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lunedì 27 agosto 2012

Siria, la voce della maggioranza silenziosa

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'Mussalaha' o riconciliazione
"La maggioranza silenziosa del popolo siriano desidera LA PACE, la pace e la riconciliazione. Tutto il resto è manipolazione e menzogna. In questo desiderio di vivere attraverso tutto nella tolleranza reciproca con l'altro si esprime la vera grandezza del popolo siriano."
Testimonianza del sacerdote Daniel Maes, che  vive in Siria


I nostri media solitamente raccontano di una rivolta pacifica della popolazione siriana, che sta diventando sempre più sanguinosa perché viene soppressa dal regime, inoltre proclamano che la comunità internazionale dovrebbe esercitare maggiore pressione sul regime, rendere più incisivo l'aiuto all'opposizione per fermare lo spargimento di sangue, e premere perché la Russia e la Cina  rinuncino al loro sostegno a questo regime sanguinario.

Questa opinione generale, confezionata in mezze verità e bugie intere, non solo mette in pericolo di vita, chi, sulla base di ciò che realmente accade in Siria, lotta per la preservazione di questo paese, ma suscita anche lo spargimento di sangue. Interventi stranieri non sono la soluzione, ma la causa della violenza.

Lasciate che la Siria si interroghi. La gente vuole la pace. Lasciatele cercare il suo modo di riconciliazione o ‘mussalaha'

Una pacifica sollevazione popolare?
All’ inizio della ribellione io ho potuto rilevare nel nostro villaggio di Qâra, con i suoi quasi 500 cristiani e 25.000 sunniti . Siamo stati  ospiti regolari presso il nostro collega Abouna Georges, il sacerdote bizantino e siamo stati accolti calorosamente da famiglie cristiane, ma altrettanto calorosamente da famiglie musulmane. Ci siamo goduti la forte tradizione di libertà, uguaglianza e coesistenza pacifica di cui il popolo siriano era un modello. Non vi era la violenza e il furto, ben pochi erano poveri e c'era abbastanza prosperità per chiunque. Ogni donna e ogni ragazza poteva vestire come voleva. Uomini e donne di ogni etnia o gruppo religioso potevano occupare tutti i posti. Inoltre, la Siria ha offerto a quasi 2 milioni di profughi una casa ospitale e un'uguaglianza, come non hanno ottenuto in nessuna altra parte nel mondo arabo. Abbiamo accolto I rifugiati specialmente nella zona di  Damasco, ma anche in Qâra e nel nostro monastero. E l'aspettativa di vita della popolazione siriana è salita da 56 (nel 1970) a 72 anni (nel 2006). Chi ha interesse per l'attuale distruzione del paese?

 Improvvisamente la società è cambiata in modo radicale. Il grande inquisitore dei Fratelli Musulmani Muhammad Al Ryad Shaqfa ha chiamato dagli Emirati Arabi Uniti e Yemen tutti i musulmani al 14/02/2011, per combattere contro la Siria. Ha gridato per un intervento militare dall'esterno. Dalla canonica al Qâra, da aprile 2011, si vedeva partire un gruppo di giovani ogni venerdì sera diretti dalla Moschea (era un tempio pagano, successivamente la St. Nicholas' Church) a manifestare contro il governo e il Presidente, su un richiamo condotto da sconosciuti. Ci sono alcuni video nei quali essi erano pagati da Al Jazeera, dice il sacerdote che li conosceva. E come facinorosi nei nostri villaggi in realtà nessuno voleva davvero sostenerli, così questo gruppo non è stato supportato da nessuno nel villaggio. Tuttavia questo gruppo è cresciuto. Esso è cresciuto con incendio criminale e armato di violenza. Il Sacerdote è stato perquisito e derubato da uomini mascherati con un accento strano da cui con difficoltà è riuscito a sfuggire a uno strangolamento. E per noi era non più piacevole la visita a Qâra. Abbiamo sentito da amici che è andato nello stesso modo in altri luoghi. L "opposizione" ha imposto che quando si manifesta i negozi si chiudano. A  Quosseir e Homs figli di famiglie cristiane o musulmani moderati erano minacciati e perfino uccisi perché hanno rifiutato di aderire a una dimostrazione anti-governo. Se la popolazione di Aleppo, ha detto il locale arcivescovo Jeanbart, nell'agosto 2012 non avesse opposto energica resistenza contro queste bande armate e non avesse aiutato l'esercito, la città sarebbe stata occupata già dopo un giorno. Tutto questo non ha nulla a che fare con una "rivolta popolare pacifica".

Chi è l’ "opposizione"?
Fin dall'inizio ci sono stati molti gruppi di opposizione con i loro leader. CNCCD (Comité National de Coordination pour le Changement Démocratique) è il più antico e molto diviso. Vuole la caduta del governo ma nessun intervento straniero. Il gruppo di opposizione più moderato contiene il Partito Nazionale Siriano, l’ iniziativa curda, il Partito Comunista siriano e vari altri. Vogliono un dialogo con il governo e declinano qualsiasi intervento straniero radicalmente. Il terzo è il gruppo di opposizione estera di CNS (Conseil National Syrien), dominata dai Fratelli Musulmani (da Washington, Londra, Bruxelles). Questi estremisti religiosi rifiutano dialogo e riforme democratiche e chiedono un jihad armata in Siria per riportare l'islamismo rigoroso. Il CNS si atteggia a rappresentante ufficiale della Siria ma in realtà è una vergogna per la popolazione. Esso gode del sostegno di America, Inghilterra, Francia, Turchia, le milizie libanesi, Giordania e, naturalmente, Arabia Saudita e Qatar. All'interno e al di fuori di questi gruppi operano bande sempre più criminali che sfruttano la crescente insicurezza della loro battaglia. Gli aerei della NATO il 26/11/11 hanno trasferito al confine settentrionale con la Siria (in Eskandarun, Turchia) a Damasco Abdel Hakim Belhadj, il ‘macellaio’ di Baghdad e Tripoli, insieme ad un battaglione di 700 combattenti libici (Al-Qaeda) per aggiungere alla sua squadra attuale. Come regalo di Natale, ha ottenuto una massa di armi, rubate da depositi di Gheddafi. Due giorni prima di Natale è già iniziato un attacco a Damasco: più di 50 morti e più di 200 feriti. Nel frattempo, fa anche i nostri servizi di sicurezza di Stato belga sono preoccupati perché ora si scopre che i fondamentalisti musulmani dal nostro paese sono al lato di Al-Qaeda nella lotta contro la Siria!

In breve, il pacifico tubare di colombe di pace "all'opposizione", è  soffocato dagli orrori inenarrabili delle bande criminali che seminano il terrore ovunque. I giovani sono delusi perché potenze straniere dettano il loro ordine del giorno. I nazionalisti hanno stati truffati perché i gruppi armati li soverchiano con la loro pretesa di un intervento militare straniero. I musulmani moderati sono stati truffati perché i salafiti e i fondamentalisti vogliono stabilire una dittatura totalitaria che è molto peggio di quanto il governo siriano sia mai stato. E i cittadini comuni sono delusi perché sono vittime di bande armate ovunque, contro le quali non sono protetti.

"Il regime siriano" è da tempo caduto


Saccheggiato l’Arcivescovado greco cattolico di Aleppo. Libano, in attesa del Papa, angoscia per la Siria.

Aleppo (Agenzia Fides) – L’episcopio dell’Arcivescovo Metropolita greco-cattolico di Aleppo, Sua Ecc. Mons. Jean-Clément Jeanbart, è stato violato e saccheggiato durante scontri fra miliziani e truppe lealiste.
L’Arcivescovo, il suo Vicario e alcuni preti sono fuggiti poche ore prima dell’episodio, avvenuto giovedì scorso, e si sono rifugiati nella casa dei Francescani ad Aleppo. Secondo fonti di Fides nella comunità cattolica locale, i responsabili “sono gruppi non identificati, che intendono alimentare una guerra confessionale e coinvolgere la popolazione siriana in conflitti settari”. Come conferma a Fides il francescano p. George Abu Khazen, OFM, Pro-vicario Apostolico della comunità cattolica latina, che ha ospitato i confratelli greco-cattolici, “l’Arcivescovo Jeanbart ha espresso grande preoccupazione e costernazione per l’episodio, e ha ripetuto, scosso, un’unica parola: Perchè?”. Poi è partito per il Libano, dove si trova tuttora. Nei giorni successivi, quando i militari hanno ripreso il controllo della situazione, il Vicario di Mons. Jeanbat è potuto tornare in sede, constatando che le porte erano state forzate e che dall’episcopio mancavano diversi oggetti (tra cui computer e proiettore).
P. George spiega che nei giorni scorsi c’è stata battaglia nella città vecchia di Aleppo, e che i combattimenti sono giunti fino alla Fahrat Square, dove vi sono tutti gli arcivescovadi. Oltre a quello greco cattolico (melkita), anche quello cattolico maronita è stato danneggiato. Alcuni miliziani hanno fatto irruzione anche nel museo cristiano bizantino “Maarrat Nahman”, danneggiando reperti e alcune icone. Secondo p. George, una soluzione al conflitto “ancora non si vede, perché nessuno degli attori in campo, nazionali e internazionali, fa pressioni per avviare un reale dialogo”.
Parlando a Fides, un altro esponente della gerarchia locale, che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, lancia l’allarme: “Con l’intervento, ormai assodato, di gruppi di jihadisti, c’è il tentativo di fomentare odio e conflitti settari. Si registra un crescente numero di milizie islamiste wahabite e salafite, provenienti da Cecenia, Pakistan, Libano, Afghanistan, Tunisia, Arabia, Libia: tali gruppi hanno l’unico scopo di portare caos, distruzione, atrocità, e di paralizzare la vita sociale. La popolazione civile siriana ne è vittima. Ma non cadrà in questa trappola”. (PA) (Agenzia Fides 27/8/2012)
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=39706&lan=ita


Patriarca Younan: «In attesa del Papa, la nostra angoscia per la Siria»
(Beirut) - La prossima visita del Papa al Paese dei cedri resta confermata, pur nelle convulsioni che dalla Siria stanno tracimando in Libano e sulle quali pesa «l’opportunismo economico» con cui l’Occidente guarda al travaglio che scuote il mondo arabo. Così il patriarca dei siro-cattolici Youssif III Younan parla dell’imminente viaggio papale a Beirut dalla sede del patriarcato a Charfat, dove si terrà l’incontro ecumenico con Benedetto XVI il 16 settembre.

intervista di  Manuela Borraccino | 27 agosto 2012
Beatitudine, a che punto è la guerra in Siria?
Siamo molto preoccupati per il Paese e in particolare per Aleppo, dove continuano i combattimenti tra l'esercito regolare e i ribelli, anche in centro città, con i cittadini che restano rintanati in casa, senza poter sfollare. L’unica via di fuga sarebbe l’aeroporto di Aleppo, ma anche la strada per raggiungerlo è divenuta pericolosissima per via dei check-point del cosiddetto Libero esercito siriano. Le ultime settimane sono state drammatiche per la sicurezza, i rifornimenti alimentari ed energetici.
Che cosa pensate di fare?
Gli sviluppi sono imprevedibili, ed è difficile anche pensare a cosa fare. Il regime dice di essere pronto al dialogo, i ribelli e l’opposizione hanno messo come condizione, per sedersi al tavolo del negoziato, la rinuncia di Bashar al-Assad al potere, una richiesta inaccettabile per il presidente. Perciò siamo ad un punto morto.
Come giudica l’atteggiamento della comunità internazionale?Uno dei paradossi della crisi siriana è che le monarchie del Golfo, che sono a maggioranza sunnita, intendono rovesciare anche per ragioni confessionali il regime siriano, e i Paesi occidentali anziché rifiutare il confessionalismo e tentare una mediazione appoggiano, per via del petrolio, i Paesi del Golfo. Abbiamo il dovere di chiederci come mai l’Occidente - una comunità di Paesi che si definiscono laici e con società civili basate sui diritti umani, che prescindono dalla fede dei singoli cittadini - accetti senza riserve che nel Ventunesimo secolo l’Organizzazione della Conferenza islamica, che riunisce 57 Paesi musulmani, tenga un vertice in Arabia Saudita sotto l’egida della comune appartenenza a una religione per prendere decisioni politiche!
Lei ha parlato di «opportunismo economico»...Certamente: perché il linguaggio dell’Occidente è politicamente corretto mentre le grandi potenze non vogliono affrontare le contraddizioni di quei Paesi che siedono alle Nazioni Unite e che rifiutano di dare gli stessi diritti a tutti i cittadini, indipendentemente dalla religione a cui appartengono. Si critica la Cina ad esempio per il trattamento riservato ai dissidenti politici, ma non una parola viene spesa sull’Arabia saudita, per via del petrolio. Questo è un atteggiamento che non esito a definire economicamente opportunista.
I leader religiosi dei cristiani di Siria non hanno appoggiato immediatamente la rivolta. Cosa replica a chi vi accusa di appoggiare una dittatura?
Come capi religiosi dobbiamo ribadire ancora una volta: noi non siamo né con una persona, né con una famiglia, né con una setta, né con un sistema politico contro altri. Al contrario, siamo angosciati per le sorti della popolazione siriana, viviamo con molta prudenza gli sviluppi di questa crisi, e in tutti questi mesi non abbiamo fatto altro che chiedere a tutti quelli che sono coinvolti in questo conflitto di rinunciare alle armi e sedersi a un tavolo con un mediatore internazionale, innanzitutto le Nazioni Unite con la collaborazione dell’Unione Europea e di altri paesi come la Russia. Abbiamo chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto, tanto all’esercito quanto ai rivoltosi, di difendere le libertà vere di tutti i cittadini, siano essi sunniti, cristiani o di altre confessioni. Perciò è un’assurdità venirci a dire che come capi cristiani dobbiamo stare con una delle due parti, per esempio che dobbiamo allearci coi rivoltosi perché essi rappresentano una maggioranza confessionale che prima o poi conquisterà il potere, visto che è assistita dalle potenze che sono avverse al regime siriano. Noi cristiani del Medio Oriente, in modo particolare in Siria, in Iraq, e anche in Libano, ci sentiamo abbandonati dall’Occidente conosciuto per essere un mondo civile, perché i politici fanno solo promesse e perseguono solo i propri interessi economici.
Lei è appena rientrato da un viaggio ad Irbil, nel Kurdistan iracheno. Che situazione ha trovato?
Dal 2003 ad oggi, almeno la metà degli 800 mila cristiani che vivevano in Iraq prima della guerra se ne sono andati. Questa emorragia si vede soprattutto nelle grandi città: a Baghdad, Mosul, Bassora. Con il Sinodo per il Medio Oriente del 2010 i patriarchi e i vescovi hanno cercato di analizzare le cause di questo esodo: abbiamo visto molto chiaramente che i cristiani non emigrano perché non hanno lavoro, o perché soffrono la fame, ma prima di tutto per l’insicurezza, per i conflitti interni all’Islam, dei quali sono vittime indifese. È normale che cerchino di un avvenire là dove possono costruire un futuro migliore. Eccetto in Libano, dove vivono una sostanziale uguaglianza con i fedeli di altre religioni, in tutte le altre nazioni l’impossibilità di separare religione e politica si traduce in un generalizzato assottigliamento delle comunità cristiane.
Circolano voci che il Papa potrebbe cancellare il viaggio di metà settembre a Beirut. Pensa che alla fine verrà?La situazione è fluida, nessuno oggi può dire come si evolveranno le cose. Certamente ci sono tensioni da non sottovalutare, ma neanche da esacerbare. Il nostro auspicio è sempre stato che questa visita potesse essere un richiamo alla speranza per un futuro migliore per tutti i popoli di questa regione, non solamente per i cristiani, un richiamo verso una convivenza di tutti i cittadini delle differenti comunità. Le voci che circolano su una certa stampa sono solo delle ipotesi: per il momento la situazione non è così grave da impedire al Papa di compiere il suo viaggio. In Libano c’è tensione, è vero, ma non al punto da rendere necessario posporre una visita fortemente attesa da tutta la popolazione.
Quali saranno a suo avviso i temi principali del viaggio del Papa?Benedetto XVI viene a infonderci una parola di incoraggiamento e di fiducia su quella che oggi è la sfida più grande che le Chiese del Medio Oriente affrontano: come convincere la nostra gioventù a non emigrare. In Libano abbiamo accolto migliaia di profughi, prima dall’Iraq e ora dalla Siria: non possiamo chiedere loro di tornare in patria o di non emigrare in Occidente. Essi lamentano che, anche quando riescono a trovare un lavoro nei loro Paesi tribolati, resta l’assillo circa il futuro da assicurare ai propri figli o su come costruire una vita degna di persone umane con pieni diritti civili. Perciò continuiamo ad annunciare il Vangelo e ad alimentare la nostra fiducia nella volontà di Dio, con esortazioni e incoraggiamenti: ma lo facciamo in un contesto socio-politico nel quale la religione della maggioranza musulmana influenza sempre di più la vita pubblica e privata dei cittadini. Che ne sarà del cristianesimo in questa regione fra 20 o 30 anni? Questa è la maggiore sfida che noi sperimentiamo oggi, nel ricordo delle stragi di un secolo fa in Turchia, del conflitto in Terra Santa, della crisi sanguinosa in Iraq dopo l’invasione del 2003 e delle orribili scosse che devastano la Siria.
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