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venerdì 4 dicembre 2015

Avvento 2015 ad Aleppo: da 5 anni sotto le bombe...

Aleppo si svuota ogni giorno un po' di più dei suoi abitanti:  lettera di Suor Marguerite Slim


Aleppo, 18 novembre 2015

Cari benefattori,
Orrore e speranza convivono nel nostro mondo. Ora è il vostro turno di essere colpiti e, avendolo vissuta, noi conosciamo la misura della vostra sofferenza. Condividiamo il vostro dolore, piangiamo la perdita di tanti giovani. Preghiamo per tutte le vittime e le loro famiglie, e anche per gli autori di tali orrori.

Nonostante questo contesto, vorremmo dire un grande ringraziamento insieme con la comunità di Azzizié, per avere ancora una volta risposto alla nostra chiamata, che ci aiuta a continuare a fornire assistenza nelle migliori condizioni possibili ai malati e ai feriti di guerra che riceviamo.  Non abbiamo mai dubitato della vostra generosità, ma ancora una volta siamo stati colpiti per la vostra vicinanza e il vostro affetto a questa missione, che è opera di Dio.  A tutti e a ciascuno individualmente, assicuriamo la nostra preghiera chiedendo al Signore di donarvi per la misura del vostro cuore e che porti a compimento tutti i vostri progetti.

Che cosa dirvi della nostra vita quotidiana e della vita della gente?
Le carenze continuano .... L'acqua è sempre razionata, per fortuna ci sono pozzi in chiese o moschee per raccogliere l'acqua quando i tagli sono troppo lunghi, e da 25 giorni non abbiamo avuto neanche un'ora di elettricità al giorno. (Normalmente, quando le cose vanno bene abbiamo un'ora al giorno!)

La strada principale che porta ad Aleppo è stata chiusa per due settimane dai ribelli ... E' stata riaperta dall'esercito siriano negli ultimi giorni, il che ha permesso di far arrivare cibo, gasolio, benzina e medicinali ... ma purtroppo a prezzi esorbitanti. L'apertura della strada ha anche permesso l'arrivo dell' UPS che abbiamo aspettato a lungo.  In questo momento gli ingegneri stanno cercando di montarlo.

Nonostante l'ottimismo della popolazione da quando sono iniziati i bombardamenti della Russia sui ribelli, nulla è cambiato nella vita quotidiana, così che la gente continua a lasciare il paese.  Molti dei nostri medici specialisti, dei nostri interni, dei nostri tecnici medici così come il piccolo personale di servizio lasciano o si stanno preparando a partire ....  Aleppo si svuota ogni giorno un po' di più dei suoi abitanti!

In un quadro così, per la grazia di Dio noi perseveriamo e resistiamo con la nostra presenza e la nostra testimonianza di vita!

Insieme, continuiamo a pregare nella fiducia che il Signore viene a visitarci e che Egli ci donerà la Pace, nella giustizia e nella verità.

Suor Marguerite Slim
Responsabile e Direttore dell'Ospedale St. Louis, Aleppo

(L’Œuvre d’Orient ha finanziato il generatore che alimenta il nuovo scanner dell'ospedale per superare le numerose interruzioni di corrente).
  

4 dicembre: san Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa
nacque a Damasco in Siria, nel 676 circa.
Qui la Catechesi di Papa Benedetto su questo santo:
http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090506.html

"Questo è il quinto anno che celebriamo il Natale sotto le bombe" Arcivescovo Jeanbart


Natale 2015

Cari amici,
ecco, da cinque anni si celebra la festa della Natività sotto le bombe.  
Non so se molti tra voi hanno potuto vivere questa esperienza tanto triste e deprimente? Ma devo assicurarvi, è doloroso dover passare questi bei giorni, tanto attesi ogni anno, nel bisogno e nella insicurezza, senza acqua o elettricità e inoltre tagliati fuori dal mondo per un severo e ben stretto embargo . Un motivo in più per me per uscire da questo recinto, anche solo qualche minuto per avere una boccata d'aria fresca e piacevole scrivendovi queste parole che vengono dal mio cuore e che vorrei riempire di tutto l'affetto che nutro per voi!

Devo dire, ho avuto una grande pena nel conoscere la grande disgrazia che ha colpito i nostri fratelli innocenti in Francia e chiedo al Signore di risparmiare all'Europa questa prova infernale; l'esperienza che viviamo qui, a causa dei terroristi, è terribile per non dire amara e insopportabile. Non la auguriamo a nessuno, nemmeno ai nostri nemici, sono sempre gli innocenti che pagano. Dio onnipotente abbia misericordia di noi tutti, e faccia regnare l'amicizia tra gli uomini, la pietà nei cuori e la pace tra i popoli della terra.

Nonostante tutto, noi continuiamo in questa situazione più difficile che mai ad affrontare la tempesta che colpisce i nostri poveri fedeli, ridotti all'indigenza e direi anche alla miseria.  Facciamo tutto il possibile per sostenerli e aiutarli in questa avversità che li colpisce senza pietà. Ci sforziamo di stare al loro fianco per alleviare le loro sofferenze e dare loro coraggio. I nostri programmi di aiuto umanitario vanno avanti. Oltre alle sovvenzioni finanziarie, offriamo a migliaia di persone borse di studio, cure mediche e cesti di viveri e prodotti sanitari.  Abbiamo lanciato quest'anno un servizio di fornitura di acqua nelle case e per molte famiglie disagiate siamo riusciti ad installare trecento serbatoi da 500 litri che consentono loro di avere una fornitura di acqua disponibile e in più un team di giovani è stato incaricato di rifornire con acqua potabile a casa i più vecchi. Molte famiglie povere possono simultaneamente essere collegate ai circuiti dei generatori che distribuiscono energia elettrica agli iscritti.  Abbiamo appena lanciato poco tempo fa un centro di formazione professionale per i mestieri dell'edilizia e di impresa di restauro di molte case danneggiate a causa dei bombardamenti. Mille famiglie hanno beneficiato quest'anno di aiuto per acquistare il gasolio per scaldarsi. 
Se dovessi continuare l'elenco sarebbe lungo, quindi preferisco fermarmi qui a dire che è grazie a voi e alla generosità dei benefattori, il mio staff ed io non eravamo in grado di fare tutto ciò che è stato fatto per alleviare le sofferenze di migliaia di cristiani presi in ostaggio in casa propria .

In questi giorni benedetti, sicuramente penseremo a voi e alla bontà che avete dimostrato verso di noi continuamente in questo momento di grande prova. 
Con tutto il cuore vi auguriamo un Buon Natale e un buon Anno 2016 pieno di salute e di gioia serena! 

+ Jean-Clément JEANBART " 


    (traduzioni OpS)

mercoledì 2 dicembre 2015

Profughi in Grecia, cento bambini annegati nell'ultimo mese: l'esperienza di un frate della Custodia di Terra Santa

Terrasanta.net
di Carlo Giorgi | novembre 2015
«Sono annegati almeno cento bambini solo nell’ultimo mese, nel tratto di mare che separa Kos e Rodi dalla Turchia! Quella dei profughi è una moltitudine che non si ferma! E il guaio è che non abbiamo i mezzi per aiutarli, sta iniziando a far freddo e il mare è sempre più agitato…».
A lanciare l’allarme è fra Luke Gregory, sacerdote della Custodia di Terra Santa a cui sono affidate le parrocchie cattoliche di rito latino di Rodi e Kos, isole greche del Dodecaneso affacciate alla costa turca. In particolare, Kos dista solo dieci chilometri dalla città di Bodrum ed è diventata, per questo motivo, la «porta» d’ingresso per l’Europa preferita dai profughi che transitano in Turchia. Proprio sulla spiaggia di Bodrum, ai primi di settembre, è stata scattata una foto divenuta tristemente famosa: un bimbo annegato, di al massimo tre anni, con il viso piantato nella sabbia. Quel bimbo stava andando proprio a Kos assieme alla sua famiglia e ad altri disperati.

I profughi giungono sull’isola greca a bordo di gommoni a motore spesso privi di scafista. Chi organizza il traffico affida il timone a uno dei passeggeri, gli indica la rotta e lo fa partire. Sono imbarcazioni capaci di portare al massimo 15 persone, su cui però ne vengono imbarcate almeno 30: bambini e donne al centro, uomini sui bordi. Ognuno paga mille euro per salire. Il gommone parte stracarico, se c’è un’onda un po’ più alta, imbarca acqua facilmente; le persone sono prese dal panico perché molte non sanno nuotare. Accade che il gommone si ribalti, con le conseguenze più tragiche.
«Difficile immaginare quanti siano in Turchia, pronti a imbarcarsi per Kos – racconta fra Luke –, di certo qui ne arrivano in continuazione anche se siamo a novembre. Rimangono al massimo due settimane, il tempo di farsi schedare dalla polizia, ricevere un permesso di soggiorno di sei mesi ed essere portati, a bordo di grandi navi, ad Atene. Il sogno di tutti è raggiungere la Germania».
L’isola di Kos, località turistica rinomata, oggi è irriconoscibile: «Al porto si sente parlare solo arabo – commenta il frate minore – e lungo le mura della città vecchia, vicino al porto, le strade sono un succedersi di centinaia di tende da campeggio che ospitano profughi provenienti prevalentemente dalla Siria, ma anche dall’Afghanistan e dall’Iraq. Quasi tutti sono musulmani. Le tende sono state montate solo da poche settimane, prima dormivano tutti all’addiaccio. Non ha ancora iniziato a piovere: qui quando piove, va avanti per ore senza tregua… La situazione può peggiorare molto soprattutto per i bambini, che patiscono di più. I parrocchiani della chiesa di Kos stanno facendo un’opera meravigliosa per aiutarli. In particolare la comunità degli immigrati filippini, che aiuta la Caritas locale, si sta dando molto da fare per portare cibo e vestiti a tutti».

A Rodi, più lontana dalla coste turche, oggi i rifugiati sono circa 200. Li hanno alloggiati nel vecchio mattatoio italiano, costruito oltre settant’anni fa e da lungo tempo inutilizzato. «È una sistemazione povera – racconta fra Luke –, ma almeno hanno un tetto sulla testa. È difficile aiutarli perché anche i greci, pur facendo del loro meglio, sono essi stessi in difficoltà economiche: in parrocchia abbiamo un ufficio chiamato Food Bank, che ogni martedì consegna un pacco viveri alle famiglie povere. Ieri ne sono venute 34, tutte di greci. Nel pacco trovano riso, fagioli, lenticchie, latte in polvere, il necessario per tre, quattro giorni; il fatto è che, per aiutarli, non possiamo prelevare più di 420 euro a settimana, cerchiamo di dare il massimo aiuto con questi pochi soldi… qualche anno fa abbiamo piantato un orto nel giardino del convento, comprato galline e tacchini per aumentare un po’ il cibo a disposizione. In estate, il sindaco di Rodi ha chiesto a tutti gli alberghi di portare cibo ai profughi, a turno. Da parte mia, chiedevo ai turisti, durante la messa, di portarci cibo, dentifrici, sapone giochi e cioccolata per i bambini, che poi distribuivamo… Ora però i turisti non ci sono più e quasi tutti gli alberghi sono chiusi. Non riapriranno prima di aprile…».

domenica 29 novembre 2015

Avvento in Siria 2015: I Focolari e la condivisione del dolore

I bombardamenti a Damasco e in altre località siriane sono l'altra faccia della guerra sulla sponda opposta del Mediterraneo. La gente vuole la pace e si chiede chi invece continui a volere la guerra e a fornire armi al posto di cibo e farmaci


21-11-2015  Diario dalla Siria, a cura di Maddalena Maltese
fonte: Città Nuova

Mentre i colpi di mortaio stanno cadendo vicino a noi, la paura e la preoccupazione ci assalgono sia per la nostra vita che per quella di tutti quelli che conosciamo crisitiani o musulmani, siriani o stranieri: ci accomuna l'appartenenza all'umanità e l'essere tutti fratelli e sorelle. In queste vie di Damasco si vive e si muore insieme, senza distinzione alcuna.

Il bilancio del bombardamento è tragico: 9 morti e 52 feriti. Nessuno ne parla. Parigi ha per ora la ribalta. Ma questi sono i numeri della guerra dall'altra parte del Mediterraneo, sono i numeri di questa giornata. Non voglio fare somme che rendano ancora più raccapricciante quanto qui è per tutti una normale quotidianità. Appena il frastuono termina, perchè il rumore delle bombe è assordante, prendo il cellulare e chiamo tutti: "Stai bene? Dove sei? Non muoverti! Aspetta...". Queste sono le domande ricorrenti dopo ogni lancio di bombe o dopo i colpi sul quartiere. Ci raccomandiamo a vicenda di restare fermi nel posto che per ora ci ha dato rifugio e scampo e lì si resta perchè non si capisce dove andare.
L'ufficio, la cucina, l'androne diventano rifugi o tombe a seconda se le bombe ti hanno risparmiata o ti hanno centrata. Dentro di me le domande persistono, continue come un mantra: "Ma è normale vivere con questa agitazione? E' normale che la gente debba vivere sempre nella paura? Perchè l'altra parte del mondo tace? Fino quando dovrà durare questa assurdità? E' possibile che il potere, i soldi, gli interessi possono vincere sulla volontà di pace dei popoli e della gente semplice?

Aleppo all'inizio di novembre è rimasta per 15 giorni senza viveri e le strade di accesso erano chiuse. Le mine sono un altro dei lasciti di questa guerra. Prima di riaprire ogni via di transito, bisogna sempre sminarla. Un villaggio vicino Homs è stato preso di mira dall'Isis e ci sono circa tremila sfollati. La gente desidera che la guerra finisca e si fa tante domande: "Chi procura le armi a queste milizie crudeli? Perchè non arriva il cibo ma arrivano munizioni e ordigni bellici?".
Questi interrogativi ci lacerano, mentre la preghiera diventa il balsamo, la nostra roccia. La comunità cristiana cerca di vivere nella normalità, si incontra alle celebrazioni, lavora a tanti progetti di solidarietà, ma siamo in pochi.
Si parte inesorabilmente, si lascia una terra amata perchè non si vedono prospettive e tutto è costosissimo, dai farmaci ai cibi. Ma anche chi parte, desidera tornare: la vita è salva, ma non è la vita in Siria, non gli stessi rapporti, non gli stessi gusti, non la stessa complicità. Eppure non si è divisi. Si è sparsi, ma si continua a vivere tutti insieme per la stessa pace.

giovedì 26 novembre 2015

Senza patrie, senza difesa. Perché i cristiani sono carne da macello in un conflitto in cui non valgono nulla

La situazione dei Cattolici oggi in Siria

26 novembre: nostra Signora di Soufanieh 

Il FOGLIO , novembre 2015
di Maurizio Crippa

I cristiani sono il fianco debole delle nostre società. Quando c’è caos, tutti attaccano loro”. Sua Beatitudine Mar Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti del Libano, è un uomo pragmatico, la stoffa del buon politico. Bisogna partire da un aneddoto che ha raccontato qualche settimana fa, di passaggio a Milano, durante un rapido briefing organizzato dalla rivista Oasis. Un giorno andò da lui un personaggio importante, ha raccontato, un religioso sciita dell’Iraq: “Mi chiese cosa potevano fare per proteggere i cristiani. Io gli risposi che non accettavo la parola ‘proteggere’, perché i cristiani sono cittadini iracheni come tutti gli altri. Poi ribaltai la domanda: ‘Cosa fate voi per proteggere i cristiani? Perché li ammazzate mentre pregano e fate esplodere le chiese?’. E lui mi rispose, indicandomi il fianco: ‘I cristiani sono il fianco debole delle nostre società. Quando c’è caos, tutti attaccano loro’”.

La persecuzione sempre più cruenta dei cristiani nel medio oriente e in Africa ha la sua origine recente nell’islamismo fondamentalista, e una radice più profonda nell’islam in sé, che non riconosce altra religione oltre sé e non ha mai avuto una Nostra Aetate, una “dichiarazione” sulle relazioni con le altre religioni. E’ un dato che la chiesa cattolica, pur mantenendo con puntiglio e pazienza e i suoi distinguo teologici e storici, conosce e riconosce. Almeno da Ratisbona, almeno da quando anche Papa Francesco ha iniziato a dire che oggi i cristiani sono  perseguitati “più che nei primi secoli”. Béchara Boutros Raï, come dicesse un’ovvietà, spiegava che “nell’inconscio dei musulmani il giudaismo è stato completato e soppiantato dal cristianesimo e questo è stato completato e soppiantato dall’islam. Perciò il cristiano non è accettato come cristiano, è semplicemente un uomo che deve diventare musulmano e ancora non l’ha fatto”. E’ un concetto insito nell’islam. Anche quando, magari per secoli, resta dormiente e permette lunghe convivenze: come in Libano, in Siria. Ma Boutros Raï è un pragmatico, non dimentica il contesto storico e politico: i cristiani mediorientali, da sempre ma oggi ancora di più, sono perseguitati anche perché non contano nulla. Non hanno patria. Con realismo, ricordava che quando “Giovanni Paolo II convocò il Sinodo speciale dei vescovi per il Libano, prima di annunciarlo mandò una delegazione nel paese per parlare con i capi religiosi musulmani e informarli, ed evitare che questo venisse interpretato come un gesto di ostilità nei loro confronti”. La preparazione del Sinodo fu fatta “insieme ai musulmani”. Una condizione difficile, ma la condizione per cui “viviamo insieme da 1.400 anni” e che è l’essenza della cultura del medio oriente. Però oggi, dopo un’escalation di quasi un secolo, i cristiani sono divenuti pura carne da cannone per tutti i contendenti. E contano poco, come già in passato, per il cinismo delle nazioni occidentali, quelle “cristiane”. Il motivo è demografico, minoranza delle minoranze. Poi c’è un motivo politico-territoriale: i cristiani non hanno uno stato, né “terra in cambio di pace” da offrire. Non c’è nulla di loro di cui si debba tenere conto, in un conflitto che ha scatenato imperi regionali, o tra opposte visioni del mondo. Nemici di nessuno, sono tragicamente un comodo nemico per tutti. Avevano una certa vischiosa, costosa, influenza nell’Iraq di Saddam e Tareq Aziz, nella Siria di Assad, nella Libia di Gheddafi. Per i copti in Egitto, dopo lo spavento di Morsi e il tallone di Mubarak, forse ora si aprirà qualche spiraglio di agibilità politica quasi inesistente in passato. Per il resto, oggi i cristiani non hanno influenza, né potere.

Se si indagano con un po’ d’attenzione le motivazioni per cui due anni fa Francesco si espose così tanto contro l’intervento militare in Siria, ce n’è una nascosta, ma evidente, che supera il “pacifismo”: il timore che la guerra avrebbe provocato la caduta definitiva delle chiese di Siria, le più antiche della cristianità. Il vuoto storico che ne sarebbe derivato sarebbe stato incolmabile. L’arcivescovo metropolita di Aleppo, Jean-Clément Jeanbart, ha dichiarato giorni fa ad Asianews: “Aleppo è la più antica città del mondo e Damasco la più antica capitale del mondo. Per secoli vi hanno pacificamente convissuto non solo gli appartenenti alle tre religioni monoteiste, ma fino a quindici culture, etnie e popoli diversi”. Ma ora, nella guerra – o senza la protezione-alleanza di Assad – la nobile storia di Aleppo non ha valore di scambio, né corso legale nei futuri assetti. Da qui anche la linea diplomatica di lunghissima durata della Santa Sede – bisogna risalire al tempo del Protettorato britannico e oltre – tesa a garantire condizioni minime di sopravvivenza nel solco di uno status quo imperfetto, ma di millenario equilibrio. Oggi resta poco più che “l’ecumensismo del sangue” di Bergoglio. E resta la definizione di una dottrina di difesa della libertà religiosa e dei diritti umani ancorata a una visione onusiana della gestione dei conflitti. La scorsa primavera, l’osservatore della Santa Sede all’Onu, a Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, aveva ricordato che l’intervento armato difensivo è “una dottrina sviluppata sia nell’ambito delle Nazioni Unite che nell’insegnamento sociale della chiesa cattolica”. Ma tutto questo non basta a conferire uno status politico ai cristiani in quelle terre, né basta a chiarire il motivo della loro “indifendibile” condizione storica.

In un’intervista al Foglio dello scorso aprile, la storica Bat Ye’or osservava che la vulnerabilità dei cristiani deriva dall’aver scelto, per “disperato tentativo”, di sostenere nei decenni scorsi il potere islamico “che li avrebbe poi distrutti”. E notava che “Inghilterra e Francia” – si parla di tempi remoti – “hanno diviso l’identità cristiana persuadendo i cristiani che erano arabi e che dovevano militare con i musulmani per formare una nuova ideologia: il nazionalismo arabo”. Si può obiettare sul fatto che i cristiani del medio oriente siano, in effetti, in grande parte arabi. Ma il problema posto da Bat Ye’or è quanto pesi – come risvolto geopolitico e moderno, per così dire – la “dhimmitudine”, la condizione giuridicamente servile e separata vissuta dai cristiani nel mondo islamico per secoli. Ma la condizione di senza patria e rango politico non è, nella storia, un’esclusiva dei cristiani mediorientali. Con tutte le cautele storiche del caso, si può affermare che è quanto capitato per secoli agli ebrei all’interno degli stati e imperi cristiani d’Europa.

La storica invitava anche a tenere in considerazione che le potenze occidentali “Francia, Inghilterra e America” già dopo la Prima guerra mondiale rifiutarono di assumere come priorità la protezione dei cristiani, tracciando in questo modo il solco di una irrilevanza ancora maggiore di quella che la Santa Sede paventava già al tempo della fine dell’amministrazione turca. Persino con sfumature antisioniste, se il cardinal Pietro Gasparri, segretario di stato di Benedetto XV, temeva che il mandato britannico sulla Terra Santa avrebbe favorito l’infiltrazione protestante e del sionismo in Palestina. Se questa è la storia, l’attualità rileva che per l’arcivescovo di Aleppo Jeanbart, forse è un politico meno sottile di Béchara Boutros Raï, il problema dei cristiani del suo paese  è che “in Siria si sono concentrati molti, tanti interessi sia delle potenze economiche occidentali che orientali… Vi sono poi gli interessi di Israele, della Turchia, che vagheggia un ritorno all’impero ottomano, seppur in chiave moderna, degli Emirati arabi. Una situazione complessa in cui i cristiani rappresentano una sorta di spina nel fianco”. Ritorna la metafora del fianco debole, la condizione di un meccanismo di tipo politico che precede e va oltre i termini della persecuzione di carattere religioso.  
Oggi la carne di scambio dei cristiani non è utile in Siria né in Iraq, né all’Iran né alla Turchia. Non solo infedeli, ma carne da macello.

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/11/23/senza-patrie-senza-difesa-perch-i-cristiani-sono-carne-da-macello-in-un-conflitto-in-cui-non-valgono-nulla___1-v-135282-rubriche_c379.htm





Un drone sopra quel che resta di Maloula: novembre 2015

martedì 24 novembre 2015

Putin: "Ankara, questo è un colpo nella schiena"

"Questa è la traccia radar ufficiale turca del velivolo russo che hanno abbattuto, in rosso. Ha transitato brevemente su una piccola lingua di terra turca, meno di due km, per due volte. Ho calcolato che ogni “incursione” sul territorio turco sarebbe durato circa 10 secondi, presumendo che l’aereo volasse a soli 750 km/h. Che la Turchia abbia abbattuto l’aereo è follia assolutamente indifendibile. E’ abbastanza evidente dalla rotta che l’aereo operasse contro i ribelli turcomanni sponsorizzati dai turchi in Siria, ed è per questo che i turchi l’hanno abbattuto." Craig Murray
Ankara sapeva benissimo cosa faceva quell’aereo in quella zona: stava compiendo un’operazione contro i miliziani jihadisti. Non costituiva affatto una minaccia per la sua integrità territoriale.

Piccole Note , 24 novembre 2015


«C’è rischio di uno scontro con i russi. Ma certi ambiti bellicisti non lo temono. Anzi, nella loro follia sembrano cercarlo». Era un cenno contenuto in una Postilla scritta ieri per descrivere quel che sta accadendo attorno a questa strana guerra siriana, dove la campagna militare russa contro l’Isis suscita reazioni in Occidente, che pure, soprattutto dopo le stragi di Parigi e il terrore che sta dilagando in Europa, dovrebbe essere un naturale alleato.
L’abbattimento di un bombardiere russo da parte della Turchia dà un significato più sinistro a quanto accennato ieri. Non era mai successo durante la Guerra Fredda che un areo militare russo fosse preso di mira da un Paese Nato, né è mai successo l’inverso. Particolare che dà la misura della criminale follia di quanto sta avvenendo.
Già aperto propugnatore del regime-change in SiriaRecep Tayyp Erdogan ha lanciato contro il Paese vicino decine di migliaia di miliziani jihadisti, sostenendo in vari  modi il conflitto che ha insanguinato il Paese. 
Ma quanto accaduto oggi è un salto di qualità inquietante. Ankara giustifica l’abbattimento spiegando che il jet russo aveva varcato i suoi confini, ma la Russia nega.
Tanti particolari sembrano smentire la versione turca, anzitutto il fatto che i piloti, paracadutatisi fuori, siano finiti tra le braccia dei miliziani siriani. Un video diffuso in rete immortala alcuni di questi assassini che sparano contro uno dei piloti mentre, inerme, plana verso terra. Un tiro al piccione al grido “Allah Akbar”. Lo stesso grido disumano risuonato per le vie di Parigi durante la mattanza… particolare sul quale riflettere.

Il fatto che i piloti siano caduti in Siria, come dimostra il filmato e altro, spiega più di altri dati che, se pure sconfinamento c’è stato, doveva essere irrisorio. A meno di immaginare un paracadute che viaggi per chilometri sulle ali del vento. Insomma la strumentalità dell’intercettamento appare in tutta la sua chiarezza.
Anche perché, al di là delle controversie sul punto, il fatto che il jet abbia o meno varcato i confini turchi è in realtà un particolare secondario. Ankara sapeva benissimo cosa faceva quell’aereo in quella zona: stava compiendo un’operazione contro i miliziani jihadisti. Non costituiva affatto una minaccia per la sua integrità territoriale. 
Insomma, le giustificazioni prodotte dalle autorità turche risultano invero poco credibili.

Ovviamente la reazione di Putin è stata durissima, né si poteva immaginare diversamente. Una reazione che sembra sia stata cercata da Ankara, tanto che, subito dopo aver scritto una pagina di cronaca nera, la Turchia ha chiesto la riunione di un vertice Nato. Al di là delle motivazioni ufficiali (spiegazioni sull’abbattimento), in quella sede cercherà di trovare la solidarietà degli alleati. Una forzatura che darà comunque dei risultati, dal momento che appare difficile che l’Alleanza possa sconfessare apertamente uno dei sui membri.
«Invece di contattarci immediatamente – ha detto Putin -, la parte turca si è rivolta ai suoi partner nella Nato per discutere dell’incidente, come se fossimo stati noi ad aver abbattuto il loro aereo». Difficile dar torto al presidente russo, che di fatto giudica tale iniziativa come un ulteriore atto ostile.
Non è il primo attrito tra Russia e Turchia in Siria. Già in precedenza aerei turchi e russi avevano dato vita duelli a distanza risolti senza scontri.
Se però Ankara ha alzato la posta in maniera così eclatante è perché è consapevole che in ambito occidentale sta nuovamente montando un clima di scontro con la Russia (vedi ancora Postille di ieri). Nel caso specifico, Erdogan sta solo fungendo da catalizzatore di spinte ben più forti.

Da oggi i cieli siriani sono ad alto rischio, dal momento che Putin non può permettersi altri incidenti simili senza perdere di credibilità al suo interno. I russi prenderanno adeguate contromisure, e di certo, se ci saranno altri confronti con l’aviazione turca (banalmente nelle more dei raid che Ankara sta conducendo contro il Pkk in Siria), potrebbero essere meno soft dei precedenti.
Situazione ad alto rischio, che può precipitare e allargarsi nel caso di uno scontro che potrebbe far scattare la clausola di mutua assistenza prevista dall’Alleanza Atlantica.
In zona, tra l’altro, stanno convergendo forze francesi, alle quali presto potrebbero aggiungersi quelle britanniche; mentre già sono operative quelle statunitensi. Forze Nato, quelle dalle quali Ankara attende fattiva solidarietà.

Al tempo della Seconda guerra mondiale, una domanda percorse, come un tremito, l’intera Europa: morire per Danzica? Oggi, ben più mestamente, la domanda che i cittadini dell’Occidente dovrebbero porsi è se sono disposti a morire per il Califfo di Ankara…

sabato 21 novembre 2015

La risposta al terrore è la santità e la fede: fra Ibrahim e padre Mourad, due esempi

La bomba durante la messa, le ostie macchiate di sangue, la fede che resiste. 

IL FOGLIO, 21 novembre 2015
di Matteo Matzuzzi




 Parla Ibrahim Alsabagh, parroco ad Aleppo. E' stato un miracolo, c' è poco altro da dire. La bombola di gas che colpisce la cupola della chiesa, la danneggia, ma non esplode. Rotola e cade sul tetto dell' edificio, fatto di semplici tegole d' argilla sostenute da grandi colonne di legno e cemento. Solo a quel punto, quando non era più in grado di causare una strage, è esplosa fragorosamente. 
Padre Ibrahim Alsabagh, parroco francescano della cattedrale latina d'Aleppo, non ha altre spiegazioni per quel che è accaduto il 25 ottobre, quando una bombola di gas - partita da una base di lancio per missili - ha colpito la cupola della chiesa di San Francesco, mentre i fedeli erano riuniti per la messa vespertina domenicale. 

Erano più di quattrocento persone, quel pomeriggio, sotto la cupola, racconta al Foglio: "I jihadisti hanno scelto con crudeltà il luogo e il tempo precisi per colpire, in modo da provocare il maggior danno possibile in persone e strutture specificamente cristiane". Basta guardare la chiesa per capire subito che l' obiettivo non era stato scelto a caso: "Hanno puntato la cupola, che è la parte più debole della struttura. Se fosse crollata, con essa sarebbe venuta giù la maggior parte del tetto". Anche la tempistica era quella giusta, scelta con cura, dice: "La messa vespertina della domenica, che è la messa principale della parrocchia, quella più affollata. E l'esplosione è avvenuta proprio nell' ultima parte della celebrazione, quella in cui avviene la distribuzione della comunione. Lo ricordo bene, erano le 17.45". Ripercorre, padre Ibrahim, quei momenti: "Avevo il Santissimo in mano e stavo distribuendo la comunione. L' avevo già fatto per cinque o sei fedeli, quando ho avvertito un rumore lontano, non di grande intensità, come di qualcosa di pesante che stesse cadendo sul tetto della chiesa. Non sono passati dieci secondi che tutto l'edificio ha cominciato a tremare senza sosta sotto i miei piedi. Sassi e pezzi di vetro cadevano su di noi, io non vedevo quasi più nulla a causa della polvere. Mentre mi domandavo cosa mai stesse accadendo, sentivo urla di dolore, la gente si disperdeva e si nascondeva ai lati e negli angoli della chiesa. La terra continuava a tremare una pioggia di sassi e calcinacci ci investiva". La gente gridava, "io ho fatto alcuni passi verso l' altare per appoggiarvi il Santissimo che tenevo fra le mani", ma subito "sono tornato sui miei passi per prestare soccorso a chi ne aveva bisogno. Il mio proposito era di farlo il più in fretta possibile, perché sapevo che i jihadisti erano soliti lanciare un secondo missile immediatamente dopo il primo, sullo stesso luogo. Grazie a Dio, questo non è accaduto. 
Non ci sono stati morti. Alla conta iniziale c' erano sette o otto feriti in modo leggero, ma il loro numero è poi salito a più di venti". 
La memoria, poi, va ineluttabilmente sull' immagine che più d' ogni parola fotografa la portata della tragedia: "In sagrestia mi sono accorto che le sacre ostie nella pisside erano macchiate del sangue dei fedeli. Le ostie sacre mescolate con il sangue del suo popolo è un segno della presenza di Dio e di unione con noi. Dio è presente fortemente, soffre con noi, si unisce sempre di più a ognuno di noi nella nostra sofferenza". Al guardare queste ostie tinte di rosso, aggiunge, "pareva che esse brillassero di una luce increata, apportatrice di consolazione e di pace al povero cuore sofferente del parroco". La gente, in quei momenti, era terrorizzata, non sapeva che fare: "Ho invitato i fedeli rimasti a uscire fuori nel giardino e lì ho continuato la distribuzione della santa comunione. Abbiamo recitato un Pater, Ave, Gloria come ringraziamento al Signore e a sua madre Maria, concludendo con la benedizione solenne". 
E' questo che sorprende nelle parole del parroco di Aleppo, la cui serenità - nonostante l'orrore della guerra vissuta giorno dopo giorno appena fuori la porta del monastero - è percepibile anche al telefono, nonostante la linea spesso disturbata. Una bombola di gas lanciata sulla chiesa, danni ingenti, uomini e donne sconvolti, eppure con il tempo di ringraziare Dio. E' la prospettiva a essere diversa rispetto a quella propria dell' uomo occidentale, che guarda con distacco quanto avviene da anni nel vicino oriente, avviluppato in lotte intestine che, come la tela di Penelope, paiono non avere mai fine. 
Padre Ibrahim lo sa e spiega cosa porti a lodare Dio tra la polvere e i frammenti di vetro sparsi qua e là: "Il male pianificato contro di noi era enorme. Se solo il grande lampadario appeso alla cupola fosse caduto, avrebbe ucciso in un colpo solo una decina di persone raccolte lì sotto al momento della comunione. Il Signore, invece, che permette il male per rispetto della nostra libertà, ha ridimensionato questo male, indirizzandolo sulle sole pietre, mentre noi tutti siamo stati salvati. Egli si è glorificato in mezzo al male dandoci, per l' ennesima volta, un segno del suo amore provvidente. Così, invece dei lamenti e delle grida di spavento e di terrore, le nostre bocche hanno innalzato a Lui un inno di ringraziamento ricolmo d'amore e di gratitudine". 

Nel dramma, anziché evitare di frequentare la chiesa, luogo sensibile per eccellenza, bersaglio ideale per le orde nere califfali e per la moltitudine di gruppi che a quelle ideologie si rifanno, il popolo fedele trova proprio in quell' ambiente il punto di riferimento in cui sentirsi meno solo: "Uomini e soprattutto giovani che, pur non essendo stati presenti alla messa, sono accorsi chiedendo come potessero dare una mano. Li ho invitati ad aiutare nella rimozione dei detriti presenti in abbondanza nella chiesa e a spazzare il pavimento, preparando così la chiesa al meglio per la celebrazione dell' indomani mattina", dice padre Ibrahim.
 E infatti, il giorno dopo alle 7.30 "ho potuto far suonare le campane grandi, che da tempo non si suonavano per la mancanza di elettricità. Chiamavo così la gente a partecipare alla santa messa celebrata proprio lì, nella chiesa bombardata. 
La giornata è proseguita con l' arrivo di più di trenta donne, pronte a ripulire con tanta cura il luogo sacro. Hanno lavorato per tutta la giornata. Lo spavento per l' evento traumatico era già stato assorbito in modo positivo: la capacità di reazione dei miei fedeli è stata molto positiva". Forse, non si può far altro che guardare al domani, considerata la situazione. Non si può che vivere proiettati costantemente sul giorno dopo, sperando che esso sia migliore di quello passato.
 "Ormai le bombe arrivano in continuazione e dappertutto. Il pericolo di altri ordigni sulla nostra chiesa è tutt' altro che scampato. Ma tutto questo non ci deve spaventare. Ai cristiani della mia parrocchia, in ogni occasione, continuo a ripetere che non bisogna avere paura di venire in chiesa per la santa messa". 
Si ripete come un mantra, dai pulpiti dei luoghi sacri feriti e minacciati, una sorta di beatitudine che riassume al contempo la drammaticità offerta dall' attualità e il senso più profondo della fede cristiana: "Beati noi se moriamo vicini al Signore, nella sua casa, piuttosto che nelle tenebre delle nostre abitazioni, soli e presi dalla paura". 
La mente del frate francescano torna al 25 ottobre, "il giorno della bomba". Ricorda che poco prima dell'attacco "avevamo fatto catechismo a 166 bambini. La domenica seguente ci chiedevamo con la catechista se i bambini avrebbero avuto ancora il coraggio di presentarsi. Sono venuti, erano 160. E dopo ciò che è accaduto, il numero delle persone che assiste alla messa quotidiana aumenta di giorno in giorno". 
E' calmo, padre Ibrahim, mentre descrive una situazione che a un uomo di questa parte del mondo potrebbe sembrare da girone dantesco, senza speranza. "Alcuni dei miei parrocchiani mi hanno chiesto come avessi fatto a reagire così bene, con la calma e il sorriso, senza mai perdere la pace del cuore e la prudenza. Ho risposto che sentivo esserci in me una forza più grande della mia sola forza umana. Era la forza del Signore che mi guidava in quel momento di difficoltà e il suo consiglio mi muoveva. Non potevo essere io con il mio intelletto a guidare gli avvenimenti e le decisioni, come quella di invitare le persone spaventate in giardino, di continuare la distribuzione della santa comunione, ringraziando con le preghiere il Signore e sua madre, Maria. Sì - dice senza tradire incertezze nella voce - assolutamente non ero io, ma era il Signore che prendeva il controllo della situazione, parlando e agendo tramite me. Non sono forse la fortezza, il consiglio e l' intelletto tre dei sette doni dello Spirito santo?". 
La convinzione, profondamente radicata nella fede, è che alla fine i jihadisti non vinceranno, portae inferi non praevalebunt. Dopotutto, l'ha assicurato Cristo, e tanto basta. E' questa speranza a fortificare l'animo di chi, minoranza perseguitata, combatte la buona battaglia ogni giorno. "Ci mandano la morte e noi restituiamo loro la vita. Ci lanciano dell'odio mentre noi diamo loro in cambio la carità, manifestata nel perdono e nella preghiera per la loro conversione", dice padre Ibrahim. 

Non è filosofeggiare fine a se stesso o predicare tanto per farlo: si tratta di mettere in pratica questo impegno, come accaduto durante la messa dei bambini del 1° novembre, tra le navate della chiesa sfregiata e violata: "Un frammento della bombola di gas è stato ricoperto di fiori e portato come offerta all' altare. Così, il simbolo di odio e di morte è stato 'battezzato' ed è diventato simbolo dell' amore che perdona e dà vita". 
Vita che ad Aleppo, un tempo crocevia di carovane e ricchi mercanti, non è mai stata così dura come oggi. Per una decina di giorni, tra il 23 ottobre e il 4 novembre, l' unica strada che collegava la città al resto della Siria è rimasta chiusa, "poiché i miliziani dello Stato islamico l' avevano interdetta all' esercito regolare". Al mercato non si trovava più nulla: "Non c' era gasolio, carburante, gas", dice il nostro interlocutore. "Non c' erano alimentari: neanche un uovo. Si poteva trovare solo un po' di verdura, tanto che la gente, lamentandosi con amarezza - ma con un grande sense of humour, diceva 'siamo diventati come degli agnelli, mangiamo solo erbe'. Perfino lo zucchero costa molto, troppo. Si fa fatica a trovarne un chilo e - ammesso che si riesca a scovarlo da qualche parte - come si potrebbe pagarlo? Non c' era neanche un pomodoro, in quei giorni, al mercato". La gente era convinta, o almeno sperava, che la strada sarebbe stata aperta per far transitare gli alimenti. Ci hanno detto per giorni che sarebbe stato così, ma alla fine non ci credevamo più. Noi alle promesse non crediamo più, perché vogliamo vedere accadere qualcosa, vogliamo vedere i fatti". 
L'impegno dei frati francescani è costante, sul terreno, anche a proprio rischio: "Continuiamo a distribuire acqua con quattro camioncini e arriviamo a coprire cinquanta case al giorno. Le richieste, però, sono più di seicento. La gente ha paura ed è arrivata al limite della sopportazione". Aleppo è circondata, i miliziani bombardano incessantemente i quartieri cittadini "perché si sentono minacciati dall' avanzata da sud dell' esercito regolare, sostenuto dalle incursioni degli aerei russi". Manca acqua ed elettricità, non c' è neppure lo yogurt, notava padre Ibrahim sorridendo. Quel che non manca, però, è la fede, la certezza che alla fine tutto passerà. 
Un messaggio spedito dal vicino oriente ai cristiani d'occidente che "hanno bisogno di svegliarsi". Il parroco della chiesa di San Francesco sceglie l' immagine del "gigante addormentato" per rappresentare i credenti europei: "Hanno energie incredibili, ma sono legati, bloccati. Non sto parlando del benessere che può essere dato dall' acqua calda o della possibilità di godersi una cena al ristorante. La prosperità di cui parlo, da rifuggire, è uno stato del cuore che, a causa delle ricchezze e delle false sicurezze, si consegna alla freddezza, dimentica del suo bisogno di Dio. E' un male che riguarda purtroppo anche il clero. La crisi profonda che noi stiamo vivendo qui ci aiuta a guarire da questa malattia; ci aiuta a crescere nella fede". Che fare, dunque? "L' occidente dovrebbe tornare all' essenziale. Vivere, cioè, la prosperità in una prospettiva di fede. Questo è ciò che serve". 
In concreto, si tratta di "vivere responsabilmente e seriamente ciò che crediamo. Nella nostra situazione di sofferenza continua, la gente diventa più sincera e sa andare all' essenziale. Io questo lo constato sempre, lo vedo: la gente è meno appesantita dalle preoccupazioni di questo mondo". 
E', sostiene padre Ibrahim, "purificata". "E quindi disposta a lasciarsi guidare dallo Spirito".

http://ilsismografo.blogspot.it/2015/11/siria-ibrahim-alsabagh-parroco-ad.html


Padre Mourad: Nelle mani dello Stato islamico ho avuto compassione dei miei rapitori

AsiaNews, 20 novembre 2015


 “Questa grazia mi è stata accordata per essere di conforto a un gran numero di persone”. A raccontarlo ad AsiaNews è p. Jacques Mourad, sacerdote della Chiesa siro-cattolica. Di passaggio a Beirut, lo abbiamo incontrato nei saloni della chiesa di Nostra Signora dell’Annunciazione, a Beirut. Priore del monastero di Mar Elian e dei fedeli del villaggio di Qaryatayn, non lontano da Palmira, p. Mourad è stato sequestrato da miliziani dello Stato islamico (Daesh), il 21 maggio 2015. Egli è rimasto nelle mani dei suoi rapitori per quattro mesi e 20 giorni, prima di ritornare, il 10 ottobre, in quello che noi siamo soliti chiamare “il mondo libero”.

Perseguitato, minacciato, sottoposto a pressioni continue perché si convertisse all’islam, egli è stato minacciato a più riprese di venire decapitato, frustato in una occasione e, il giorno successivo, fatto oggetto di una finta esecuzione. Confinato in una stanza da bagno rischiarata solo da un lucernario piazzato in alto, con un seminarista ad assisterlo, ridotto a un regime forzato di riso e acqua, distribuiti due volte al giorno, senza elettricità né orologio, tagliato fuori in tutto dal mondo esterno, egli è riuscito a rimanere comunque vigile e non ha mai vista una sola volta scalfita la sua fede. Al contrario.
La grazia, o meglio il miracolo di cui parla p. Mourad è di essere rimasto vivo, di non aver rinnegato la sua fede, di aver ritrovato la libertà. “La prima settimana è stata la più difficile” racconta. “Dopo avermi tenuto per qualche giorno all’interno di una macchina, la domenica di Pentecoste mi hanno portato a Raqqa. Ho vissuto questi primi giorni di prigionia diviso fra la paura, la collera e la vergogna”.
La grande svolta nella sua prigionia è coincisa, secondo p. Jacques, con l’ingresso nella sua cella, l’ottavo giorno, di un uomo vestito di nero, con il viso mascherato, come quelli che compaiono nei video delle esecuzioni resi celebri da Daesh. La mia ora è arrivata, si è detto, in preda al terrore. Ma, al contrario, dopo avergli chiesto quale fosse il suo nome e quello del suo compagno di prigionia, l’uomo si è rivolto a lui con un “assalam aleïkoun” di pace ed è entrato nella sua cella. In seguito, egli ha intavolato una lunga discussione, come se lo sconosciuto cercasse davvero di conoscere meglio i due uomini di fronte a lui.
“Prendilo come un ritiro spirituale” gli ha risposto lo sconosciuto, quando p. Jacques lo ha interrogato sulle ragioni della sua prigionia. “Da quel momento - racconta il sacerdote - le mie preghiere, le mie giornate, hanno acquisito un senso. Come posso spiegarvi... Ho avvertito che attraverso di lui, era il Signore stesso che mi rivolgeva queste parole. Quel momento è stato davvero di grande conforto”.
“Grazie alla preghiera, io ho potuto ritrovare la mia pace” riferisce il sacerdote siriano. “Era maggio, il mese di Maria. Ci siamo messi a recitare il Rosario, che non ero solito pregare molto in passato. Tutto il mio rapporto con la Vergine Maria è stato rinnovato. La preghiera di santa Teresa d’Avila ‘Niente ti turbi, niente ti spaventi…’ anch’essa ha contribuito a sostenermi; e per lei, una notte, ho composto una melodia che ho poi iniziato a canticchiare. La preghiera di Charles de Foucauld mi ha aiutato ad abbandonarmi tra le mani del Signore, con la consapevolezza che non mi era dato di scegliere. Perché tutto portava a pensare che l’esito finale sarebbe stata la conversione all’islam, oppure la decapitazione".
Quasi ogni giorno, continua, "entravano nella mia cella e mi interrogavano sulla mia fede. Ho vissuto ogni giorno come se fosse l’ultimo. Ma non ho mai abiurato. Dio mi ha donato due cose: il silenzio e la cortesia. Sapevo che certe risposte potevano essere colte come provocazione, che qualunque parola può diventare la fonte della tua condanna. Così, mi hanno interrogato sulla presenza di vino al convento. Quell’uomo mi ha interrotto all’improvviso, quando ho iniziato a rispondere. Egli ha giudicato le mie parole insopportabili. Ero un ‘infedele’. Grazie alla preghiera, ai salmi, sono entrato in un mondo di pace, che non mi ha più lasciato. Mi sono ricordato anche delle parole di Cristo nel Vangelo di san Matteo: ‘Benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano’. Ero felice di poter vivere nel concreto questa parola. Non è cosa da poco, poter vivere il Vangelo, in particolare questi versi così difficili, che fino a quel momento erano solo teoria. Ho iniziato a provare compassione per i miei sequestratori”.
“In quell’occasione, mi sono tornate in mente anche le canzoni poetiche di Feyrouz - confessa p. Jacques - e in particolare una di quelle che parla del crepuscolo, che ero solito cantare quando su Raqqa calavano le lunghe notti di giugno, che ci lasciavano avvolti nell’oscurità. Anche queste parole e la loro musica diventavano fonte di preghiera. Esse parlavano della sofferenza ‘iscritta nel crepuscolo’”.

Poi, un giorno, p. Jacques viene frustato…
“Era il 23mo giorno della mia prigionia” ricorda. “Sono entrati all’improvviso. Era una sorta di messa in scena. La flagellazione è durata circa una trentina di minuti. La frusta era composta da un pezzo di tubo da giardino e delle corde. Ho avvertito il male fisico ma, nel profondo, mi sentivo in pace. Percepivo una grande consolazione nel sapere che potevo condividere in qualche modo le sofferenze di Cristo. Al contempo, mi sentivo per questo assai confuso, poiché pensavo di non essere degno di quella grazia. Perdonavo il mio aguzzino, nel momento stesso in cui egli mi colpiva. Ogni tanto, confortavo con un sorriso il diacono Boutros, mio compagno di cattività, che a stento riusciva a trattenersi nel vedermi oggetto di frustate. Dopo di che, mi sono ricordato il versetto in cui il Signore dice che è nella nostra debolezza che si manifesta la sua forza. Ne ero sempre più sorpreso, perché mi sentivo debole, sia a livello spirituale che fisico. Vedete, io soffro di mal di schiena sin dall’infanzia e le condizioni di prigionia erano tali da far aumentare, in un primo momento, il male. Al monastero avevo a disposizione un materasso speciale, e una sedia ergonomica. In cella, dormivo per terra e non c’era modo di camminare in questi servizi igienici”.
“La grande paura - prosegue p. Jacques - l’ho conosciuta poco dopo, quando un uomo armato di pugnale è entrato nella nostra cella; ho sentito sul collo la lama del coltello e ho pensato che fosse iniziato il conto alla rovescia per la mia esecuzione. Nello spavento, mi sono raccomandato alla misericordia di Dio. In realtà, si trattava solo di una messa in scena”.
Il 4 agosto scorso, il gruppo jihadista ha assunto il controllo di Palmira e, da lì, di Qaryatayn. Il giorno successivo, all’alba, hanno preso in ostaggio la popolazione, almeno 250 persone, portandole a Palmira.
L’11 agosto, p. Jacques e il suo compagno hanno intrapreso lo stesso percorso. Ecco come: “Uno capo saudita è entrato nella nostra cella. ‘Sei tu padre Jacques?' ha chiesto. 'Ecco, allora vieni con me! I cristiani di Qaryatayn ci hanno fatto una testa quadra parlandoci di te!' Ho subito pensato che mi stavano prelevando per essere giustiziato. A bordo di un van, abbiamo compiuto un tragitto di quattro ore. Superata Palmira, abbiamo imboccato una strada di montagna che conduce a un edificio chiuso da una grande porta di ferro. Appena aperta, quello che vedo è tutta la popolazione di Qaryatayn lì radunata, meravigliata nel vedermi davanti a sé. Quello è stato un momento di sofferenza indicibile per me. Per loro, un momento straordinario di gioia".
Venti giorni più tardi, il primo settembre, "ci hanno portato a Qaryatayn, liberi, ma col divieto di lasciare il villaggio. In quel momento si è venuta a creare una sorta di contratto religioso collettivo: noi eravamo ormai sotto la loro protezione (‘ahl zemmé’), dietro pagamento di una tassa speciale, la jizya, che riguardava i non musulmani. Potevamo anche praticare i nostri riti, a condizione che questo non fosse elemento di scandalo per i musulmani. Qualche giorno più tardi, alla morte di uno dei nostri parrocchiani, deceduto per un cancro, siamo andati al cimitero, nei pressi del convento di Mar Elian. Ed è in quel momento che ho visto che era stato raso al suolo. Curiosamente, non ho avuto alcun tipo di reazione. Dentro di me, mi è sembrato di cogliere che Mar Elian abbia voluto sacrificare il suo convento e la sua tomba per la nostra salvezza”.

“Oggi - conclude p. Jacques, che ha sfidato il divieto di lasciare Qaryatayn e ha trovato il modo di fuggire, pur mantenendo uno stretto riserbo sulle modalità di fuga - continuo a provare per i miei rapitori lo stesso sentimento che provavo quando ero nelle loro mani: la compassione. Questo sentimento deriva dalla contemplazione dello sguardo di Dio nei loro confronti, a dispetto della loro violenza, come egli la prova verso tutti gli uomini: uno sguardo di pura misericordia, senza il minimo sentimento di vendetta”.

“Oggi - prosegue il sacerdote, un tempo monaco al monastero di Mar Moussa, fondato da p. Paolo Dall’Oglio - sappiamo che la preghiera è la via della salvezza. Bisogna continuare a pregare per i vescovi e i sacerdoti che sono tuttora scomparsi e di cui non si sa niente. Pregare per il mio fratello Paolo Dall’Oglio (scomparso a Raqqa nel luglio 2013). Dobbiamo infine pregare per una soluzione politica in Siria. Oggi ricordiamo il centenario del massacro e l’esodo del 1915. Senza una soluzione politica, l’emigrazione completerà il lavoro che i massacra del 1915 hanno iniziato”.

http://www.asianews.it/notizie-it/P.-Mourad:-Nelle-mani-dello-Stato-islamico-ho-avuto-compassione-dei-miei-rapitori-35941.html