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giovedì 12 marzo 2015

'Gli Stati Uniti vogliono ridisegnare la carta del Medio oriente, favorendo la nascita di Stati federali fragili, con l'obiettivo di garantire la sicurezza di Israele'

AsiaNews, 12 marzo 2015

Con Riyadh, Ankara e Doha, Washington “resuscita” i Fratelli musulmani contro lo Stato islamico
di Fady Noun

L’ascesa al trono di re Salman in Arabia saudita ha cambiato la politica del regno. Archiviata l’era del potente capo dell’intelligence Bandar ben Sultan, rafforzato l’asse con gli Stati Uniti. Il progetto di ricostituire la Fratellanza come come forza di influenza in tutto il mondo arabo. Gli Usa vogliono annientare lo SI e frammentare il Medio oriente per proteggere Israele. 

 L'avvento alla guida dell'Arabia saudita di re Salman ha causato una vera e propria rivoluzione a Palazzo. Due gli eventi principali, come sottolinea dietro anonimato un ricercatore franco-libanese residente a Parigi: la partenza del 65enne principe Bandar ben Sultan, il potente capo dei servizi di intelligence del regno wahabita e del suo gruppo, che hanno contribuito a plasmare la politica estera e di sicurezza del Paese per decenni; e la decisione di ricongiungersi con la Fratellanza musulmana.
Lo studioso spiega che questa decisione è stata caldeggiata con vigore dalla Casa Bianca. Al tempo stesso, il Dipartimento di Stato americano ha ricevuto di recente la visita di una delegazione di leader dei Fratelli musulmani e ricordato che, per quanto concerne gli Stati Uniti, "la Fratellanza non è né un gruppo terrorista, né seguaci della violenza". Anche lo stesso presidente Barack Obama ha ricevuto non molto tempo fa l'emiro del Qatar, molto vicino ai Fratelli musulmani.
Chiaramente, questo cambiamento di rotta nella diplomazia saudita e statunitense intende prima di tutto coinvolgere i Fratelli musulmani nella lotta contro lo Stato islamico (SI, Daesh in arabo) e al Qaeda in Iraq, in Siria, in Libia, in Tunisia, in Egitto e nello Yemen.
A fronte dei vantaggi per gli Stati Uniti nel caso di una simile svolta, vi sono anche elementi di preoccupazione per gli arabi democratici, primo fra tutti la conseguente destabilizzazione del presidente egiziano Abdel Fattah Sissi, in guerra aperta contro gli "Ikhwan". Washington finirebbe per commettere un errore madornale, come è avvenuto in precedenza in Iraq. Ben sapendo, peraltro, che anche lo stesso presidente al Sissi non è certo esente da colpe.

Il fallimento di una strategia
Ripercorrendo il tempo del regno di re Abdallah, l'esperto franco-libanese ricorda che Bandar ben Sultan per contrastare l'Iran e la Russia ha scelto per diversi anni di sostenere in modo massiccio le organizzazioni wahabite estremiste, in particolare in Iraq e Siria. Fra queste vi sono proprio al Qaeda e, soprattutto, lo Stato islamico con il suo progetto del Califfato.
Lo studioso sottolinea due elementi sorprendenti della strategia perseguita a lungo dall'ex responsabile dei servizi sauditi: la diffidenza - per non dire l'odio aperto contro l'amministrazione democratica americana, e contro gli Stati Uniti in generale. Questo atteggiamento potrebbe risultare sorprendente, sapendo che Bandar ben Sultan - durante il lungo soggiorno come ambasciatore a Washington - aveva stretto forti legami con la classe politica statunitense, oltre che con il gotha dello star system americano. Con una menzione particolare per la famiglia Bush e i magnati dell'industria militare a stelle e strisce.
Forse un giorno torneremo sui motivi profondi, "intimi" dell'anti-americanismo che albergano in Bandar, nella moglie e nella sua cerchia (il clan degli Al-Faisal). Per l'esperto non pare plausibile l'ipotesi che l'uomo e quello che egli rappresentava siano stati colpiti dagli attentati del 2001 negli Stati Uniti o, più di recente, dalle decapitazioni di cittadini americani.

"Rivoluzioni democratiche" 
Un altro elemento attira la nostra attenzione, per quanto concerne la politica seguita da Bandar ben Sultan negli ultimi mesi: egli temeva che il presidente Obama potesse sollevare "rivoluzioni democratiche" guidate dai Fratelli musulmani nella penisola arabica e nel regno stesso... Al punto da correre il rischio di favorire la conquista dello Yemen da parti degli sciiti Houthi pro-Iran, perché ciò avrebbe messo all'angolo i membri di Al-Islâh, la potente branca yemenita dei Fratelli musulmani!
In breve, dal 25 gennaio il nuovo re Salman d'Arabia e il suo clan Soudeyri - che trae le proprie origini dalla sposa prediletta del fondatore della dinastia, Ibn Saud - hanno imposto una svolta netta, in collaborazione con il presidente americano sbarcato a Riyadh per la cerimonia di intronizzazione, accompagnato da dozzine di alti funzionari, funzionari dell'intelligence ed esperti.
La "nuova" strategia congiunta americano-saudita sarebbe quella di ripristinare la Fratellanza musulmana, come forza di influenza in tutto il mondo arabo. Il tutto, potendo contare sul sostegno di due storici protettori della Fratellanza: Qatar e Turchia.

Il breve e il lungo periodo 
Quali sono le ragioni di questa nuova svolta? Nel breve periodo, se possibile, il presidente Obama vuole annientare lo Stato islamico, divenuto il nemico numero uno dell'America. Per questo può già contare sui curdi di Siria e Iraq (che non smette di armare) e sugli sciiti irakeni (sostenuti dall'Iran e da Hezbollah).
In Iraq Obama e i suoi alleati stanno preparando con cura la riconquista di Mosul, la grande metropoli sunnita della piana di Ninive. Una partecipazione dei Fratelli musulmani e delle tribù sunnite irakene in quest'assalto sembra indispensabile.
In Yemen, di fronte agli Houthi sciiti, al Qaeda, asserragliata nel sud e a est, pretende di incarnare essa sola "la resistenza sunnita". Per gli americani, è tempo di resuscitare al-Islâh (i Fratelli musulmani e le tribù) per offrire un'alternativa a quel 55% di sunniti yemeniti.
In Egitto, Obama spera di riconciliare il presidente Sissi e i Fratelli musulmani per fermare l'avanzata dei jihadisti wahabiti, che moltiplicano attacchi e attentati, soprattutto nel Sinai e nelle grandi città.
Anche in Libia un riavvicinamento fra i Fratelli e l'alleanza diretta dal generale Haftar (Cia) potrebbe forse rallentare la crescita di Daesh e di Ansar al Sharia, che minaccia il Sahel e il Magreb.
Ecco dunque che oggi, agli occhi del presidente Obama, solo i Fratelli musulmani - presenti in tutti i Paesi arabi, ben organizzati e presunti "moderati", disposti a collaborare con Washington - sono in grado sul versante sunnita di sfidare lo Stato islamico, in un periodo in cui il mondo arabo, diversi milioni di sunniti, è sensibile ai richiami dai toni radicali del wahabismo.

Nel lungo periodo, gli Stati Uniti vogliono - secondo quanto emerge da numerosi elementi - ridisegnare la carta del Medio oriente, favorendo la nascita di Stati federali fragili (sullo stile della Bosnia), associando fra loro diverse componenti etniche e religiose. Con l'obiettivo di garantire la sicurezza di Israele.
Se si riveleranno alleati "credibili", i Fratelli musulmani saranno chiamati a rappresentare, almeno in parte, la componente araba sunnita nei diversi Paesi coinvolti.
Le tattiche e strategie degli Stati Uniti a cosa conducono? Lo Stato islamico sarà sconfitto? I Fratelli saranno un alleato efficace e accomodante verso l'Occidente? L'attualità non tarderà a fornirci le risposte.

http://www.asianews.it/notizie-it/Con-Riyadh,-Ankara-e-Doha,-Washington-%E2%80%9Cresuscita%E2%80%9D-i-Fratelli-musulmani-contro-lo-Stato-islamico-33699.html

15 mars 2015 : Journée mondiale de prière pour la Syrie

Appel au monde entier : « Assez ! Assez ! Assez de la guerre en Syrie ! »

L’appel du Patriarche Grégoire III :

« Le carême est un chemin de croix, et les pays arabes en sont à leur cinquième année de chemin de croix. La tragédie que nous vivons aujourd’hui est la plus importante depuis la seconde guerre mondiale. Nous sommes désemparés devant la douleur et la souffrance de toutes les communautés chrétiennes et musulmanes de notre peuple. Tout le monde a été touché par la pauvreté, la faim, le froid, le manque de vêtements, les maladies et invalidités
Du plus profond de nos souffrances et de notre douleur en Syrie, nous crions avec notre peuple qui souffre, qui marche sur le chemin sanglant de la Croix, et lançons un appel au monde entier : Assez ! Assez ! Assez de la guerre en Syrie ! 
Nous croyons en la puissance de la prière et nous appelons à une journée de solidarité avec la Syrie, une journée de prière pour l’espérance et la paix en Syrie. »

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