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martedì 9 agosto 2016

Dietro l'incontro Putin-Erdogan, o degli equilibri futuri dell'intero Medio Oriente, mentre l'Europa è inebetita.


di Mauro Bottarelli
IL SUSSIDIARIO, martedì 9 agosto 2016

Quella in atto in questi giorni ad Aleppo è la versione moderna della battaglia di Stalingrado. E, a mio modesto avviso, ha lo stesso valore storico. Ovviamente, l'Occidente finge di non vedere e si nutre di veline, ma quanto sta accadendo in queste ore avrà una valenza strategica: dopo giorni di avanzata delle truppe lealiste spalleggiate da Hezbollah, infatti, i miliziani dell'Isis sono riusciti a rompere l'assedio e per farlo hanno messo in campo, usciti dal nulla, oltre 6mila uomini. È guerra vera, sul campo, combattuta senza copertura aerea da parte degli uomini del Califfato: Daesh è indebolita, ma non è morta. E Daesh combatte in Siria per una ragione che ormai travalica anche le necessità geopolitiche di chi l'ha creata, armata e supportata - ­ leggi Usa e sauditi ­- perché nella mente di quei terroristi c'è l'idea di abbattere Assad per costruire davvero un mondo dove l'unica legge sia quella di Allah e dove vivere secondo i suoi precetti.
L'America, non a caso, ha cambiato strategia e attacca l'Isis in Libia: troppo compromessa la questione siriana, troppo forte il supporto russo ad Assad e ora che anche Erdogan ha mollato l'osso, riallineandosi con Mosca, appare una guerra persa, ancorché si possano vincere ancora delle battaglie. Ora vedremo davvero quali sono gli interessi che hanno trasformato la Siria in un deserto di morte e sofferenza per due anni, ora capiremo davvero quale logica sottendeva l'agire occidentale in quel Paese, mentre si continua a morire in Yemen, nel silenzio più assoluto di media e istituzioni internazionali.
Sembra inoltre, stando a quanto riferito dall'agenzia iraniana Fars, che stiano giungendo a sud di Aleppo anche i migliori reparti di Hezbollah, in particolare quelli che avevano combattuto e conquistato nel maggio del 2013 la cittadina di Qusayr, località vitale per la sicurezza del regime, poiché punto di snodo delle comunicazioni tra le città della costa e Damasco, ma, soprattutto, porta di accesso della valle della Bekaa, in Libano. Non sorprende come le milizie libanesi siano ormai la spina dorsale delle forze del fronte di Assad che, nell'ultimo anno, è stato costretto a ricorrere alla leva obbligatoria per dipendenti pubblici e ad arruolare i detenuti beneficiari di amnistia. Una situazione, che sembra far dipendere la tenuta del regime di Assad da alleati stranieri, Hezbollah, milizie sciite e iraniani, ma soprattutto dall'appoggio di Mosca. Un appoggio che verrà testato anche in relazione a quello che avverrà nelle prossime ore e che potrebbe avere risvolti decisivi sul fronte di Aleppo.
Sul fronte delle forze dell'opposizione, inoltre, la battaglia di Aleppo sta facendo emergere l'importanza di un nuovo raggruppamento (Jaysh al Fateh) all'interno della galassia dell'opposizione, costituito dalle più importanti sigle militari, gruppi jihadisti (provenienti da al Nusra) e milizie sostenute dagli attori regionali e internazionali  schierati contro il fronte di Assad. È difficile capire quanto potrà protrarsi l'offensiva dei ribelli, che in queste ore si è estesa al distretto economico e industriale di Aleppo, dopo gli ingenti quantitativi di armamenti  e munizioni sottratti alle strutture militari strappate al controllo dell'esercito di Assad. Ad Aleppo non si gioca solo il destino della Siria, ma degli equilibri futuri dell'intero Medio Oriente.
Ma c'è di più. Domenica quasi 3 milioni di cittadini turchi sono scesi in piazza a sostegno del presidente Erdogan e della sovranità nazionale dopo lo sventato golpe di luglio: una vera e propria parata dell'orgoglio turco, un punto di svolta nazionalista che i media europei ovviamente non hanno colto nella sua complessità, riducendo tutto alla disputa nominalistica sulla reintroduzione della pena di morte: Ankara non vuole più entrare nell'Ue, almeno l'Ankara scesa in piazza l'altro giorno e quindi la questione non è più legata ai trattati o agli status, ma al rapporto politico che l'Unione vorrà intavolare da oggi in poi con la Turchia. Ma non vedo gente come Juncker o la Mogherini molto attenti sul pezzo.
Chi invece lo è, da bravo scacchista, è Vladimir Putin, il quale oggi riceverà a Mosca proprio Erdogan e gli mostrerà come gira il mondo: ovvero, attorno all'asse euro­asiatico che è nei progetti del Cremlino, altro nodo che l'Europa prona all'alleanza con Washington non riesce a capire e interpretare, limitandosi a pratiche autolesionistiche come le sanzioni contro Mosca per la questione della Crimea: solo nel 2015, ci sono costate qualcosa come 7,5 miliardi di euro. Ma qui non si tratta di vile denaro, né di scambi commerciali, qui siamo a uno snodo della storia: la parata turca, infatti, è stata tutto tranne che islamista, in piazza c'erano le bandiere rosse della nazione e non quelle verdi dell'islam ed Erdogan sembra aver capito ciò che oggi Putin certamente gli ribadirà. Il capo di Stato turco ha imparato la lezione come già a suo tempo la imparò Stalin: ovvero, è lo spirito della nazione che funge da magnete per il popolo. Avanti, prima di tutto, la patria e, al seguito, anche la religione, se serve.
La distensione fra Mosca e Ankara «non influirà sul ruolo della Turchia nella Nato», dicono all'Auswärtiges Amt tedesco, ma la tensione con l'Europa rischia di compromettere gli storici rapporti fra i due Paesi. Non è un caso che nei giorni scorsi i militari tedeschi di stanza nella base turca di Incirlik siano stati messi in allarme, con misure di sicurezza aumentate. Ufficialmente la minaccia resta sempre quella degli integralisti dell'Isis, ma il timore è altro: Ankara sa che la Germania è l'unica voce che conta nell'Unione e la Germania della Merkel è il burattino degli Usa in seno all'Ue. Di fatto, il duello Berlino-­Ankara è solo un proxy di quello tra Washington e Mosca. Viviamo in tempi che non riusciamo a interpretare, temo, poiché non leggibili con gli occhiali di un Occidente senza più valori morali forti: festeggiamo le nozze gay come fossero l'esempio maggiore di progresso e civiltà e ci indigniamo quando Hamza Roberto Piccardo provoca chiedendo la legittimazione anche della poligamia, essendo anch'essa una libertà civile. Come mai non si gridò all'allarme culturale quando Carlo Sibilia del MS5 propose nel 2013 di legalizzare le "unioni di gruppo" e i "matrimoni tra specie diverse"? Perché i grillini non fanno paura ma gli islamici sì?
Due punti di riflessione, allora. Primo, sono proprio proposte come quelle dei grillini o le forzature come quelle contenute nel ddl Cirinnà a dare forza alle provocazioni come quelle di Piccardo, il quale inserisce un concetto di sacro (per l'islam) nel diluvio di nulla laicista della società attuale, un mondo di diritti e piagnistei sociali. Secondo, se temiamo una deriva che intacchi la laicità occidentale del nostro Paese, perché chi demonizza Piccardo è al contempo al fianco, ancorché solo moralmente, dei No Borders e di chi ha progettato e reso possibile un'invasione di massa del nostro Paese? Quale livello di lettura della società è saltato, nel frattempo? È che non siamo pronti ai tempi che ci toccherà vivere, non abbiamo lo spirito necessario ad affrontarli con coerenza e lucidità.
Tornano in mente le parole di Nietszche in Della guerra e dei guerrieri: «La guerra e il coraggio hanno operato cose più grandi che non l'amore del prossimo. Non la vostra compassione, bensì il vostro valore ha finora salvato chi era in pericolo». Bene, l'islam ­ sia esso quello moderato e istituzionale di Erdogan che quello estremista del Califfato ­ questo concetto lo hanno assorbito in nuce, essendo cardine del loro credo. Lo stesso vale per la Russia di Putin, Paese dove non sta crescendo l'ateismo, né il laicismo, ma dove, anzi, sta crescendo la spinta vocazionista del credo ortodosso. L'Occidente, invece, è spoglio, arriva nudo al traguardo di un cambiamento di assetti ed equilibri storico: l'America non ha credo, né morale, è un mondo che gira attorno al denaro e all'opportunismo, vive di potere e con esso si auto­perpetua.
 L'Europa no, l'Europa è persa nel limbo di ciò che fu e ciò che vorrebbe essere, mondi antitetici che in momenti storici come questi vanno in corto circuito e ci lasciano senza risposte, se non i plausi alle unioni gay e la certezza del diritto come fondamento dell'impero amorale. Non stiamo capendo cosa ci accade attorno e temo che quando lo faremo, sarà tardi e i dadi saranno già stati tratti. Il mondo che nascerà dalla nuova Stalingrado, ci vedrà come comprimari. Con tutti i rischi e gli svantaggi che questo comporta.

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