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giovedì 26 novembre 2015

Senza patrie, senza difesa. Perché i cristiani sono carne da macello in un conflitto in cui non valgono nulla

La situazione dei Cattolici oggi in Siria

26 novembre: nostra Signora di Soufanieh 

Il FOGLIO , novembre 2015
di Maurizio Crippa

I cristiani sono il fianco debole delle nostre società. Quando c’è caos, tutti attaccano loro”. Sua Beatitudine Mar Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti del Libano, è un uomo pragmatico, la stoffa del buon politico. Bisogna partire da un aneddoto che ha raccontato qualche settimana fa, di passaggio a Milano, durante un rapido briefing organizzato dalla rivista Oasis. Un giorno andò da lui un personaggio importante, ha raccontato, un religioso sciita dell’Iraq: “Mi chiese cosa potevano fare per proteggere i cristiani. Io gli risposi che non accettavo la parola ‘proteggere’, perché i cristiani sono cittadini iracheni come tutti gli altri. Poi ribaltai la domanda: ‘Cosa fate voi per proteggere i cristiani? Perché li ammazzate mentre pregano e fate esplodere le chiese?’. E lui mi rispose, indicandomi il fianco: ‘I cristiani sono il fianco debole delle nostre società. Quando c’è caos, tutti attaccano loro’”.

La persecuzione sempre più cruenta dei cristiani nel medio oriente e in Africa ha la sua origine recente nell’islamismo fondamentalista, e una radice più profonda nell’islam in sé, che non riconosce altra religione oltre sé e non ha mai avuto una Nostra Aetate, una “dichiarazione” sulle relazioni con le altre religioni. E’ un dato che la chiesa cattolica, pur mantenendo con puntiglio e pazienza e i suoi distinguo teologici e storici, conosce e riconosce. Almeno da Ratisbona, almeno da quando anche Papa Francesco ha iniziato a dire che oggi i cristiani sono  perseguitati “più che nei primi secoli”. Béchara Boutros Raï, come dicesse un’ovvietà, spiegava che “nell’inconscio dei musulmani il giudaismo è stato completato e soppiantato dal cristianesimo e questo è stato completato e soppiantato dall’islam. Perciò il cristiano non è accettato come cristiano, è semplicemente un uomo che deve diventare musulmano e ancora non l’ha fatto”. E’ un concetto insito nell’islam. Anche quando, magari per secoli, resta dormiente e permette lunghe convivenze: come in Libano, in Siria. Ma Boutros Raï è un pragmatico, non dimentica il contesto storico e politico: i cristiani mediorientali, da sempre ma oggi ancora di più, sono perseguitati anche perché non contano nulla. Non hanno patria. Con realismo, ricordava che quando “Giovanni Paolo II convocò il Sinodo speciale dei vescovi per il Libano, prima di annunciarlo mandò una delegazione nel paese per parlare con i capi religiosi musulmani e informarli, ed evitare che questo venisse interpretato come un gesto di ostilità nei loro confronti”. La preparazione del Sinodo fu fatta “insieme ai musulmani”. Una condizione difficile, ma la condizione per cui “viviamo insieme da 1.400 anni” e che è l’essenza della cultura del medio oriente. Però oggi, dopo un’escalation di quasi un secolo, i cristiani sono divenuti pura carne da cannone per tutti i contendenti. E contano poco, come già in passato, per il cinismo delle nazioni occidentali, quelle “cristiane”. Il motivo è demografico, minoranza delle minoranze. Poi c’è un motivo politico-territoriale: i cristiani non hanno uno stato, né “terra in cambio di pace” da offrire. Non c’è nulla di loro di cui si debba tenere conto, in un conflitto che ha scatenato imperi regionali, o tra opposte visioni del mondo. Nemici di nessuno, sono tragicamente un comodo nemico per tutti. Avevano una certa vischiosa, costosa, influenza nell’Iraq di Saddam e Tareq Aziz, nella Siria di Assad, nella Libia di Gheddafi. Per i copti in Egitto, dopo lo spavento di Morsi e il tallone di Mubarak, forse ora si aprirà qualche spiraglio di agibilità politica quasi inesistente in passato. Per il resto, oggi i cristiani non hanno influenza, né potere.

Se si indagano con un po’ d’attenzione le motivazioni per cui due anni fa Francesco si espose così tanto contro l’intervento militare in Siria, ce n’è una nascosta, ma evidente, che supera il “pacifismo”: il timore che la guerra avrebbe provocato la caduta definitiva delle chiese di Siria, le più antiche della cristianità. Il vuoto storico che ne sarebbe derivato sarebbe stato incolmabile. L’arcivescovo metropolita di Aleppo, Jean-Clément Jeanbart, ha dichiarato giorni fa ad Asianews: “Aleppo è la più antica città del mondo e Damasco la più antica capitale del mondo. Per secoli vi hanno pacificamente convissuto non solo gli appartenenti alle tre religioni monoteiste, ma fino a quindici culture, etnie e popoli diversi”. Ma ora, nella guerra – o senza la protezione-alleanza di Assad – la nobile storia di Aleppo non ha valore di scambio, né corso legale nei futuri assetti. Da qui anche la linea diplomatica di lunghissima durata della Santa Sede – bisogna risalire al tempo del Protettorato britannico e oltre – tesa a garantire condizioni minime di sopravvivenza nel solco di uno status quo imperfetto, ma di millenario equilibrio. Oggi resta poco più che “l’ecumensismo del sangue” di Bergoglio. E resta la definizione di una dottrina di difesa della libertà religiosa e dei diritti umani ancorata a una visione onusiana della gestione dei conflitti. La scorsa primavera, l’osservatore della Santa Sede all’Onu, a Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, aveva ricordato che l’intervento armato difensivo è “una dottrina sviluppata sia nell’ambito delle Nazioni Unite che nell’insegnamento sociale della chiesa cattolica”. Ma tutto questo non basta a conferire uno status politico ai cristiani in quelle terre, né basta a chiarire il motivo della loro “indifendibile” condizione storica.

In un’intervista al Foglio dello scorso aprile, la storica Bat Ye’or osservava che la vulnerabilità dei cristiani deriva dall’aver scelto, per “disperato tentativo”, di sostenere nei decenni scorsi il potere islamico “che li avrebbe poi distrutti”. E notava che “Inghilterra e Francia” – si parla di tempi remoti – “hanno diviso l’identità cristiana persuadendo i cristiani che erano arabi e che dovevano militare con i musulmani per formare una nuova ideologia: il nazionalismo arabo”. Si può obiettare sul fatto che i cristiani del medio oriente siano, in effetti, in grande parte arabi. Ma il problema posto da Bat Ye’or è quanto pesi – come risvolto geopolitico e moderno, per così dire – la “dhimmitudine”, la condizione giuridicamente servile e separata vissuta dai cristiani nel mondo islamico per secoli. Ma la condizione di senza patria e rango politico non è, nella storia, un’esclusiva dei cristiani mediorientali. Con tutte le cautele storiche del caso, si può affermare che è quanto capitato per secoli agli ebrei all’interno degli stati e imperi cristiani d’Europa.

La storica invitava anche a tenere in considerazione che le potenze occidentali “Francia, Inghilterra e America” già dopo la Prima guerra mondiale rifiutarono di assumere come priorità la protezione dei cristiani, tracciando in questo modo il solco di una irrilevanza ancora maggiore di quella che la Santa Sede paventava già al tempo della fine dell’amministrazione turca. Persino con sfumature antisioniste, se il cardinal Pietro Gasparri, segretario di stato di Benedetto XV, temeva che il mandato britannico sulla Terra Santa avrebbe favorito l’infiltrazione protestante e del sionismo in Palestina. Se questa è la storia, l’attualità rileva che per l’arcivescovo di Aleppo Jeanbart, forse è un politico meno sottile di Béchara Boutros Raï, il problema dei cristiani del suo paese  è che “in Siria si sono concentrati molti, tanti interessi sia delle potenze economiche occidentali che orientali… Vi sono poi gli interessi di Israele, della Turchia, che vagheggia un ritorno all’impero ottomano, seppur in chiave moderna, degli Emirati arabi. Una situazione complessa in cui i cristiani rappresentano una sorta di spina nel fianco”. Ritorna la metafora del fianco debole, la condizione di un meccanismo di tipo politico che precede e va oltre i termini della persecuzione di carattere religioso.  
Oggi la carne di scambio dei cristiani non è utile in Siria né in Iraq, né all’Iran né alla Turchia. Non solo infedeli, ma carne da macello.

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/11/23/senza-patrie-senza-difesa-perch-i-cristiani-sono-carne-da-macello-in-un-conflitto-in-cui-non-valgono-nulla___1-v-135282-rubriche_c379.htm





Un drone sopra quel che resta di Maloula: novembre 2015

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