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lunedì 13 maggio 2013

Il cuore spezzato esige riconciliazione

“La preghiera di un cuore spezzato”: il cuore spezzato è quello della Siria dilaniato da oltre due anni di guerra civile che ha provocato anche l’annientamento di una tradizione, lunga secoli, di convivenza e armonia tra le sue diverse fedi ed etnie.



 Parla Gregorios III Laham. Si spera in un vertice risolutivo tra Putin e Obama. Grande preoccupazione per i due vescovi rapiti


S.I.R. - 13 Maggio 2013


Più di una dozzina di differenti denominazioni cristiane in Siria hanno invitato le Chiese del mondo intero a mobilitarsi nella preghiera sabato 11 maggio. “La preghiera di un cuore spezzato” è stata battezzata l’iniziativa, che va considerata molto importante, perché la prima promossa da tutte le comunità cristiane del Paese. Quattro sono state le intenzioni di preghiera: il ritorno della pace, la liberazione di tutti gli ostaggi, aiuto e sostegno ai bambini traumatizzati dalla guerra, aiuti umanitari per i profughi siriani. Gregorios III Laham, patriarca di Antiochia dei greco-melkiti, in Siria, ribadisce che “la pace in Libano, in Siria e in Terra Santa è un requisito per la pace regionale e mondiale, che realizza la convivenza e rende possibili le libertà che si propongono per l’umanità”.

“Percuotere il pastore e disperdere il gregge”. Alle sofferenze che la guerra civile infligge a tutto il popolo, per le comunità cristiane siriane si aggiunge anche la preoccupazione per la sorte di Mar Gregorios Yohannna Ibrahim e di Boulos al-Yazigi, i vescovi siro-ortodosso e greco ortodosso di Aleppo, finiti nelle mani di sequestratori non identificati, da molti giorni. Stessa sorte anche per due sacerdoti rapiti ormai da tre mesi e dei quali non si sa più nulla. “Ho fatto visita, nei giorni scorsi, al Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia e a quello siro-ortodosso di Antiochia a cui appartengono i confratelli vescovi rapiti e purtroppo non c’è nessuna notizia - dichiara al Sir Gregorios III Laham - la stampa riporta notizie contrastanti sulla loro sorte, difficile dare il giusto valore a queste informazioni. Non dimentichiamo che ad essere stati rapiti sono anche tantissimi nostri fedeli”. “Quella dei rapimenti è una vera piaga della Siria di oggi che - per il patriarca cattolico - assume una valenza dal chiaro valore simbolico poiché si collega al possibile futuro della Siria senza cristiani. Rapire due vescovi, dei sacerdoti ha un significato religioso e richiama il passo delle Scritture: ‘Percuoti il pastore e sia disperso il gregge’. Il rischio che la Siria perda la sua componente cristiana esiste ma dobbiamo nutrire la speranza di ricostruire il nostro Paese su basi di tolleranza, convivenza, rispetto reciproco. Vogliamo dare da cristiani il nostro contributo alla rinascita religiosa, morale, sociale e materiale della Siria”.

Il popolo soffre. Intanto da Aleppo, Damasco e altre città del Paese arrivano notizie di gravi sofferenze del popolo, i cui bisogni crescono ogni giorno di più. “Le nostre comunità locali, come anche il resto della popolazione, vivono in grande difficoltà e necessitano di aiuto e assistenza in ogni forma - spiega Gregorios III -. La Caritas è attiva da tempo nel fornire aiuto ma ogni Patriarcato, ogni parrocchia, ogni sacerdote è mobilitato per venire incontro ai bisogni sempre crescenti della gente soprattutto dei bambini. Nel mio Patriarcato, per esempio, per poter provvedere alle necessità delle persone occorrono almeno 50mila dollari al mese. Le nostre attenzioni si rivolgono verso i bambini, che sono quelli che soffrono di più”.

Un cambio di visione? Sul futuro Gregorios III si mostra “speranzoso”: “Riponiamo molta fiducia nei colloqui tra il Segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. Se troveranno un accordo, una piattaforma condivisa sulla crisi siriana, allora un buon passo verso la fine del conflitto sarà stato fatto. La stampa qui in Siria ne parla molto. Auspichiamo un incontro entro la fine del mese così che a giugno si possa tenere un summit tra Putin e Obama. La via negoziale, pacifica, diplomatica, lo ribadisco, è quella da perseguire e non quella delle armi e della violenza. Speriamo che i due Paesi possano accordarsi su come uscire dalla crisi e non su come ‘armare’ o ‘non armare’. Sembra che adesso se ne stiano convincendo i leader mondiali. Come Chiese sosteniamo da sempre questa visione e le parole del Papa ci confortano”.

Riconciliazione. La parola chiave per il patriarca melkita è “riconciliazione”, “mussalaha”, che è il nome di un movimento popolare non-violento nato nella società civile di Homs, una città martire. Esso ha saputo unire dal basso alawiti, sunniti, drusi, cristiani, sciiti, arabi: una riconciliazione di famiglie, di clan, di diverse comunità siriane che non parteggia per nessuna delle parti in lotta e che dimostra che una “terza via”, alternativa al conflitto armato è possibile. Un movimento appoggiato anche da tante personalità estere, tra queste anche alcuni Nobel per la pace come l’irlandese Mairead Maguire (1976). “La riconciliazione è la risposta della Chiesa alla violenza che bande armate straniere stanno seminando nel nostro Paese. La riconciliazione e il dialogo eviteranno che l’odio entri in maniera definitiva nei cuori della gente”, conclude Gregorios III.

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