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sabato 29 giugno 2013

Il rogo siriano

Tragedie, propagande, veri rischi


da Avvenire , 29 giugno 2013
di Riccardo Redaelli

Come un incendio sfuggito completamente al controllo, il conflitto siriano appare ogni giorno sempre più sinistro e orribile. Per alcune ore ieri si è temuto che fra le sue tante vittime innocenti vi fossero anche tre religiosi, trucidati da milizie jihadiste perché accusati di essere «complici di Assad». Una notizia fortunatamente smentita, eppure tragicamente verosimile. Il difficile non era credere che pazzi criminali potessero massacrare frati francescani – Francesco, il simbolo stesso della pace e dell’apertura verso ogni essere vivente bisognoso – ma considerarla come impossibile. Poiché in Siria la follia del settarismo e del fanatismo ha ormai dilagato, alimentandosi di ogni morte, di ogni massacro.

Da una parte e dall’altra, le vittorie come le sconfitte sono il pretesto per aumentare la ferocia e la disumanità dei comportamenti. Nel mezzo una popolazione in ostaggio, travolta fisicamente dalle violenze. E come sempre accade, le minoranze sono le più esposte al conflitto. In particolare, le comunità cristiane oggetto non solo di attacchi ma di quella forma particolarmente infida di conflitto che è la "propaganda bellica": mai dire la verità in guerra, sempre manipolare le informazioni e piegare la realtà ai propri interessi.

Così, da un lato il regime fa leva sulle (fondate) paure dei cristiani nei confronti della deriva jihadista delle opposizioni per convincerli che non vi è futuro senza Assad e che la loro unica scelta è quella di armarsi e condividere lo sforzo dello scontro. Dall’altro lato, si cerca di ottenere il risultato opposto, mentre aumentano le minacce e le pressioni contro i presunti «crociati servi del regime».

Solo a chi non vuole vedere, infatti, sfugge la progressiva trasformazione delle forze che oggi combattono con i ribelli: i gruppi moderati dell’Esercito siriano libero (Esl) sembrano sempre meno rilevanti rispetto alla marea crescente di mujaheddin che arrivano da ogni parte del "Dar al-islam" o di jihadisti affiliati a Jabhat al-Nusrat, sinistra filiazione di al-Qaeda. Gli ultimi dati diffusi dal Washington Institute sono purtroppo illuminanti: il conflitto siriano è sempre più combattuto da non siriani, con la proliferazione di miliziani stranieri (libici, giordani e sauditi soprattutto). Se si analizzano i loro morti, emerge come la quasi totalità abbia combattuto sotto le insegne delle milizie jihadiste, mentre solo meno del 5% militava nelle file dell’Esl.

I canali di reclutamento e addestramento sono quelli tipici del jihadismo, così come jihadisti sono i loro slogan, fatti di fanatismo intollerante, odio verso gli sciiti, i cristiani, i cattivi musulmani, i laici, i crociati, i sionisti, le donne mal velate, insomma la solita rozza litania di violenza e ignoranza diffusa sul web, ma solleticata dalle tante associazioni islamiche finanziate da certi ambigui "amici" dell’Occidente, gli sceicchi sunniti del Golfo. Una propaganda che fa breccia anche nelle nostre società europee: la morte in Siria del nostro connazionale convertitosi all’islam è solo la punta dell’iceberg, fatta di un flusso crescente di volontari del jihad che dal Vecchio Continente si spostano nelle zone calde del Medio Oriente.

Per fermare questa spirale di violenza e fanatismo, l’ultima cosa da fare sembra quella di armare gli oppositori di Assad. Fra i tanti tentennamenti autolesionisti dei Paesi occidentali e il cinismo della Russia, va apprezzata la linea del Governo Letta e sottolineate le parole nette pronunciate dal nostro ministro degli Esteri. 
Dinanzi a un incendio sempre più spaventoso, che rischia di consumare l’anima stessa – plurale e interconfessionale – della Siria, la risposta non sta nel versare altre taniche di benzina, ma nel riprendere con determinazione la strada di un accordo internazionale, che ponga al centro gli interessi della Siria, non le ossessioni degli estremisti sunniti, gli interessi pelosi di Iran o Russia, le rivalità meschine degli europei.

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http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/il-rogo-siriano.aspx


venerdì 28 giugno 2013

Testimoniare l'amore di Cristo nella Siria martoriata da odio e guerra




Asianews - 20/06/2013 

di Simone Cantarini

  "In un piccolo villaggio a nord di Aleppo conquistato dai ribelli p. Hanna, sacerdote francescano, suona ogni giorno la campana della piccola chiesa locale. I rintocchi scandiscono le ore della giornata e sono un segno di speranza per tutta la popolazione, cristiana e musulmana, consapevole che nella piccola cappella c'è qualcuno pronto ad ascoltarli, ad alleviare le loro sofferenze, senza distinzione di fazione e credo religioso. A Damasco, Aleppo, Homs e altre città, le suore del Buon Pastore offrono continua assistenza agli sfollati, portando vestiti puliti, cibo e parole di conforto".
È quanto racconta ad AsiaNews mons. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, in questi giorni a Roma per l'86ma Assemblea della Roaco  (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali) sul tema "La situazione dei Cristiani e delle Chiese in Egitto, Iraq, Siria e in Terra Santa", che si conclude oggi con il discorso di papa Francesco.
"P. Hanna - racconta il vescovo - come altri sacerdoti sparsi per il Paese, è divenuto un punto di riferimento per la comunità. La gente lo stima e lo apprezza per la sua semplice presenza, perché lui ha deciso di restare, in un momento in cui tutti tentano di fuggire. In questi mesi, i ribelli islamisti hanno ordinato più volte la rimozione delle campane, perché non in linea con la sharia imposta con la forza. Con l'aiuto della popolazione, in maggioranza musulmana, il giovane francescano ha però resistito, non si è lasciato impaurire e continua a portare aiuti, cibo ai poveri, visita malati e anziani e guida i giovani nella ricerca di piccoli lavori, per sostentare le loro famiglie".

Per il prelato la Chiesa ha una grande responsabilità in questo Paese. La Siria è ormai utilizzata da nazioni straniere come un campo di battaglia in cui si affrontano ideologie contrapposte: islamismo wahabita contro islam sciita, democrazia contro totalitarismo, Paesi del blocco occidentale contro Russia. "I cristiani, ortodossi e cattolici, hanno ancora una fitta rete di contatti, formati da parrocchie, centri di assistenza, conventi, mense. Se confrontati con le spese di una normale ong i suoi costi sono minimi". "Noi - aggiunge - siamo qui per testimoniare il Vangelo. Il clero offre la propria vita per Cristo e in questo momento i tratti del suo volto sono quelli del popolo siriano che soffre. I laici che lavorano con noi sono in maggioranza volontari, che condividono la nostra missione".
La situazione descritta e vissuta da mons. Zenari è drammatica: "La guerra in Siria colpisce ormai tutta la popolazione, entro la fine dell'anno gli sfollati potrebbero raggiungere la cifra record di 10 milioni, quasi metà della popolazione. Anche a Damasco, la capitale, la gente non ha più nulla. Le case sono ormai vuote, per poter sopravvivere si vendono mobili, vestiti ancora buoni, chi ha qualche gioiello o oggetto prezioso lo vende al mercato nero, per acquistare carburante, olio, carne secca, latte in polvere per i bambini. Basterebbe un cessate il fuoco, anche di poche ore, per alleviare le sofferenze di queste famiglie, ma né il governo né i ribelli lo permettono".
Mons. Zenari invita tutti i cattolici, soprattutto occidentali, a conoscere la "vera situazione della Siria". Purtroppo essa non è solo quella che appare su quotidiani e televisioni. "Nessuno fa parlare i siriani - sottolinea il prelato - nessuno afferma che la popolazione è vittima anzitutto di ciò che passa sopra le loro teste: bombe, posti blocco, raid aerei, attacchi terroristi, brutali omicidi, che aumenteranno se si continua ad inviare armi ad esercito e ribelli".
 "La vera vittoria - conclude - non è vincere la guerra, ma la pace. Solo con la pace la Siria potrà ripartire".

http://www.asianews.it/notizie-it/Testimoniare-l'amore-di-Cristo-nella-Siria-martoriata-da-odio-e-guerra-28257.html

giovedì 27 giugno 2013

Damasco: attentato alla cattedrale greco-ortodossa, almeno quattro morti tra i poveri in coda per ricevere la beneficenza


AsiaNews - 27/06/2013
L'attacco è avvenuto nel quartiere di Bab Tuma, nel centro storico della capitale. Il kamikaze si è infiltrato fra le persone in coda per ricevere viveri e beni di prima necessità distribuiti dai religiosi. Finora il bilancio dei morti e dei feriti è parziale: quattro morti e almeno otto feriti
La cattedrale di Bab Tuma è una delle più antiche chiese della capitale ed è la sede della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia.

ATTENTATO DAMASCO: GREGORIOS III "ATTO BARBARO, BASTA FORNIRE ARMI"


“Un atto barbaro commesso da banditi e criminali senza scrupoli e rivolto verso gente innocente”. Forte e dura è la condanna dell’attentato suicida, avvenuto oggi pomeriggio nelle vicinanze della cattedrale greco-ortodossa di Bab Tuma (sede della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia), nel centro storico di Damasco, di Gregorios III Laham, patriarca cattolico di Antiochia, di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei Melchiti. 
 “Si tratta di gruppi e persone non controllabili dall’opposizione che sembra non esserci più - dichiara al Sir il patriarca -, ci sono alcuni Stati che vogliono armare queste bande criminali e questo è molto grave”. La Siria è un Paese sprofondato nel caos in preda a rapimenti e violenze di ogni genere.

“Sono sessanta giorni che due nostri confratelli vescovi, quello siro-ortodosso di Aleppo, Youhanna Ibrahim, e quello greco-ortodosso di Aleppo e Iskanderun, Boulos al-Yazij, sono nelle mani dei rapitori e non abbiamo notizie. Non sono gli unici, ricordo anche due sacerdoti e moltissime altre persone. Chiediamo alla comunità internazionale d’impegnarsi per il loro rilascio”.

 Ma l’appello di Gregorios III non si ferma qui: “Diciamo al mondo: basta fornire armi ai criminali e andiamo a Ginevra per aiutare i siriani a fare la pace. Abbiamo una grande tradizione di convivenza e di dialogo e abbiamo le capacità per poterlo fare. Aiutateci a fare la pace non la guerra. I combattenti contro il regime di Assad non sono siriani ma vengono da fuori. Queste efferatezze non appartengono alla nostra tradizione di rispetto e tolleranza”.

http://www.agensir.eu/ita/viewArticolo.jsp?id=0&url=http%3A%2F%2Fwww.agensir.it%2Fpls%2Fsir%2Fv4_s2doc_b.rss%3Fid_oggetto%3D264941%23264941&stit=Quotidiano|SIRIA%3A+ATTENTATO+DAMASCO.+GREGORIOS+III%2C+%22ATTO+BARBARO%2C+BASTA+FORNIRE+ARMI%22

Cattolici e musulmani a una voce: basta spargimento di sangue in Siria 



 Porre fine allo “spargimento di sangue” e all’ “uccisione di molte persone innocenti” in Siria. Lo chiedono a una voce cattolici e musulmani nel comunicato finale della 19.ma riunione della Commissione di Collegamento Islamico-Cattolica, svoltasi a Roma nei giorni scorsi sul tema “Credenti a confronto con il materialismo e il secolarismo nella società”.


Di seguito i sei punti del comunicato, che recano la firma del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e del prof. Hamid bin Ahmad Al-Rifaie, presidente del Forum Islamico Internazionale per il Dialogo:

“Cristianesimo e Islam affermano l'inseparabilità e la complementarità tra gli ambiti materiali e quelli spirituali. La nostra responsabilità di credenti è quella di conciliare queste dimensioni della vita.
Molte persone oggi soffrono per la perdita delle radici spirituali e religiose; questo fenomeno indebolisce entrambe le dimensioni interiori e morali degli individui e delle società.

Il mondo si trova ad affrontare oggi molti tipi di crisi. Noi riconosciamo la nostra comune responsabilità come credenti in Dio facendo tutto il possibile per proteggere le persone più vulnerabili in questa fase.

I partecipanti sono stati onorati e lieti di essere stato ricevuti in udienza da Sua Santità Papa Francesco, che li ha incoraggiati a proseguire i loro sforzi sulla via del dialogo rispettoso e fecondo tra credenti per la pace e la prosperità del nostro mondo.

Condanniamo con forza in particolare ciò che sta accadendo in Siria: l'uccisione di molte persone innocenti, l’aggressione contro il carattere sacro della vita umana e contro la dignità delle persone; invitiamo quindi le organizzazioni regionali e internazionali a fare ciò che è possibile per fermare la spargimento di sangue, secondo il diritto internazionale.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/26/cattolici_e_musulmani_a_una_voce:_basta_spargimento_di_sangue_in_siria/it1-705006
del sito Radio Vaticana

martedì 25 giugno 2013

“La nostra missione è di essere dei pazzi di Dio che continuano a portare la speranza a tutti coloro che pensano che non c’è più un futuro, che non c’è più né speranza né carità.”

Le Monache Trappiste : non ce ne andremo anche se gli islamici uccidono i monaci


"Sappiamo che il Signore non abbandona la Siria: chiedete tanta preghiera perché le logiche umane sono quelle che sono": a dire così è Suor Marta, una delle monache trappiste che vive in un monastero al confine tra Siria e Libano.
"Chiedete tanta preghiera ma anche un dialogo politico perché con le armi non si arriva a nulla". Contattata da ilsussidiario.net subito dopo la notizia che un monaco è stato ucciso nelle ultime ore nel convento francescano di Sant'Antonio da Padova a Ghassanieh, in Siria, Suor Marta esprime bene con le sue parole la situazione di caos sanguinario in cui ormai è sprofondata completamente la Siria. Un gruppi di ribelli islamisti ha attaccato il convento, penetrando al suo interno e rubando tutto ciò che potevano rubare. Nel fare questo hanno ucciso padre Francois Mourad, un monaco eremita che da qualche mese viveva ospite nel convento francescano. 

Suor Marta, voi conoscevate questo monastero? E' lontano da dove siete voi? 
Sì, in passato abbiamo avuto occasione di visitarlo. Si trova fuori Aleppo, in direzione nord ovest a un'ora e mezzo circa dalla città in direzione della montagna, in una zona abitata prevalentemente da cristiani e naturalmente dai padri francescani del convento di Sant'Antonio.

Come avete appreso la notizia dell'attacco? 
Al momento abbiamo ancora notizie frammentarie. Tra l'altro padre Francois, il monaco che è stato ucciso, lo avevamo anche conosciuto. Era un monaco che stava cercando di mettere su un monastero di eremiti, aveva qualche giovane con sé che lo stava aiutando nell'impresa.

 La zona di Aleppo era una zona a maggioranza cristiana, ma da quello che ci risulta molti cristiani sono fuggiti negli ultimi tempi.
 Sì, purtroppo sono fuggiti quasi tutti, sono rimasti giusto i padri francescani e qualche famiglia.

Invece nella zona dove è il vostro monastero come è la situazione? Temete anche voi degli attacchi? 
Fortunatamente la nostra zona è abbastanza tranquilla, anche se ovviamente anche qui ci sono combattimenti continui, tra gli abitanti dei villaggi sunniti e di quelli alauiti. Noi siamo vicini al confine con il Libano, è una zona di passaggio di armi e guerriglieri che poi si dirigono a Oms a combattere. Di notte si sente il rumore di scontri dove ci sono i posti di polizia. Ci sono combattimenti tra guerriglieri ed esercito, qualche colpo è caduto anche vicino al nostro monastero, ma niente direttamente contro i cristiani.

L'attacco al monastero francescano invece ci dimostra che il resto della Siria ormai è senza controllo. 
Ormai è così, ce lo hanno detto anche i nostri amici di Aleppo: l'esercito libero, quello che combatte Assad, ormai è quasi del tutto in mano ai fondamentalisti islamici. E' una vera guerra tra due eserciti, sono tantissime le armi di tutti i tipi: è guerra totale.

E i fondamentalisti islamici sono protagonisti di attacchi indiscriminati.
 Ormai è chiaro chi vuole questo tipo di violenza, è una parte chiara quella che esercita la violenza. Anche i sunniti che desideravano un cambiamento democratico della Siria sono ormai vittime come i cristiani della violenza fondamentalista. Fortunatamente adesso anche la stampa comincia a denunciare questa situazione dopo due anni di silenzio, ma la Siria è ormai sprofondata nella guerra totale.

La morte di questo monaco ha il sapore del martirio, quello che stanno vivendo tanti cristiani della Siria: dove trovate la forza di resistere? Potreste andarvene via in qualunque momento per non rischiare la vita.
La cosa che ci tiene qui è la coscienza di essere nelle mani di Dio, questa coscienza è una cosa reale. Questa dimensione è ancora presente nella vita dei cristiani della Siria. Nessuno vuole esser un eroe, ma la vita si vive in Dio: si riceve da Lui nel bene e nel male. E' questo quello che stiamo imparando dai siriani e noi cerchiamo di viverlo con loro.

Dunque non ve ne andrete, anche se gli islamici hanno cominciato ad attaccare i monasteri.
E' comprensibile che vada via chi ha famiglia, ma noi religiosi non possiamo farlo. Questa è diventata la nostra vita, questo è il nostro popolo. Per noi monaci poi la stabilità è una cosa importante nella logica dell'Incarnazione.
Grazie a Dio la nostra comunità in Italia ci sostiene in questo. Non vorremmo neanche andarcene: stiamo con la gente di qui e per provvidenza siamo in una situazione migliore che in altre parti della Siria. 
Voi in Europa e in Italia dite tante preghiere per noi, le logiche umane sono quelle che sono, ma sappiamo che il Signore non abbandona la Siria. Chiediamo tanta preghiera e un dialogo politico, perché con le armi non si arriva a nulla.

(Paolo Vites)
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Custode di Terra Santa: P. Franҫois Mourad, ucciso dai ribelli islamisti a Ghassanieh



(AsiaNews) -  "L'uccisione di p. Franҫois Mourad è un triste fatto e un duro colpo per tutti i frati della Custodia di Terra Santa".
È quanto afferma ad AsiaNews padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, in occasione della morte del religioso siriano ucciso lo scorso 23 giugno a Ghassanieh, villaggio a maggioranza cristiana nel distretto di Jisr al-Shughur nella provincia di Idlib. I suoi funerali si sono stati celebrati ieri nel piccolo villaggio di Kanaieh a pochi chilometri da Ghassanieh.
Fino a ieri vi erano due versioni sulle dinamiche dell'omicidio, la prima parlava di un proiettile vagante, la seconda di un vero e proprio assalto compiuto da ribelli islamisti contro il convento di Sant'Antonio a Ghassanieh.
"La versione più attendibile - spiega p. Pizzaballa - è la seconda. Dalle foto e dalle testimonianze di nostri religiosi, nelle scorse settimane i ribelli hanno attaccato il villaggio, costringendo la maggioranza della popolazione a fuggire. L'unica zona tranquilla era proprio quella del convento di Sant'Antonio, che ospitava insieme a p. Franҫois alcuni frati francescani, quattro suore e dieci cristiani. Ma il 23 giugno i ribelli, che fanno parte di una frangia estremista islamica, hanno invaso anche quella".
Secondo il Custode di Terra Santa, gli islamisti hanno fatto irruzione nel convento, saccheggiando e distruggendo tutto. Quando p. Franҫois ha cercato di opporre resistenza per difendere le suore e le altre persone, i guerriglieri gli hanno sparato, uccidendolo.
"Al momento - aggiunge p. Pizzaballa - il villaggio è ormai completamente deserto. I ribelli si sono trasferiti lì con le loro famiglie e hanno occupato le abitazioni ancora in piedi". "Preghiamo - conclude - perché questa guerra assurda e vergognosa finisca presto e che la gente di Siria possa tornare presto alla normalità".
http://www.asianews.it/notizie-it/Custode-di-Terra-Santa:-P.-Franҫois-Mourad,-ucciso-dai-ribelli-islamisti-a-Ghassanieh-28294.html



La morte di padre François, un lutto per la presenza francescana in questa terra

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La presenza della Custodia in Siria è plurisecolare; i frati hanno sempre esercitato la loro missione di servizio alle popolazioni e continuano a farlo in questi tempi difficili senza distinzioni religiose o sociali o politiche.
Qualche settimana fa, le riviste Terra Santa della Custodia avevano informato che la Custodia, nella regione dell’Oronte, accoglie un “centinaio di persone, cristiani e musulmani sunniti e alauiti. Riescono a vivere insieme perché il sacerdote ha categoricamente proibito a tutti di parlare di politica nel monastero. Ma mancano di tutto: pane, acqua, elettricità. I frati e le religiose francescane fanno tutto quanto è loro possibile per procurare medicine e prodotti di prima necessità.”
La Custodia, nella misura del possibile, cerca di sostenere i suoi frati presenti in Siria, adoperandosi a far loro pervenire ciò di cui hanno bisogno. Ma i rischi che si affrontano per l’invio di viveri sono grandi. I frati, facendo valere il carattere religioso della loro azione, hanno stipulato degli accordi con i partiti per garantire i propri spostamenti. Ma in la situazione così imprevedibile e per il fatto che i gruppi estremisti infieriscono duramente, nessun spostamento può essere ritenuto sicuro anche per i religiosi. Il rapimento dei due vescovi, di cui si è senza notizie da ormai due mesi, ne è la prova.
Pertanto, nonostante tutti i rischi, i frati si prodigano senza sosta in soccorso della popolazione. Oltre alle cure che possono offrire nei loro dispensari, dove le Religiose francescane e le Suore del Rosario collaborano con loro, i frati accolgono i rifugiati in alcuni conventi che sono diventati dei veri e propri “dormitori”; distribuiscono viveri ai profughi e a tutti coloro che si presentano alle porte dei conventi; partecipano finanziariamente al restauro delle case distrutte appartenenti alle famiglie dei loro parrocchiani; aiutano i più poveri e, a volte, fanno da intermediari in caso di rapimento dei loro parrocchiani.
Il fatto di accogliere tutti, può causare ai frati della Custodia delle rappresaglie da parte dell’una o dell’altra fazione in lotta. Nel dicembre scorso, un convento è stato bombardato e da allora è deserto.

La morte di padre François è un colpo duro per tutti i frati. Tuttavia essi continuano ad essere di grande sostegno spirituale per le popolazione che servono. “La guerra ha ovunque e in tutto un impatto negativo, ma ha anche condotto i cristiani dei vari riti ad avvicinarsi gli uni agli altri, ad aiutarsi reciprocamente e a pregare insieme.” In alcuni villaggi dell’Oronte, i francescani sono i soli ad essere rimasti e celebrano i sacramenti per tutti i riti. Altrove, organizzano dei momenti di preghiera, dove tutti sono presenti.
“La nostra missione - dice un frate residente nell’Oronte - è di essere dei pazzi di Dio che continuano a portare la speranza a tutti coloro che pensano che non c’è più un futuro, che non c’è più né speranza né carità.”
La tragica situazione della Siria ci invita e di spinge a pregare perché la guerra finisca il più presto possibile. Soprattutto perché il conflitto sembra trascinare il vicino Libano verso un ritorno della violenza, così come porta a rendere fragile la situazione interna della Giordania, sommersa dall’affluenza dei rifugiati.

La Custodia lancia un appello alla comunità internazionale perché si cerchino concretamente vie di dialogo con tutte le forze militari presenti, perché venga istaurata prontamente una tregua e si operi per una conciliazione delle parti in conflitto. Nessuna delle misure adottate finora, e che sono solo servite ad aumentare la violenza e il numero dei morti, è stata capace di dare alla Siria ciò di cui ha bisogno: creare delle condizioni perché la pace possa ritornare al più presto.
Nella festa di san Giovanni Battista, che ha preparato la strada al Signore, possa la nostra preghiera ottenere da Dio il sostegno di cui i nostri fratelli in Siria hanno bisogno e guidare questa regione a ritrovare il cammino di una pace giusta e durevole. 
http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=23564




“L’ennesimo episodio di violenza, sempre ingiustificata, risvegli la coscienza dei Responsabili delle parti in conflitto e della comunità internazionale, perché, come più volte ripetuto dal Santo Padre Francesco, tacciano le armi e si apra finalmente la stagione della giusta riconciliazione per un futuro di pace”

L’affermazione è contenuta nel messaggio nel quale il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, assieme ai superiori e ai collaboratori del dicastero esprime dolore per la “barbara uccisione”avvenuta ieri in Siria di padre Francois Mourad. Il messaggio è stato indirizzato, al patriarca siro-cattolico, Youssif Ignace III Younan, e alla Custodia di Terra Santa. 
Padre Mourad, sottolinea ancora il messaggio, “è stato ricordato, insieme alle innumerevoli altre vittime, come pure ai vescovi, sacerdoti e laici rapiti, nella consueta preghiera che ha dato inizio alla nuova settimana di lavoro, nella cappella del dicastero. Come spesso affermava padre Murad – conclude il testo – “il desiderio dei cristiani in Siria e in tutto il Medio Oriente, è quello di poter rimanere nei luoghi in cui è risuonato il primo annuncio della salvezza, ‘mostrando nella quotidianità dei piccoli gesti il volto di Cristo’

Radio Vaticana ha raccolto la testimonianza di un religioso francescano in Siria, che ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza:

R. – Quello che so è che questo prete, questo monaco viveva lì, fra di noi, e aveva istituito anche un centro suo, vicino a Ghassanieh. Veniva spesso dai frati, si salutavano… A un certo punto, ho sentito che era stato ucciso a sangue freddo: l’hanno prelevato dal suo convento – hanno detto – l’hanno portato fino al nostro convento e davanti alla porta lo hanno ammazzato a colpi d’arma da fuoco. Poi sono entrati nel convento – sia nel convento nostro, sia dalla parte delle suore – e hanno rubato tutto quello che potevano rubare. E questa non è stata la prima volta che sono venuti: c’erano quindi dei precedenti. Questa notizia, quando l’ho sentita, mi ha colpito. Secondo me, questo modo di agire non è del popolo siriano. E’ il modo di gente che viene da fuori, di estremisti che vengono qui, da queste parti, per stroncare tutto quello che non è musulmano. E per questo ripeto che non sono siriani, ma persone che vengono da fuori, perché i siriano – sia cristiani sia musulmani – hanno vissuto insieme per secoli e non credo che in un tempo così limitato si possa cancellare così velocemente tutta questa storia di convivenza!

D. – Lei ha detto che l’Occidente, nell’appoggiare i ribelli…
R. – Sì, l’Occidente appoggia la rivoluzione. Aiutando però la rivoluzione senza distinzione, nessuno potrà garantire che tutte le armi dall’Occidente non vadano ancora nelle mani di questa gente. Non si può garantire che quello che diamo a un gruppo non passi ad un altro gruppo. Anzi, si può affermare il contrario: che non solo non stanno facendo cadere il governo, ma che invece stanno facendo cadere tutti i principi umani e della cultura umana

D. – Lei ha delle testimonianze che dicono che questi gruppi arrivano in una casa religiosa e intimano: avete 24 ore per andarvene…
R. – Sono andati in un altro convento di suore che sta vicino ad Aleppo e hanno dato loro 24-48 ore per lasciare tutto il complesso, perché Aleppo con i suoi dintorni è stata dichiarata un principato musulmano, e se è un principato musulmano ciò significa che nessuno che non sia musulmano potrà vivere in questo principato. Per questo, anche le suore devono lasciare il loro lavoro, perché il convento diventerà un centro di educazione e istruzione musulmana.

D. – Quindi, non si tratta di un caso isolato?
R. – No, no: non è un caso isolato. Anche se altri rivoluzionari, che sono un po’ più moderati, hanno detto che non risponde nemmeno al principio musulmano il fatto di cacciare via i cristiani. E’ questo che io dico e sostengo: e cioè, che musulmani e cristiani possono vivere insieme, a condizione che non vengano questi estremisti, in particolare dall’esterno del Paese.

D. – Cioè, da quali Paesi?
R. – Dai Paesi di tendenze religiose estremiste, come l’Afghanistan, la Cecenia… Sono stati trovati anche estremisti libici, tra questi rivoluzionari in Siria…

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/25/siria,_sacerdote_ucciso._il_card._sandri:_si_apra_presto_la_stagione/it1-704697
del sito Radio Vaticana


Il card. Sandri: tacciano le armi in Siria, pace per tutto il Medio Oriente

Con l’udienza da Papa Francesco si è conclusa la 86.ma Assemblea della Roaco, la Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali, incentrata su “La situazione dei cristiani e delle Chiese in Egitto, in Iraq, Siria e in Terra Santa. Proprio su questi scenari si sofferma il comunicato finale della Roaco nel quale si ripercorrono le testimonianze dei delegati presenti evidenziando in particolare le difficoltà vissute da tanti cristiani in quelle aree ma anche il contributo offerto per la riconciliazione ed il bene comune. Ampio dibattito per il dramma dei profughi siriani e per la difficile situazione a Gaza. Romilda Ferrauto ha intervistato il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e presidente della Roaco.

R. – La Siria è come un leitmotiv e così tutto il Medio Oriente. Il Papa ha invocato la cessazione immediata delle ostilità, delle armi – “Che tacciano le armi” – e che si possa così cominciare un cammino di pace, che sia di bene per tutto il Medio Oriente, soprattutto per quei Paesi che sono vicini, e per l’Iraq, il Libano, la Giordania e così via. Oggi il Papa ha confermato queste sue preoccupazioni nelle parole che ci ha rivolto e noi abbiamo avuto occasione di presentargli i tre testimoni che hanno parlato alla Roaco, insieme al nunzio apostolico, mons. Zenari, descrivendo la situazione che vivono: un gesuita di Homs, una suora di Damasco e un altro padre francescano del Nord della Siria, vicino ad Antiochia. Testimonianze che portano quasi, persino, a piangere nel vedere e nel sentire tutto quello che devono vivere ogni giorno, a contatto sia con le forze del governo che dei ribelli, e come devono stare accanto alla popolazione che è vittima di queste aggressioni degli uni verso gli altri. Sono vittime impotenti. La Santa Sede, quindi, è preoccupata; il Papa è preoccupato; e tutti noi vorremmo che al più presto inizi una trattativa, in modo tale che cessata la voce delle armi, si possa parlare per giungere ad una soluzione che salvaguardi, non dico solo gli innocenti e le vittime, ma che salvaguardi la dignità umana come tale, di tutti gli abitanti della Siria.

D. – Preghiere, solidarietà, appelli, c’è altro che la Chiesa può fare per fermare questo bagno di sangue interminabile?

R. – C‘è, senz’altro, un’azione da parte della diplomazia della Santa Sede, che come si sa è un’azione che si fa quasi sempre nella più grande riserva e prudenza, ma che cerca giustamente di insinuare questi principi. E attraverso questi valori, che sempre la Santa Sede e i Papi hanno proclamato, si cerca attraverso incontri con le autorità, attraverso i nunzi apostolici, attraverso gli ambasciatori, che sono qui presso la Santa Sede, di portare a questo convincimento, ossia che l’unica soluzione che possa portare alla pace sia la negoziazione e il confronto politico.

D. – Nella sua omelia, martedì mattina, lei stesso, durante la Messa per i cristiani in Medio Oriente, ha chiesto che si preghi anche perché i cristiani orientali non rispondano all’odio con l’odio. C’è una preoccupazione riguardo a questo: che i cristiani possano essere tentati di ricorrere a metodi non tanto cristiani, non tanto evangelici?

R. – C’è questo pericolo. Grazie a Dio finora non si è verificato. Non è male, però, ricordare questi appelli a rispondere al male con il bene e non al male con il male, in modo tale che i cristiani proseguano sempre, e tutti si prosegua, la via delle beatitudini, la via dell’umiltà, la via, a volte, dell’affronto, e si sappia offrire l’altra guancia se per caso si è perseguitati. 

D. – Non ignoriamo che qualche voce autorevole nelle Chiese locali pensa che a volte le dittature siano un male minore, rispetto al caos attuale. Lei vuole rispondere a questo?

R. – Sì, certamente questa convinzione di alcuni è parziale, perché forse non tengono conto di altri aspetti, che possono essere anche criticabili. L’obiettivo finale è sempre il rispetto dei diritti della persona umana e quindi che ci sia anche una democratizzazione, cui tutti possano prendere parte, e si costruisca una società, una nuova cultura della partecipazione di tutti i cittadini – cristiani o di altri religioni, anche quelle maggioritarie – al bene del Paese. Per cui, il desiderio ultimo sarebbe una costituzione, frutto certo di larghe intese tra tutti quelli che vivono nel Paese, ma intese attraverso il dialogo, non attraverso le armi, perché nella costituzione risulti la parità di tutti i cittadini di fronte alla legge, appartengano alla religione che appartengano, per contribuire tutti al bene della loro patria.

D. – Rimane, per terminare, anche il desiderio di mantenere i cristiani nel loro Paese?

R. – Noi vogliamo che i cristiani restino, perché quei Paesi non si possono capire, senza la presenza cristiana. Sono, però, tentati molto fortemente, per l’insicurezza, per la mancanza di lavoro, per la ricerca di un futuro per i figli, di lasciare questo Paese. E non dobbiamo cedere alla tentazione di conformarci a questo e dire: “Va bene, vadano via tutti i cristiani”. Al contrario, anche se ne restano pochi, che siano veramente il seme di un nuovo futuro dei valori che sono insiti nella coscienza cristiana.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/20/plenaria_roaco._il_card._sandri:_tacciano_le_armi_in_siria,_pace_pe/it1-703206
del sito Radio Vaticana

lunedì 24 giugno 2013

Ucciso prete cattolico al nord di Aleppo

Il vescovo Hindo: ha offerto il suo martirio per la pace


La Stampa- Marco Tosatti
Secondo fonti siriane attendibili i militanti islamici di Jabhat al-Nusra avrebbero attaccato in giornata un convento latino nel nord della Siria, in località Ghassanieyh, vicino a Idlib e almeno un sacerdote sarebbe morto.
Fonti locali hanno riferito che i militanti del "Fronte della vittoria" avrebbero attaccato la chiesa latina, e la vittima sarebbe il rettore del convento di San Simone, padre Francois Murad.
I militanti inoltre avrebbero saccheggiato il monastero e tentato di dargli fuoco.
Si ignora se vi siano altre vittime; è difficile vista la situazione avere conferme e dettagli.
Jabhat al-Nusra è un'organizzazione vicina ad al-Qaeda. Quel movimento, e altri formati in maggioranza da elementi non siriani, si sono resi responsabili in maniera crescente di violenze contro cristiani, sciiiti, alawiti e sunniti moderati.
http://www.lastampa.it/2013/06/23/blogs/san-pietro-e-dintorni/siria-ucciso-prete-cattolico-9xCno6KZDPXsDXiWsmRTlN/pagina.html



AGGIORNAMENTI 24 GIUGNO


Il convento Francescano (Latino) del villaggio di Ghassanieh (Gisser Es-Choughour), sulle montagne vicine al fiume Oronte, è stato attaccato dai terroristi Jamaat El-Nousra che ha fatto irruzione sparando all'impazzata. Hanno saccheggiato tutto ciò che potevano trovare sotto mano, ed hanno trucidato il monaco di rito siriaco cattolico, P. François Mourad. 
Padre François era stato formato dai Padre Francescani di Terra Santa. Sentendosi chiamato ad una vita più contemplativa, lascia i Francescani, completa i suoi studi dai Trappisti a Latroun (Palestina), poi rientra in Siria ed è ordinato sacerdote dal Vescovo Siro Cattolico di Hassaké nel Giaziret siriano. Egli stava iniziando una nuova fondazione monastica, ispirandosi a San Simeone lo Stilita, aveva costruito il monastero nei pressi del villaggio di Ghassahieh ed aveva iniziato la formazione di alcuni giovani siriani. 
Con l'aggravarsi degli eventi di sommossa e con l'arrivo delle bande di prezzolati e senza coscienza, i giovani che erano con lui sono rientrati in famiglia. P. François rimane solo, e si appoggia sul convento-parrocchia del villaggio vivendo con il Parroco Francescano. Egli è uno dei pochi sacerdoti rimasti assieme ai pochi fedeli ed ai sacerdoti Francescani dei villaggi che nel gergo sono definiti "i villaggi dell'Oronte" riferendosi, appunto al biblico fiume Oronte che passa in quella zona.
Al villaggio di Ghassahieh, fin da quando sono entrate le masnade assassine che avevano costretti tutti a fuggire abbandonando ogni cosa, erano rimasti soltanto il Parroco Francescano, P. François, tre Suore del Rosario ed una dozzina di fedeli che vivevano tutti protetti dal convento. Qualche mese fa fu ucciso il capo della Comunità cattolica (latina) che era rimasto sul posto, ed un paio di giorno addietro hanno trucidato il Padre François. 
Un pietoso Padre Francescano è riuscito a raggiungere il villaggio di Ghassanieh ed ha portato via il corpo martoriato di P. François per dargli un cristiana sepoltura nel vicino villaggio cristiano di Kanayé, altro villaggio dove il parroco Francescano è rimasto sul posto per proteggere il suo popolo. Con il corpo del P. François sono state portate via anche le Suore del Rosario. Naturalmente gli assassini hanno raggiunto il loro scopo, perché già in quel villaggio avevano ridotta a stalla e latrina pubblica la Chiesa greca ortodossa, il parroco greco ortodosso era scappato con tutti i fedeli nei giorni in cui entrarono gli assassini Jamaat El-Noiusra.
A questo punto ci viene spontanea una considerazione: E' possibile che i governi occidentali non vogliono proprio riflettere che loro sono i responsabili morali dei morti cristiani, alawiti e sunniti moderati? E' possibile che la loro mente sia così ottusa da non comprendere che il mondo islamico non ragiona come pretendono ragionare loro? Le categoria mentali sono totalmente opposte alle loro e questi capi occidentali nella loro ottusità mentale non vogliono proprio capire che non hanno diritto di armare e sostenere gente che in nome di un Dio trucidano le persone. 
Questi assassini sono arrivati in Siria perché hanno avuto la visione delle vergini del paradiso islamico che, se dovessero morire martiri (come dicono loro) in Siria, le vergini li accoglierebbero immediatamente nelle loro braccia.

l'osservatore siriano d'Aleppo   


“Preghiamo” scrive nel comunicato il Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa OFM “perché questa guerra assurda e vergognosa finisca presto e che la gente di Siria possa tornare presto alla normalità”

Agenzia Fides - 24/6/2013

Gassanieh - Domenica 23 giugno il sacerdote siriano François Murad è stato ucciso a Gassanieh, nel nord della Siria, nel convento della Custodia di Terra Santa dove aveva trovato rifugio. Ne dà conferma un comunicato della Custodia di Terra Santa inviato all'Agenzia Fides. Le circostanze della morte non sono del tutto chiarite. Secondo fonti locali, il convento in cui si trovava p. Murad sarebbe stato assaltato da miliziani legati al gruppo jihadista Jabhat al-Nusra.
Padre François, 49 anni, aveva fatto i primi passi nella vita religiosa con i frati francescani della Custodia di Terra Santa, e con essi continuava a condividere stretti vincoli di amicizia spirituale. Dopo essere stato ordinato sacerdote aveva iniziato nel villaggio di Gassanieh la costruzione di un monastero cenobitico dedicato a San Simone lo Stilita, nell'alveo della Chiesa siro-cattolica.
Dopo l'inizio della guerra civile, il monastero di San Simone era stato bombardato e p. Murad si era trasferito presso il convento della Custodia per motivi di sicurezza e per sostenere i pochi rimasti, insieme a un altro religioso e alle suore del Rosario.
“Preghiamo” scrive nel comunicato il Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa OFM “perché questa guerra assurda e vergognosa finisca presto e che la gente di Siria possa tornare presto alla normalità”.
Riferisce a Fides l'Arcivescovo Jacques Behnan Hindo, titolare della arcieparchia siro-cattolica di Hassaké-Nisibi: “Tutta la vicenda dei cristiani del Medio Oriente è segnata e resa feconda dal sangue dei martiri di tante persecuzioni. Negli ultimi tempi, padre Murad mi aveva fatto arrivare alcuni messaggi in cui si mostrava consapevole di vivere in una situazione pericolosa, e offriva la sua vita per la pace in Siria e in tutto il mondo”.

http://www.fides.org/it/news/53051-ASIA_SIRIA_Ucciso_sacerdote_cattolico_Il_vescovo_Hindo_ha_offerto_il_suo_martirio_per_la_pace#.UchQAW1H45t



AsiaNews - 24/06/2013 11:49

Latakia, ucciso un monaco cattolico nel convento francescano di Ghassanieh
P. Franҫois Mourad, monaco eremita siriano era ospite del convento francescano di Sant'Antonio da Padova a Ghassanieh. Ancora incerta la dinamica dell'omicidio. Fonti parlano di un proiettile vagante, altre di un vero e proprio assassinio da parte dei ribelli islamisti che avrebbero depredato e distrutto l'edificio religioso.



Damasco  - La Custodia di Terra Santa comunica la morte di p. Franҫois Mourad, monaco siriano, e l'assalto del convento francescano di Sant'Antonio da Padova a Ghassanieh, villaggio a maggioranza cristiana della provincia di Latakia nel nord ovest del Paese.
P. Halim Noujaim, sacerdote francescano , afferma in una lettera inviata alla Custodia che p. Hanna e p. Firas, religiosi francescani a Kanaieh (Latakia), si sono recati a Ghassanieh per prelevare la salma di p. Franҫois e avrebbero confermato la distruzione di parte del convento. Nella sua lettera, p. Halim lancia un appello all'occidente dove sottolinea i rischi di un sostegno armato ai ribelli anti-Assad, che appoggiano gli estremisti religiosi responsabili di diversi attacchi contro la minoranza cristiana.
http://www.asianews.it/notizie-it/Latakia,-ucciso-un-monaco-cattolico-nel-convento-francescano-di-Ghassanieh-28288.html



.....
Il racconto è avvalorato dalla testimonianza diretta di un francescano, padre Firas, che dalla località di Kanaieh avrebbe raggiunto Ghassanieh. Qui avrebbe parlato con le suore del convento e preso il cadavere di padre François per dargli degna sepoltura.
 “Vorrei che tutti sapessero - sono parole del Ministro regionale dei francescani di Siria, Halim Noujaim - che l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”. 

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/24/siria._ribelli_attaccano_un_convento_francescano_a_ghassanieh:_mort/it1-704253
del sito Radio Vaticana


Chi è Padre François Mourad


di Giuseppe Caffulli | 24 giugno 2013


Si chiamava padre François Mourad (49 anni) il religioso ucciso ieri a Ghassanieh, nella valle dell’Oronte, in Siria, in una delle missioni dei frati minori francescani della Custodia di Terra Santa. Padre François si era trasferito nella zona da Aleppo, per aiutare i frati nel lavoro pastorale e nell’assistenza ai profughi. Secondo una prima versione, ad ammazzare il religioso sarebbe stato un proiettile vagante. Ma secondo una ricostruzione più precisa dei fatti, la morte di padre François sarebbe avvenuta in seguito a un’irruzione dei ribelli nel convento francescano, forse a scopo di rapina.
La salma del religioso è stata recuperata dai frati della Custodia del vicino villaggio di Knayeh, dove oggi si è svolgerà il funerale della vittima. Anche le Suore del Rosario che si trovavano a Ghassanieh hanno lasciato per motivi di sicurezza il loro convento.

Di padre François Mourad, fondatore di una nuova congregazione siro-cattolica che si ispirava alla spiritualità di San Simeone lo Stilita, avevamo parlato tempo fa sulla rivista Terrasanta (cfr novembre-dicembre 2006, p. 42) Siriano della provincia di Lattakia, saio grigio, modi gentili, padre François prima di ottenere dal vescovo siro-cattolico il permesso per dare vita alla nuova fraternità, era stato prima trappista a Latroun (Israele) e poi francescano.
Aveva dato vita ad un piccolo monastero ad Hwar, poco fuori Aleppo, dove viveva con alcuni novizi e postulanti: «Il carisma di San Simeone è il carisma della presenza, della contemplazione, dell’essenzialità e dell’ascolto – raccontava durante il nostro incontro –. Cerchiamo di vivere in questo modo, in semplicità, condividendo quello che abbiamo con le famiglie del nostro villaggio, per la gran parte musulmane, mostrando nella quotidianità il volto di Cristo. È un dialogo delle piccole cose che crediamo possa portare grandi frutti».

Come tanti siriani in questo frangente di guerra civile, padre François era stato costretto a lasciare la propria casa di Aleppo e a riparare nelle montagne dell’Oronte, dove si era messo al fianco dei francescani (con i quali coltivava stretti legami spirituali). A Ghassanieh viveva nelle ultime settimane insieme ad un frate francescano della Custodia di Terra Santa, impegnandosi nel portare sollievo alle persone in difficoltà con la semplicità che era il suo stile.
Fino a ieri, all’assalto che gli è costato la vita.

http://www.terrasanta.net/tsx/articolo.jsp?wi_number=5323&wi_codseq=SI001 &language=it

domenica 23 giugno 2013

LA CIVILTA' CATTOLICA: Soluzione politica per "Dare un futuro alla Siria"







Quasi 100mila vittime; 1 milione e mezzo di rifugiati all’estero ma la stima è certamente in difetto; 4 milioni e mezzo di sfollati interni; 7 milioni di bisognosi di assistenza umanitaria. 
È la fotografia della Siria martoriata dal conflitto, rilanciata da padre Luciano Lavinera in un articolo nell’ultimo numero della rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”, dal titolo “Dare un futuro alla Siria”. 
Lavinera richiama i ripetuti appelli di Papa Francesco a trovare una soluzione politica della crisi, e l’invito dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, lo scorso 29 maggio, a un immediato cessate-il-fuoco, oltre ad altre iniziative tra cui la riunione di “Cor Unum” del 4 e 5 giugno, e il costante impegno del Jesuit Refugee Service. 
“Per la Santa Sede - spiega il gesuita - la priorità è mettere a tacere i cannoni” e far sì che “i combattenti rispettino il diritto umanitario”. Di qui il suo sostegno a una Conferenza di pace nel Paese, la cosiddetta “Ginevra II” lanciata da Russia e Usa sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il punto di riferimento di dialogo e negoziati, prosegue Lavinera, “deve essere il bene del popolo siriano e non la ricerca di posti di potere”. Per questo i cristiani sono chiamati a essere “artefici di pace e riconciliazione” portando con sé “quei valori che possono far evolvere la società in senso più democratico”. 

Ai membri delle opposizioni, si legge ancora nell’analisi di Lavinera, la richiesta di prendere le distanze dai gruppi estremisti “emarginandoli e contrastando il terrorismo”. 
La soluzione politica sostenuta dalla Santa Sede, spiega il gesuita, è quella uscita dalla precedente Conferenza di Ginevra (Ginevra I) e punta in sostanza alla smilitarizzazione del conflitto, all’indipendenza e all’integrità territoriale, alla creazione di un governo di transizione con pieni poteri esecutivi che permetta l’accesso delle organizzazioni umanitarie e predisponga una riforma costituzionale. Occorre però che “Onu, Russia e Usa definiscano un’intelligente strategia per tappe e obiettivi preliminari e intermedi, affinché Ginevra I parta e prosegua”. 
Una soluzione diplomatica è necessaria perché, avverte Lavinera, “l’alternativa di puntare a una vittoria militare sarebbe catastrofica e barbarica” e aprirebbe “alla pulizia etnica”. 
“La posta in gioco - conclude - è epocale: la sicurezza e i nuovi equilibri geopolitici in Medio Oriente”.
http://www.agensir.it/sir/documenti/2013/06/00263987_la_civilta_cattolica_soluzione_politica_p.html

sabato 22 giugno 2013

Se ci fossero 1000 Diocesi di Frosinone...

.... la forza della preghiera vincerebbe le forze  dell'odio e della guerra!

FROSINONE – Una giornata di preghiera per la pace in Siria

Domenica 23 giugno S.E. Mons. Ambrogio Spreafico indice una giornata di preghiera particolare per la pace in Siria, accogliendo l’invito che Papa Francesco ha rivolto nei giorni scorsi alla Chiesa: «preoccupato per violenza in quel paese che sembra interminabile e non risparmia gli innocenti e i più deboli. A noi credenti è chiesta la preghiera costante e fiduciosa perché il Signore conceda la sospirata pace, unita alla condivisione e alla solidarietà concreta».

Una preghiera particolare è chiesta dal nostro Vescovo per la protezione delle suore Francescane Missionarie che hanno la loro casa madre a Ferentino e tre case in Siria: a Damasco, a Kenay e a Yacoudie; dove in questo tempo di guerra hanno scelto di restare per educare i bambini ai valori della pace e della convivenza. A tutti i sacerdoti è chiesta una preghiera particolare per la pace in Siria durante le messe domenicali.


http://www.ilgiornalenuovo.it/2013/06/21/frosinone-una-giornata-di-preghiera-per-la-pace-in-siria/

venerdì 21 giugno 2013

Accorate invocazioni delle Chiese Orientali : " in questa pena la vostra preghiera ci aiuta ad andare avanti "

Preghiere per i vescovi di Aleppo rapiti da due mesi


Agenzia Fides 21/6/2013

 Le Chiese del Medio Oriente si uniscono nella preghiera per invocare la liberazione dei due Vescovi Metropoliti di Aleppo - il siro-ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e il greco-ortodosso Boulos al-Yazigi – sequestrati lo scorso 22 aprile da ignoti rapitori.
 La sera di sabato 22 giugno, a due mesi esatti dal rapimento, una preghiera comune sarà guidata congiuntamente a Balamand (Libano) dal Patriarca greco-ortodosso di Antiochia Yohanna X al-Yazigi (fratello di uno dei vescovi rapiti) e dal Patriarca siro-ortodosso Mar Ignatius Zakka I Iwas per invocare la liberazione di tutti i rapiti e il dono della pace per tutta la Siria. 

Iniziative analoghe di preghiera condivisa da tutte le comunità cristiane si svolgeranno nelle chiese cattedrali di Aleppo. Lo riferisce all'agenzia Fides il Vescovo metropolita Timoteo Matta Fadil Alkhouri, Assistente Patriarcale nel Patriarcato Siro-Ortodosso di Antiochia. “Siamo tristi, perché sono passati due mesi e non abbiamo alcuna idea di dove siano e di come stiano i nostri fratelli Vescovi. Non siamo sicuri che siano ancora vivi, lo speriamo. Abbiamo chiesto tante volte di poter sentire la loro voce, e non è stato possibile. Ma finora non abbiamo ricevuto nemmeno cattive notizie, e questo dà speranza a noi e al nostro popolo. Per questo continuiamo a essere in contatto con ambienti politici in Siria Libano e Turchia, cercando di trovare canali di comunicazione con chi conosce la loro sorte”. 
Il Vescovo Matta ringrazia “Papa Francesco, tutti i cristiani e anche i musulmani che pregano con noi e che sentiamo al nostro fianco in questo momento di pena. Tutto questo ci aiuta a andare avanti. Domenica nelle nostre Chiese si celebra la Pentecoste. Pregheremo con forza che Dio Padre ponga le sue mani su di noi e ci doni il suo Spirito Consolatore”. 
http://www.fides.org/it/news/53038-ASIA_SIRIA_Preghiere_per_i_vescovi_di_Aleppo_rapiti_da_due_mesi#.UcSD5m1H45s

L'appello di cattolici e ortodossi per l'unità dei cristiani e la fine della guerra in Siria


AsiaNews,  18/06/2013


  Beirut - Leader delle Chiese cattolica e ortodossa aprono a Beirut i propri sinodi per discutere la grave situazione della popolazione cristiana siriana, colpita dalla guerra fra sciiti e sunniti, che ha ormai sconfinato anche nel vicino Libano.
 Il sinodo greco-ortodosso è in corso nel monastero di Balamand. Quello della Chiesa cattolica melchita è ospitato nel convento di Ain Trez nel distretto di Aley.

Dando il via ai lavori per la riunione episcopale, i prelati cattolici e ortodossi hanno lanciato un appello congiunto per l'unità di tutti i cristiani, pregando per la liberazione di mons. Youhanna Ibrahim e mons. Boulos Yazigi, i due vescovi rapiti lo scorso 22 aprile nella periferia di Aleppo.

Intervistato dal quotidiano libanese "Daily Star" poco prima dell'inizio dell'Assemblea sinodale, Giovanni X Yazigi, patriarca greco-ortodosso di Antiochia e fratello di mons. Bouls Yazigi, ha affermato: "Non abbiamo paura, stiamo vivendo momenti drammatici, questa è la verità che nessuno può ignorare. Ma siamo figli della fede e del coraggio, ci aggrappiamo alla terra in cui viviamo, portiamo il messaggio di Dio dentro i nostri cuori e continueremo a farlo senza paura". Il vescovo ha inoltre ribadito che il fratello è vivo e sarebbe detenuto in Turchia, ma finora non si sono ancora ottenuti contatti diretti con i rapitori.

Da Ain Trez, sede della Chiesa melchita, Gregorio III Laham, patriarca di Antiochia per i cattolici, ha puntato il dito contro la decisione di Stati Uniti e di alcuni altri Paesi europei di inviare armi ai ribelli. A causa di questa mossa, la popolazione "affronterà più problemi" rispetto al passato. Secondo il prelato la posizione dei Paesi occidentali è incomprensibile. "Sembra che il mondo  - ha continuato - comprenda solo il linguaggio delle armi, della guerra, della distruzione, della violenza e del terrorismo". "Le armi - ha aggiunto alimentano la violenza e l'odio, e portano più uccisioni, incrementano la distruzione e i profughi, con enormi danni economici e sociali per famiglie, giovani, studenti e lavoratori".
Laham ha lanciato un appello alla comunità internazionale chiedendo la cessazione immediata di tutti i trasferimenti di armi, invitando i Paesi a lavorare per una soluzione politica, invece di contribuire alla "divisione" del mondo arabo lungo linee politiche, sociali, religiose e tribali".

Parlando ai vescovi presenti, il prelato ha annunciato la costituzione di un "comitato di solidarietà" della Chiesa in Siria. Il piano ha l'obiettivo di coordinare le attività di soccorso in loco e di controllare e registrare gli edifici ecclesiastici distrutti o danneggiati. Il patriarca ha proposto anche dei sottocomitati in Libano, Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Paesi arabi ed Europa, che avranno il compito di sostenere con le loro risorse il lavoro della Chiesa melchita in Siria. "Speriamo - ha affermato - che i nostri fratelli vescovi ci aiuteranno in questa impresa ... in modo da poter affrontare le sfide future, che ci chiedono di restare in questo Paese martoriato dalla guerra e in quanto cristiani di essere guida e punto di riferimento per tutta la popolazione". Gregorio III ha sottolineato che la "Chiesa è un solo corpo, una sola famiglia cristiana, una nazione, e questa fede si traduce in opere buone e soprattutto in amore attivo verso chi è nel bisogno". Per il prelato i fedeli della Chiesa melchita devono promuovere e testimoniare il Vangelo ovunque essi siano: "Questa è la vera azione politica e il dovere che dobbiamo compiere con coraggio, zelo, amore, dedizione, sincerità e dignità".

http://www.asianews.it/notizie-it/Beirut,-l'appello-di-cattolici-e-ortodossi-per-l'unità-dei-cristiani-e-la-fine-della-guerra-in-Siria-28236.html

giovedì 20 giugno 2013

Il Papa: "Cessi la grande tribolazione! In Siria e in tutto il Medio Oriente si ponga fine ad ogni dolore, ad ogni violenza, ad ogni discriminazione religiosa, culturale e sociale"

Il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti all’86ª Assemblea della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (R.O.A.C.O.), che si è svolta in questi giorni a Roma sul tema: “La situazione dei cristiani e delle Chiese in Egitto, Irak, Siria e in Terra Santa”. 


20-06-2016 - Sala stampa della santa Sede

"La presenza dei Patriarchi di Alessandria dei Copti e di Babilonia dei Caldei, come dei Rappresentanti Pontifici in Terra Santa e in Siria, del Vescovo Ausiliare del Patriarca di Gerusalemme e del Custode di Terra Santa, mi porta con il cuore nei Luoghi Santi della nostra Redenzione, ma ravviva in me la viva preoccupazione ecclesiale per la condizione di tanti fratelli e sorelle che vivono in una situazione di insicurezza e di violenza che sembra interminabile e non risparmia gli innocenti e i più deboli.

A noi credenti è chiesta la preghiera costante e fiduciosa perché il Signore conceda la sospirata pace, unita alla condivisione e alla solidarietà concreta.

Vorrei rivolgere ancora una volta dal più profondo del mio cuore un appello ai responsabili dei popoli e degli organismi internazionali, ai credenti di ogni religione e agli uomini e donne di buona volontà perché si ponga fine ad ogni dolore, ad ogni violenza, ad ogni discriminazione religiosa, culturale e sociale.

Lo scontro che semina morte lasci spazio all’incontro e alla riconciliazione che porta vita. A tutti coloro che sono nella sofferenza dico con forza: non perdete mai la speranza! La Chiesa vi è accanto, vi accompagna e vi sostiene! 
Vi chiedo di fare tutto il possibile per alleviare le gravi necessità delle popolazioni colpite, in particolare quelle siriane, come dei profughi e dei rifugiati sempre più numerosi. Proprio sant’Ignazio di Antiochia chiedeva ai cristiani di Roma: “ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria… Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità” (Lettera ai Romani IX, I).

Al Signore della vita affido le innumerevoli vittime e imploro la Santissima Madre di Dio perché consoli quanti sono nella “grande tribolazione” (Ap 7,14).  E’ vero questa è una grande tribolazione!.

Su ciascuno di voi, sulle Agenzie e su tutte le Chiese Orientali imparto di cuore la Benedizione Apostolica."

I massacri degli estremisti islamici rafforzano Bashar al-Assad

Ignorati per mesi dai media occidentali, i massacri delle brigate islamiste hanno fatto la loro comparsa anche sui media pro-ribelli. Essi denunciano esecuzioni sommarie, l'istituzione di tribunali islamici e massacri di sciiti. Tutti però sarebbero giustificati dall'odio contro Assad. Ad al-Qusair e Aleppo la popolazione accoglie l'esercito regolare.

AsiaNews - 17/06/2013

  Esecuzioni sommarie, condanne per blasfemia e la cacciata di cristiani e sciiti dalle loro abitazioni. Sono alcuni degli atti compiuti dai tribunali del "Califfato dell'Iraq e del Levante", nome con cui al-Nousra e altre brigate ribelli islamiste hanno rinominato i territori siriani sotto il loro dominio.
In diversi quartieri di Aleppo, nelle città di al-Bab, Idlib e in altri villaggi controllati dai guerriglieri islamisti legati ad al-Qaeda vige già da un anno la sharia. Le corti islamiche hanno un'organizzazione capillare, non sono improvvisate. Le loro sentenze sono quotidiane e colpiscono in modo indiscriminato sunniti, cristiani, alawiti, sciiti e tutti coloro che non si conformano alle regole dell'islam wahabita.
Lo scorso 6 giugno  nel quartiere popolare di Chaar, situato nella parte di Aleppo in mano alle brigate al-Nousra, un bambino di 14 anni è stato giustiziato perché avrebbe offeso il profeta. Il 12 giugno le brigate Sadeq al-Amin hanno assaltato il villaggio a  maggioranza sciita di Hatlah, nella provincia di Deir Ezzor. Un video diffuso su Youtube  dagli stessi islamisti, quasi tutti stranieri dal marcato accento nord- africano, mostra i guerriglieri di ritorno dalla missione mentre espongono i corpi degli uccisi. Essi li deridono definendoli "cani fedeli ad Assad" e dichiarano di voler uccidere tutti coloro che si contrappongono all'avanzata dell'islam. Lo scorso 13 giugno la popolazione di al-Bab (Aleppo) ha trovato nella locale moschea il corpo di un uomo con fori di proiettile alla testa e al collo. Secondo i residenti, la vittima era stata arrestata diversi mesi fa dalle milizie islamiste per un caso di furto e condannato a morte dal tribunale shariatico del villaggio.

A diffondere i report dei massacri è proprio l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione creata dai ribelli in esilio, a cui si deve la maggioranza delle informazioni sul conflitto siriano e la denuncia delle violenze compiute dal regime. Per quasi due anni l'Sohr ha riferito solo i casi di violenza compiuti dal regime contro i ribelli. I principali organi di informazione mondiali - con in testa Bbc, al-Jazeera e al-Arabya - hanno utilizzato come unica fonte le notizie riportate dall'organizzazione. In questi mesi diversi esperti e gli stessi siriani intervistati da AsiaNews hanno accusato i media occidentali e del Golfo di produrre informazioni "parziali". I recenti articoli mostrano un atteggiamento più imparziale. Tuttavia, per evitare di perdere consensi fra le milizie ribelli, l'Sohr continua a prendere le difese anche degli estremisti islamici. Nel caso di Hatlah, l'autore del resconto pubblicato dall'Osservatorio ci tiene a precisare che il villaggio si era schierato con il regime e ospitava nelle proprie abitazioni diversi contingenti armati. Il redattore dell'Sohr va a ripescare antiche divisioni sostenendo che "ai tempi di Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, la popolazione locale avrebbe compiuto massacri contro i sunniti", giustificando in parte il massacro.
 
In un'intervista rilasciata ad AsiaNews lo scorso 28 maggio, Gregorio III Laham, patriarca cattolico di Antiochia, sosteneva che "il futuro della Siria non si può  costruire attraverso la distruzione. Con la guerra non ci sono vincitori". Negli ultimi mesi di conflitto, il finanziamento indiscriminato della ribellione e il continuo ingresso di guerriglieri stranieri ha paradossalmente ridato nuova forza al regime, invece di smorzare il suo potere, dando un pretesto alle milizie sciite di Hezbollah per fare la loro chiamata alla guerra contro il nemico sunnita. La stessa popolazione siriana, compresi molti musulmani schierati contro il regime, hanno iniziato a denunciare la presenza dei guerriglieri stranieri nelle loro terre e li considerano dei terroristi. Ciò sta accadendo ad Al-Qusair, fra le prime città ad aderire alla ribellione contro Assad e per mesi roccaforte della ribellione, dove la popolazione ha denunciato la distruzione mirata di chiese e moschee perché considerati non in linea con l'islam radicale. Una situazione simile si vive anche ad Aleppo dove in diversi quartieri la gente ha accolto l'arrivo dell'esercito regolare.
Già nel novembre 2012, il quotidiano turco Hurryiet puntava il dito sull'estrema divisione dell'esercito ribelle siriano, avvertendo l'occidente sui rischi di un loro sostegno armato, avallato nei giorni scorsi dal presidente degli Stati Uniti Barak Obama e dai governi di Francia e Gran Bretagna. A tutt'oggi le milizie riconosciute sono circa 30, per un totale di oltre 100mila guerriglieri. Di queste solo tre fanno dichiaratamente parte del Free Syriam Army, il principale interlocutore della comunità internazionale. Le altre 27 sono legate ad Al-Qaeda o rispondono ad altri movimenti ideologici islamisti o politici.
Fonti di AsiaNews, spiegano "che il fine dei questi gruppi, non è solo la liberazione della Siria da Assad, ma diffondere con le armi l'islam radicale in tutto il Medio Oriente e conquistare Gerusalemme". Molti guerriglieri non parlano nemmeno l'arabo. Altri sono partiti da villaggi del Pakistan, Afghanistan, Somalia, Indonesia senza conoscere l'esatta ubicazione della Siria. Alcuni abitanti di un villaggio nei pressi di Aleppo hanno riferito che diversi guerriglieri, soprattutto i più giovani, sono stati reclutati con la falsa promessa di andare a liberare Gerusalemme". (S.C.)

http://www.asianews.it/notizie-it/I-massacri-degli-estremisti-islamici-rafforzano-Bashar-al-Assad-28219.html