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mercoledì 12 agosto 2015

Dal fronte del martirio

  “Più volte ho voluto dare voce alle atroci, disumane e inspiegabili persecuzioni di chi in tante parti del mondo — e soprattutto tra i cristiani — è vittima del fanatismo e dell’intolleranza, spesso sotto gli occhi e nel silenzio di tutti. Sono i martiri di oggi, umiliati e discriminati per la loro fedeltà al Vangelo. Il mio ricordo, che si fa appello solidale, vuol essere il segno di una Chiesa che non dimentica e non abbandona i suoi figli esiliati a motivo della loro fede: sappiano che una preghiera quotidiana si innalza per loro, insieme alla riconoscenza per la testimonianza che ci offrono.
A sua volta possa l’opinione pubblica mondiale essere sempre più attenta, sensibile e partecipe davanti alle persecuzioni condotte nei confronti dei cristiani e, più in generale, delle minoranze religiose. Rinnovo l’auspicio che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più essenziali e impedisce la ricchezza della convivenza tra i popoli, le culture e le fedi.”
Lettera del Papa Francesco per i martiri cristiani del Medio oriente , 06 agosto 2015


12 agosto 15: questa mattina sono caduti più di 30 missili sui quartieri residenziali di Damasco, Innumerevoli feriti

rilasciati ieri alcuni assiri che erano stati presi
in ostaggio  dai villaggi del fiume Khabour


L’agonia dei cristiani trucidati, l’Europa inebetita. 

Parla il capo della chiesa armeno-cattolica di Qamishli


di Matteo Matuzzi
Il Foglio, 8 luglio 2015

"Qui ora siamo al sicuro, grazie all’esercito siriano. Hassaké, attaccata nella notte tra il 24 e il 25 giugno dai miliziani dello Stato islamico, è ora quasi totalmente liberata. Solo le periferie sono ancora in mano loro, ma il peggio è passato”. Monsignor Antraning Ayvazian è il capo della eparchia cattolico-armena di Qamishli, e in una conversazione con il Foglio descrive la situazione sul terreno in quell’estremo lembo di Siria orientale non ancora toccato dall’orda nera delle truppe al soldo del califfo Abu Bakr al Baghdadi. Basta spostarsi d’una ottantina di chilometri più a sud, ad Hassaké, e il quadro cambia drasticamente. “Lì il novanta per cento dei cristiani se n’è andato, milleottocento sono arrivati qui, insieme a quattrocentocinquata famiglie musulmane”. 
Qamishli, più di centomila abitanti, è uno degli ultimi avamposti fedeli a Damasco prima del confine con la Turchia e non è troppo lontana da quello con l’Iraq, a est. Ed è proprio al dirimpettaio turco che mons. Ayvazian addebita gran parte delle colpe per il disastro in cui è precipitata la Siria: “Ci separano 998 chilometri di confine. Quasi mille chilometri da cui entra di tutto, a cominciare dai jihadisti. Li vediamo ogni giorno, passano a gruppi di trecento, anche cinquecento. E’ Ankara, insieme alla Georgia, a giocare un ruolo fondamentale nel caos che vediamo oggi. Un doppio gioco che l’occidente farebbe bene a troncare, prima che sia davvero troppo tardi. Un mio parrocchiano – racconta il sacerdote – è stato arrestato dalla polizia turca e gettato in carcere, in una cella di un metro per un metro. Vicino a lui, c’erano uomini con lunghe barbe pronti ad arruolarsi con lo Stato islamico. Per loro c’era ogni ben di dio, ogni richiesta veniva soddisfatta. Qualche agente li incitava a darsi da fare in Siria. Noi queste cose le sappiamo, perché le constatiamo con i nostri occhi e le nostre orecchie”.


Il capo dell’eparchia di Qamishli ricorda di aver anche incontrato un gruppo di miliziani nella città di Margada. Avevano occupato un ospedale, nella cui cappella sono conservate reliquie armene: “Mi hanno convocato e io sono partito, da solo, con la mia automobile. Erano tutti stranieri, tranne un siriano. Il loro capo era un qatariota, si chiamava Faisal. Erano forniti di mezzi ipertecnologici e sofisticati, cose che qua non si vedono spesso. Mi disse che avrebbero fatto saltare in aria tutto se lui e i suoi uomini non avessero ottenuto i resti dei loro martiri. Mi confessò con la massima tranquillità di non essere per nulla interessato a discettare di politica o dei destini del paese. Era in Siria solo per una banale questione di soldi, che gli sarebbero stati versati a patto di soddisfare due semplici condizioni: radere al suolo ogni costruzione in piedi e abbattere tutto ciò che si muove”. Per “tutto”, il miliziano “intedeva bambini, donne, vecchi e malati. Tutti”. Al termine del breve colloquio, “gli ho dato la mano. Lui è rimasto fermo. Me ne sono andato”.

La Siria, prima della guerra, era una oasi di tolleranza, dove l’uguaglianza tra cristiani, ebrei e musulmani era un fatto assodato, una certezza, ragiona Ayvazian. “Qui, nella terra di San Paolo, c’è sempre stata libertà di culto, i cristiani non dovevano pagare nemmeno un soldo in tasse per aprire un nuovo luogo di culto. Mai nessun divieto, siamo sempre stati liberi. Io servivo messa, da bambino, insieme ai miei amici ebrei e musulmani”, ricorda il nostro interlocutore. Non c’è mai stata la percezione di essere di culto diverso, per noi era un fatto normale”. Poi è arrivata la primavera araba, facciamo notare. “Poi sono arrivati i sauditi”, corregge lui: “E’ arrivato il cosiddetto ‘caos creativo’, e ancora mi chiedo come possa essere creativo il caos, il disordine più completo”. Fa la conta dei preti e laici rapiti in questi anni, uomini di cui non si sa più nulla: “Vivi o morti, chi lo sa. Solo silenzio”. 

Nessuno sembra interessarsi alla sorte dei cristiani, che lentamente stanno scomparendo da quella regione che vede chiese distrutte e croci divelte, case segnate con la “n” di nazareno e colonne interminabili di famiglie costrette all’esodo. Gli attacchi sono sempre più frequenti e non di tutti si ha notizia, come riferiscono i francescani attivi nel vicino oriente. Il 27 febbraio scorso, ad esempio, presso la chiesa di Azizieh, ad Aleppo, durante la messa serale una bomba di gas ha provocato la morte di due fedeli e il ferimento di tanti altri che si trovavano all’esterno dell’edificio di culto. La notte del venerdì santo ortodosso, tra il 10 e 11 aprile, diversi missili sono stati lanciati in zone abitate da cristiani armeni.

Dove sono le manifestazioni di piazza? Perché nessuno scende in strada, da voi, per protestare contro quel che accade qui?”, domanda mons. Ayvazian. “Quello dell’occidente è un silenzio complice. Non mi capacito di come sia possibile assistere inerti dinanzi al tramonto della civiltà cartesiana, quella fondata sulla logica. Dove è l’Europa? Mi auguro che presto l’occidente possa risvegliarsi, prima che sia troppo tardi. Prima che la distruzione arrivi anche a casa vostra”.
Le parole del sacerdote “armeno fino al midollo, ma orgogliosamente membro della nazione siriana” sono routine tra le gerarchie delle chiese cristiane d’oriente, costrette a far la conta quotidiana di quanti fedeli da accudire spiritualmente e materialmente siano rimasti. In qualche caso, come succede a Baghdad, il patriarca caldeo, mar Louis Raphael Sako, sfinito dal conflitto e dall’avanzata dei fondamentalisti, arriva a parlare della possibilità di unificare le chiese per far fronte al nemico comune. Altrove, poco oltre la piana di Ninive, in direzione del Kurdistan, vescovi con croce pettorale indosso passano in rassegna truppe volontarie e danno loro la benedizione. Youhanna Boutros Moshe, della chiesa siro-cattolica di Mosul, l’ha fatto lo scorso febbraio: “Andate avanti e ricordatevi che questa terra era vostra ancora prima della venuta di Cristo”, era il suo messaggio per i duemila ragazzi messi insieme da un deputato curdo, Jacob Yaco.

Vi è nella mentalità dell’uomo occidentale di oggi l’idea che, dopotutto, Siria e Iraq siano due realtà lontane che poco o nulla possano incidere sulle sue abitudini quotidiane.”Ve ne accorgerete presto, tra trenta o quarant’anni, quando a casa vostra ci sarà chi avrà la pretesa di definirsi vero credente e voi non saprete come comportarvi, non potrete fare nulla”, è il monito profetico del capo dell’eparchia di Qamishli, che prevede scenari foschi per chi volge la testa dall’altra parte. Monsignor Ayvazian ce l’ha con quello che definisce il “rilassamento” dell’Europa, l’inebetimento di un continente “che si richiama ai valori cristiani e poi accetta tutto questo”. “C’è da scandalizzarsi”, dice. Mentre l’antica perla Aleppo continua a vivere il suo assedio e le rovine di Palmira divengono il teatro per esecuzioni di massa tra lo sventolio dei vessilli neri del Califfato, i cristiani se ne vanno: “Già ora più della metà degli appartenenti alla comunità cristiana di questo paese ha attraversato il confine”, osserva il il capo dell’eparchia di Qamishli, che denuncia l’esistenza di un racket cui non è estranea la polizia turca: “Per un visto qui si pagano dai cinquemila ai settemila euro, e si è fuori. Intere famiglie si sono economicamente dissanguate pur di scappare in fretta”.

La conversazione, inevitabilmente, cade sulle prospettive dell’immediato futuro: fino a quando si potrà andare avanti così? La risposta che giunge da Qamishli è netta: “Questo paese non cadrà in mano straniera, noi non siamo la Tunisia. Qui è nato il concetto di civilizzazione, non è immaginabile arrendersi a chi di questa realtà non sa nulla”. L’appoggio delle comunità cristiane locali al rais Bashar el Assad è convinto. Il presidente asserragliato a Damasco è considerato dai siriani non musulmani come l’unico argine contro il dilagare del fondamentalismo islamico. Due anni fa, la grande veglia di preghiera in San Pietro organizzata dal Papa aveva contribuito a fermare i cacciabombardieri francesi e americani che già rullavano sulle piste, pronti a decollare verso la Siria. Oggi, sono ancora le chiese del luogo – attraverso le loro più alte gerarchie – a contrastare ogni ipotesi di abbandonare al suo destino il capo dello stato. “Se cade Assad, scorreranno fiumi di sangue tra i cristiani”, avverte mons. Ayvazian. “Hassaké, qui vicino, è salva solo grazie a lui e al suo esercito. La sua caduta propizierà la disintegrazione del paese, che si dividerebbe in una dozzina di microstati in guerra tra loro. Io – aggiunge – non sono arabo. Sono armeno. Ma allo stesso tempo faccio parte della nazione siriana, e l’unico legame è oggi rappresentato da Assad”.

Osserviamo che sul terreno, soprattutto nei primi tempi della crisi, era presente un’opposizione organizzata, che teneva periodici incontri all’estero e che godeva di un seguito tra le cancellerie internazionali. Un’alternativa moderata al regime al collasso. “Chi sono questi ribelli moderati?”, sbotta il nostro interlocutore: “Dove sono? Forse si saranno riuniti in Turchia, ma qui sul territorio, nelle nostre strade, non si sono visti. Qualcuno dovrebbe spiegare, poi, come si fa a essere moderati tenendo in pugno le armi più all’avanguardia messe a disposizione da qualche emirato del Golfo persico. E’ questa quella che voi chiamate moderazione?”. L’occidente che discetta su vie d’uscita democratiche al conflitto in corso, chiosa il prelato, dovrebbe spiegare “il senso di destituire Assad per mettere al suo posto qualche sceicco importato dalla penisola arabica, gente che magari non è neppure capace di leggere”. Per i cristiani, in quel caso, sarebbe la fine: “La prospettiva è quella già vista in Iraq ai tempi della Guerra del Golfo, lo svuotamento sistematico dei fedeli a Cristo da quel paese. Arrivarono in Siria quasi un milione e mezzo di profughi cristiani. Siriaci, caldei, armeni”
L’appello è ad agire, a fermare i tagliagole prima che l’infezione si propaghi all’Europa fino a oggi risparmiata dal contagio fondamentalista; prima che il cancro si diffonda anche al di fuori di quella regione dove “ormai vale soltanto la legge della foresta: ognuno mangia l’altro e nessuno ne parla. Le leggi umane, qui, non valgono più”.

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