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venerdì 17 agosto 2018

Le donne della Siria e la loro resistenza quotidiana


Storie siriane 2018 (3)

raccolte da Marinella Correggia

ordine.laprovincia.it/  5 agosto 2018

Samarcanda, la canzone di Roberto Vecchioni, sembra ispirata dalla storia che Om Ahmad sta raccontando. Robusta, foulard a fiori in testa e abito nero, seduta sui cuscini che fungono da divano nello spoglio appartamento affittato nel quartiere Masaken Barzeh, spiega che lei, il marito meccanico e i loro tre figli maschi vivevano a Douma, l’area più tradizionalista della regione Ghouta orientale. «Oltre cinque anni fa, mentre diverse formazioni di musallahin - gruppi armati islamisti, ndr – stavano arrivando a controllare l’area, chiudemmo casa e arrivammo qui a Damasco, dove avevamo conoscenze». Guarda il suo secondogenito Rabee, sedici anni, in carrozzella. «Un giorno di tre anni fa, lui e mio marito erano nel garage…. che fu centrato da uno dei missili che colpivano Damasco partendo proprio dall’area che ci eravamo lasciati alle spalle». Letale: il padre di Rabee morì nell’esplosione, e al ragazzo dovettero amputare le gambe maciullate. Tirano avanti con aiuti pubblici e privati. Rabee va a infilarsi le gambe. Con le protesi cammina, ma solo aiutato dal girello: l’amputazione è avvenuta al di sopra delle articolazioni. Ahmed mostra sul cellulare la loro casa a Douma («ci hanno detto che adesso è distrutta»), mentre sua madre dice: «Ho un unico desiderio ormai: che mio figlio possa avere le protesi migliori». E’ probabilmente il sogno di 30.000 amputati di guerra, in Siria.

Ma le donne rimaste a Douma come hanno vissuto gli ultimi mesi di scontri acerrimi fra esercito siriano da una parte e la galassia islamista dall’altra? Dove vivono adesso, visto che così tanti palazzi bombardati sono inabitabili? La nostra visita insieme a Sulaf Maki, giovane siro-sudanese studentessa di cinema impegnata in interviste tutte al femminile in giro per il paese, è stata troppo breve per convincere a parlare almeno una di quelle figure oscure incrociate per strada sotto un sole cocente davvero inadatto alla loro mise: cappotti neri e volto, testa, collo, spalle, talvolta anche gli occhi coperti da stoffe ugualmente nere. Nemmeno le poche infermiere di un ospedale hanno voluto parlare, forse intimorite dalla macchina da presa. Forse molti mariti e figli di queste figure mute combattevano insieme agli islamisti. Ma adesso il governo ricontrolla l’area e nessuno lo ammetterebbe. Chi è rimasto ha accettato di deporre le armi nella cosiddetta riconciliazione. Nondimeno, differenze e diffidenze rimarranno a lungo.

Samar è fra quei 150.000-200.000 abitanti (sul milione e mezzo dell’anteguerra) a non essersi mai mossi dalla Ghouta orientale, ampia area agricola. Vive nella cittadina di Kafarbatna ed è moglie di un agricoltore i cui terreni hanno continuato a produrre ortofrutta e legumi durante la guerra, pur pagando pesanti tangenti in natura ai gruppi armati. Samar ricorda i rischi degli ultimi mesi di guerra: «Ecco, lì, quell’edificio distrutto proprio dall’altra parte della strada, era occupato dai musallahin, l’aviazione lo ha bombardato. Quel giorno ci siamo rifugiati in cantina, ma non abbiamo voluto andare via». I gruppi islamisti che lei chiama «terroristi occupanti» lasciavano a stecchetto la popolazione: «Una volta che sono andati via, si è scoperto che avevano i magazzini pieni degli aiuti alimentari e medici arrivati da fuori Ghouta». Ora nell’area e nei campi degli sfollati si susseguono racconti così, opposti a quelli di chi denunciava un assedio affamante e bombardamenti indiscriminati da parte del governo siriano. Ma in guerra la narrazione è polarizzata.

Per la video intervista, Samar ha indossato il niqab, che lascia vedere solo gli occhi. Impossibile non confrontarla con la donna dietro la telecamera: Sulaf, che sopra i pantaloni e la casacca di maglina lunga porta il velo hijab a coprire testa e collo, «ma sono del tutto laica, lo faccio solo perché mia madre mi ci obbliga, finché non sarò economicamente indipendente, poi basta…».  Disapprova sia le donne murate di Ghouta sia quelle ragazze che a Damasco mettono il velo su magliette iper-aderenti con biancheria imbottita e fuseaux. E sgrana gli occhi a una scena che dal bus intravvede su un marciapiede della capitale: un’ombra alta e imponete in nero totale, con guanti pure neri e due strette feritoie nel niqab. Cosa avrà mai risposto all’uomo male in arnese che le chiedeva non si sa che?

Portano l’hijab e lunghi soprabiti neri anche donne che nemmeno fanno il ramadan (il digiuno religioso dall’alba al tramonto, un mese all’anno). Come Sarah el Hawi, panettiera nel quartiere damasceno di Jaramana; con la famiglia ha lasciato anni fa l’area di Deir Ezzor per sfuggire all’arrivo di gruppi islamisti. O come donne appartenenti a gruppi politici progressisti: Rabab Sweid del Fronte popolare per la liberazione della Palestinavive e milita nel quartiere Rock Eddin sulle alture intorno a Damasco, insieme a cinquemila palestinesi fuggiti negli anni dal campo di Yarmouk, a lungo controllato prima da islamisti e poi da cellule dello Stato islamico. Ma «mi pare indiscreto parlarle dei suoi abiti; forse le servono a essere accettata, in una comunità tradizionale» fa notare la giovane economista agraria Dima Hasan che nel tempo libero fa volontariato presso gli sfollati. Ventinovenne, capelli corvini e abbigliamento tranquillo privo di eccessi, Dima abita da sola a Damasco, in un seminterrato nel quartiere Bab Tuma, popolato da molti cristiani: «Sono nata e cresciuta nella regione di Tartous, in un villaggio sul mare; i miei primi e in fondo unici contatti con gli islamisti sono stati i missili lanciati da Ghouta e Jobar, la capitale ne è stata bersagliata dal 2012 a pochi mesi fa.»

La guerra ha coinvolto in modo ben più pesante Hayat Awad, madre di un soldato di leva ucciso anni fa a Deraa. A Homs dove vive, percorre il quartiere Khalidia distrutto dagli scontri, impolverandosi la camicia e i pantaloni neri del suo lutto prolungato, e arriva nella via Share el Zon, dove la famiglia Jabour è tornata a casa. Erano partiti nel febbraio 2012 «perché questo palazzo è proprio all’angolo con la cosiddetta via della morte, una specie di linea di confine. Ecco là la carcassa di un carro armato fatto esplodere due giorni dopo la nostra fuga, siamo miracolati» spiegano Norma e sua figlia Victoria. I Jabour, per anni sfollati dai nonni in campagna, dal 2016 stanno ricostruendo la parte superiore della casa, accampati intanto a pianterreno. Il tetto per fortuna è a posto. Ricordano come all’improvviso si ruppe la convivenza fra loro, cristiani, e i vicini musulmani. «La nostra casa fu poi occupata dai musallahin, da qui sparavano contro l’esercito». Ma adesso sono ottimisti. Victoria studia farmacia, «la Siria era e tornerà a essere una grande produttrice di medicinali con un buon servizio sanitario».

La forza delle donne rimaste tenacemente in Siria è anche quella di Naham, studentessa ora reclutata in un ospedale pediatrico perché «almeno il 30% dei medici del paese è andato all’estero e chi è rimasto deve fare per tutti». O di Bushra Jawed, irachena di Nassirya. Da sola, nel 2007, lasciò l’Iraq preso fra l’incudine dell’occupazione statunitense e il martello del crescente terrorismo al qaedista. Come altre centinaia di migliaia di iracheni trovò asilo nell’allora tranquilla Damasco, nel quartiere Jaramana dove aprì un ristorantino. Dopo il 2011, «questo quartiere è stato bersagliato dai missili dei terroristi, ne ho vista morire di gente», dice senza scomporsi mentre nella via stretta un’autobotte rifornisce d’acqua il serbatoio del palazzo.  
Il cammino verso la normalità è ancora lungo. 

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