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venerdì 14 settembre 2012

Benedetto XVI pellegrino di pace in Medio Oriente

Da http://www.youtube.com/user/vaticanit




Dall'Osservatore Romano del 15/09/2012

Il Papa spiega il significato della sua visita in Libano

Sotto il segno della fraternità e del dialogo

All'arrivo a Beirut l'indicazione del modello libanese quale esempio di convivenza per il Medio Oriente e il mondo

Mai pensato di rinunciare a questo viaggio. Benedetto XVI lo ha ripetuto senza esitazioni rispondendo alle domande postegli dai giornalisti questa mattina, venerdì 14 settembre, durante il consueto incontro a bordo dell’aereo che lo ha condotto a Beirut. Il Papa non ha mai esitato. Semmai l’aggravarsi delle tensioni e il complicarsi della situazione ha reso ancor più vivo il suo desiderio di offrire un segno di fraternità e un invito al dialogo a tutte le popolazioni mediorientali, la cui condizione di sofferenza non avrà fine — ha affermato — sino a quando non si impedirà il passaggio delle armi destinate ai belligeranti, come accade nel drammatico contesto della crisi siriana.
Messo un punto fermo su questo, il Pontefice ha affrontato questioni e argomenti divenuti di attualità scottante soprattutto in questi ultimi tempi. E ricordando due tragici avvenimenti che hanno segnato il recente passato della regione e del mondo — la strage avvenuta nel 1982 nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Chatila, proprio in Libano, e l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 — ha parlato dell’inquietudine dinanzi alla crescita dei fondamentalismi e alle aggressioni di cui sono vittime numerosi cristiani. Ha poi accennato al rischio che nei Paesi dove è sbocciata la cosiddetta «primavera araba» proprio i cristiani, in quanto minoranza, possano soccombere, con un esplicito riferimento alla situazione della Siria. Infine ha sottolineato il valore dell’esortazione postsinodale che consegnerà domenica 16 e il ruolo che le Chiese d’Europa e delle Americhe possono svolgere per sostenere i loro fratelli del Medio Oriente.

L'audacia della fede

In una terra martoriata e divisa e a due passi da una guerra
Sir 13 settembre 2012
Lo ha voluto il Papa, lo vuole fortemente, questo viaggio in Libano. Per la Chiesa e per il mondo, non solo per i cattolici e i cristiani del Medio Oriente, che lo attendono con gioia, con ansia, con speranza. Lo ha voluto con il coraggio della fede e la serenità della testimonianza, al di là di tutti i pericoli, che pure sono ben presenti a tutti.
La Terra Santa, il Medio Oriente, hanno bisogno di pace e di speranza. Sono due beni grandi che nessuno può imporre, nessuno può fabbricare. Sono un dono, che reciprocamente, tutti sono chiamati a darsi, sono il frutto di un percorso, che è necessario sviluppare insieme. Con questo spirito, con questa convinzione, con questo sereno coraggio Benedetto XVI vola in Libano, una terra felice e martoriata, forte e divisa, a due passi da una guerra in corso e nel cuore di una regione che con la guerra fa drammaticamente i suoi conti tutti i giorni, da decenni. Proprio per questo bisogna andare al di là di quelle logiche di violenza e di potenza che si rincorrono, apparentemente senza fine, sulla pelle degli innocenti e dei poveri. Che pagano per tutti. E fra questi ci sono proprio anche i cristiani, spesso costretti all’emigrazione, ad abbandonare quelle terre di cui sono parte decisiva.
Venendo a confortare, incoraggiare, guidare i cattolici, il Papa viene a testimoniare una logica nuova e antica, con il coraggio e la serenità che gli conosciamo e che sa parlare a tutti. E proprio per questo può dare frutti abbondanti, e insperati.
http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_a.a_autentication?target=3&tema=Anticipazioni&oggetto=246213&rifi=guest&rifp=guest


Dall'intervista in volo per Beirut: "deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare "

...
In Siria come tempo fa in Iraq molti cristiani si sentono costretti a malincuore a lasciare il loro paese che cosa intende fare o dire la chiesa cattolica per aiutare in questa situazione per arginare la scomparsa dei Cristiani in Siria e in altri paesi medio orientali?
«Bisogna innanzitutto dire che non solo i cristiani fuggono ma anche i musulmani ma naturalmente il pericolo che i cristiani si allontanino e perdano la loro presenza in queste terre è grande dobbiamo fare noi il possibile per aiutarli a rimanere. L’aiuto essenziale sarebbe la cessazione della guerra della violenza, questa crea questa fuga e quindi il primo atto è fare tutto il possibile perché finisca la violenza e che sia realmente creata una possibilità di rimanere insieme anche in futuro. Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. Direi importante è che il lavoro dei giornalisti che possono aiutare molto per dimostrare come la violenza distrugge e non costruisce, non è utile per nessuno. Poi direi forse gesti nella cristianità, giorni di preghiera per il Medio Oriente, per i cristiani e i musulmani, mostrare la possibilità di dialogo e di soluzione. Direi anche deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni. In questo senso con tutti i gesti possibili, con aiuti anche materiali aiutare perché cessi la guerra la violenza e tutti possono ricostruire il paese».
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http://2.andreatornielli.it/?p=4883

giovedì 13 settembre 2012

Messaggero di pace: Intervista del cardinale segretario di Stato a "Le Figaro"

da L'Osservatore Romano 13/09/12
<br>Alla vigilia della visita papale in Libano il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha rilasciato un'intervista al quotidiano francese "Le Figaro" che la pubblica nel numero di oggi, 13 settembre. La presentiamo in una nostra traduzione.
di Jean-Marie Guénois

Il viaggio di Benedetto XVI in Libano s’iscrive inevitabilmente nel contesto drammatico della guerra civile in Siria. È un viaggio a rischio?
La situazione drammatica nella quale vive il popolo siriano è seguita con molta apprensione dal Santo Padre. Da oltre un anno il Papa ha moltiplicato i suoi appelli pubblici a favore della pace, della riconciliazione, dell’unità del popolo siriano. Non ha neppure lesinato sforzi per una soluzione diplomatica. In Libano le nostre reti ecclesiali ci indicano che il Paese non si trova oggi in una situazione pre-conflittuale paragonabile alla crisi siriana. Alcuni episodi hanno potuto suscitare un’impressione diversa nell’opinione internazionale ma, ancora una volta, le informazioni che riceviamo sul posto ci assicurano che, al contrario, c’è grande attesa per la visita del Papa da parte di tutti i libanesi e di tutte le comunità socio-religiose del Paese.

L’ipotesi di un annullamento del viaggio è stata mai contemplata?

No, mai. Noi seguiamo la situazione molto da vicino. Incrociamo molteplici fonti d’informazione. Consideriamo seriamente tutti gli avvenimenti particolari, ma non abbiamo finora mai ricevuto dati sufficientemente gravi da far contemplare l’ipotesi dell’annullamento della visita.

Benedetto XVI ha mai esitato?

Il Santo Padre ha preso la decisione di visitare il Libano molto tempo fa. Vi si reca come un messaggero di pace. Bisogna capire bene questo per non sbagliarsi sul viaggio. Le crescenti tensioni in quell’area, lungi dallo scoraggiarlo, hanno dunque reso ancora più urgente il suo desiderio di visitare il Libano al fine di promuovere la pace e di esprimere a tutti la sua profonda solidarietà.

Sono state richieste particolari misure di sicurezza per il Papa, ma anche per le folle?

Ogni viaggio è oggetto di rigide misure per garantire la sicurezza di tutti. Nessuna richiesta supplementare è stata comunque formulata. A tale riguardo, restiamo in stretto contatto con le autorità.

La posizione della Chiesa cattolica sulla crisi siriana è stata spesso percepita come troppo prudente nei confronti del regime di Damasco. Che cosa pensa oggi la Santa Sede della crisi siriana?

Fin dall’inizio della crisi, il Papa ha condannato con tutte le sue forze le violenze e la perdita di vite umane. Con lo stesso vigore Benedetto XVI ha affermato le legittime aspirazioni del popolo siriano. Ha ripetutamente invitato tutti i responsabili ad astenersi da qualsiasi violenza e a impegnarsi sulla via del dialogo e della riconciliazione per risolvere questioni inevitabili per il bene del Paese e per quello di tutta la regione.

Ci sono oppositori musulmani che rimproverano ai cristiani siriani la loro «neutralità».

In Siria i cristiani cercano di vivere in pace e in armonia con i loro fratelli siriani. Temono l’aumento della violenza che mette in pericolo tutti i siriani. I cristiani sono un punto di riferimento, un ponte tra le comunità. Essi cercano di costruire la pace e l’unità tra tutti i cittadini, al di là della loro appartenenza etnica e religiosa.

Alcuni però vedono questa «neutralità» come una mancanza di coraggio...

La posizione della Chiesa non è neutrale, è semplicemente chiara e netta: la violenza porta solo a nuove violenze! La violenza porta la morte. Ferisce per sempre i corpi ma anche le menti. La violenza infligge ferite psicologiche profonde al cuore della nazione siriana che si faranno sentire per molti anni.

Benedetto XVI si pronuncerà su questa crisi durante il viaggio?

Il Papa intende essere una voce profetica e una voce morale. La Santa Sede chiede la cessazione immediata di ogni violenza per far prevalere il dialogo ed evitare qualsiasi nuova ferita alla popolazione.

Ma perché in questo contesto è stato scelto il Libano?

Benedetto XVI ha già visitato la Terra Santa, cioè Israele, i Territori Palestinesi, la Giordania, Cipro, la Turchia. Il Libano, Paese biblico, è apparso un luogo ideale per consegnare l’esortazione postsinodale a tutte le Chiese del Medio Oriente e per dire al mondo che vivere insieme tra culture e religioni diverse non è un’illusione, ma una realtà che esiste. Questo Libano nel quale Giovanni Paolo II vedeva, «più che un Paese», un «messaggio» di libertà, di convivialità e di dialogo.

Benedetto XVI ha inserito la novità geopolitica della primavera araba nel documento che renderà pubblico domenica a Beirut?

Il Papa non è un commentatore politico! Aspettarsi dall’esortazione post-sinodale una sorta d’interpretazione socio-politica della «primavera araba», o addirittura un programma politico specifico per i cristiani, sarebbe fraintendere il magistero del Santo Padre. L’esortazione post-sinodale sarà piuttosto un messaggio di speranza e un incoraggiamento per tutti i cattolici del Medio Oriente affinché possano offrire il loro prezioso contributo nelle società tanto diverse in cui vivono.

Questo testo inedito per il futuro di quei cristiani non rischia di essere già superato dagli eventi?

L’esortazione trae la sua ispirazione da un Sinodo che ha riunito a Roma per tre settimane tutti i vescovi e gli esperti del Medio Oriente. In quell’autunno 2010 sono state poste pubblicamente questioni molto precise — e a volte scomode— sulla libertà, la democrazia, la giustizia, lo Stato di diritto. Bisogna ammettere che le richieste del Sinodo, sostenute dai cattolici, hanno in un certo modo anticipato le aspirazioni della «primavera araba» del 2011.

Il Papa ha affrontato questi temi sociali nella stesura finale del documento?

Benedetto XVI ha seguito con molta attenzione l’evolversi della «primavera araba». È molto informato sulla situazione. Quando capi di Stato o primi ministri escono da un incontro con lui, sono sempre sorpresi dal suo livello di conoscenza delle diverse questioni. Per il Papa la promozione dei diritti dell’uomo è la strategia più efficace per costruire il bene comune, base della convivialità sociale. Ritiene che se la democrazia prenderà maggiormente consistenza nel mondo arabo, porterà a un maggiore rispetto dei diritti dell’uomo e a un migliore sviluppo della società a tutti i livelli. Ma allo stesso modo insiste nel dire che la religione e i suoi valori sono un elemento importante del tessuto sociale. La religione è anche un diritto fondamentale dell’uomo ed è per lui inimmaginabile che dei credenti si privino di una parte di se stessi — della loro fede — per essere cittadini attivi.

La primavera araba pone di nuovo la questione delle relazioni tra la Chiesa e l’islam; come vede oggi questo problema?

Conosciamo male la nostra storia comune! Le relazioni islamo-cristiane risalgono a molti secoli fa. Hanno conosciuto tutte le varianti, a seconda dei Paesi, andando dall’osmosi al rifiuto, in seno al mondo musulmano ma anche all’interno della Chiesa. Dal concilio Vaticano II, la linea direttrice è chiara: la comunità cristiana tende una mano aperta in segno di dialogo e di riconciliazione. Noi osserviamo, nel mondo islamico, i segni del desiderio di stringere questa mano e di camminare insieme. A Roma, il nostro Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, sotto la responsabilità del cardinale Tauran, viene in proposito interpellato da ogni parte del mondo. Certo, si levano voci contrarie, ma le società sempre più multietniche, multiculturali e multireligiose impongono questa coabitazione. È una scelta senza appello per la libertà di coscienza, la libertà religiosa, il rispetto e il dialogo. Il problema oggi consiste nel trasporre, soprattutto attraverso la formazione, questa qualità del rapporto dal livello delle élite a quello delle popolazioni che sono talvolta sotto l’influenza dei gruppi fondamentalisti.

Alcuni scettici preannunciano però un inevitabile scontro islamo-cristiano...

Non siamo d’accordo, poiché ci troviamo all’opposto di uno scontro con l’islam! Una simile visione conflittuale non dà ragione né alla realtà sul terreno, né a una visione del futuro, né al credo profondo della fede stessa.

Nell’attesa, sempre più cristiani lasciano il Medio Oriente. Questa partenza è inevitabile?

Bisognerebbe rispondere Paese per Paese, per evitare generalizzazioni. E non dimenticare che il primo motivo della partenza è spesso economico e sociale, mentre il secondo è legato all’instabilità creata dagli anni di guerra. Al contrario, e noi lo constatiamo, quando il contesto sociale e culturale è favorevole, i cristiani si mobilitano, anche in Paesi musulmani, per la costruzione di società in cui ognuno deve avere il proprio posto, indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Su questo piano il ruolo degli Stati è decisivo.

I cristiani del Medio Oriente, minoritari, hanno una vocazione particolare?

Per comprenderla, occorre ribaltare la nostra prospettiva: il cristianesimo è nato lì! I cristiani in Medio Oriente non sono arrivati come missionari dell’Occidente o sulle orme di imperi coloniali. Allo stesso tempo, il Medio Oriente attuale deve molto alla presenza cristiana. Questa ha modellato il volto delle società. Un solo esempio: la rinascita araba del secolo scorso che ha visto la partecipazione di eminenti figure cristiane. I cristiani contribuiscono dunque all’edificazione di una società libera, giusta e riconciliata. La loro presenza è auspicata dalla maggior parte dei Paesi. La posta in gioco è di lavorare insieme per fare di questa regione una nuova culla di civiltà, di cultura e di pace.

Questo viaggio di Benedetto XVI a Beirut s’iscrive in un contesto d’instabilità generalizzata: incertezza in Egitto, tensione tra Israele e Iran, Siria a ferro e fuoco, Iraq frammentato. Qual è la principale posta in gioco della visita?

Aggiungerei la questione palestinese che dura da diversi decenni e non ha ancora trovato una vera soluzione. In effetti, accordi parziali, anche se positivi, non possono garantire una pace duratura se altre questioni non sono state risolte. La sfida più grande è di trovare una soluzione condivisa da tutti i protagonisti locali con l’aiuto della comunità internazionale, che è corresponsabile. La presenza del Papa è dunque un invito a tutti i responsabili del Medio Oriente e della comunità internazionale a impegnarsi con una volontà ferma per trovare soluzioni eque e durature per la regione. Benedetto XVI non ha però la pretesa di essere un leader politico. Come responsabile religioso, viene per confermare i suoi fratelli nella fede in Gesù Cristo e intende esortare tutti gli uomini e le donne di buona volontà a far sì che la religione non sia mai un motivo di guerra e di divisione. Cercherà di toccare i cuori affinché ognuno s’impegni a cambiare la situazione.
http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#2

Benedetto XVI chiederà pace per la Siria e un blocco alla vendita di armi nella regione

Patriarca Rai: Il Papa chiede la pace per la Siria.
Il film anti-Islam offende tutti noi.
 
Asia News 13/09/2012
Il capo della Chiesa maronita spiega che Benedetto XVI viene come testimone di pace per il Medio oriente e domanda a Stati, parti interessate e mercenari di fermare il commercio e l'uso delle armi. Cristiani e musulmani insieme per una reale Primavera araba. Il film che denigra Maometto è un'offesa per tutte le religioni.
Bkerke (AsiaNews) - Durante la sua visita in Libano, Benedetto XVI chiederà pace per la Siria e un blocco alla vendita di armi nella regione. È quanto affermato dal patriarca Bechara Rai, in una conferenza stampa tenuta stamane. Il capo della Chiesa maronita ha anche definito "vergognoso" il film anti-islam che ha provocato manifestazioni, violenze e morti in Libia. "Questo film - ha aggiunto - ci offende tutti".

Il viaggio che il papa sta per compiere dal 14 al 16 settembre vuole "fermare la spirale di violenza e di odio in Siria", ha spiegato il patriarca, ma anche chiedere "che coloro che vendono armi all'uno o all'altro gruppo" si fermino. Iniziate come un prolungamento della Primavera araba, le tensioni in Siria sono giunte a una vera e propria guerra civile, che ha causato la morte di decine di migliaia di persone. Governi occidentali, insieme ad Arabia saudita e Qatar sostengono i ribelli, con denaro e armi. La Siria, la Cina e l'Iran sostengono invece Bachar Assad e il suo governo.

"La guerra - ha precisato Rai - non è combattuta in nome dell'islam o del cristianesimo, ma da Stati, da parti interessate, da mercenari".

"Cristiani e musulmani - ha poi proseguito - devono unirsi attorno ad alcuni valori per gettare le fondamenta di una reale Primavera araba". Il papa viene in Libano per firmare e diffondere l'Esortazione apostolica seguita al Sinodo sul Medio oriente, celebrato a Roma nell'ottobre 2010, in cui si sono discussi molti aspetti e valori presenti nei movimenti che stanno cambiando il mondo arabo. "La visita del papa - ha aggiunto il patriarca - è un appello alla pace in Medio oriente, alla separazione della religione dallo Stato, all'accettazione dell'altro e della diversità nell'unità".
http://www.asianews.it/notizie-it/Patriarca-Rai:-Il-Papa-chiede-la-pace-per-la-Siria.-Il-film-anti-Islam-offende-tutti-noi-25809.html



Gregorio III Laham

"Per il ministero della Riconciliazione sono pronto a offrire la mia vita in sacrificio e a intraprendere dei viaggi per il buon esito del nostro appello alla riconciliazione e al dialogo."


P A T R I A R C A T O
GRECO – MELKITA- CATTOLICO
Aïn Traz, 30/8/2012

Ai nostri figli e figlie in Siria e ai figli e figlie della Chiesa nel mondo

A tutti gli uomini di buona volontà

 Per la Siria, la riconciliazione è l’unica  ancora di salvezza

“Venite dobbiamo avere una parola in comune”
(Sura Al Omran, 64)
“Beati gli operatori di Pace”
(San Matteo 5,9)

Introduzione

I nostri occhi e i nostri cuori versano lacrime oggi perché il linguaggio della violenza ha superato ogni altro linguaggio. Le lacrime fluiscono da ogni parte e su tutte le arene, in tutte le mani, nelle case e nei singoli … Le vittime umane, delle diverse appartenenze cadono, lasciando dietro di loro la desolazione e le tragedie sociali, familiari e nazionali. Dio abbia misericordia delle vittime, curi le ferite, guarisca i malati e consoli gli afflitti. Di fronte a queste prove, gli ostacoli per trovare aiuti umanitari e farli pervenire ai bisognosi e ai sinistrati, si moltiplicano.
Quale dinamica trovare per una via d'uscita alla crisi? Con questa lettera vogliamo di nuovo chiamare tutti al dialogo... affinché possiamo superare le nostre ferite, le nostre sofferenze e il sangue versato …  e affinché noi siamo fra coloro che credono nel dialogo, nella riconciliazione, nell'incontro e nel faccia a faccia...
Questo cammino è più difficile ma è l'unico cammino ragionevole perché costituisce l'unica garanzia per l'avvenire. È un cammino ineluttabile perché nessuna fazione può eliminare l'altra in alcun modo. La violenza accresce la violenza, mentre il dialogo aggiunge al dialogo forza e frutto. Quanto alla riconciliazione, essa prepara i cuori e gli animi a un maggiore dialogo e una maggiore riconciliazione.

 La Chiesa siriana e la Riconciliazione
 
Riconciliatevi con Dio! Riconciliatevi gli uni con gli altri! È il ministero della riconciliazione!
La Chiesa che è in Siria è chiamata al ministero della Riconciliazione, Musalaha, con ogni mezzo possibile perché la riconciliazione è nel cuore dell'insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo nel Santo Vangelo. È il nostro Bene ed è il Bene dell'umanità … con Dio.
Noi consideriamo che il ruolo della Chiesa in Siria oggi sia questo santo ministero, vale a dire operare in favore della riconciliazione. Beati gli operatori di pace! Noi consideriamo che questo ministero sarà la garanzia dei cristiani di fronte ai giorni cupi che si annunciano nel cielo della Siria. È così che i cristiani adempiranno la loro più grande missione per il paese, come storicamente si impegnarono per la sua prosperità a tutti i livelli.
Oggi la loro missione è di rimanere fra e con tutti i protagonisti, ovunque, su ogni fronte del paese… chiamandoli tutti alla riconciliazione civile e sociale … Poiché il ruolo della Chiesa è di essere l'araldo della riconciliazione e suo artefice a tutti i livelli. Noi consideriamo che in quanto cristiani del Levante e come arabi presenti e operanti nella storia del nostro paese, in tutte le sue tappe e in tutte le sue crisi, nel suo progresso e nel suo sviluppo, nella pace e nella guerra, noi siamo stati e resteremo la garanzia della diversità e coloro che la fondano e la promuovono. Sì, noi troviamo il nostro ruolo in questa via storica.

Appello alle Chiese del mondo
Con San Paolo noi diciamo: "Gesù è la nostra Pace, Colui che ha fatto dei due uno solo e che ha distrutto il muro dell'inimicizia tra gli uomini". Questa è la sorgente del presente appello che noi rivolgiamo a tutte le Chiese del mondo, ai nostri fratelli cattolici, ortodossi e protestanti. Noi chiamiamo i responsabili spirituali a unire la loro voce a quella della Chiesa che è in Siria per lanciare con tutti i mezzi, un appello alla riconciliazione in Siria. Che lo facciano ai dirigenti e alle diverse istituzioni del loro paese, verso i loro fedeli, i loro religiosi e religiose e i loro sacerdoti... E' necessaria una campagna per realizzare la Riconciliazione in Siria. Poiché se il mondo invocasse a una sola voce e ogni giorno il dialogo e la riconciliazione … allora sì tutto cambierebbe.

Appello ai cristiani siriani
In mezzo a questo fiume di sangue che, continuamente scorre in tutte le contrade della Siria, noi diciamo ai nostri figli beneamati: Pazienza! Se siete sfollati all'interno della Siria o in un paese limitrofo, rimanete vicino alle vostre case e ai vostri beni nel vostro paese. Diciamo grazie a coloro che ospitano gli sfollati. Ma se partite fuori dalla regione, il vostro ritorno sarà più difficile e la vostra situazione non sarà facile malgrado le facilità offerte dai paesi che vi accolgono, facilità che potrebbero non durare. Per questo vi dico: "Non emigrate!". Noi continueremo a fare tutti i nostri sforzi per aiutare con tutti i nostri mezzi, i bisognosi e gli sfollati.

Appello ai siriani

Grande è la mia speranza che noi siriani, cristiani e musulmani, che subiamo, tutti, il peso di questa situazione tragica e sanguinosa che dura da più di un anno e mezzo, troveremo insieme - e dobbiamo farlo - un'altra via della violenza, delle armi, delle uccisioni e della distruzione perché in questa via nessuno esce vincitore ma tutti sono dei vinti. La distruzione si estende e l'uomo è ucciso, le calamità si moltiplicano e colpiscono tutti i cittadini.
Per questo rivolgo il mio appello con il venerabile versetto del Corano: "Venite dobbiamo avere una parola in comune!" e con il versetto del Santo Vangelo: "Beati gli operatori di pace"… Ecco lo slogan che eleviamo con questa lettera. La riconciliazione è l'unica ancora di salvezza per la Siria.

Appello al mondo
Abbiamo la ferma speranza che il nostro messaggio sarà ricevuto dai Re, dagli Emiri e dai presidenti arabi, e dai capi delle nazioni del mondo intero, in America del nord e del sud, in Europa occidentale e orientale, in Asia, in Africa e in Australia. Così come speriamo sia ricevuto nelle Chiese e nelle comunità cristiane, in Oriente e in Occidente, nelle organizzazioni non governative, dai pensatori, dagli operatori di pace, soprattutto coloro il cui lavoro è stato coronato da un premio Nobel. Sul posto vi è il ministero della riconciliazione che è attivo ed efficiente. Su un altro piano, vi sono gruppi in azione, formati da capi tribù, da persone influenti, che hanno riportato grandi successi nella soluzione dei problemi in diverse località, e che hanno permesso di evitare grandi calamità e ristabilito la pace tra diverse fazioni religiose e altre. Noi chiediamo ai nostri amici di sostenere il lavoro di questi gruppi e della Chiesa in Siria che si consacra a questo ministero della riconciliazione, per garantirne il proseguimento.
Fine
Per il ministero della Riconciliazione sono pronto a offrire la mia vita in sacrificio e di intraprendere dei viaggi per il buon esito del nostro appello alla riconciliazione e al dialogo.
Portiamo questo messaggio, messaggio "di pace e di riconciliazione" ai santuari delle nostre Chiese e dei nostri monasteri affinché tutti eleviamo le nostre mani supplicanti per la sicurezza, la tranquillità e la stabilità, frutto del dialogo della riconciliazione e della solidarietà, per il coordinamento di tutte le potenzialità, in vista di un avvenire migliore per la Siria, con tutti i suoi figli, le sue confessioni, i suoi partiti e le sue ambizioni.
Sì, noi speriamo che tutti insieme possiamo realizzare la beatitudine evangelica: "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio".

Con il mio amore, le mie preghiere e la mia benedizione

   Gregorio III Laham
 

Gregorios III :
« N’émigrez pas et restez enracinés dans la terre où sont morts vos aïeux »
 
I.MEDIA: Quelle est l’atmosphère au Liban à l’approche du voyage de Benoît XVI? Y a-t-il aussi une attente de la part des musulmans?
Gregorios III: L’atmosphère est telle que vous pouvez la vivre dans les rues de Beyrouth ou du Liban, si vous avez le temps de vous y promener. Dans le moindre des petits villages comme dans les grandes villes, les panneaux saluant le pape s’affichent partout. Souvent en français, en anglais ou en arabe, ils sont le fait des municipalités, des entreprises et même de particuliers. Cette attente est aussi celle de nos frères musulmans. Au Liban comme d’ailleurs en Syrie et ailleurs au Proche-Orient, les villages et les villes sont mixtes. Ils sont chrétiens et sunnites, chrétiens et chiites, chrétiens et druzes. Ils sont le symbole du vivre ensemble, le symbole concret et vivant de ce Liban « pays message », comme l’a dit le bienheureux Jean Paul II. Nous attendons le pape et son message ensemble, en famille. Benoît XVI est notre père et nos frères musulmans l’attendent avec nous.
I.MEDIA: Si la visite de Benoît XVI est avant tout pastorale, on ne peut faire abstraction de sa dimension politique. S’attend-on à un message du pape en ce sens?
Gregorios III: Le message du Saint-Père va venir nous renforcer, augmenter nos forces et notre volonté de vivre sur nos terres, là où Notre-Seigneur nous a placés. Vivre comme nos pères ont vécu depuis plus de 2000 ans. Benoît XVI va venir dire à nos jeunes, à nos familles, ce que je ne cesse de répéter depuis mon élection au siège d’Antioche: n’émigrez pas. N’émigrez pas et restez enracinés dans la terre de vos aïeux qui ont vécu et qui sont morts pour que cette terre reste et demeure ce qu’elle est: une terre de chrétienté, la terre du berceau du christianisme, la terre du message, la terre de la paix. Le pape va nous donner la direction, les manières pour ne pas flancher dans les crises et les tourments. Il va nous donner la force de ne pas avoir peur face à cet avenir incertain qui est le nôtre.
I.MEDIA: Le voyage du pape s’adresse à tout le Moyen-Orient, donc aussi à la Syrie. Comment les Syriens vivent-ils l’attente? Certains seront-ils présents lors des rencontres avec Benoît XVI?
Gregorios III: Bien évidemment, cette visite de Benoît XVI est une visite à toutes les Eglises d’Orient sur la terre du Liban, pays d’accueil par excellence. Elle est la conclusion de l’Assemblée spéciale du Synode des évêques pour le Moyen-Orient, qui s’est tenue à Rome en octobre 2010. Nos fidèles de Syrie, sous le patronage de Notre-Dame du Liban et de saint Paul, vivent cette attente dans la prière et l’espoir de pouvoir être nombreux autour de Benoît XVI. Le pourront-ils? Nos paroisses ont redoublé d’efforts pour cela. Plaise à Dieu que les chrétiens de Syrie, les chrétiens du berceau du christianisme, les chrétiens de saint Paul soient nombreux avec et autour du pape, pour prier pour la paix et la réconciliation dans leur pays. Nous sommes à deux jours de la visite du pape et le Moyen-Orient retient son souffle pour que cette visite s’accomplisse en paix et dans la prière. Au Liban, pays d’accueil, toutes les forces politiques, civiles et religieuses s’activent pour que cette visite soit une réussite tant spirituelle que matérielle.
I.MEDIA: La visite du pape suffira-t-elle à stopper, ou du moins freiner, l’exode des chrétiens du Moyen-Orient?
Gregorios III: C’est mon souhait et mon vœu le plus cher. Mes premières paroles en tant que patriarche au lendemain de mon élection en novembre 2000 ont été: n’émigrez pas! A nous, chefs des Eglises, Benoît XVI donnera la force de consolider la foi de nos fidèles. Il viendra leur dire pourquoi ils doivent continuer à vivre et à mourir sur la terre de leurs ancêtres, cette terre bénie de Dieu, cette terre choisie par Dieu pour Se faire homme.
I.MEDIA: La crise syrienne risque-t-elle de s’étendre durablement au Liban?
Gregorios III: Mon vœu et ma prière sont pour que la crise arrête de s’étendre en Syrie. Que les armes se taisent et que la Syrie trouve le chemin du dialogue et de la réconciliation. Et pour cela, je suis prêt à donner ma vie! J’ai lancé au début du mois un appel à Benoît XVI, aux cardinaux, aux conférences épiscopales, aux rois et aux chefs d’Etat et à tous les hommes de bonne volonté, pour soutenir la réconciliation en Syrie. Quant au Liban, ma prière quotidienne est que Dieu le préserve de tout mal. Il se redresse à peine d’années de guerre et de conflit. Plaise à Dieu, par l’intercession de Notre-Dame du Liban, que ce « pays message » soit préservé de tout mal. (apic/imedia/cp/ggc)
Propos recueillis par Charles de Pechpeyrou, I.MEDIA
http://www.aed-france.org/actualite/voyage-du-pape-au-liban-nemigrez-pas-et-restez-enracines-dans-la-terre-ou-sont-morts-vos-aieux/

mercoledì 12 settembre 2012

Le attese e gli scenari che accoglieranno Benedetto XVI

Il Nunzio apostolico, Mons. Caccia
(Agenzia Fides 12/9/2012)
“Aspettando il Papa, il Libano torna a avvertire la grandezza e la bellezza della sua vocazione nazionale: quella di un Paese dove le diverse identità vogliono convivere nel rispetto reciproco”.
L’Arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, Nunzio apostolico a Beirut, inquadra in questa cornice il crescendo di segni positivi innescato in tutto il Paese dalla imminente visita di Benedetto XVI (14-16 settembre), ancor prima del suo inizio. Il rappresentante pontificio nel Paese dei cedri tratteggia per Fides la “grande attesa” vissuta dai cristiani, ma anche quella di tutte le altre componenti della variegata società libanese, documentata in particolare dai tanti “segni di apprezzamento arrivati da sunniti, sciiti, drusi, alawiti”. Mentre spuntano dovunque le immagini del Papa insieme a bandiere libanesi e vaticane, sulle prime pagine dei giornali campeggia lo slogan della visita: “Vi do la mia pace”. Una frase evangelica che – sottolinea monsignor Caccia – “corrisponde pienamente alle attese delle genti di queste parti”.
Accanto a questi segni esteriori, l’Arcivescovo dà conto della realtà di preghiera e invocazione a Dio che sale capillarmente da tutto il Libano: “È in corso nelle chiese del Paese una novena speciale per preparare la visita del Papa. Si sono svolte cinque grandi veglie comunitarie in cinque zone diverse del territorio nazionale, insieme a molteplici iniziative di incontro e riflessione comune tra cristiani e musulmani. Ad esse si unirà la veglia in programma la sera di mercoledì a Beirut, quando due processioni partiranno dai quartieri cristiani e altre due dai quartieri musulmani per convergere nel parco dedicato alla Vergine Maria”.
La visita del Papa cade in un momento delicato, in cui il fragile equilibrio politico del Paese è messo alla prova da ciò che accade in Siria e dal disagio sociale esasperato dalla crisi economica. Monsignor Caccia indica gli antidoti a ogni interpretazione riduttiva in chiave politica dei gesti e delle parole che verranno da Benedetto XVI: “Potrà forse esserci qualcuno che cercherà di accaparrare un aspetto o un altro della visita papale. Ma sarà vantaggioso per tutti tenere presente l’orizzonte ampio della visita del Papa, che guarda a tutte le problematiche di tutto il Medio Oriente e non solo alla situazione politica libanese. L’Esortazione apostolica post-sinodale che il Papa consegnerà ai Vescovi del Medio Oriente conterrà suggerimenti e indicazioni che poi andranno tradotti dalle Chiese locali nei contesti particolari in campo educativo, economico, sociale, del soccorso umanitario, e anche politico. Tra l’altro, dal tempo del Sinodo sul Medio Oriente fino a oggi, il paesaggio globale di quest’area ha visto e continua a vedere grandi mutamenti, spesso convulsi”.
Davanti al pressing di chi chiede che la Chiesa “prenda posizione” riguardo al conflitto siriano e alle rivolte mediorientali, mons. Caccia ripete i criteri di discernimento che ispirano lo sguardo della Santa Sede davanti all’evolversi degli eventi. Secondo il Nunzio in Libano occorre “riguardare agli interventi che Benedetto XVI ha dedicato negli ultimi tempi a ciò che avviene in Medio Oriente, fino alle parole pronunciate dopo l’Angelus di domenica scorsa. Il primo dato da considerare sono le sofferenze patite dalle popolazioni. Occorre che tutte le forze coinvolte fermino la spirale di violenza per far evolvere la situazione in altre direzioni, coinvolgendo tutti gli attori in gioco attraverso una iniziativa chiara della comunità internazionale. La prima iniziativa di mediazione affidata a Kofi Annan purtroppo è fallita, ma le sue ragioni sono ancora tutte sul tavolo. Inoltre occorre tener conto che nella vicenda siriana, oltre ai fattori sul campo, è in atto anche un complessivo riposizionamento degli assi di forza regionali”. Anche guardando a tale scenario globale, risultano evidentemente fuori bersaglio le accuse di fiancheggiare i regimi autoritari rivolte da più parti alle minoranze cristiane mediorientali. Dichiara a Fides Mons. Caccia: “Occorre essere sempre a fianco di chi chiede il rispetto e l’applicazione dei principi di libertà e di dignità umana. Ma tale sostegno deve sempre tener conto della realtà effettiva. Come ha detto il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, i cristiani non sostengono i regimi autoritari, ma temono la dissoluzione degli Stati. C’è la paura che tutto precipiti verso scenari iracheni, col totale venir meno di ogni minima sicurezza nella vita quotidiana. Tutti temono che venga meno quell’ordine civile che garantisce i criteri minimi si sopravvivenza. Per questo, per quanto difficile, occorre che la comunità internazionale cerchi tutte le strade possibili perché le forze in campo pongano fine all’arbitrio della violenza. L’alternativa è quella della sofferenza e del dolore per tutti. La violenza non guarda in faccia nessuno. Lo si vede anche dalla triste vicenda dei profughi, che appartengono in maniera indiscriminata a tutti i gruppi religiosi”.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=39818&lan=ita


Intervista al Patriarca maronita Mons. Bechara Boutros Rai
“una primavera cristiana che aiuti la primavera araba”

http://www.fmc-terrasanta.org/it/interviste.html?vid=2407


Papal visit to Lebanon: Patriarch Gregorius III's hopes


(Vatican Radio) Patriarch Gregorius III Latham, head of the Greek Melkite Catholic Church, says Pope Benedict's visit to Lebanon this month is a very important and eagerly-awaited event. The Patriarch also says he prays that this papal visit will help bring peace and reconciliation to neighbouring Syria. Pope Benedict arrives in Beirut on September 14th for a 3-day visit during which he will present the Apostolic Exhortation, the document in which he summarises and reflects on the discussions of the Synod of Bishops for the Middle East held in 2010.

Listen to the extended interview with Patriarch Gregorius III by Vatican Radio's Susy Hodges: RealAudioMP3

Dio doni al Medio Oriente "la pace tanto desiderata": il Papa all'udienza generale

Asia News 12/09/2012
Alla vigilia del suo viaggio in Libano, all'udienza generale Benedetto XVI chiede di pregare per la visita. Nella catechesi ha continuato a illustrare la preghiera nell'Apocalisse. Come cristiani "non possiamo mai perdere la speranza, sappiamo bene che nel cammino della nostra vita incontriamo spesso violenza, menzogna, odio, persecuzione, ma questo non ci scoraggia", perché "sappiamo che la vittoria è di Dio".  Dio doni al Medio Oriente "la pace tanto desiderata" e il viaggio di Benedetto XVI in Libano possa "incoraggiare i cristiani e favorire la pace e la fraternità in tutta quella Regione". A due giorni dalla sua partenza per Beirut, Benedetto XVI chiede di "accompagnare con la preghiera" la visita durante la quale consegnerà l'Esortazione postsinodale sul Medio Oriente e incontrerà "le numerose componenti della società libanese: i responsabili civili ed ecclesiastici, i fedeli cattolici dei diversi riti, gli altri cristiani, i musulmani e i drusi di questa regione". Ringrazio il Signore per questa ricchezza che potrà continuare solo se vivono nella pace e nella riconciliazione duratura".

Alla vigilia della partenza, il Papa ha parlato del viaggio sia in italiano che in francese, lingua che userà nei suoi discorsi nel Paese dei cedri, al termine dell'udienza generale. In particolare, Benedetto XVI ha esortato "tutti i cristiani del Medio Oriente ad essere costruttori di pace e attori di riconciliazione. Domandiamo a Dio di fortificare la fede dei cristiani del Libano e del Medio Oriente e riempirli di speranza. Incoraggio l'insieme della Chiesa alla solidarietà affinché possano continuare e testimoniare Dio in questa terra". Il Papa ha sottolineato che "la storia del Medio Oriente ci insegna il ruolo importante e spesso fondamentale svolto dalle diverse comunità cristiane nel dialogo interreligioso e interculturale. Chiediamo a Dio di donare a questa regione del mondo la pace tanto desiderata, nel rispetto delle legittime differenze. Dio benedica il Libano e il Medio Oriente".

In precedenza, nella catechesi per l'incontro settimanale, il Papa aveva detto che come cristiani "non possiamo mai perdere la speranza, sappiamo bene che nel cammino della nostra vita incontriamo spesso violenza, menzogna, odio, persecuzione, ma questo non ci scoraggia", perché "sappiamo che la vittoria è di Dio". Per questo la Chiesa, che "vive nella storia, non si chiude in se stessa, ma affronta con coraggio il suo cammino in mezzo a difficoltà e sofferenze, affermando con forza che il male in definitiva non vince il bene, che il buio non offusca lo splendore di Dio".

Questa prospettiva che porta a elevare a Dio e a Gesù, nella preghiera, "la lode e il ringraziamento" è l'insegnamento che Benedetto ha proposto oggi alle ottomila persone presenti per l'udienza generale, illustrando "la preghiera nella seconda parte dell'Apocalisse". Essa ci dice che "Dio non è insensibile alle nostre suppliche, interviene, fa tremare e sconvolge il sistema del Maligno": "davanti al male si ha l'impressione di non poter fare nulla, ma proprio con la preghiera, la potenza di Dio rende feconda la nostra debolezza".

"Tutte le nostre preghiere, malgrado tutti i nostri limiti raggiungono il cuore di Dio, nessuna va perduta ed esse trovano risposta, anche se a volte misteriosa, perché Dio è amore e misericordia infinita".
http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-Dio-doni-al-Medio-Oriente-la-pace-tanto-desiderata-25795.html


Libano. I luoghi che attendono Benedetto XVI
I video di FRANCISCAN MEDIA CENTER : Terra Santa news
 
 

martedì 11 settembre 2012

Il coraggio di Benedetto XVI sostiene le Chiese del Medio oriente e la Primavera araba

di Samir Khalil Samir
da Asia News -11/09/2012
Pur con le tensioni nella vicina Siria e i venti di guerra fra Israele e Iran, il viaggio in Libano non è stato rimandato. Cristiani e musulmani lo aspettano. L'Esortazione apostolica deve favorire il rapporto fra clero e laici, l'ecumenismo, l'amicizia fra cristiani e musulmani, l'impegno per i poveri, l'educazione. Il Libano possibile modello per la Primavera araba: cittadinanza comune fra cristiani e musulmani, libertà di coscienza (e di convertirsi da una religione all'altra), oltre gli eccessi del permissivismo occidentale e del fondamentalismo islamico.
Beirut (AsiaNews) Tutto il Libano si prepara ad accogliere la visita di Benedetto XVI (14-16 settembre). Si preparano anzitutto i cristiani con incontri diocesani e nazionali fra giovani, coppie, famiglie, ecc. Il Paese brulica di bandiere libanesi e vaticane; lungo tutta l'autostrada che percorre la costa vi sono immagini del pontefice con frasi significative; cartelloni luminosi. Anche nella stampa, tutti i giorni, vi sono articoli di preparazione.

Tutti aspettano la sua parola di pace e di riconciliazione, anche se la situazione in Siria, a pochi passi da qui, è molto tesa. Nonostante ciò il governo sta facendo di tutto per garantire la sicurezza. Il fatto che il viaggio avvenga, che non sia stato rimandato o cancellato, è un elemento importante. Tanti ancora non ci credono, ma io lo confermo e dico: Questo venire di Benedetto XVI è già la prova che il papa sa del pericolo, ma non lo teme. E se dovesse succedere qualcosa - Dio non voglia - significa: Io condivido le vostre preoccupazioni e inquietudini.

In effetti, il pontefice e la Chiesa al Sinodo sul Medio oriente hanno sottolineato che i cristiani di questa regione non devono abbandonare questi luoghi perché "abbiamo una missione qui". Ma se al primo rischio, il papa avesse cancellato il viaggio, sarebbe stata una contro-testimonianza. Invece il papa sembra affermare: La vostra situazione è difficile e lo sappiamo. Ma vogliamo aiutarvi e confermarvi che la vostra presenza è importante. Questo viaggio è un messaggio già per il fatto stesso che avviene.

Anche i musulmani attendono il papa

Vi sono parole di benvenuto al papa anche dalle personalità musulmane. I musulmani non sono indifferenti. La figura del papa e di questo in particolare, è sempre stata una figura pacifica, costruttiva, che predica la comprensione e la riconciliazione, la pace fra musulmani e cristiani. Il Libano poi, è un Paese piccolo e debole ed è contento di essere messo per alcuni giorni sotto i riflettori del mondo.

D'altra parte il Libano è anche il Paese arabo dove c'è più intesa fra cristiani e musulmani. Il fatto che il papa per dire qualcosa al Medio oriente scelga il Libano, significa che questo Paese ha anche una missione. E i musulmani libanesi sono consci di questo. Di fronte a problemi quali la libertà religiosa, la libertà di coscienza, il rapporto con la modernità e l'occidente, essi hanno una posizione molto più moderata e aperta di tutti gli altri musulmani della regione.

In questo settore essi hanno una funzione trainante perchè sostenitori della convivenza. Tale posizione non è neppure facile perché anche in Libano i conflitti possono sorgere per un nonnulla. Vi sono provocazioni che vengono dall'estero: i problemi della Siria, la tensione con l'Iran, i fondamentalisti dalla Giordania o dall'Arabia saudita o del Qatar; i profughi dall'Iraq...

Eppure la comunità libanese mantiene la sua posizione. In questi ultimi anni, poi, i conflitti sono più fra musulmani, fra moderati - la stragrande maggioranza - e le tendenze salafite pur presenti in Libano. E la risposta è sempre per una moderazione, non a favore dell'estremismo. Ieri, durante una gita speleologica a Jaita, nel Metn, abbiamo visto centinaia di famiglie musulmane in visita. Anche loro simpatizzano per la venuta del papa.
continua la lettura su :
http://www.asianews.it/notizie-it/P.-Samir:-Il-coraggio-di-Benedetto-XVI-sostiene-le-Chiese-del-Medio-oriente-e-la-Primavera-araba-25780.html

domenica 9 settembre 2012

Angelus 9 settembre 2102 - Messaggio del Papa alla vigilia della sua partenza per il viaggio in Libano: IL CUORE DI UN PADRE

Dopo la recita dell'Angelus, rivolto alle quattromila persone presenti nel cortile del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, parlando in francese - e il Vaticano ha diffuso anche la traduzione in arabo - il Papa si è così rivolto ai presenti:

"Cari pellegrini qui presenti, o che partecipate all'Angelus attraverso la radio o la televisione, nei prossimi giorni, mi recherò in viaggio apostolico in Libano per firmare l'Esortazione apostolica post-sinodale, frutto dell'Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, svoltosi nell'ottobre del 2010. Avrò la felice occasione di incontrare il popolo libanese e le sue autorità, oltre ai cristiani di questo caro paese e quelli provenienti dai paesi vicini".

"Non ignoro la situazione spesso drammatica vissuta dalle popolazioni di questa regione da troppo tempo straziata da incessanti conflitti. Comprendo l'angoscia dei molti medio-orientali quotidianamente immersi in sofferenze di ogni tipo, che affliggono tristemente, e talvolta mortalmente, la loro vita personale e familiare. Il mio preoccupato pensiero va a coloro che, alla ricerca di uno spazio di pace, abbandonano la loro vita familiare e professionale e sperimentano la precarietà degli esuli. Anche se sembra difficile trovare delle soluzioni ai diversi problemi che toccano la regione, non ci si può rassegnare alla violenza ed all'esasperazione delle tensioni. L'impegno per un dialogo e per la riconciliazione deve essere prioritario per tutte le parti coinvolte, e deve essere sostenuto dalla comunità internazionale, sempre più cosciente dell'importanza per tutto il mondo di una pace stabile e durevole nell'intera regione. Il mio viaggio apostolico in Libano, e per estensione nel Medio Oriente nel suo insieme, si colloca sotto il segno della pace, facendo riferimento alle parole del Cristo: "Vi dò la mia pace" (Giov. 14,27). Che Dio benedica il Libano ed il Medio Oriente!".
http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-in-Medio-Oriente-pace-e-riconcliazione-siano-impegno-delle-parti-in-causa-e-del-mondo-25766.html
 
8/09/12: Bombardati due luoghi religiosi ad Aleppo. Secondo Arabs Press, due obus si sono abbattuti sulla chiesa di Saint Mikhaïl e sul convento delle suorine nel quartiere aleppino de ‘Aziziyyé. Secondo il sito Shukumaku, i miliziani hanno colpito un altro convento, San Vartan nella regione Maydane. Gli abitanti del villaggio cristiano di Qassab, vicino a Lattakia, hanno dovuto lasciare il paese preso in ostaggio dall'ESL. 

 

sabato 8 settembre 2012

Grande attesa della visita del Papa in Libano. UNA SCHEDA PER COMPRENDERE LA SITUAZIONE DI QUESTO FRAGILE PAESE

di Mario Villani
Il Libano è un Paese letteralmente “schiacciato” tra Siria, Israele e Mar Mediterraneo. Ha una caratteristica che lo rende unico, ma anche particolarmente fragile.

Nei poco più di diecimila chilometri quadrati che compongono il suo territorio convivono in un equilibro, maturato nei secoli eppure ancora non di rado precario, ben diciassette diverse comunità religiose. Musulmani sciiti e sunniti, drusi, cattolici di rito orientale (principalmente maroniti) e latino, cristiani ortodossi di varie liturgie, armeni, ebrei e piccole realtà protestanti. A differenza degli altri paesi arabi i cristiani non sono una piccola minoranza, ma rappresentano circa il 50% della popolazione (e oltre se si considera la diaspora libanese all'estero). Le due città principali sono Beirut, la capitale, e Tripoli del Libano che fu un importante porto nel nord del Paese, ma che oggi vive un periodo di seria decadenza.

Il Libano è stato travagliato dal 1975 al 1990 da una guerra che ha fatto quasi duecentomila morti (su meno di quattro milioni di abitanti), ha messo le comunità religiose l'una contro l'altra, ha diviso i Maroniti in due fronti che hanno finito, nel 1990, addirittura per combattersi tra di loro ed ha provocato una duplice invasione straniera: quella israeliana e quella siriana. Da alcuni anni, e malgrado gravissimi ed irrisolti problemi, il “Paese dei Cedri” ha cercato di ritrovare una sua normalità, sanando le ferite della guerra e ritrovando, dopo il duplice ritiro degli eserciti di Israele e Siria, un certo grado di reale indipendenza. Attualmente nel Paese si fronteggiano due schieramenti politici: l'alleanza definita del “14 marzo” composta dai sunniti di Hariri (un miliardario legato all'Arabia saudita, di cui ha persino la cittadinanza) e dai Cristiani delle Forze Libanesi e di altri piccoli partiti. Contro, ed attualmente al governo, vi è l'alleanza del “23 marzo” composta invece dagli sciiti di Hezbollah, dai Cristiani che fanno capo al Movimento Patriottico Libero del generale Michel Aoun, dagli Armeni e da altre formazioni minori tra le quali il Partito Nazionale Socialista pro-siriano. In mezzo tra i due schieramenti ondeggiano i Drusi di Walid Joumblatt.

Nel nord del Paese la comunità religiosa prevalente è quella sunnita, con una presenza cristiana che si è notevolmente ridotta nel corso della guerra 1975-1990. Solo per fare un esempio, a Tripoli del Libano prima del 1975 le comunità cristiane erano complessivamente circa il 30% della popolazione, mentre oggi non arrivano neppure al 5%. Rimane invece, sempre al nord, una consistente presenza cristiana -quasi integralmente maronita- nella regione dell'Akkar e nelle valli più impervie del Monte Libano.

Tripoli è oggi considerata in assoluto la città più povera del Libano, con percentuali di disoccupati superiori al 50% della forza lavoro e la stragrande maggioranza della popolazione che vive con un reddito di meno di seicento dollari all'anno. Questa drammatica situazione sociale, unitamente alla massiccia presenza sunnita, rendono questa città del nord Libano il terreno ideale per la diffusione di quell'ideologia islamista conosciuta come salafismo (che letteralmente significa i pii antetati) che trova appoggio e comprensione nei regimi della penisola arabica ed in particolare nell'Arabia Saudita wahabita. Ricordiamo che i salafiti sono la componente principale e più sanguinaria del movimento di rivolta in corso in Siria ed è quindi facilmente comprensibile la ragione per cui la tensione nel nord Libano stia rapidamente crescendo.

Le avvisaglie si erano, per la verità, percepite ben prima che si aprisse la crisi siriana.

venerdì 7 settembre 2012

«Non temere, piccolo gregge»: colloquio con il patriarca di Antiochia dei siri sulla visita del Papa in Libano

Verità e giustizia in arabo
da L'Osservatore Romano - 7 settembre 2012
La parola araba haqq ha due significati: verità e diritto, nel senso di giustizia. Nessun’altra lingua, che io sappia, ha questa particolare ricchezza espressa da una sola parola. Per i popoli arabi non è forse una coincidenza significativa, e anche un impegno, che ci sia un legame così stretto tra verità e giustizia?». Per Ignace Youssif III Younan, dal 2009 patriarca di Antiochia dei Siri la cui sede è proprio nel quartiere siriano di Beirut, la capitale del Libano, «se la violenza è sempre un orrore in Medio Oriente lo è forse ancora di più». Parole che il patriarca pronuncia «con dolore», costatando quanto invece «la pace sia purtroppo al momento così tanto lontana dalla vita della nostra gente». Siriano di origine, il patriarca rilancia — nell’intervista al nostro giornale — la proposta di un tavolo per la pace per fermare le violenze e trovare una soluzione pacifica e condivisa che garantisca più democrazia e il rispetto dei diritti umani. E in questa prospettiva si aspetta molto dall’ormai imminente visita di Benedetto XVI, atteso a Beirut venerdì 14 settembre.


E proprio l’indissolubilità tra verità e giustizia, su cui lei sta puntando tutto, sarà probabilmente anche il cuore del messaggio del Papa.
Verità e giustizia non si possono separare: è un fatto che nel mondo arabo dovrebbe essere sempre tenuto in considerazione assoluta ogni volta che si pronuncia, consapevolmente, la parola haqq. È un’idea che ho rilanciato intervenendo al Sinodo dei vescovi del 2008 dedicato alla Parola di Dio e ripreso poi al momento di iniziare il mio servizio come patriarca. È sotto gli occhi di tutti che non ci possa essere verità senza giustizia né giustizia senza verità. Soprattutto è un linguaggio comprensibile a tutti in Medio Oriente.

Di diritti umani e giustizia, tracciando quasi un profilo della primavera araba, ha trattato anche il Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente, nel 2010, di cui lei è stato presidente delegato.
Il Sinodo per il Medio Oriente ha suscitato nuove speranze e non nascondo che abbiamo forti aspettative per l’esortazione apostolica post-sinodale che il Papa verrà a consegnarci personalmente. L’idea di fondo è semplice: riaffermare a chiare lettere la volontà dei cristiani e dei musulmani di vivere insieme, in pace, collaborando per costruire un sistema più democratico di convivenza pluralista. Le religioni sono motivo d’incontro e non di scontro.

Quindi, secondo lei, in Medio Oriente dovrebbe essere impossibile, ancor più che altrove, commettere violenze usando il nome di Dio.
Il Medio Oriente resta la culla delle civiltà e delle religioni dove tutti abbiamo davanti un’unica strada: convivere pacificamente e lavorare insieme per il bene della nostra gente. La religione non può mai essere violenza.

Eppure ciò che sta avvenendo nella regione è ben lontano da prospettive di convivenza pacifica. Lei è di origine siriana, come vede la situazione nella Siria di oggi?
Con grande timore. Un timore purtroppo realistico, guardando anche all’esperienza irachena. La necessità di trovare presto soluzioni che aprano la strada al dialogo e a riforme di libertà e giustizia non è un’idea solo della minoranza cristiana, ma di tutti i credenti e degli uomini di buona volontà. Le violenze devono cessare e le parti in causa devono trovare il coraggio di sedersi intorno a un tavolo di pace per ricercare insieme le soluzioni giuste per tutti, nell’interesse della popolazione che chiede un futuro di pace. Si aggiunga anche la questione terribile dei profughi. In Libano ne arrivano tanti di cristiani in fuga: è sempre più complicato accoglierli e garantire loro una vita dignitosa.

Ma cosa sta accadendo in Siria?
Duole confessarlo, in Siria lo scontro non è soltanto una questione politica ma tocca anche le diverse confessioni religiose. Una constatazione che fa male perché quella è una terra che ha visto fiorire una cultura importante, antica, improntata all’accoglienza e alla tolleranza. I cristiani oggi sono una minoranza esigua e più che mai vulnerabile. Il messaggio che portano alla società, anche solo con la loro presenza, va infatti in senso contrario ai progetti radicali che invece non tengono per niente conto del valore della persona. Ancora una volta la questione di fondo è il riconoscimento e il rispetto dei diritti umani. Ai cristiani, invece, vengono sistematicamente negati i diritti più comuni.

mercoledì 5 settembre 2012

LA RESPONSABILITA' DI CHI FA INFORMAZIONE

L' orrore di una guerra troppo fotogenica

di TZVETAN TODOROV
LaRepubblica 2 settembre 2012


L' ESTATE del 2012, come quella del 2011, è stata scandita dagli echi della guerra: questa volta però non in Libia, ma in un altro Paese arabo, la Siria. E non sono le forze occidentali (le nostre) che schiacciano il turpe nemico, si tratta di una guerra civile di cui noi, almeno ufficialmente, siamo soltanto spettatori. L' impressione globale che traggo dalle mie frequentazioni mediatiche estive è quella di una fascinazione di fronte allo spettacolo della guerra.
C'è una frase che coglie e al tempo stesso incarna lo stato d' animo che sovrintende a questi reportage militari ed è di Florence Aubenas. Giornalista stimata, la Aubenas descrive un convoglio pronto a partire per il fronte, poi aggiunge: «Intorno, i bambini fanno ala, sbalorditi, irretiti dall' ammirazione a tal punto che non osano più avvicinarsi a quegli uomini». Visto che nemmeno la Aubenas stessa osa commentare lo sbalordimento di quei bambini, conseguenza tragica del conflitto, siamo noi - giornalisti e lettori - che siamo invitati a condividere questa esperienza di folgorazione. La fascinazione si traduce, nella stampa, in una sovrabbondanza di immagini: la guerra è fotogenica.
Pagina dopo pagina, contempliamo le rovine fumanti degli edifici, i cadaveri stesi sul selciato, i cattivi condotti all' interrogatorio, probabilmente energico; o ancora le immagini di uomini giovani e belli con un kalashnikov in mano o a tracolla. Le foto, lo sappiamo, provocano un' emozione forte, ma prese isolatamente non emettono alcun giudizio ed è impossibile dare loro un senso. La stessa compiacenza caratterizza i testi che accompagnano le foto: ci si rallegra di vedere gli effetti di un attentato audace, di scoprire un esercito che si appresta a prendere il potere. «La battaglia galvanizza i ribelli», ma galvanizza palesemente anche i giornalisti. Le foto mostrano i visi inquieti dei prigionieri, le didascalie li identificano stringatamente: «Un uomo sospettato di essere un informatore», «Un poliziotto accusato di spionaggio»; sono ancora vivi al momento della pubblicazione? Si traccia con disinvoltura il ritratto di un ragazzo «modesto» la cui specialità è «sopprimere i dignitari e i capi dei miliziani». Ma non è da biasimare: «È un assassino di assassini, un uccisore di uccisori». I combattimenti, la violenza non sono solamente fotogenici, sono anche mitogenici, generano i racconti più palpitanti, quelli che ci fanno fremere e comunicare. Nella grande maggioranza dei casi, i media non si accontentano di rappresentare la guerra, la glorificano: hanno scelto da che parte stare e partecipano allo sforzo bellico. A dire il vero, la guerra suscita quasi sempre una fascinazione, perché rappresenta la situazione per eccellenza in cui, in nome di un ideale superiore, si è pronti a rischiare la cosa più preziosa che si possiede, la vita. A ciò si aggiunge l' ammirazione che nutrono gli spiriti contemplativi per gli uomini d' azione, rapidamente trasformati in simboli, e anche l' attrattiva che esercita la violenza: proviamo piacere a guardare distruzioni, massacri, torture.
Il fascino della guerra nasce anche dal fatto che rappresenta una situazione semplice, dove la scelta viene da sé: il bene si contrappone al male, i nostri agli altri, le vittime ai carnefici. Mentre prima l' individuo poteva trovare la propria vita futile o caotica, ora essa assume un senso pregnante. Di colpo non ci si preoccupa più di interrogare la realtà che sta dietro alle parole. La rivoluzione è necessariamente un bene, qualunque sia l' esito? E la lotta per la libertà non rischia di dissimulare un semplice desiderio di potere? Basta rivendicare i diritti umani, denominazione d' origine non controllata, per essere consacrati come loro difensori?

Eppure, negli stessi resoconti, compare un' altra immagine della guerra, se solo si va al di là dei titoli a effetto e delle didascalie delle foto e ci si interessa nel dettaglio alle descrizioni. Le giustificazioni ideologiche, essenziali in un primo momento per mettere in moto una guerra civile, in un secondo momento servono soltanto a rivestire una logica più potente, inerente alla guerra stessa, una catena di rappresaglie e controrappresaglie, con la violenza che ogni volta sale di una tacca più su. «Nessun perdono è possibile, sarà occhio per occhio e dente per dente». «Quelli che hanno ucciso li uccideremo». L' intransigenza diviene un dovere, la negoziazione e il compromesso sono percepiti come dei tradimenti.
Le vittime principali non sono i combattenti dell' uno e dell' altro esercito, ma le popolazioni civili, sospettate di complicità con il nemico, che vivono nell' insicurezza permanente, che muoiono in esplosioni indiscriminate, che fuggono abbandonando le loro case e i loro villaggi, che si ammassano nei campi profughi installati nei Paesi vicini. Le guerre civili non sono mai un semplice scontro fra due parti della popolazione, consacrano la scomparsa di qualsiasi ordine legale comune, incarnato ai giorni nostri dallo Stato, e rendono dunque lecite le manifestazioni della forza bruta: saccheggi, stupri, torture, vendette personali, uccisioni gratuite. Questo probabilmente è il futuro che attende quei bambini irretiti di ammirazione.
(TZVETAN TODOROV Traduzione Fabio Galimberti) © RIPRODUZIONE RISERVATA


Per i mass media tutte le opinioni sono buone e interscambiabili
Autore: Ricci, Patrizio 
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 2 settembre 2012
I miliziani dell'ELS scacciano i civili dalle abitazioni per farne postazioni di attacco contro l'esercito
regolare. Da qui le distruzioni dei quartieri residenziali, le fughe di masse di profughi...

Laresponsabilità di chi fa informazione  è immensa: si dovrebbe scrivere della pace e della possibilità degli uomini di non vivere più con l’odio. Scrivere che l’odio non deve essere più il filo conduttore della storia degli uomini, ma che solo l’amicizia tra i popoli, il desiderio di infinito, la bellezza possono costruire e fondare le società e gli Stati!
I “nostri” giornali invece si sono rivelati sulla vicenda siriana incapaci di osservare i fatti e di un giudizio semplice. Evidentemente, di questo l’uomo ha bisogno. Più delle analisi e dei sofismi.
Certi articoli ospitati si spingono più in là: contraddicono addirittura il magistero della Chiesa. Se glielo si fa notare, scrivendo in redazione, non rispondono o si mostrano infastiditi. Alla mia obiezione che è contraddittorio dare spazio ai documenti dei Vescovi e, contestualmente, alle interviste ai terroristi, fatti passare come liberatori, mi rispondono che dovrei essere contento, perché è segno che l’informazione è pluralista!
E' pluralismo ospitare personaggi celebri della cultura e del giornalismo che pontificano sulla risoluzione dei problemi con le armi, e si appellano ad improbabili organismi sovranazionali la cui indipendenza è pari a zero?
Ci affidiamo all’emergente “responsability to protect” dell’ONU? La Chiesa giustifica il ricorso alle armi solo per legittima difesa e così la nostra Costituzione! Qui invece si distruggono le case, si uccide settariamente la gente per strada, ci si fa scudo della popolazione civile… E’ un assaggio della libertà. Il giudizio cristiano su queste evidenze non può che essere unico. Penso che la mentalità dominante si stia insinuando davvero dappertutto, perché mi sembra evidente che se c’è unità tra la ragione e l’esperienza non possono verificarsi errori così grossolani!
Si aspetta “il nemico” davanti alla finestra, che arrivi come un ladro, entrando di soppiatto; invece il ladro entra dalla porta principale: dalla nostra stampa, che legittima un pensiero anticristiano e perverso che pretende di imporre le regole di una nuova convivenza dove contano solo le armi, il potere economico e una concezione anticristiana di giustizia e di liberazione dell’uomo. Dov’è il nostro cuore?
E’ in atto un gioco che non tiene conto della sacralità della vita e la “nostra” stampa evidentemente è incapace di disallinearsi. Decine di tentativi di destabilizzazione delle grandi potenze mondiali effettuati nelle varie epoche per contribuire all’ascesa di governanti amici, spesso hanno portato risultati disastrosi per i popoli. Ebbene, quante volte dovrà accadere di nuovo, prima che ne prendiamo consapevolezza? Prima che per analogia lo si sappia riconoscere quando riaccade?
Come dicevo, la giustificazione comune delle testate cattoliche - tranne alcune lodevoli eccezioni - è: «Diamo solo spazio al confronto delle varie opinioni perché siamo contro al pensiero unico pro-Assad o pro-ribelli».
Questo tipo di risposta mi lascia perplesso: le opinioni non si incontreranno mai veramente in un confronto di semplici “punti di vista”: nella vita occorre sempre prendere posizione, esprimere un giudizio di valore davanti a ciò che accade. L’opinione è debole perché non nasce da un’esperienza, mentre il giudizio sì! Il giudizio tiene conto dell’esigenza elementare del cuore dell’uomo!
L’incontro tanto richiamato dal Papa Benedetto tra ragione e fede genera uno sguardo originale sulla realtà, uno sguardo cambiato da un incontro: il Mistero che si è fatto carne. Questo fatto ci pone davanti alla realtà non con un’opinione ma con un giudizio che nasce dall’avvenimento storico di Cristo. E’ il rapporto con cui paragoniamo tutto, perché più congeniale alla nostra umanità. Alla luce di questa Presenza noi giudichiamo la realtà e non diciamo semplicemente la nostra più o meno “colta” opinione. Scegliamo questo sguardo e non una confusione di opinioni.
Perciò “tenere conto di tutti i fattori della realtà” – come dice don Giussani - lungi dal generare un giudizio dissociato a seconda dei vari avvenimenti che passano davanti ai nostri occhi, vuol dire guardarli in unità alla luce dell’origine che la realtà stessa indica. Se tale approccio, se tale giudizio tiene conto delle esigenze fondamentali dell’uomo non può essere che unico.
E’ evidente che informare secondo verità non vuol dire riportare tutte le opinioni come buone ed interscambiabili. La scelta stessa delle notizie indirettamente privilegia un particolare giudizio, e non si tratta qui del colore di un pavimento, ma del significato dell’uomo e di che convivenza umana vogliamo costruire. Dobbiamo dire cosa cospira contro il realizzarsi del “bel giorno” per cui l’uomo è fatto.
Ora, come possono le “opinioni” muovere e rispondere alle esigenze del cuore? L’uomo ha bisogno dello sguardo di Cristo; senza questo sguardo è perso. La pretesa tipica del nostro tempo di essere giusti, equi, liberi e democratici “tenendo le distanze” dagli aspetti più importanti della vita si sta rivelando la nostra agonia.
Solo l’Avvenimento di Cristo ha cambiato la storia ed il nostro guardare. Perciò, cari giornali cattolici, possiamo fare di più. Potete fare molto di più.
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=31024&Pagina=1&fo=

lunedì 3 settembre 2012

APPELLI A FERMARE LA VIOLENZA CIECA!

 
Gregorios III
Appello in occasione dei recenti eventi in Daraya – Siria . 27 8 2012

Come Patriarca e figlio della città di Daraya, il mio cuore sanguina per le tante vittime che sono stati uccise proprio lì dove sono nato, cresciuto ed educato in un'atmosfera molto buona di musulmani e cristiani.
Ecco perché sto innalzando il mio forte appello per la realizzazione di condizioni favorevoli a porre fine alla sanguinosa lotta in Daraya e in ogni altra regione della Siria.
Noi affermiamo ancora una volta che il dialogo, l’incontro, il rispetto per la libertà di opinione e la dignità di ogni persona, sono i valori su cui si potrà costruire una Siria rinnovata e grazie ai quali si può ricomporre l'atmosfera di amore e di armonia che abbiamo sperimentato e in cui siamo stati cresciuti, in Siria.
Ho grande speranza che noi siriani, che siamo tutti sotto il peso di questa situazione tragica e sanguinosa che ormai dura da diciotto mesi e più, troveremo e dovremo trovare tutti insieme un altro modo rispetto a quello della violenza, armi, omicidi e distruzione, perché questa è una via dove non ci sono vincitori, ma piuttosto, ognuno è un perdente. E la distruzione continua, l’essere umano è ucciso e aumenta l'entità del disastro, che colpisce tutti i cittadini.
Quindi ripeto il mio appello, con il versetto del Corano Venerabile, "Venite a una parola comune tra noi e voi" (Aal ' Imran 3:64) e il versetto del Santo Vangelo, "Beati i costruttori di pace" (Matteo 5:9). Che Dio Onnipotente voglia proteggere la Siria e far cessare questi disastri!
Ho piena fiducia che tutti i miei fratelli e sorelle, i figli e le figlie di Daraya, così cari al mio cuore, vorranno prestare ascolto a questo appello! È l'appello di un fratello, amico e figlio della nostra cara città! Che questo appello sia ascoltato da tutti i responsabili localmente e ovunque!
Con il mio affetto e la mia preghiera,

Gregorios III, Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente e di  Alessandria e Gerusalemme
http://www.pgc-lb.org/eng/gregorios/view/Appeal-on-the-occasion-of-recent-events-in-Daraya-Syria


Il Patriarca Gregorio III Laham chiede “una campagna internazionale per la riconciliazione in Siria”
Fides 4/9/2012  “Per la Siria la riconciliazione è l'unica ancora di salvezza”. Per questo urge “una campagna internazionale per la riconciliazione in Siria” condivisa da tutte le Chiese del mondo: è l'accorato appello del Patriarca greco-cattolico melkita di Damasco, Gregorio III Laham, lanciato in una lettera aperta, mentre la situazione in Siria degenera e “il linguaggio della violenza ha travolto tutti gli altri tipi di linguaggi”.
leggi su :
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=39762&lan=ita
https://melkite.org/patriarchate/for-syria-reconciliation-is-the-only-lifeline

Mussalaha, la Siria vista dal basso

Radio3Mondo 3 settembre 2012
Dibattito in studio con Madre Agnès-Mariam de la Croix e Faisal al Mohamad
 

Mentre continua la guerra civile in Siria e il bilancio dei morti viene drammaticamente aggiornato giorno dopo giorno, la comunità internazionale studia come uscire dall’impasse e l’Onu programma per il 4 settembre un nuovo summit con Lakdhar Brahimi, che ha preso il posto di Kofi Annan come inviato speciale delle Nazioni Unite per risolvere la crisi. Ma in Siria oltre a morire si resiste e lo si fa “dal basso”. Una rete civile di siriani e non che lavorano per arrivare alla pace, prestando solidarietà alla popolazione civile che vive nel terrore, sotto il fuoco incrociato dei ribelli e delle truppe di Assad. Sono religiosi, laici, premi Nobel, che si organizzano per creare le condizioni del dialogo e, in silenzio, si affiancano all’azione della “grande diplomazia”. Si chiama Mussalaha e significa “riconciliazione dal basso”. Marina Lalovic ne parla in studio con Madre Agnès-Mariam de la Croix, Superiora greco cattolica di Qara, nel governatorato di Homs, che è in Italia per promuovere l’iniziativa della riconciliazione dal basso in Siria e con Faisal al Mohamad, responsabile dell’Unione dei Coordinamenti per il sostegno della rivoluzione siriana in Italia.
Il brano di oggi è la Sinfonia dell’Oratorio per la Santissima Trinità, esecuzione dell’Orchestra Europa Galante diretta da Fabio Biondi

 
 
Bombardamento sul Monastero di St Jacques (Mar Yakub): testimonianza


Noi non sappiamo perché l'armata dell'esercito siriano ci ha bombardati.

Madre Marie Agnes, la nostra Madre Superiora, ha recentemente detto alla televisione irlandese: “La Siria si trovava sotto un regime totalitario repressivo... E questo totalitarismo non è buono. Ma se l'insurrezione armata instaura un altro totalitarismo, è forse ancora peggio”. ( RTE television, 10 agosto 2012).
Noi soffriamo insieme a tutti i siriani, specialmente con quei 2 milioni e mezzo di cristiani che sono in pericolo, e nessuno è dalla loro parte nella “comunità internazionale”. Come la maggior parte dei siriani, i cristiani tentano di restare neutrali - e di sopravvivere- in una guerra tra il governo di Assad e “ l'Armata Libera Siriana”.

L’ASL sono dei “rivoluzionari democratici” come li dichiarano i media? Se essi vogliono una democrazia, perché sono sostenuti dagli jihadisti islamici e dal regno dell'Arabia Saudita? Se essi rispettano le minoranze, perché si inoltrano nei quartieri cristiani per combattere? Se essi hanno cuore la libera espressione della religione, perché più di 100.000 cristiani sono stati espulsi dalle loro case in Homs e in Al Qusayr? E quelli tra di loro che sono troppo poveri per poter fuggire lontano, perché sono rapiti, assassinati, o utilizzati come scudi umani dall'Asl?. Se essi vogliono la libertà, perché hanno minacciato di occupare il nostro monastero, di metterci alla porta, e di rapire Madre Agnese?
Come i rivoluzionari, noi abbiamo gli occhi rivolti fissamente sulla libertà e la giustizia -ma noi sappiamo che la libertà e la giustizia vengono dall'amore divino e dal Vangelo di Gesù, e non sul filo di spada. Gesù era un vero rivoluzionario. In quanto uomo Gesù ha rifiutato il potere e la violenza; Egli non ha combattuto l'occupazione violenta e corrotta dei Romani nella sua patria. Gesù ci ha rivelato che cosa vuol dire “essere Dio”. Noi vediamo in Lui un Dio che si svuota per diventare uomo, per essere un servitore, per essere “ obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. È questo il potere e la sapienza di Gesù. Gesù non ha soltanto detto le dolci parole “ amate i vostri nemici”: Egli è morto per loro.

I cristiani della Siria chiamano Dio “ l'amico degli uomini”. Noi crediamo che Gesù è “ il Salvatore”, non soltanto il Salvatore dei cristiani ma di tutta l'umanità -non perché noi siamo speciali ma perché Dio è buono.
Noi non ci batteremo con le armi, né possiamo dare supporto alla violenza. Ma noi combatteremo i nostri stessi pregiudizi, le nostre paure e il nostro egoismo. Se Dio ci ha scelti, poveri uomini, come possiamo noi rifiutare chicchessia? Noi ringraziamo il Signore che delle famiglie musulmane si sono rifugiate nel nostro monastero. Esse hanno desiderato pregare con noi -proprio come Dio è uno, così noi possiamo essere uno! Noi siamo stupiti che i musulmani credono che Gesù è un profeta che ha detto la verità, che Egli è vivente, che Egli è salito ai cieli, che Egli ritornerà. Una fede simile, la possiamo ritrovare nell'Occidente “cristiano”? Sì, noi amiamo i musulmani: li sentiamo nostri fratelli, i nostri "cugini", figli di Abramo, come noi, e che hanno mantenuto a volte più di noi la fede.
1 Giovanni 4,7-11: “ Carissimi, amiamoci gli uni gli altri; perché l'amore è da Dio, e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Colui che non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. L'amore di Dio è stato manifestato verso di noi in questo: che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, affinché noi viviamo per mezzo di Lui. E questo amore consiste non nel fatto che noi abbiamo amato Dio, ma nel fatto che Egli ci ha amati e ha dato suo Figlio come vittima per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.”

Il popolo siriano soffre attacchi omicidi da parte di islamisti estremisti che non rappresentano in alcun caso la maggioranza della popolazione musulmana siriana.
Ogni giorno vi sono bambini, mamme, papà e nonni di ogni appartenenza religiosa che si fanno uccidere perché non vogliono partecipare alla “ rivoluzione per la democrazia”. Questi terroristi scacciano le persone dalle loro case per fare la guerra all'armata siriana nascondendosi in mezzo ai quartieri residenziali. Questo grida al cielo.
 Non è questa la democrazia che vogliono i siriani.
Noi preghiamo il Signore di illuminare la coscienza umana, così che ognuno di noi possa prendere la posizione giusta che gli consentirà di entrare nel piano di Dio per le Nazioni: perché il Signore ha detto: "I miei pensieri sono pensieri di pace e non di sventura".