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sabato 25 aprile 2015

«Davvero, non immaginate quanto bene fate quando fate il bene» Intervista a padre Alejandro, salesiano venezuelano a Damasco

«Noi siamo una famiglia. 

Siamo quel quasi nulla che fa la differenza»



TEMPI, 24 Aprile 24 2015
di Rodolfo Casadei

Padre Alejandro ha parlato a Concorezzo (Mb), quinto appuntamento della sua ultima giornata italiana, e oggi riparte per Damasco, via Libano. Questo salesiano venezuelano, il cui nome completo è Alejandro José Leon Mendoza, è residente in Siria dall’1 luglio 2011. Da tempo è direttore del Centro giovanile salesiano nel quartiere di Mazraa. Negli anni precedenti trascorreva in Siria i periodi estivi. Il suo trasferimento permanente è cominciato quando la guerra civile stava mettendo radici. 

Padre Alejandro, noi ci siamo visti quattordici mesi fa a Damasco. Com’è cambiato lo stato della sicurezza? È migliorata o peggiorata?
Direi che è peggiorata: gli ordigni sparati dai mortai sono diventati più potenti, arrivano più lontano. Nella nostra zona, una delle più riparate, ne cadevano 2-3 all’anno. Ne sono arrivati fra i 15 e i 20 nei primi quattro mesi di quest’anno. Nei quartieri a forte presenza cristiana come Baab el Touma e Jaramana la qualità della sicurezza ha continuato a degradarsi. Abbiamo vissuto un bel periodo fra settembre e dicembre, le ostilità si erano affievolite. Con l’anno nuovo sono riprese intensamente.


In un contesto del genere, cosa vuol dire essere presente come salesiano? Tu sei stato assegnato alla Siria proprio quando la ribellione si stava trasformando in lotta armata, e hai vissuto lì tutto questo periodo.
Diciamo che è diventata una “questione personale”. Noi salesiani insistiamo molto sul concetto che la realtà umana che si crea nei nostri centri giovanili è una famiglia. Che siamo una famiglia. Come potrei andarmene, o chiedere di andarmene, dopo aver predicato per tanto tempo in tutti i modi che siamo una famiglia? Come potrei lasciare le persone alle quali ho detto “siamo un’unica famiglia”? Non potrei più dormire la notte. E poi mi sono reso conto di un’altra cosa. Noi siamo piccoli, siamo quasi un nulla. Ma siamo quel quasi nulla che fa la differenza. Quando sono arrivato io, al centro giovanile c’erano 250 persone, in maggioranza bambini. Poco dopo c’è stato il crollo, per la paura dei bombardamenti non veniva quasi più nessuno, in una settimana venivano lì 30 ragazzini. Adesso sono 650 alla settimana, e in maggioranza sono giovani delle scuole medie superiori e universitari. Sono cristiani di tutti i riti, cattolici e ortodossi. Diciamo la Messa insieme, tutti si accostano all’Eucarestia.


Si parla molto dei profughi siriani all’estero, tre milioni e passa. Ma più di 20 milioni di siriani continuano a vivere all’interno del loro paese, sei milioni come sfollati. Come fanno a resistere?
Voglio essere onesto: quelli che sono rimasti dentro al paese è perché non hanno il modo per andarsene. Se potessero, i siriani se ne andrebbero tutti per fuggire la guerra. Ma una volta accettata l’idea che per loro non ci sono le condizioni per partire, lottano per vivere in un modo che abbia senso, lottano per una vita che abbia dignità. E allora noi religiosi ci impegniamo con loro a educare, a preparare una generazione di ricostruttori. Ci stiamo preparando alla ricostruzione. Le Chiese chiedono ai cristiani di restare, di non andarsene, ma onestamente io non me la sento di insistere coi fedeli con cui sono in rapporto: per noi sacerdoti è relativamente facile decidere di restare, ma per un padre e una madre di famiglia che sono responsabili della vita dei loro figli, la scelta è più difficile. Studiare seriamente, formarsi, nella Siria di oggi è molto difficile. Per questo io sono comprensivo.


Le parole riconciliazione e perdono hanno uno spessore nella situazione attuale? Oppure sono travolte dagli eventi?
Siamo maturati molto come comunità cristiana su questi temi, perdono e riconciliazione. La vita è maestra, se ci mettiamo in ascolto di quello che ci dice. Con umiltà abbiamo percorso la strada della maturazione. Fra i musulmani il cammino è più difficile, perché si sono polarizzate le differenze fra sunniti, sciiti e alawiti. Ma soprattutto perché nella cultura tradizionale araba i morti vanno onorati; oggi in Siria praticamente tutte le famiglie hanno perduto qualcuno, e il modo più comune di rendere onore ai morti assassinati è di vendicarli. Questo rende più difficile l’uscita dal ciclo della violenza. E rende più necessaria la presenza dei cristiani: potrebbero avere un ruolo importante nella ricostruzione del paese. I cristiani in Siria sono come il ponte che unisce le due sponde del fiume che divide una grande città. Il ponte è piccolo, ma senza di esso le due metà della grande città resterebbero separate. Si dice che ormai i cristiani sono appena il 4 per cento di tutta la popolazione. Ma hanno un compito di grande responsabilità.



Cosa hai detto nei tuoi incontri in giro per l’Italia? 
Ho descritto la vita quotidiana e i suoi problemi, specialmente ai più giovani, e ho raccontato storie di persone, testimonianze. Giovani che sono diventati capifamiglia perché il padre è morto per la guerra, che hanno dovuto organizzare la fuga della famiglia. Storie che fanno capire la natura dei cristiani siriani. Un giovane del nostro oratorio per un certo tempo è rimasto sequestrato, rapito da un gruppo di estremisti islamici. La famiglia non aveva soldi per pagare il riscatto, e la sua situazione si faceva di giorno in giorno più difficile. Un giorno i rapitori lo hanno lasciato da solo con una guardia armata che doveva controllarlo. A un certo punto il guardiano si è tolto dalla spalla il fucile, perché gli causava dolore. Allora il rapito, che prende parte alle nostre attività sportive, gli ha detto: «Posso farti io un massaggio, il dolore ti passerà. So fare i massaggi perché assisto una squadra di calcio». Il sequestratore è rimasto stupito: «Noi stiamo discutendo se ammazzarti o lasciarti andare libero, perché la tua famiglia non riesce a pagare, e tu ti offri per massaggiarmi? Perché fai questo?». E il nostro giovane ha risposto: «Perché sono cristiano, e noi cristiani facciamo così!». Alla fine lo hanno liberato senza che la famiglia avesse pagato nulla. Un’assoluta rarità!



I cristiani nel mondo vi stanno aiutando? Gli italiani vi stanno aiutando?
Sì, e da questi aiuti nascono conseguenze virtuose che voi nemmeno immaginate. Quest’inverno degli amici di Lecco ci hanno fatto avere delle giacche pesanti, molto utili per l’inverno, soprattutto a causa della scarsità di gasolio per il riscaldamento nel periodo invernale. Una parte di questa spedizione è stata finanziata vendendo oggetti che erano stati prodotti da bambini delle scuole elementari. Quando i nostri universitari lo hanno saputo, sono rimasti profondamente colpiti. Mi hanno detto: «Abbiamo capito che nessuno è troppo piccolo e impotente per fare il bene». Come gesto di ringraziamento, hanno deciso di dedicare una parte del loro tempo ad attività di animazione e di gioco rivolte ai bambini musulmani dei centri di raccolta per gli sfollati in città. Davvero, non immaginate quanto bene fate quando fate il bene».

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