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martedì 19 agosto 2014

L'intervista papale: Iraq, Kurdistan (e magari Siria)


Piccole Note, 19 agosto  '14

Al ritorno da Seoul papa Francesco ha risposto ai giornalisti che lo hanno accompagnato nel corso della sua visita apostolica. Interpellato sulla crisi che sta devastando l’Iraq e su un possibile intervento armato esterno, ha risposto: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso dire soltanto che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo fermare, non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito, ma dobbiamo avere memoria pure di quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata l’idea delle Nazioni unite e là si deve discutere e dire: “C’è l’aggressore ingiusto? sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto quello, niente di più».

Parole che appaiono scontate quelle del Papa, ma che scontate non sono affatto. In effetti l’unico grande assente di questo conflitto finora sono state le Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare in ausilio alle forze curde che hanno ripreso la grande diga di Mosul, sito strategico che controlla il più grande bacino idrico del Paese. L’Europa ha deciso di inviare armi ai curdi. Ma tutto avviene nei confini di decisioni prese in ambito occidentale. In casi meno eclatanti l’Onu si era riunito, aveva deliberato, inviato forze di interposizione. Ma ad oggi restano solo le doglianze del segretario generale e di altri funzionari per gli eccidi e le tragiche malversazioni che accompagnano l’avanzata delle forze del Califfato. Eppure è chiaro che questa crisi non può risolversi con l’invio di armi ai peshmerga curdi o con la creazione di un governo più inclusivo a Bagdad, dopo la “destituzione volontaria” del premier Al Maliki (al quale si rimproverava una gestione settaria del Paese, causa di malcontento tra i sunniti).

L’IS non è un mostro autoctono, ma ha legami internazionali che lo collegano ai vari gruppi jihadisti e alle monarchie del Golfo, oltre ad altri legami più o meno inconfessabili. Un mostro globale quindi che come tale va affrontato. E la sede Onu sarebbe la più opportuna. Ma in quella sede potrebbero essere avanzate proposte per fermare, la parola che ha usato il Papa, i finanziamenti che, cospicui, affluiscono dai Paesi del Golfo (o da altrove) nelle casse dei terroristi.
Inoltre potrebbero essere emanate sanzioni vincolanti contro chi acquista le risorse energetiche che i miliziani in camicia nera hanno depredato e vendono sottobanco. Tanti interessi in ballo, un problema per tanti e potenti.

All’Onu inoltre l’Occidente, che si sta mobilitando in maniera disconnessa per intervenire in una tragedia di cui porta enormi responsabilità (guerra del Golfo), sarebbe costretto a coordinarsi con altri Stati che forse hanno più possibilità di agire con efficacia, ma che considera se non nemici, quantomeno non validi interlocutori, vedi Siria e Iran. Infine sarebbe costretto a dialogare con Putin, riaprendo al presidente russo quelle porte che sta tentando in tutti i modi di chiudergli in faccia. Così l’Onu non viene convocato e, come altre volte, l’Occidente si muove da gendarme del mondo, magari cercando, e trovando, indispensabili sinergie occulte con Teheran e Damasco che hanno il limite di essere momentanee e sono abitate inevitabilmente dall’ambiguità e dalla diffidenza reciproca.

Il passato insegna, come accenna Francesco, che troppo spesso i gendarmi si sono alla fine dimostrati ladri: di vite innocenti, di futuro, di risorse altrui. Certo la tragedia va fermata e può anche essere un passo necessario in questo momento fornire armamenti ai curdi. Ma è una misura che non risolve, anzi può creare ulteriori problemi. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmaier, come riporta l’Osservatore romano di ieri, ha affermato che «uno Stato curdo indipendente destabilizzerebbe ancora di più la regione e contribuirebbe alla nascita di nuovi conflitti». 
Se ha lanciato questo monito è perché alcuni ambiti, non solo curdi, stanno accarezzando l’idea di profittare di questa tragedia per dare vita a tale Stato, lacerando definitivamente l’Iraq e piantando nel cuore del Medio Oriente un elemento di criticità ulteriore. L’offensiva curda contro l’Is, accompagnata dal sostegno dell’Occidente, non farà che rafforzare questo progetto. Così che l’apparente vittoria contro i sanguinari teatranti del Califfato, semmai ci sarà e come avverrà, sarebbe foriera di nuovi lutti e tragedie.

«Diventa sempre più evidente che la soluzione delle crisi del Medio Oriente potrà essere solo globale», concludeva Roberto Toscano sulla Stampa di ieri la sua analisi sul conflitto iracheno. Conclusione che facciamo nostra.



Papa Francesco: “La Preghiera per la Pace non è stata un fallimento”




Al ritorno da Seoul papa Francesco ha risposto ai giornalisti che lo hanno accompagnato nel corso della sua visita apostolica. Interpellato sulla crisi che sta devastando l’Iraq e su un possibile intervento armato esterno, ha risposto: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso dire soltanto che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo fermare, non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito, ma dobbiamo avere memoria pure di quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata l’dea delle Nazioni unite e là si deve discutere e dire: “C’è l’aggressore ingiusto? sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto quello, niente di più».
Parole che appaiono scontate quelle del Papa, ma che scontate non sono affatto. In effetti l’unico grande assente di questo conflitto finora sono state le Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare in ausilio alle forze curde che hanno ripreso la grande diga di Mosul, sito strategico che controlla il più grande bacino idrico del Paese. L’Europa ha deciso di inviare armi ai curdi. Ma tutto avviene nei confini di decisioni prese in ambito occidentale. In casi meno eclatanti l’Onu si era riunito, aveva deliberato, inviato forze di interposizione. Ma ad oggi restano solo le doglianze del segretario generale e di altri funzionari per gli eccidi e le tragiche malversazioni che accompagnano l’avanzata delle forze del Califfato. Eppure è chiaro che questa crisi non può risolversi con l’invio di armi ai peshmerga curdi o con la creazione di un governo più inclusivo a Bagdad, dopo la “destituzione volontaria” del premier Al Maliki (al quale si rimproverava una gestione settaria del Paese, causa di malcontento tra i sunniti).
L’Is non è un mostro autoctono, ma ha legami internazionali che lo collegano ai vari gruppi jihadisti e alle monarchie del Golfo, oltre ad altri legami più o meno inconfessabili. Un mostro globale quindi che come tale va affrontato. E la sede Onu sarebbe la più opportuna. Ma in quella sede potrebbero essere avanzate proposte per fermare, la parola che ha usato il Papa, i finanziamenti che, cospicui, affluiscono dai Paesi del Golfo (o da altrove) nelle casse dei terroristi. Inoltre potrebbero essere emanate sanzioni vincolanti contro chi acquista le risorse energetiche che i miliziani in camicia nera hanno depredato e vendono sottobanco. Tanti interessi in ballo, un problema per tanti e potenti.
All’Onu inoltre l’Occidente, che si sta mobilitando in maniera disconnessa per intervenire in una tragedia di cui porta enormi responsabilità (guerra del Golfo), sarebbe costretto a coordinarsi con altri Stati che forse hanno più possibilità di agire con efficacia, ma che considera se non nemici, quantomeno non validi interlocutori, vedi Siria e Iran. Infine sarebbe costretto a dialogare con Putin, riaprendo al presidente russo quelle porte che sta tentando in tutti i modi di chiudergli in faccia. Così l’Onu non viene convocato e, come altre volte, l’Occidente si muove da gendarme del mondo, magari cercando, e trovando, indispensabili sinergie occulte con Teheran e Damasco che hanno il limite di essere momentanee e sono abitate inevitabilmente dall’ambiguità e dalla diffidenza reciproca.
Il passato insegna, come accenna Francesco, che troppo spesso i gendarmi si sono alla fine dimostrati ladri: di vite innocenti, di futuro, di risorse altrui. Certo la tragedia va fermata e può anche essere un passo necessario in questo momento fornire armamenti ai curdi. Ma è una misura che non risolve, anzi può creare ulteriori problemi. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmaier, come riporta l’Osservatore romano di ieri, ha affermato che «uno Stato curdo indipendente destabilizzerebbe ancora di più la regione e contribuirebbe alla nascita di nuovi conflitti». Se ha lanciato questo monito è perché alcuni ambiti, non solo curdi, stanno accarezzando l’idea di profittare di questa tragedia per dare vita a tale Stato, lacerando definitivamente l’Iraq e piantando nel cuore del Medio Oriente un elemento di criticità ulteriore. L’offensiva curda contro l’Is, accompagnata dal sostegno dell’Occidente, non farà che rafforzare questo progetto. Così che l’apparente vittoria contro i sanguinari teatranti del Califfato, semmai ci sarà e come avverrà, sarebbe foriera di nuovi lutti e tragedie.
«Diventa sempre più evidente che la soluzione delle crisi del Medio Oriente potrà essere solo globale», concludeva Roberto Toscano sulla Stampa di ieri la sua analisi sul conflitto iracheno. Conclusione che facciamo nostra.

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