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giovedì 13 settembre 2012

Messaggero di pace: Intervista del cardinale segretario di Stato a "Le Figaro"

da L'Osservatore Romano 13/09/12
<br>Alla vigilia della visita papale in Libano il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha rilasciato un'intervista al quotidiano francese "Le Figaro" che la pubblica nel numero di oggi, 13 settembre. La presentiamo in una nostra traduzione.
di Jean-Marie Guénois

Il viaggio di Benedetto XVI in Libano s’iscrive inevitabilmente nel contesto drammatico della guerra civile in Siria. È un viaggio a rischio?
La situazione drammatica nella quale vive il popolo siriano è seguita con molta apprensione dal Santo Padre. Da oltre un anno il Papa ha moltiplicato i suoi appelli pubblici a favore della pace, della riconciliazione, dell’unità del popolo siriano. Non ha neppure lesinato sforzi per una soluzione diplomatica. In Libano le nostre reti ecclesiali ci indicano che il Paese non si trova oggi in una situazione pre-conflittuale paragonabile alla crisi siriana. Alcuni episodi hanno potuto suscitare un’impressione diversa nell’opinione internazionale ma, ancora una volta, le informazioni che riceviamo sul posto ci assicurano che, al contrario, c’è grande attesa per la visita del Papa da parte di tutti i libanesi e di tutte le comunità socio-religiose del Paese.

L’ipotesi di un annullamento del viaggio è stata mai contemplata?

No, mai. Noi seguiamo la situazione molto da vicino. Incrociamo molteplici fonti d’informazione. Consideriamo seriamente tutti gli avvenimenti particolari, ma non abbiamo finora mai ricevuto dati sufficientemente gravi da far contemplare l’ipotesi dell’annullamento della visita.

Benedetto XVI ha mai esitato?

Il Santo Padre ha preso la decisione di visitare il Libano molto tempo fa. Vi si reca come un messaggero di pace. Bisogna capire bene questo per non sbagliarsi sul viaggio. Le crescenti tensioni in quell’area, lungi dallo scoraggiarlo, hanno dunque reso ancora più urgente il suo desiderio di visitare il Libano al fine di promuovere la pace e di esprimere a tutti la sua profonda solidarietà.

Sono state richieste particolari misure di sicurezza per il Papa, ma anche per le folle?

Ogni viaggio è oggetto di rigide misure per garantire la sicurezza di tutti. Nessuna richiesta supplementare è stata comunque formulata. A tale riguardo, restiamo in stretto contatto con le autorità.

La posizione della Chiesa cattolica sulla crisi siriana è stata spesso percepita come troppo prudente nei confronti del regime di Damasco. Che cosa pensa oggi la Santa Sede della crisi siriana?

Fin dall’inizio della crisi, il Papa ha condannato con tutte le sue forze le violenze e la perdita di vite umane. Con lo stesso vigore Benedetto XVI ha affermato le legittime aspirazioni del popolo siriano. Ha ripetutamente invitato tutti i responsabili ad astenersi da qualsiasi violenza e a impegnarsi sulla via del dialogo e della riconciliazione per risolvere questioni inevitabili per il bene del Paese e per quello di tutta la regione.

Ci sono oppositori musulmani che rimproverano ai cristiani siriani la loro «neutralità».

In Siria i cristiani cercano di vivere in pace e in armonia con i loro fratelli siriani. Temono l’aumento della violenza che mette in pericolo tutti i siriani. I cristiani sono un punto di riferimento, un ponte tra le comunità. Essi cercano di costruire la pace e l’unità tra tutti i cittadini, al di là della loro appartenenza etnica e religiosa.

Alcuni però vedono questa «neutralità» come una mancanza di coraggio...

La posizione della Chiesa non è neutrale, è semplicemente chiara e netta: la violenza porta solo a nuove violenze! La violenza porta la morte. Ferisce per sempre i corpi ma anche le menti. La violenza infligge ferite psicologiche profonde al cuore della nazione siriana che si faranno sentire per molti anni.

Benedetto XVI si pronuncerà su questa crisi durante il viaggio?

Il Papa intende essere una voce profetica e una voce morale. La Santa Sede chiede la cessazione immediata di ogni violenza per far prevalere il dialogo ed evitare qualsiasi nuova ferita alla popolazione.

Ma perché in questo contesto è stato scelto il Libano?

Benedetto XVI ha già visitato la Terra Santa, cioè Israele, i Territori Palestinesi, la Giordania, Cipro, la Turchia. Il Libano, Paese biblico, è apparso un luogo ideale per consegnare l’esortazione postsinodale a tutte le Chiese del Medio Oriente e per dire al mondo che vivere insieme tra culture e religioni diverse non è un’illusione, ma una realtà che esiste. Questo Libano nel quale Giovanni Paolo II vedeva, «più che un Paese», un «messaggio» di libertà, di convivialità e di dialogo.

Benedetto XVI ha inserito la novità geopolitica della primavera araba nel documento che renderà pubblico domenica a Beirut?

Il Papa non è un commentatore politico! Aspettarsi dall’esortazione post-sinodale una sorta d’interpretazione socio-politica della «primavera araba», o addirittura un programma politico specifico per i cristiani, sarebbe fraintendere il magistero del Santo Padre. L’esortazione post-sinodale sarà piuttosto un messaggio di speranza e un incoraggiamento per tutti i cattolici del Medio Oriente affinché possano offrire il loro prezioso contributo nelle società tanto diverse in cui vivono.

Questo testo inedito per il futuro di quei cristiani non rischia di essere già superato dagli eventi?

L’esortazione trae la sua ispirazione da un Sinodo che ha riunito a Roma per tre settimane tutti i vescovi e gli esperti del Medio Oriente. In quell’autunno 2010 sono state poste pubblicamente questioni molto precise — e a volte scomode— sulla libertà, la democrazia, la giustizia, lo Stato di diritto. Bisogna ammettere che le richieste del Sinodo, sostenute dai cattolici, hanno in un certo modo anticipato le aspirazioni della «primavera araba» del 2011.

Il Papa ha affrontato questi temi sociali nella stesura finale del documento?

Benedetto XVI ha seguito con molta attenzione l’evolversi della «primavera araba». È molto informato sulla situazione. Quando capi di Stato o primi ministri escono da un incontro con lui, sono sempre sorpresi dal suo livello di conoscenza delle diverse questioni. Per il Papa la promozione dei diritti dell’uomo è la strategia più efficace per costruire il bene comune, base della convivialità sociale. Ritiene che se la democrazia prenderà maggiormente consistenza nel mondo arabo, porterà a un maggiore rispetto dei diritti dell’uomo e a un migliore sviluppo della società a tutti i livelli. Ma allo stesso modo insiste nel dire che la religione e i suoi valori sono un elemento importante del tessuto sociale. La religione è anche un diritto fondamentale dell’uomo ed è per lui inimmaginabile che dei credenti si privino di una parte di se stessi — della loro fede — per essere cittadini attivi.

La primavera araba pone di nuovo la questione delle relazioni tra la Chiesa e l’islam; come vede oggi questo problema?

Conosciamo male la nostra storia comune! Le relazioni islamo-cristiane risalgono a molti secoli fa. Hanno conosciuto tutte le varianti, a seconda dei Paesi, andando dall’osmosi al rifiuto, in seno al mondo musulmano ma anche all’interno della Chiesa. Dal concilio Vaticano II, la linea direttrice è chiara: la comunità cristiana tende una mano aperta in segno di dialogo e di riconciliazione. Noi osserviamo, nel mondo islamico, i segni del desiderio di stringere questa mano e di camminare insieme. A Roma, il nostro Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, sotto la responsabilità del cardinale Tauran, viene in proposito interpellato da ogni parte del mondo. Certo, si levano voci contrarie, ma le società sempre più multietniche, multiculturali e multireligiose impongono questa coabitazione. È una scelta senza appello per la libertà di coscienza, la libertà religiosa, il rispetto e il dialogo. Il problema oggi consiste nel trasporre, soprattutto attraverso la formazione, questa qualità del rapporto dal livello delle élite a quello delle popolazioni che sono talvolta sotto l’influenza dei gruppi fondamentalisti.

Alcuni scettici preannunciano però un inevitabile scontro islamo-cristiano...

Non siamo d’accordo, poiché ci troviamo all’opposto di uno scontro con l’islam! Una simile visione conflittuale non dà ragione né alla realtà sul terreno, né a una visione del futuro, né al credo profondo della fede stessa.

Nell’attesa, sempre più cristiani lasciano il Medio Oriente. Questa partenza è inevitabile?

Bisognerebbe rispondere Paese per Paese, per evitare generalizzazioni. E non dimenticare che il primo motivo della partenza è spesso economico e sociale, mentre il secondo è legato all’instabilità creata dagli anni di guerra. Al contrario, e noi lo constatiamo, quando il contesto sociale e culturale è favorevole, i cristiani si mobilitano, anche in Paesi musulmani, per la costruzione di società in cui ognuno deve avere il proprio posto, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Su questo piano il ruolo degli Stati è decisivo.

I cristiani del Medio Oriente, minoritari, hanno una vocazione particolare?

Per comprenderla, occorre ribaltare la nostra prospettiva: il cristianesimo è nato lì! I cristiani in Medio Oriente non sono arrivati come missionari dell’Occidente o sulle orme di imperi coloniali. Allo stesso tempo, il Medio Oriente attuale deve molto alla presenza cristiana. Questa ha modellato il volto delle società. Un solo esempio: la rinascita araba del secolo scorso che ha visto la partecipazione di eminenti figure cristiane. I cristiani contribuiscono dunque all’edificazione di una società libera, giusta e riconciliata. La loro presenza è auspicata dalla maggior parte dei Paesi. La posta in gioco è di lavorare insieme per fare di questa regione una nuova culla di civiltà, di cultura e di pace.

Questo viaggio di Benedetto XVI a Beirut s’iscrive in un contesto d’instabilità generalizzata: incertezza in Egitto, tensione tra Israele e Iran, Siria a ferro e fuoco, Iraq frammentato. Qual è la principale posta in gioco della visita?

Aggiungerei la questione palestinese che dura da diversi decenni e non ha ancora trovato una vera soluzione. In effetti, accordi parziali, anche se positivi, non possono garantire una pace duratura se altre questioni non sono state risolte. La sfida più grande è di trovare una soluzione condivisa da tutti i protagonisti locali con l’aiuto della comunità internazionale, che è corresponsabile. La presenza del Papa è dunque un invito a tutti i responsabili del Medio Oriente e della comunità internazionale a impegnarsi con una volontà ferma per trovare soluzioni eque e durature per la regione. Benedetto XVI non ha però la pretesa di essere un leader politico. Come responsabile religioso, viene per confermare i suoi fratelli nella fede in Gesù Cristo e intende esortare tutti gli uomini e le donne di buona volontà a far sì che la religione non sia mai un motivo di guerra e di divisione. Cercherà di toccare i cuori affinché ognuno s’impegni a cambiare la situazione.
http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#2

Benedetto XVI chiederà pace per la Siria e un blocco alla vendita di armi nella regione

Patriarca Rai: Il Papa chiede la pace per la Siria.
Il film anti-Islam offende tutti noi.
 
Asia News 13/09/2012
Il capo della Chiesa maronita spiega che Benedetto XVI viene come testimone di pace per il Medio oriente e domanda a Stati, parti interessate e mercenari di fermare il commercio e l'uso delle armi. Cristiani e musulmani insieme per una reale Primavera araba. Il film che denigra Maometto è un'offesa per tutte le religioni.
Bkerke (AsiaNews) - Durante la sua visita in Libano, Benedetto XVI chiederà pace per la Siria e un blocco alla vendita di armi nella regione. È quanto affermato dal patriarca Bechara Rai, in una conferenza stampa tenuta stamane. Il capo della Chiesa maronita ha anche definito "vergognoso" il film anti-islam che ha provocato manifestazioni, violenze e morti in Libia. "Questo film - ha aggiunto - ci offende tutti".

Il viaggio che il papa sta per compiere dal 14 al 16 settembre vuole "fermare la spirale di violenza e di odio in Siria", ha spiegato il patriarca, ma anche chiedere "che coloro che vendono armi all'uno o all'altro gruppo" si fermino. Iniziate come un prolungamento della Primavera araba, le tensioni in Siria sono giunte a una vera e propria guerra civile, che ha causato la morte di decine di migliaia di persone. Governi occidentali, insieme ad Arabia saudita e Qatar sostengono i ribelli, con denaro e armi. La Siria, la Cina e l'Iran sostengono invece Bachar Assad e il suo governo.

"La guerra - ha precisato Rai - non è combattuta in nome dell'islam o del cristianesimo, ma da Stati, da parti interessate, da mercenari".

"Cristiani e musulmani - ha poi proseguito - devono unirsi attorno ad alcuni valori per gettare le fondamenta di una reale Primavera araba". Il papa viene in Libano per firmare e diffondere l'Esortazione apostolica seguita al Sinodo sul Medio oriente, celebrato a Roma nell'ottobre 2010, in cui si sono discussi molti aspetti e valori presenti nei movimenti che stanno cambiando il mondo arabo. "La visita del papa - ha aggiunto il patriarca - è un appello alla pace in Medio oriente, alla separazione della religione dallo Stato, all'accettazione dell'altro e della diversità nell'unità".
http://www.asianews.it/notizie-it/Patriarca-Rai:-Il-Papa-chiede-la-pace-per-la-Siria.-Il-film-anti-Islam-offende-tutti-noi-25809.html



Gregorio III Laham

"Per il ministero della Riconciliazione sono pronto a offrire la mia vita in sacrificio e a intraprendere dei viaggi per il buon esito del nostro appello alla riconciliazione e al dialogo."


P A T R I A R C A T O
GRECO – MELKITA- CATTOLICO
Aïn Traz, 30/8/2012

Ai nostri figli e figlie in Siria e ai figli e figlie della Chiesa nel mondo

A tutti gli uomini di buona volontà

 Per la Siria, la riconciliazione è l’unica  ancora di salvezza

“Venite dobbiamo avere una parola in comune”
(Sura Al Omran, 64)
“Beati gli operatori di Pace”
(San Matteo 5,9)

Introduzione

I nostri occhi e i nostri cuori versano lacrime oggi perché il linguaggio della violenza ha superato ogni altro linguaggio. Le lacrime fluiscono da ogni parte e su tutte le arene, in tutte le mani, nelle case e nei singoli … Le vittime umane, delle diverse appartenenze cadono, lasciando dietro di loro la desolazione e le tragedie sociali, familiari e nazionali. Dio abbia misericordia delle vittime, curi le ferite, guarisca i malati e consoli gli afflitti. Di fronte a queste prove, gli ostacoli per trovare aiuti umanitari e farli pervenire ai bisognosi e ai sinistrati, si moltiplicano.
Quale dinamica trovare per una via d'uscita alla crisi? Con questa lettera vogliamo di nuovo chiamare tutti al dialogo... affinché possiamo superare le nostre ferite, le nostre sofferenze e il sangue versato …  e affinché noi siamo fra coloro che credono nel dialogo, nella riconciliazione, nell'incontro e nel faccia a faccia...
Questo cammino è più difficile ma è l'unico cammino ragionevole perché costituisce l'unica garanzia per l'avvenire. È un cammino ineluttabile perché nessuna fazione può eliminare l'altra in alcun modo. La violenza accresce la violenza, mentre il dialogo aggiunge al dialogo forza e frutto. Quanto alla riconciliazione, essa prepara i cuori e gli animi a un maggiore dialogo e una maggiore riconciliazione.

 La Chiesa siriana e la Riconciliazione
 
Riconciliatevi con Dio! Riconciliatevi gli uni con gli altri! È il ministero della riconciliazione!
La Chiesa che è in Siria è chiamata al ministero della Riconciliazione, Musalaha, con ogni mezzo possibile perché la riconciliazione è nel cuore dell'insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo nel Santo Vangelo. È il nostro Bene ed è il Bene dell'umanità … con Dio.
Noi consideriamo che il ruolo della Chiesa in Siria oggi sia questo santo ministero, vale a dire operare in favore della riconciliazione. Beati gli operatori di pace! Noi consideriamo che questo ministero sarà la garanzia dei cristiani di fronte ai giorni cupi che si annunciano nel cielo della Siria. È così che i cristiani adempiranno la loro più grande missione per il paese, come storicamente si impegnarono per la sua prosperità a tutti i livelli.
Oggi la loro missione è di rimanere fra e con tutti i protagonisti, ovunque, su ogni fronte del paese… chiamandoli tutti alla riconciliazione civile e sociale … Poiché il ruolo della Chiesa è di essere l'araldo della riconciliazione e suo artefice a tutti i livelli. Noi consideriamo che in quanto cristiani del Levante e come arabi presenti e operanti nella storia del nostro paese, in tutte le sue tappe e in tutte le sue crisi, nel suo progresso e nel suo sviluppo, nella pace e nella guerra, noi siamo stati e resteremo la garanzia della diversità e coloro che la fondano e la promuovono. Sì, noi troviamo il nostro ruolo in questa via storica.

Appello alle Chiese del mondo
Con San Paolo noi diciamo: "Gesù è la nostra Pace, Colui che ha fatto dei due uno solo e che ha distrutto il muro dell'inimicizia tra gli uomini". Questa è la sorgente del presente appello che noi rivolgiamo a tutte le Chiese del mondo, ai nostri fratelli cattolici, ortodossi e protestanti. Noi chiamiamo i responsabili spirituali a unire la loro voce a quella della Chiesa che è in Siria per lanciare con tutti i mezzi, un appello alla riconciliazione in Siria. Che lo facciano ai dirigenti e alle diverse istituzioni del loro paese, verso i loro fedeli, i loro religiosi e religiose e i loro sacerdoti... E' necessaria una campagna per realizzare la Riconciliazione in Siria. Poiché se il mondo invocasse a una sola voce e ogni giorno il dialogo e la riconciliazione … allora sì tutto cambierebbe.

Appello ai cristiani siriani
In mezzo a questo fiume di sangue che, continuamente scorre in tutte le contrade della Siria, noi diciamo ai nostri figli beneamati: Pazienza! Se siete sfollati all'interno della Siria o in un paese limitrofo, rimanete vicino alle vostre case e ai vostri beni nel vostro paese. Diciamo grazie a coloro che ospitano gli sfollati. Ma se partite fuori dalla regione, il vostro ritorno sarà più difficile e la vostra situazione non sarà facile malgrado le facilità offerte dai paesi che vi accolgono, facilità che potrebbero non durare. Per questo vi dico: "Non emigrate!". Noi continueremo a fare tutti i nostri sforzi per aiutare con tutti i nostri mezzi, i bisognosi e gli sfollati.

Appello ai siriani

Grande è la mia speranza che noi siriani, cristiani e musulmani, che subiamo, tutti, il peso di questa situazione tragica e sanguinosa che dura da più di un anno e mezzo, troveremo insieme - e dobbiamo farlo - un'altra via della violenza, delle armi, delle uccisioni e della distruzione perché in questa via nessuno esce vincitore ma tutti sono dei vinti. La distruzione si estende e l'uomo è ucciso, le calamità si moltiplicano e colpiscono tutti i cittadini.
Per questo rivolgo il mio appello con il venerabile versetto del Corano: "Venite dobbiamo avere una parola in comune!" e con il versetto del Santo Vangelo: "Beati gli operatori di pace"… Ecco lo slogan che eleviamo con questa lettera. La riconciliazione è l'unica ancora di salvezza per la Siria.

Appello al mondo
Abbiamo la ferma speranza che il nostro messaggio sarà ricevuto dai Re, dagli Emiri e dai presidenti arabi, e dai capi delle nazioni del mondo intero, in America del nord e del sud, in Europa occidentale e orientale, in Asia, in Africa e in Australia. Così come speriamo sia ricevuto nelle Chiese e nelle comunità cristiane, in Oriente e in Occidente, nelle organizzazioni non governative, dai pensatori, dagli operatori di pace, soprattutto coloro il cui lavoro è stato coronato da un premio Nobel. Sul posto vi è il ministero della riconciliazione che è attivo ed efficiente. Su un altro piano, vi sono gruppi in azione, formati da capi tribù, da persone influenti, che hanno riportato grandi successi nella soluzione dei problemi in diverse località, e che hanno permesso di evitare grandi calamità e ristabilito la pace tra diverse fazioni religiose e altre. Noi chiediamo ai nostri amici di sostenere il lavoro di questi gruppi e della Chiesa in Siria che si consacra a questo ministero della riconciliazione, per garantirne il proseguimento.
Fine
Per il ministero della Riconciliazione sono pronto a offrire la mia vita in sacrificio e di intraprendere dei viaggi per il buon esito del nostro appello alla riconciliazione e al dialogo.
Portiamo questo messaggio, messaggio "di pace e di riconciliazione" ai santuari delle nostre Chiese e dei nostri monasteri affinché tutti eleviamo le nostre mani supplicanti per la sicurezza, la tranquillità e la stabilità, frutto del dialogo della riconciliazione e della solidarietà, per il coordinamento di tutte le potenzialità, in vista di un avvenire migliore per la Siria, con tutti i suoi figli, le sue confessioni, i suoi partiti e le sue ambizioni.
Sì, noi speriamo che tutti insieme possiamo realizzare la beatitudine evangelica: "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio".

Con il mio amore, le mie preghiere e la mia benedizione

   Gregorio III Laham
 

Gregorios III :
« N’émigrez pas et restez enracinés dans la terre où sont morts vos aïeux »
 
I.MEDIA: Quelle est l’atmosphère au Liban à l’approche du voyage de Benoît XVI? Y a-t-il aussi une attente de la part des musulmans?
Gregorios III: L’atmosphère est telle que vous pouvez la vivre dans les rues de Beyrouth ou du Liban, si vous avez le temps de vous y promener. Dans le moindre des petits villages comme dans les grandes villes, les panneaux saluant le pape s’affichent partout. Souvent en français, en anglais ou en arabe, ils sont le fait des municipalités, des entreprises et même de particuliers. Cette attente est aussi celle de nos frères musulmans. Au Liban comme d’ailleurs en Syrie et ailleurs au Proche-Orient, les villages et les villes sont mixtes. Ils sont chrétiens et sunnites, chrétiens et chiites, chrétiens et druzes. Ils sont le symbole du vivre ensemble, le symbole concret et vivant de ce Liban « pays message », comme l’a dit le bienheureux Jean Paul II. Nous attendons le pape et son message ensemble, en famille. Benoît XVI est notre père et nos frères musulmans l’attendent avec nous.
I.MEDIA: Si la visite de Benoît XVI est avant tout pastorale, on ne peut faire abstraction de sa dimension politique. S’attend-on à un message du pape en ce sens?
Gregorios III: Le message du Saint-Père va venir nous renforcer, augmenter nos forces et notre volonté de vivre sur nos terres, là où Notre-Seigneur nous a placés. Vivre comme nos pères ont vécu depuis plus de 2000 ans. Benoît XVI va venir dire à nos jeunes, à nos familles, ce que je ne cesse de répéter depuis mon élection au siège d’Antioche: n’émigrez pas. N’émigrez pas et restez enracinés dans la terre de vos aïeux qui ont vécu et qui sont morts pour que cette terre reste et demeure ce qu’elle est: une terre de chrétienté, la terre du berceau du christianisme, la terre du message, la terre de la paix. Le pape va nous donner la direction, les manières pour ne pas flancher dans les crises et les tourments. Il va nous donner la force de ne pas avoir peur face à cet avenir incertain qui est le nôtre.
I.MEDIA: Le voyage du pape s’adresse à tout le Moyen-Orient, donc aussi à la Syrie. Comment les Syriens vivent-ils l’attente? Certains seront-ils présents lors des rencontres avec Benoît XVI?
Gregorios III: Bien évidemment, cette visite de Benoît XVI est une visite à toutes les Eglises d’Orient sur la terre du Liban, pays d’accueil par excellence. Elle est la conclusion de l’Assemblée spéciale du Synode des évêques pour le Moyen-Orient, qui s’est tenue à Rome en octobre 2010. Nos fidèles de Syrie, sous le patronage de Notre-Dame du Liban et de saint Paul, vivent cette attente dans la prière et l’espoir de pouvoir être nombreux autour de Benoît XVI. Le pourront-ils? Nos paroisses ont redoublé d’efforts pour cela. Plaise à Dieu que les chrétiens de Syrie, les chrétiens du berceau du christianisme, les chrétiens de saint Paul soient nombreux avec et autour du pape, pour prier pour la paix et la réconciliation dans leur pays. Nous sommes à deux jours de la visite du pape et le Moyen-Orient retient son souffle pour que cette visite s’accomplisse en paix et dans la prière. Au Liban, pays d’accueil, toutes les forces politiques, civiles et religieuses s’activent pour que cette visite soit une réussite tant spirituelle que matérielle.
I.MEDIA: La visite du pape suffira-t-elle à stopper, ou du moins freiner, l’exode des chrétiens du Moyen-Orient?
Gregorios III: C’est mon souhait et mon vœu le plus cher. Mes premières paroles en tant que patriarche au lendemain de mon élection en novembre 2000 ont été: n’émigrez pas! A nous, chefs des Eglises, Benoît XVI donnera la force de consolider la foi de nos fidèles. Il viendra leur dire pourquoi ils doivent continuer à vivre et à mourir sur la terre de leurs ancêtres, cette terre bénie de Dieu, cette terre choisie par Dieu pour Se faire homme.
I.MEDIA: La crise syrienne risque-t-elle de s’étendre durablement au Liban?
Gregorios III: Mon vœu et ma prière sont pour que la crise arrête de s’étendre en Syrie. Que les armes se taisent et que la Syrie trouve le chemin du dialogue et de la réconciliation. Et pour cela, je suis prêt à donner ma vie! J’ai lancé au début du mois un appel à Benoît XVI, aux cardinaux, aux conférences épiscopales, aux rois et aux chefs d’Etat et à tous les hommes de bonne volonté, pour soutenir la réconciliation en Syrie. Quant au Liban, ma prière quotidienne est que Dieu le préserve de tout mal. Il se redresse à peine d’années de guerre et de conflit. Plaise à Dieu, par l’intercession de Notre-Dame du Liban, que ce « pays message » soit préservé de tout mal. (apic/imedia/cp/ggc)
Propos recueillis par Charles de Pechpeyrou, I.MEDIA
http://www.aed-france.org/actualite/voyage-du-pape-au-liban-nemigrez-pas-et-restez-enracines-dans-la-terre-ou-sont-morts-vos-aieux/