarà capito, bisogna che la società internazionale sia caduta ben in basso perchè i padri fondatori delle Nazioni Unite abbiano come successori ed eredi dei volgari banditi. La diplomazia tradizionale aveva i suoi limiti e i suoi difetti, ma questa prendeva a cuore il suo lavoro, che è quello di mettere l'olio nelle ruote e non versare invece l'olio sul fuoco. Poteva avere uno certo spirito, ma non era una buffonata. Essa deve smettere di esserlo.
In un momento in cui il mondo sta flirtando con la guerra, dobbiamo rimettere l'etica nella vita internazionale. Il conflitto non è più tra un mondo "libero" e un mondo "totalitario", ma tra i sostenitori del diritto e quelli dell'egemonia. Ognuno deve scegliere da che parte stare, prima che suoni la mezzanotte, prima che la beffa generalizzata giochi brutti scherzi. La nostra umanità sta perdendo la pazienza.
Michel Raimbaud
Ex ambasciatore , professore e conferenziere
https://www.iveris.eu/list/tribunes_libres/389-tontons_flingueurs_tontons_blagueurs