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venerdì 30 novembre 2012

"Qui l'Emirato Islamico di Aleppo..."


Un  "democratico oppositore"  percorre le "zone liberate" di Aleppo, richiamando alla preghiera e ribadendo alla popolazione i doveri dei buoni musulmani.
 
 
 
 
 
La fatwa emessa dai battaglioni jihadisti contro "l'immorale usanza di permettere alle donne di guidare l'automobile".
Promessa di rappresaglie sulle disobbedienti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nella parrocchia di San Dimitri molti cristiani si ritrovano ridotti alla fame e alla miseria più nera: benefattori musulmani offrono alle famiglie cristiane tra €600 e €1200, per ogni membro che si converte all'Islam

giovedì 29 novembre 2012

“Non c'è una guerra civile in Siria, ci sono tentativi di renderla una guerra civile, c'è una pressione per trasformare il conflitto in un conflitto settario, abbiamo vissuto questa esperienza in Libano, si è visto in Iraq e ora lo vediamo in Siria. "

54 morti e 129 feriti causati da due autobombe e due ordigni arigianali, nel quartiere a prevalenza cristiano di Jaramana di Damasco , il 28/11/2012


Primavera siriana? No, grazie La rivolta è solo un'illusione

Buongiorno cari amici,
era tanto che non vi scrivevo. Avevo deciso di non farlo più. Sapete perché? Perché ormai l'Occidente, Italia compresa, non vuole più ascoltare la nostra storia, non vuole più guardare l'altra faccia della verità.
Ma quello che è successo oggi nella zona di Damasco in cui abito mi spinge a scrivervi un paio righe......
 
http://www.ilgiornale.it/news/esteri/primavera-siriana-no-grazie-rivolta-solo-unillusione-860249.html


Le auto-bombe di Jaramana spargono il terrore tra i cristiani

 
Agenzia Fides 29/11/2012  Tra le vittime dell'attentato perpetrato ieri mattina nel sobborgo damasceno di Jaramana ci sono otto cristiani, greco-cattolici e greco-ortodossi. Lo conferma all'Agenzia Fides padre Nicolas Haddad, del monastero greco cattolico di San Germano, appartenente alla Società missionaria di San Paolo. La strage, realizzata con due auto-bomba fatte esplodere di prima mattina, ha causato la morte di più di 50 persone, in maggioranza musulmani e drusi. “Tra di loro” racconta padre Nicolas “c'erano molti giovani e molti studenti. L'attentato era stato preparato per uccidere più gente possibile: quando è esplosa la prima auto-bomba, la gente si è avvicinata, e solo allora è esplosa la seconda. Tra i più di cento feriti, i cristiani sono almeno dieci”.----
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=40450&lan=ita





Saydnaya


Gridiamo: mussalaha!


"Dieci punti per la pace e la riconciliazione in Siria"

di Madre Agnès Mariam


1. Sostenere la risoluzione dei conflitti attraverso il negoziato e l'attuazione di un processo democratico.

2. Arrestare il flusso di armi in Siria.

3. Stigmatizzare metodi di guerra che sono contro la Convenzione di Ginevra.

4. Frenare le interferenze straniere nel conflitto siriano.

5. Fornire informazioni veritiere sul conflitto in Siria.

6. Supporto ai nuovi partiti politici che si moltiplicano e danno una forma nuova nel panorama politico in Siria.

7. Cessare le sanzioni che  stanno solo danneggiando  la popolazione civile.

8. Equa distribuzione degli aiuti umanitari.

9. Appello all' imparzialità tra le ONG che lavorano nel conflitto siriano.

10. Sostenere un nuovo stato che  garantirà parità di cittadinanza e la libertà religiosa per tutti i gruppi religiosi ed etnici.
 
Magazine Kairos cattolica Journal Vol. 23 N. 21 novembre 2012 www.cam.org.au / kairos

martedì 27 novembre 2012

Una preghiera al giorno per la Siria

  Nunzio a Damasco: Non c'è "primavera araba" in Siria. Non dimenticate i siriani e pregate per loro

AsiaNews, 27/11/2012


 "Le violenze in Siria rischiano di diventare un conflitto dimenticato. All'inizio i morti facevano notizia. Ora le vittime aumentano di giorno in giorno, si parla anche di centinaia di uccisi, ma nessuno dice nulla, è ormai una routine. Come tutte le guerre anche per quella siriana ci sarà l'oblio".
Con questa drammatica confessione mons. Mario Zenari, nunzio vaticano in Siria, descrive ad AsiaNews il dramma della popolazione di Damasco, l'ultima città in ordine di tempo ad essere entrata ufficialmente in guerra. "A causa dell'embargo - spiega - è difficile far giungere aiuti umanitari, ma nell'imminente periodo di Avvento invito tutti a pregare per la Siria, a dedicare un momento della giornata alle sofferenze di questa gente. Non lasciamo che il dolore patito dai siriani venga dimenticato".

Il prelato racconta che dagli inizi di novembre "la situazione umanitaria è un inferno, che ha coinvolto anche la capitale, trasformatasi in una città blindata". Il dramma è acuto soprattutto nei quartieri periferici: Darayya, Qudssaya, Irbin. Qui si combatte giorno e notte, le bombe hanno polverizzato anche le poche case rimaste in piedi. Ieri, 76 persone sono morte sotto i bombardamenti. Fra essi anche 10 bambini colpiti da una bomba a grappolo mentre giocavano in un campo da calcio situato in un quartiere meridionale della capitale.

"Diversi miei impiegati - afferma mons. Zenari - vivono ormai nella sede della nunziatura, perché non possono rientrare nelle loro case, altri non hanno più un tetto e passano la notte negli scantinati, o in rifugi di fortuna. Le parrocchie si sono trasformate in dormitori. I conventi tentano di offrire a tutti ospitalità, anche in giardino". "Ma ora - continua il nunzio - con l'arrivo dell'inverno gli sfollati rischiano di morire di stenti e di freddo. Ogni giorno ricevo telefonate da parte di religiosi e sacerdoti che mi chiedono: Cosa possiamo fare per questa gente?. La Chiesa ha messo ogni suo spazio a disposizione, dalle stanze degli uffici, ai magazzini agli stessi luoghi di culto. Tuttavia senza aiuti esterni e l'ipotesi di un cessate il fuoco anche tali sforzi rischiano di essere una piccola goccia nel mare".

Mons. Zenari confessa che la domanda più ricorrente fra i siriani è: "Quanto durerà questa guerra?". Dagli ultimi tentativi in giugno di Kofi Annan per un cessate il fuoco, il conflitto non è un più un'emergenza temporanea; esso si è trasformato in una realtà quotidiana che appare senza fine. "Questa precarietà - sottolinea il nunzio - uccide la speranza di tornare alla normalità, che si somma al dolore per i propri cari uccisi".
Tornato di recente da un viaggio in Italia, il prelato ha assistito in poco tempo al peggioramento della guerra: "Ora la popolazione versa in condizioni ancora più drammatiche di qualche mese fa.
Al dolore per i bombardamenti, le vendette fra gruppi politici e religiosi, si è aggiunta anche la criminalità locale, che non sta con nessuno. Nel Paese, vi sono centinaia di rapimenti che falcidiano le famiglie, non solo quelle ricche, ma ormai anche quelle più povere. Questi delinquenti per loro stessa ammissione non sostengono nessuna fazione politica o militare. Essi sfruttano il clima di instabilità per fare i propri interessi. I media purtroppo non ne parlano, ma molte famiglie, anche qui a Damasco sono toccate da questa piaga, che ha reso ancora più dolorosa la loro vita".

Il diplomatico spiega che vi sono due tipi di sequestro. Il primo è politico e serve ai gruppi dei due schieramenti per chiedere la liberazione di prigionieri. Il secondo è invece a sfondo di riscatto.
Quest'ultimo è molto diffuso e costringe la popolazione a fare anche delle collette pubbliche per liberare i propri cari, che spesso rischiano comunque di essere uccisi nell'indifferenza generale. Il Nunzio racconta che la Chiesa è attiva anche in questo campo e in tutte le parrocchie dove avvengono questi casi sono stati creati dei comitati per mediare con i rapitori. "Essa - afferma - è l'unica vera istituzione rimasta integra nel Paese, dove qualsiasi organo statale e privato si sta sfaldando. Tutti si rivolgono a lei: cristiani, musulmani, alauiti e sunniti. Ecclesiastici, sacerdoti, religiosi e religiose tentano spesso a rischio della vita di portare riconciliazione e perdono anche dove sembra impossibile".

Secondo il prelato, bisogna evitare che questa guerra cada nell'oblio. L'Occidente ha il dovere di informarsi, di cercare di comprendere questa situazione, anche se i media e i governi sono inclini a facili risposte. Mons. Zenari precisa che in Siria non è in atto una Primavera araba come in altri Paesi del Medio oriente, ad esempio la Tunisia, l'Egitto, lo Yemen, la Libia. Dopo un anno di scontri e manifestazioni, in questa guerra sono entrati troppi fattori esterni. La popolazione non ha più voce ed ha un unico desiderio: ritornare a vivere.
http://www.asianews.it/notizie-it/Nunzio-a-Damasco:-Non-dimenticate-i-siriani-e-pregate-per-loro-26463.html


27 novembre, memoria di San Giacomo il Mutilato: la commossa testimonianza dei Monaci di Mar Yacub

http://www.maryakub.org/vie.html
 
"Nel nostro piccolo monastero di San Giacomo vivono  monaci e monache provenienti da 8 nazioni - e non uno solo di noi è tornato a casa, ma abbiamo liberamente deciso di stare qui a rischio della nostra vita. Perché, credete che abbiamo la venerazione di Bashar Assad? No, amici, noi non abbiamo scelto questo conflitto, e non abbiamo neppure un grande amore per la politica, ma noi siamo qui in Siria a soffrire con il popolo siriano, per aiutarlo a raggiungere il dialogo, per portare quell'interna musallaha, riconciliazione - che è l'unica via per la pace. "Siate servitori della riconciliazione e di pace!" con queste e molte altre parole buone il nostro caro Papa ha incoraggiato tutti i popoli del Medio Oriente nel suo recente viaggio in Libano, e ancora ieri. Le potenze mondiali  vogliono fomentare la guerra in Siria, non c'è che dire - e noi dobbiamo fermarla! Nel nome adorabile di Gesù, imploriamo la pace per tutti!"

Non dimenticate Aleppo!

"Questa è la drammatica situazione della nostra missione ad Aleppo":


- 1.000.000 di profughi sono ad Aleppo

- Se non arrivano gli aiuti, i cristiani non potranno rimanere ad Aleppo e dovranno emigrare nei paesi vicini.

- Molte persone hanno perso la loro casa o l’hanno dovuta abbandonare a causa del conflitto.

- Molta gente è stata derubata (hanno perso tutto!)

- I centri di assistenza danno la precedenza ai mussulmani.

- Si avvicina l’inverno ed Aleppo è una città molto fredda.

- Ci sono molti bambini che sono rimasti senza famiglia.

- Gli spazi verdi della città inclusi i viali, e le grandi vie sono strapieni di gente, ci sono famiglie intere che dormono sotto le intemperie, e ci sono solo cartoni per coprirsi.

 - Solo nei giardini della città universitaria ci sono 7.000 profughi che dormono all’aria aperta.

- Gli ospedali non sono più autosufficenti; ai feriti d’arma da fuoco si aggiungono i malati a causa del freddo e a causa della mancanza di alimenti. 

- L’aria che si respira puzza per il fumo delle esplosioni e per l’accumulo dei rifiuti che non vengono trasportati via.


- Giorno dopo giorno, aumentano i sequestri e minacce in cambio di denaro per il rifornimento di armi (non sono notizie dei giornali, lo sappiamo per la testimonianza dei nostri stessi fedeli).


- La zona industriale nelle periferie della città è distrutta. Le fabbriche ed imprese sono state incendiate, bombardate e saccheggiate. Erano le uniche fonti di lavoro per migliaia di persone….
 

l'ospedale franco-siriano prima e dopo l'attacco dei miliziani



 

 

 

 "il prossimo potrei essere io!"

Aleppo 19.11. 2012

Carissimi,
 in questi giorni si sentono delle storie raccapriccianti! Quando la morte colpisce così da vicino, arriviamo ad un punto, ci rendiamo conto, che non possiamo evitare di pensarci. In un modo o nell'altro, tutti noi ci rendiamo conto che vogliamo evitare di pensare alla morte, fino a che succede un qualcosa di imprevisto che ci scuote e ci fa riflettere; la conclusione è inevitabile: "il prossimo potrei essere io!".
Una giovane di circa 30 anni, stava parlando al telefono, fuori nel balcone della sua casa nel quartiere cristiano di Aleppo. Le mancavano 3 giorni per sposarsi, dopo 10 anni di fidanzamento. Mentre parlava entusiasta, una pallottola vagante le attraversò le tempie. Stava forse finendo di organizzare i preparativi del suo matrimonio, sistemando tutto fino ai più piccoli dettagli affinchè tutto potesse essere perfetto. Chissà con che ansia, stava contando le poche ore che la separavano da quel giorno importante ! Purtroppo quel giorno per lei non sarebbe mai arrivato.
 Quotidianamente molta gente si accalca alle porte dei forni dove fanno il pane. Anche se la situazione è pericolosa bisogna mangiare ed il pane è uno degli alimenti più accessibili perchè è sovvenzionato. Il panettiere passa il pane attraverso una piccola finestra del forno che dà sulla strada. Una mattina, una donna come tante altre, aspettava il suo turno facendo la fila in un marciapiede per molte ore. Disgraziatamente un proiettile vagante la colpì entrando nella spalla trafiggendole il cuore e uscendo all'altezza dell'anca....forse anche lei stava pensando impazientemente a quante cose doveva fare a casa sua. Probabilmente pensava ai suoi figli che l'aspettavano per mangiare, o pensava a suo marito con il quale doveva fare la pace.....purtroppo non è tornata più a casa.
Quindi il susseguirsi degli avvenimenti ci porta ad una conclusione: "il prossimo potrei essere io!"....
In questo senso i cristiani della Siria ci danno un esempio istruttivo. Con semplicità comprendono che a Dio di tutto quello che sta succedendo non sfugge niente, e scoprono la Sua mano buona che ordina tutto per il bene di coloro che lo amano.
Quale miglior modo c’è per prepararsi alla morte?
Ciò che umanamente è molto triste e doloroso, appare diverso dal punto di vista della fede!



 

Il Vescovo caldeo Audo: il conflitto ha sfigurato Aleppo

 
Agenzia Fides 26/11/2012.
“Qui adesso tutto appare avvolto da un senso di rovina e decadenza” racconta all'Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Antoine Audo, Vescovo caldeo della metropoli.  I cinque centri Caritas della città assistono in maniera diretta 2.400 famiglie, distribuendo medicine, vestiti e beni alimentari. Nei giorni scorsi i sacerdoti e i volontari che cooperano nella rete Caritas si sono incontrati con Mons. Audo per studiare i programmi in vista dell'inverno. In quella che nel 2006 si era guadagnata il titolo di “Capitale culturale del mondo islamico”, il conflitto ha aperto le porte anche ai fantasmi del freddo, della fame e delle malattie.

 

IL VOSTRO AIUTO CONTA TANTISSIMO:

COME AIUTARE?

Con 200 € al mese possiamo aiutare per sostenere una famiglia per la durata di un mese (casa, cibo, medicine, vestiti, etc..)

Se è nelle vostre possibilità, vi preghiamo di aiutarci, la vostra piccola collaborazione è per noi importantissima. Tante piccole gocce formano un mare!

Dio non si lascia vincere in generosità!

Dio vi benedica.

P. David Fernandez, IVE Aleppo – Siria
 
 
Iniziativa dell'Ufficio delle Missioni ONLUS dell'Istituto del Verbo Encarnado (IVE)

lunedì 26 novembre 2012

Violenze anticristiane marchio infame in Siria

Una guerra civile "politicamente corretta"


di Piero Gheddo

Mar Marita
Nella guerra civile in Siria, per l’opinione pubblica occidentale i protagonisti sono chiari: da un lato la sanguinaria dittatura di Assad, dall’altro il popolo oppresso che si ribella con una resistenza eroica contro il tiranno. La realtà è ben diversa da come ci è presentata e non è la prima volta che i mass media occidentali prendono solenni cantonate, di cui poi nessuno si pente. Pochi ricordano che nella lunga “guerra di Corea” (1950-1953), gli americani che aiutavano il Sud a non farsi travolgere dal Nord erano colonialisti e imperialisti, i cinesi che aiutavano il Nord erano eroici “volontari” in soccorso dei fratelli. Chi allora aveva ragione oggi si vede. Nella guerra civile di Cuba (1955-1959) i “barbudos” di Fidel Castro e Che Guevara erano i “partigiani” contro i “fascisti” del regime di Batista e nasce la più lunga dittatura del mondo moderno. Nella guerra del Vietnam (1963-1975) e della Cambogia (1968-1975), Vietcong e Khmer rossi erano i “liberatori” dei popoli in rivolta contro le dittature filo-americane. E potrei continuare ricordando altri casi, ad esempio quando l’Occidente osannava Khomeini al potere in Iran (1979) perché aveva sconfitto il “Satana americano” e liberato il suo popolo dal tirannico Scià Reza Pahlevi. Ma da Khomeini è nato “il martirio per l’islam” e la “jihad” (guerra santa) contro l’Occidente che hanno portato al crollo delle Due Torri nel 2011, e non solo.

In Siria si sta verificando lo stesso schema? Nessuno lo sa, ma certo il racconto della guerra che ne fanno i media internazionali è ormai “politicamente corretto” nel senso che i ruoli sono segnati e non è facile dire il contrario.
Mondo e Missione pubblica (dicembre 2012) un articolo di Giorgio Bernardelli che può aiutare a fare luce su questa che è stata definita “la guerra con meno informazioni dirette sulle due parti in campo”. Protagonista è una suora carmelitana siriana (64 anni), superiora del monastero di San Giacomo di Qara (cittadina presso Damasco), la voce più conosciuta di denuncia delle violenze subite dai cristiani in Siria e fondatrice del movimento «Mussalaha» che lavora per la riconciliazione, approvato e sostenuto dal patriarca greco-melkita Gregorio III Laham. Agnese Maria della Croce non prende posizione fra le due parti in lotta, ma usa parole scomode lamentando che le violenze delle milizie islamiste contro i cristiani hanno dato un volto nuovo agli oppositori di Assad. Suor Maria Agnese (siriana di 64 anni), minacciata dai ribelli e ora fuggita in Francia, cita dati e fatti precisi: “Ci sono più di duemila gruppi che operano in Siria, la maggior parte sono legati ad “Al Qaeda”, ai Fratelli Musulmani e ai salafiti. Non sono venuti per instaurare la democrazia, ma la legge coranica in nome di Allah…. Conosciamo il regime e il suo aspetto dittatoriale, le sue azioni non ci sorprendono. Ma che un’opposizione ufficialmente presentata come promotrice dei diritti umani, della democrazia e della libertà, agisca con violenza ancor più sanguinosa rispetto al regime, è un fatto che sciocca”.

Soprattutto suor Maria Agnese cita i fatti di Homs (vicina al monastero di Qara), città in cui vivevano migliaia di cristiani fuggiti nelle campagne e all’estero, l’ultimo dei quali ucciso all’inizio di novembre, un anziano che era rimasto nella sua casa per accudire il figlio disabile. La verità della guerra siriana a poco a poco viene a galla. Senza alcun dubbio il regime di Bashar al-Asad è totalitario e non ammette opposizione di sorta. Ha reagito con violenza inaudita alle prime manifestazioni popolari nel marzo 2011, che nel quadro della Primavera araba chiedevano libertà, democrazie, sviluppo. Ma è altrettanto vero che, in un anno e mezzo di guerra civile, i fanatici dell’islam, a livello di base come di guida strategica e tattica della guerra, hanno già preso il potere fra gli oppositori di Assad. In un appello reso noto il 26 ottobre 2012, il capo di “Al Qaeda” successore di Bin Laden, Al Zawahiri, è tornato a incitare i musulmani “di tutto il mondo a sostenere i loro fratelli siriani in tutti i modi possibili”, auspicando la fine del regime di Assad.

I cristiani non sostengono affatto la dittatura di Assad, ma non vorrebbero nemmeno che in Siria nascesse un altro regime estremista dell’Islam. La piccola grande carmelitana Agnese Maria ha vissuto sulla sua pelle il dramma dei profughi palestinesi e della guerra in Libano e per questo ha fondato il “Movimento della Riconciliazione” (Mussahala) che aveva in Siria un certo seguito. Oggi è costretta ad essere la voce credibile dei cristiani siriani e di molti musulmani che condannano le violenze anti-cristiane. La mia denunzia, ci tiene a precisare, “non è un complotto pro-Assad, ma una via per superare la violenza e dare voce al popolo siriano. Per scegliere il suo futuro ha bisogno di un minimo di sicurezza e stabilità, dopo aver assicurato la coesione del suo tessuto sociale gravemente colpito da tentativi di settarie frammentazioni, alimentate da sanguinosi attacchi da entrambe le parti».
Piero Gheddo
http://gheddo.missionline.org/?p=1110

domenica 25 novembre 2012

Un' altra voce si ode dalla Siria…

"La speranza che hanno è quella di tornare appena possibile a casa loro, in una Siria dove poter continuare a vivere insieme ai loro fratelli musulmani! Ascoltali, Signore !!!"

 

DAL BLOG "ABUNA MARIO" , VOCE LIBERA DALLA TERRA SANTA, UN RACCONTO DI VITA


Sono ancora ad Amman e dopo quella di Gaza ecco un altra voce di dolore e sofferenza che arriva al mio cuore. Questa volta viene dalla Siria. E’ la voce di Samir e della sua terra che è stato costretto a lasciare appena 5 giorni fa’. Oggi Samir si trova ospite di una nostra struttura di accoglienza insieme alla moglie, a Sloghin e sua nonna e alla famiglia di Abu Hanna, con la moglie e i due piccoli Hanna e Christian. Vengono da Hassakè e Qamishli da dove sono scappati per paura di essere uccisi. Vogliono andare in Francia perché lì, hanno diversi parenti. E stanno aspettando il visto per il quale l’ambasciata francese ha chiesto di firmare una dichiarazione che erano stati minacciati di morte dai militari di Bashar. Loro si sono rifiutati perchè non corrispondeva alla verità, anzi chi li aveva minacciati erano i ribelli…ed ancora stanno aspettando il visto…speriamo bene!!!

Il nostro incontro è quasi casuale ma il poco tempo passato insieme è bastato per far scattare una profonda comunione ed un profondo affetto. La questione siriana mi ha sempre toccato fin dentro la carne perché ho ancora negli occhi e nel cuore il ricordo delle varie visite a Damasco e Aleppo, al caro Vescovo Giuseppe e alle nostre comunità cristiane del nord del paese. Il popolo siriano è un popolo bellissimo che non merita tutto quello che sta succedendo, il paese è di una bellezza unica e quindi ho sempre cercato di “evitare” le ultime notizie di devastazione e distruzione…mi bastavano quelle di Gaza e della Palestina. Ma l’incontro con Samir e la sua famiglia ha riportato a galla una parte di vita che avevo cercato di rimuovere per non soffrire troppo…e il racconto di Samir ha riaperto una ferita che in questo momento sta sanguinando senza sosta e senza pace. Che fatica !!!

Samir è un siriano ortodosso e con grande dignità inizia a raccontarmi una storia che come al solito non corrisponde a quella che viene raccontata dalle televisioni. “Qamishli era chiamata la piccola Parigi e si conviveva bene con i musulmani. Ma poi sono arrivati i Salafiti che non piacciono nemmeno ai musulmani stessi e sono iniziati gli scontri. Non sappiamo perché c’è questa guerra e in questo momento ci sono musulmani che si scontrano con altri musulmani e noi cristiani ci troviamo in mezzo. I ribelli non sono siriani. Vengono da fuori, dal Pakistan, dal Qatar, dalla Tunisia, dalla Libia, dall’Arabia Saudita. Cosi’ come le armi e i soldi vengono da fuori , dal Qatar e dall’Arabia Saudita, gli amici dell’Occidente…perché?” La domanda di Samir mi chiama in causa e provo a far capire a Samir che con quell’Occidente io non c’ho nulla a che fare, come tanti altri, ma non c’è bisogno di spiegarglielo…lo ha già capito!
“ Tantissimi cristiani sono scappati per paura, molti sono stati uccisi. Aleppo è stata distrutta ed anche i nostri villaggi del nord sono stati distrutti…Ghassanie, Yakobia, Knaeeya sono stati bombardati dalla Turchia.” Ed inizia a mimare lo scoppio delle bombe : “ Boomm boomm boomm boomm… ” Non ce la faccio a continuare ad ascoltare Samir che, con le lacrime agli occhi, mi racconta queste cose perché il pensiero corre a quelle bellissime giornate passate con i frati e le comunità cristiane di quei villaggi…non posso crederci, non voglio crederci…per un momento mi viene da pensare che forse ha ragione Sloghin, la nipote di Samir quando mi dice che “God did not bless us”, “Dio non ci ha benedetto”.

Ma è solo un momento di sbandamento che passa quando tutti insieme, i “profughi” iniziano a cantare il Padre Nostro in aramaico, la loro lingua madre, la lingua di Gesù. Chiudo gli occhi e mi ritrovo dentro al Getsemani. E’ notte e tutto intorno non c’è nessuno, siamo solo noi, mano nella mano, a pregare la stessa preghiera di Gesù, con la sua stessa voce e la sua stessa lingua. Apro gli occhi ed è ancora notte. All’orizzonte non si vedono ancora le prime luci del mattino. Ma è Samir che mi risveglia e mi riporta ad Amman con un abbraccio carico di calore e di gratitudine. Un abbraccio durato tanto. Un abbraccio che durerà in eterno. Ci siamo salutati dandoci l’appuntamento a Qamishli per il nuovo anno perché la speranza che hanno è quella di tornare appena possibile a casa loro in una Siria dove poter continuare a vivere insieme ai loro fratelli musulmani! Ascoltali, Signore!!!
http://abunamario.wordpress.com/2012/11/24/un-altra-voce-si-ode-dalla-siria/

sabato 24 novembre 2012

A Maalula non c'è posto per l'odio settario


 
I residenti della antica città  cristiana di Maaloula - uno degli ultimi luoghi in cui
 l'aramaico, la lingua di Gesù Cristo, è ancora parlata - hanno promesso fin dall'inizio del conflitto siriano 20 mesi fa, di non cedere al settarismo e di non essere trascinati nel caos.
Qui i cristiani sono in gran parte di appartenenza greco-cattolica e antiocheni ortodossi, i musulmani sono sunniti. Ma la maggior parte delle persone è riluttante a classificare se stessa a partire dalla religione, preferendo dire semplicemente: "Io sono di Maaloula."
"Ognuno è un cristiano e tutti sono musulmani", ha dichiarato Mahmoud Diab, l'imam sunnita. "La situazione qui non si deteriora, è il contrario. Le persone si sostengono a vicenda. "
"Se diventiamo salafiti", ha detto, riferendosi al ceppo fondamentalista dell'Islam che ha assunto nuova importanza nella primavera araba, "perdiamo tutto questo mix etnico, e questo è tragico. Ognuno dovrà essere come impongono loro. Non ci sarà spazio per nessun altro. "

http://www.nytimes.com/2012/11/22/world/middleeast/maloula-is-a-diverse-haven-from-syrias-horrors.html?pagewanted=1&_r=0

Mountaintop Town Is a Diverse Haven From Syria’s Horrors

 November 21, 2012   
MALOULA, Syria — In a country clouded by conflict, where neighbors and families are now divided by sectarian hatred, this mountaintop town renowned for its spiritual healing qualities and restorative air is an oasis of tolerance. Residents of the ancient and mainly Christian town — one of the last places where Western Aramaic, the language of Jesus Christ, is still spoken — vowed at the beginning of the Syrian conflict 20 months ago not to succumb to sectarianism and be dragged into the chaos. Their determination was all the more remarkable given the town’s location, on the main road from the battered city of Homs to the increasingly embattled capital, Damascus. But it reflects a bitter history.
A Unesco World Heritage site, Maloula was besieged during the Great Syrian Revolt in 1925, when rebel Druze, Christians and Muslims tried to throw off the colonial yoke of France. The history of that insurrection lingers bitterly; many older residents were weaned on stories of women and children hiding in the caves of the three mountains that surround the town to escape atrocities.
The Christians are largely from the Greek Catholic and Antiochian Orthodox offshoots; the Muslims are Sunnis. But most people are loath to classify themselves by religion, preferring to say simply, “I am from Maloula.” Mahmoud Diab, the Sunni imam of the town, said: “Early on in this war, I met with the main religious leaders in the community: the bishop and the mother superior of the main convent. We decided that even if the mountains around us were exploding with fighting, we would not go to war.”
      
Born and raised in Maloula, Mr. Diab, who is also in Syria’s Parliament, sat in the courtyard of his mosque, shadowed by olive and poplar trees and a fading poster of Syria’s president, Bashar al-Assad, whom he supports. “It’s a sectarian war, in politics, it’s another name,” he said with a shrug. “But the fact is, there is no war here in Maloula. Here, we all know each other.”
Mr. Diab said that tolerance had been a tradition since St. Takla, the daughter of a pagan prince and an early disciple and possibly the wife of St. Paul, fled to these mountains in the first century. She was escaping soldiers sent by her father, who was threatening to kill her for her religious beliefs. Legend has it that, exhausted and finding her way blocked by the sharp, rocky sides of a mountain, Takla fell on her knees in desperate prayer, whereupon the mountains parted. Hence, “Maloula,” meaning “entrance” in Aramaic. Here in these mountains are all different people, different religions. But we decided adamantly that Maloula would not be destroyed,” Mr. Diab said.
At the ancient shrine of St. Takla, Christian nuns, true believers in the Assad government, live isolated, quiet lives, devoted to God and country. They sleep in small, spotlessly clean chambers and pass their time working, praying and tending the needs of the sick.
The convent is silent except for birdsong and the sound of nuns scurrying up and down marble stairs with large glass jars of apricot jam, which they make and sell.
The convent is one of 40 holy sites in Maloula, which before the war was a place where Muslims and Christians prayed to cure infertility or other ailments, and drank water from the crack in the rock that St. Takla was said to have parted.
      
The nuns rise at dawn and spend the day in prayer and contemplation and welcoming the sick. They also run a small orphanage.
But religion is not an issue, said Mother Pelagia, who has lived in this convent for 30 years, and is Greek Catholic.
“We had an Iraqi Muslim man who was badly wounded who came here to be healed,” she said.

venerdì 23 novembre 2012

Appello al Papa e ai capi delle Nazioni: scongiurate la catastrofe che incombe su di noi

Un appello urgente al Papa, al Segretario dell'Onu e a tutti i Capi di Stato affinché sia evitata la catastrofe che incombe sulle popolazioni siriane dell'alta Mesopotamia, tra il Tigri e l'Eufrate.

 
 

Lo lanciano, attraverso l'Agenzia Fides, tre Vescovi della regione, alla fine dei tre giorni di digiuno con cui i cristiani dell'area hanno chiesto al Signore il dono della pace.

 
Urgentissimo appello
Per conto dei tre vescovi della regione, siro-cattolico, siro ortodosso e assiro orientale e per conto di vari gruppi etnici: siriaco, arabo, curdo yazidi, armeni e altri, rivolgo questo appello urgentissimo a:
Sua Santità Papa Benedetto Sedicesimo, tutti i capi di Stato, in particolare quelli che hanno una influenza su ciò che accade nella regione, in particolare in Siria, al Segretario Generale dell’ONU e tutti gli uomini di buona volontà, di voler intervenire con forza affinchè la nostra regione, prefettura di Hasaka nel nord-est della Siria,  rimanga ancora un paradiso di pace e di sicurezza, come fino a questo momento è stata, l’unica in parte risparmiata in Siria.
Questa zona della Gezira, le cui due più grandi città sono Kamichli e Hasaka, accolgono più di 400.000 rifugiati provenienti da ogni parte del paese: Aleppo, Idleb, Homs, Der Ez-Zor ... ecc. e anche gli ex rifugiati iracheni ormai  generalmente dimenticati.
Quello che vogliamo - e con forza - è che tutti coloro ai quali rivolgiamo questo appello urgente, facciano pressione sui vari gruppi armati e sull'Esercito S. Libero perché non entrino nella nostra zona, in modo che rimanga quello che è: l’unico rifugio di pace e sicurezza in Siria.
Insistiamo sull’uscita dei gruppi armati che occupano Ras El Ain, città di confine e oggi città fantasma, in modo che i trentamila profughi che l’hanno lasciata possano rientrare nelle proprie case.
Nel caso in cui i vari gruppi armati che attaccano le nostre città vi si stabiliscano, vedremo 400.000 profughi sulle strade dell'esilio una seconda volta, e più di 800.000 nuovi rifugiati prendere le strade dell'esilio, verso l'ignoto, ma sicuramente, in una debacle totale, verso la fame, il freddo e i massacri. A seguito di una loro entrata, ciò che attende le città e le loro popolazioni è  - a parte i pericoli di morte-  la distruzione totale dei quartieri e delle città, poichè l'esercito siriano, nella sua logica, bombarderà ovunque, allora sarà desolazione della desolazione.
Quel che ci attende, a quanto pare, sono i lugubri campi che si preparano già in Turchia,  destino triste per una popolazione che aspira solamente a vivere a casa propria in sicurezza.
A tutti gridiamo di intervenire, perché abbiamo già la nostra parte di angoscia, di pene e di sofferenza per le mancanze di ogni genere, che sosteniamo e che sopportano gli stessi rifugiati.
A tutti gridiamo:
Risparmiate la nostra regione, le nostre città e i villaggi che vivono ancora, nonostante tutto, nella sicurezza della propria persona e delle proprietà.
Risparmiateci i massacri, le distruzioni e tutti gli orrori della guerra.
A tutte le Nazioni gridiamo le nostre paure, e noi vi diciamo di non tacere e lasciar fare, come già è  accaduto in Africa e nei Balcani, alla presenza, cosiddetta pacifica, delle forze delle Nazioni Unite.
Risparmiateci da qualsiasi intervento militare: gestiremo noi stessi la nostra situazione. I nostri comitati civili, al di fuori di tutte le macchinazioni politiche, hanno il controllo della situazione nella regione. La buona intesa fra tutte le componenti della nostra società, garantiscono la pace e la sicurezza. Ci occupiamo noi anche di porre rimedio a carenze di qualsiasi genere, per quanto possibile.
Il nostro lavoro è neutrale e noi non vogliamo essere il pulpito ai cannoni dei belligeranti.
Di grazia, risparmiateci questa tortura. Stiamo solo aspettando, solo gli aiuti umanitari, e nient'altro.
A voi tutti gridiamo: abbiate la volontà, abbiate il coraggio di mettere da parte le strategie politiche e gli interessi e le ragioni di stato, per salvare più di due milioni di uomini e donne, dagli orrori della guerra.
A voi ora agire, a noi  aspettare, con ansia, naturalmente, ma con tanta speranza.
Un’ultima volta lancio:
SOS, non potrete dire domani con una buona ipocrisia diplomatica: non sapevamo nulla.
Behnan Hindo
Arcivescovo siro-cattolico di  Nisibi-Hasaka, Siria
Hassaké il 22/11/2012
 
 

giovedì 22 novembre 2012

LA RICONCILIAZIONE DI QARA

 Un atto di vandalismo, poi le scuse e la riconciliazione.
E’ accaduto a Qara, nella diocesi di Homs (Siria occidentale), dove il 19 novembre l’antica chiesa dei santi Sergio e Bacco, del VI secolo, è stata profanata da vandali che hanno forzato la porta.


 Agenzia Fides 22/11/2012

 
I vandali hanno rubato oltre 20 icone (del XVIII e XIX sec), antichi manoscritti e arredi sacri. Hanno profanato l'altare e hanno cercato di rubare un famoso affresco del XII sec, la “Madonna del latte”. Per cercare di staccarlo, lo hanno rovinato, provocando due tagli alla figura della Vergine.
Appena la notizia si è diffusa a Qara, cittadina sotto il pieno controllo dell’opposizione siriana, si è sviluppato un forte movimento di solidarietà in tutte le comunità. Capi delle famiglie, leader delle tribù, capi musulmani e di altri confessioni sono venuti a visitare la chiesa e a manifestare amarezza e solidarietà al sacerdote greco cattolico p. Georges Luis che, con un prete greco-ortodosso, continua a celebrare la Messa per le poche famiglie cristiane di Qara, tenendo accesa la fiammella della fede.
Il Patriarca greco-ortodosso Ignazio IV Hazim e il Patriarca greco-cattolico Gregorios III Laham sono stati avvisati e hanno esortato sia il governo sia l'opposizione a garantire la sicurezza nel paese che, hanno detto, “sta sprofondando nel caos”, visti gli atti di banditismo, sequestri, aggressioni, massacri, bombardamenti di aree residenziali.
I fedeli cristiani e musulmani di Qara si sono riuniti in veglie di preghiera. Ieri, 21 novembre, festa della Presentazione della Vergine al Tempio, è accaduto quello che la comunità locale definisce “un miracolo”.
 Al mattino un camion con uomini dal volto coperto è giunto alla chiesa. Il gruppo ha chiesto di incontrare p. Georges. Come riferito a Fides dal sacerdote, gli uomini gli hanno detto: “Non apprezziamo quanto hanno fatto i nostri compagni. Vi preghiamo di perdonarci. Noi siamo una comunità, un solo popolo, una nazione. La vostra sicurezza è la nostra. Voi siete sotto la nostra responsabilità”. La maggior parte degli oggetti rubati – altrimenti destinati al mercato di contrabbando – sono stati restituiti, con grande gioia e sollievo per tutti. P. Georges ha servito un caffè arabo agli ospiti e molte altre persone del quartiere si sono unite al momento conviviale. La popolazione locale ha festeggiato offrendo dolci in strada. Un finale all’insegna della riconciliazione che il movimento locale “Mussalaha” ha benedetto e favorito.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=40392&lan=ita

"Risparmiate le nostre città!"

Appello dell’Arcivescovo Roham ai belligeranti: “Risparmiate le città di Kamishly e Hassaké”


Hassaké – Migliaia di civili innocenti e di famiglie di profughi, fra i quali donne, anziani bambini, sono rifugiati nella città di Kamishly e di Hassaké (Siria orientale), che vanno assolutamente “preservate e risparmiate dal conflitto, per evitare una catastrofe umanitaria”: è l’appello lanciato tramite l’Agenzia Fides da Sua Ecc. Mons. Eustathius Matta Roham, Arcivescovo siro-ortodosso della diocesi di Jazirah ed Eufrate, che copre territori della Siria orientale.


posizione strategica al confine con la Turchia

Agenzia Fides 22/11/2012
Raccontando, in un messaggio inviato a Fides, la situazione nella sua diocesi, Mons. Matta Roham la definisce “confusa” e descrive la gente “piena di paura, specialmente a Kamishly e Hassaké”. “Ci sono oltre 400.000 abitanti in ciascuna di queste due grandi città – spiega – e i cristiani sono circa il 20% in ognuna. Inoltre migliaia di famiglie sfollate sono giunte a Kamishly e Hassaké dopo aver lasciato le loro case in rovina in altre parti del paese. Se un giorno, Dio non voglia, la guerra arriverà in queste due città, ci sarà un vero e proprio grande disastro per migliaia di famiglie e di civili innocenti”.
Per questo l’Arcivescovo rivolge un accorato appello agli organismi internazionali e a tutte le parti in lotta perchè “questa regione possa essere risparmiata e possa rimanere un rifugio sicuro per tutti, al fine di salvare la vita di migliaia di famiglie, ed evitare una distruzione definitiva”. Nel messaggio inviato a Fides, l’Arcivescovo, guardando la distruzione di tanti luoghi e infrastrutture in Siria, afferma con amarezza che “ci vorranno molti anni per ricostruire sia le anime e sia gli edifici nel nostro paese. Prego che la giustizia e la pace prevalgano su questa situazione di caos”.
“La guerra in Siria - prosegue - ha provocato divisione tra le comunità in molti luoghi e la distruzione di molte aree urbane. D'altra parte, ha creato solidarietà tra la maggioranza delle persone, che rifiutano la lotta e cercano di prendersi cura delle famiglie che soffrono”.
Mons. Matta Roham prega il Signore perché “nella sua sapienza possa condurre le parti verso una soluzione pacifica del conflitto”.
 
 Agenzia Fides 13/11/2012
La provincia di Jazirah, sulla riva nord dell'Eufrate, nella parte orientale della Siria, al confine con la Turchia, da alcuni giorni è teatro di forti scontri e città come Deir Ezzor, Hassaké, Qamishli, Ras Al-Ayn sono fortemente destabilizzate, per la presenza di fazioni diverse (curdi, arabi, sunniti) in conflitto fra loro e con le forze lealiste. A causa della totale insicurezza, del banditismo e della presenza di combattenti stranieri, la larga maggioranza dei fedeli cristiani, delle diverse comunità (principalmente assiri, siro-ortodossi e siro-cattolici, con piccoli gruppi di armeni) sono fuggiti, come ha riferito all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Eustathius Matta Roham, Arcivescovo siro-ortodosso di Jazirah ed Eufrate (vedi Fides 12/11/2012). Nella piccola città frontaliera di Ras Al-Ayn, al confine turco-siriano, la presenza di circa duemila combattenti stranieri, a fianco dei ribelli, ha spinto la piccola comunità cristiana a rifugiarsi ad Hassaké, ma anche qui “la situazione è precaria”, raccontano a Fides alcuni testimoni oculari cristiani, esprimendo forti preoccupazioni per la sorte dei civili. L’attentato alla Chiesa dell'Annunciazione di Raqqaq  si aggiunge alla distruzione della chiesa evangelica di Damasco (vedi Fides 10/11/2012), e all’esplosione davanti alla chiesa siro-ortodossa a Deir Ezzor (vedi Fides 27/10/2012). 

martedì 20 novembre 2012

Le comunità cristiane in Siria e Libano sono una ricchezza troppo preziosa perchè il mondo possa farne a meno

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le violenze contro Chiese, Sacerdoti e Fedeli

di Mario Villani e tutti i collaboratori di "Appunti" e del Circolo Beato Carlo d'Asburgo

Notizie sempre più drammatiche –e sistematicamente censurate dai media- giungono ormai quotidianamente dalle città siriane sconvolte dal conflitto armato. Come hanno sfrontatamente dichiarato alcuni salafiti ad un gruppo di greci-cattolici (melchiti) ora è arrivato il turno dei Cristiani. Non che le violenze nei loro confronti siano mancate nei mesi precedenti, ma oggi non è più esagerato dire che i nostri fratelli della Siria stanno fronteggiando una vera e propria persecuzione dovuta alla loro fede.

Vediamo brevemente i fatti dell'ultimo mese, o meglio i fatti di cui ci è giunta, in qualche maniera, notizia.

Il 21 ottobre due autobombe. Una nel quartiere cristiano di Bab Touma a Damasco, l'altra nel quartiere cristiano di Shaar ad Aleppo. Decine di vittime.

Il 22 ottobre vengono rapiti i passeggeri cristiani che viaggiano su tre minibus da Yacoybieh verso Aleppo, ancora oggi non se ne sa nulla.

Il 25 ottobre è rapito, orrendamente torturato, mutilato e ucciso Padre Fadi Haddad, sacerdote ortodosso che stava recandosi ad un appuntamento con i rapitori di un giovane della sua parrocchia per trattarne la liberazione. Ai suoi funerali una bomba uccide due civili ed alcuni militari.

Il 27 ottobre viene lanciata una bomba contro la chiesa siro-ortodossa di Deir Ezzor. Cinque vittime. Lo stesso giorno un'autobomba esplode nel quartiere cristiano di Jarama a Damasco, facendo una tremenda strage. Si parla di 47 morti.

Il 30 ottobre viene incendiata e distrutta ad Aleppo la chiesa Armena di Sant Kravory. Nel medesimo giorno vengono rapito 10 cristiani vicino ad Aleppo. Ad oggi sarebbero circa 1700 i sequestrati prevalentemente Cristiani) nelle mani di bande di terroristi. Quelli che vengono liberati dall'esercito raccontano di sevizie ed esecuzioni sommarie. Qualcuno viene rilasciato dietro pagamento di un riscatto da parte delle famiglie o delle parrocchie, ma chi non può pagare non ritorna vivo.


 
Il 31 ottobre viene assassinato a Homs Elia Mansour di 84 anni. Era l'ultimo cristiano che viveva nel centro storico della città. Non aveva voluto abbandonare la sua casa perchè doveva assistere un figlio gravemente handicappato. Una sua intervista televisiva aveva commosso la Siria, ma gli è costata la vita. Il figlio è scomparso.


Il 9 novembre circa 1500 salafiti invadono i villaggi cristiani di Ras Ain e Ghassanieh, vicono al confine con la Turchia. La chiesa siro-ortodossa viene distrutta, mentre gli abitanti sono costretti a fuggire verso zone più sicure (come già era successo a Qusayr ed in molti altri piccoli centri da dove i Cristiani hanno dovuto andarsene, cacciati dalle loro case manu militari).

Il 10 novembre viene distrutta con l'esplosivo l'antica chiesa evangelica araba di Aleppo. Lo stesso giorno colpi di mortaio cadono sul quartiere cristiano di Kassaa a Damasco. Il pronto intervento dell'esercito impedisce che il bombardamento si prolunghi e si registrano solo danni materiali.

Il 13 novembre un'autobomba esplode davanti alla chiesa ortodossa di Raqqah che subisce gravissimi danni.



L'autobomba esplosa di fronte alla chiesa greco-cattolica  a Raqqa ha gravemente ferito l'Archimandrita Padre Naaman Rawik





Chi attacca i Cristiani? Talvolta, come purtroppo succede a molti civili senza distinzione di confessione, finiscono presi in mezzo tra il fuoco incrociato dell'esercito e dei cosiddetti “ribelli”.

Più spesso però ad agire sono le bande di islamisti salafiti, in buona parte composte da non siriani, che sognano una Siria esclusivamente sunnita e che seminano il terrore al grido di “Cristiani a Beirut (cioè via dalla Siria), Alauiti nella tomba”. Queste bande sono una componente essenziale della rivolta, ma i media occidentali fanno finta di non accorgersene e vorrebbero far credere che il nuovo organismo unitario dell'opposizione creato a Doha sarà in grado di tenerle sotto controllo. Una pia illusione. Sul terreno conta chi ha le armi ed è deciso ad usarle. Degli oltre duemila gruppi e gruppuscoli che combattono il governo di Damasco, oltre la metà sono composti da salafiti, armati e finanziati da Qatar e Arabia Saudita. Sono loro che stanno sostenendo gli scontri più sanguinosi con l'esercito siriano. Pensare che un domani possano rientrare buoni buoni nei ranghi e mettersi agli ordini di quei quattro tromboni che compongono l'opposizione siriana all'estero vuole dire essere in malafede o completamente disinformati.



Qualcuno, purtroppo anche in ambiente cattolico, si è permesso di sostenere che i Cristiani in Siria sono attaccati perchè sostengono Assad. Verrebbe da rispondere che la verità è esattamente l'opposto: sostengono Assad perchè sono attaccati, perchè devono scegliere tra chi, in qualche modo, garantisce una pacifica convivenza tra le varie confessioni e chi progetta una drammatica pulizia etnica su base religiosa. In realtà però i Cristiani in Siria non sostengono un uomo o un regime ma, come ha ben precisato il Patriarca Maronita Bechara Rai (prossimo Cardinale di Santa Romana Chiesa), semplicemente sostengono lo Stato. Metterle sotto accusa per questo significa farsi complici dei loro persecutori.

Le comunità cristiane in Medio Oriente e segnatamente in Siria e Libano sono una ricchezza troppo preziosa perchè il mondo possa farne a meno. Sono comunità portatrici di un messaggio che hanno ascoltato per la prima volta, duemila anni fa, proprio direttamente da Cristo. Un messaggio di Amore, di Pace, di Giustizia, diffuso in una regione che sembra sempre più aver dimenticato il significato di tutte e tre queste parole.

Come Cristiani di questa Europa sempre meno cristiana abbiamo dei doveri morali nei confronti dei fratelli in Siria. Abbiamo l'imperativo di raccogliere il loro grido: “non abbandonateci”. Quindi di adoperarci per loro. Facile dire: cosa possiamo fare noi che non contiamo nulla, mica abbiamo le leve del potere. Verissimo, però possiamo pregare, possiamo testimoniare la verità, possiamo costruire legami con le comunità di religiosi e laici in Siria (sto pensando alle splendide suorine (italianissime) del convento di Azer. Solo il fatto di sapere di non essere stati dimenticati può costituire un sostegno morale poderoso. Infine potremmo inviare anche un aiuto economico che possa servire ad assistere chi non ha più una casa o a riscattare, salvandogli la vita, un rapito.

Per chi volesse ecco alcuni recapiti.

Per far pervenire un aiuto alle suore trappiste (sarà interamente utilizzato per assistere bisognosi, non solo Cristiani) di Azeir: c.c. postale 12421541 o bancario IBAN IT08Q0335901600100000002047

Per donazioni ai Padri Maristi di Aleppo: contattare mail fmsi@fmsi-onus.org

Infine per sostenere SOS Cristiani in Siria: andare al sito http://soscristianiinsiria.wordpress.com









lunedì 19 novembre 2012

Le vittime, siamo noi, il popolo!

"Le vittime, siamo noi, il popolo! Non è più il tempo di cercare il colpevole ... Occorre  chiamare  alla pace senza condizioni ": una posizione condivisa dal Patriarca Gregorio III e da Monsignor Pascal Gollnisch, direttore generale di L'Oeuvre d'Orient


Incontro di Mons. Pascal Gollnisch, direttore generale della "Oeuvre d'Orient", con il Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme, Gregorio III, e con rappresentanti delle Chiese del Medio Oriente, e il vice-rettore dell'Istituto Cattolico di Parigi.
 
Mons. Gollnisch ha ricordato che "Oeuvre d'Orient non è né l'ONU né la NATO né l'UNHCR, ma è preoccupata per la situazione dei cristiani in Siria. Essa opera nella misura delle sue capacità, attraverso l'assistenza pratica, ma anche prendendo la parola in Francia " nei media, presso i politici.
 
Egli ha sottolineato i 6 punti che guidano l'atteggiamento  dell’Œuvre d’Orient sulla questione della Siria:
- Essere accanto ai cristiani sul posto. Ci teniamo in contatto per telefono, per posta. Inoltriamo i vostri messaggi, le vostre parole, le vostre azioni.
 
- L'assistenza agli sfollati, ai rifugiati, come abbiamo fatto per i cristiani in Iraq.
 
- Garantire un migliore equilibrio di informazioni. Siamo ben consapevoli delle difficoltà dell' informazione, a volte troppo unilaterale. Ci sforziamo di dare voce ad altre voci, di trasmettere altre visioni più vicino alla realtà locale .
Essere consapevoli del carattere internazionale del conflitto e delle difficoltà che questo comporta.
 - Richiamare
sulla complessità della situazione per porre fine alla dualità dei ribelli buoni contro un esercito del male.
 - Appellare
 alla pace senza condizioni. Non si possono più imporre condizioni quando vi sono migliaia di morti, occorre fermare le armi.


Per S.B. Grégoire III  "La guerra è il momento in cui c'è più menzogne ​​e più ipocrisia. Oggi nessuno ha una soluzione. Questo è il grande problema. Dobbiamo parlare con Una Voce. L'Europa deve avere meno ingerenza negli affari del Medio Oriente e tutti noi dobbiamo chiamare alla riconciliazione. Dobbiamo essere sensibili alle vittime e al carnefice, ci ha detto il Papa durante la sua visita in Libano. Non c'è più tempo di cercare il colpevole. Le vittime siamo noi, il popolo. Parlare solo dei cristiani non è giusto, noi siamo cittadini, vogliamo la pace in Siria per tutti i cittadini. "
Ci sono molti esempi di solidarietà tra cristiani e musulmani alawiti o sunniti, "i cristiani sono un catalizzatore. Dobbiamo sottolineare il loro ruolo di agenti di pace all'interno della Siria e in tutto il mondo (...). L'Islam ha molte correnti, noi non dobbiamo avere alcun odio o paura, ma camminare insieme. Grazie a "Oeuvre d'Orient", che è un catalizzatore di queste idee ", ha aggiunto il Patriarca.
"Il governo ha preso le nostre scuole, non abbiamo mai ricevuto soldi, noi siamo liberi. Siamo il riferimento locale (...). Noi siamo per la stabilità, per la laicità. Non siamo né pro né contro il regime ", dice, aggiungendo: "La Francia deve sapere che le siamo affezionati e  non dimentichi che essa aveva un mandato in Siria, che ha dato la laicità come lo ha dato all'impero ottomano. "
http://www.zenit.org/article-32473?l=french