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giovedì 8 novembre 2012

Cosa farà Obama?

Siria - Obama : Gli interrogativi e le  aspettative del mondo cattolico


SIR  8/11:

Conflitto israelo-palestinese, Siria, Iran, primavera araba, tanto per citarne alcuni, in che modo vedranno Obama impegnato in questo secondo mandato presidenziale? Daniele Rocchi, per il Sir, lo ha chiesto a Janiki Cingoli, direttore del Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente).
...Medio Oriente è anche Iran, la sua politica nucleare, la Siria in fiamme, la primavera araba…  “Riguardo all’Iran penso che Obama riconfermerà il tentativo negoziale. C’è stato, di recente, il segnale iraniano di sospendere le sue attività per l’arricchimento dell’uranio al 20%. Occorrerà vedere se la sua situazione interna consentirà all’Iran di aprire un po’ di più il tavolo negoziale e consentire una ripartenza del dialogo. Ricordo anche che il presidente Usa ha impedito a Israele, almeno fino a questo momento, di fare blitz unilaterali e credo continuerà su questa linea. Va sottolineato, poi, che l’insediamento di Obama coincide con la data delle elezioni in Israele, 22 gennaio 2013, in cui Netanyahu si presenta insieme al leader di destra Avigdor Lieberman, e questo non è molto rassicurante”.

Sulla Siria quale potrebbe essere l’impegno Usa?
“Credo che Obama non abbia nessuna intenzione d’impelagarsi direttamente nella crisi del Paese, al di là di un sostegno generico d’informazioni e di un po’ di armi ai ribelli. In Siria non c’è la lotta d’insurrezione di un popolo contro il tiranno ma una guerra civile tra componenti diverse della società. In una situazione simile si esce non con la vittoria di una parte sull’altra ma con una soluzione concordata di fuoriuscita”.

Altro file aperto sul tavolo di Obama è quello della primavera araba, ovvero della transizione in atto nel mondo arabo. Anche qui non mancano motivi di preoccupazione…
“È un dossier prioritario. La transizione, infatti, vede il consolidamento del controllo della componente sunnita dei Fratelli musulmani in tutta l’area, a partire dall’Egitto, passando per Marocco, Libia, Tunisia e Turchia. Obama ha appoggiato la fuoriuscita dei regimi autoritari ma il punto di approdo adesso è incerto e ciò rende difficile l’instaurazione di un rapporto con questa nuova e complessa realtà. Un’alleanza col fronte sunnita potrebbe essere il jolly per fronteggiare l’espansionismo sciita, ma a pesare ancora una volta è la mancata soluzione della questione palestinese che rientra in ambito sunnita così come Hamas, che sta registrando una crescente legittimazione, e i rapporti con l’Egitto che con Hamas ha un rapporto chiaro”.
http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_a.a_autentication?target=3&tema=Anticipazioni&oggetto=249663&rifi=guest&rifp=guest



MISNA 8/11

PRESIDENTE ASSAD, “VIVRÒ E MORIRÒ IN SIRIA”

“Sono siriano, vivrò e morirò in questo paese”: pesano come pietre le parole pronunciate dal presidente siriano Bashar al Assad, sui tentativi dell’inviato Lakhdar Brahimi di intavolare un negoziato che preveda l’avvio di una transizione politica, mentre l’opposizione pone come condizione al dialogo la deposizione del presidente.
“Non sono una marionetta. Non sono stato fabbricato in Occidente per finire in Occidente o in un altro paese che non sia il mio” ha dichiarato il presidente all’emittente russa in lingua araba Roussiya al youm dopo che ieri il primo ministro inglese David Cameron aveva aperto alla possibilità di garantire un salvacondotto ad Assad e alla sua famiglia se questo potesse mettere fine alle violenze.
“Di certo non gli offro la possibilità di venire in Gran Bretagna – aveva detto Cameron – ma se vuole, potrebbe lasciare il paese, la cosa si potrebbe organizzare”.
Presentando la Siria come l’ultimo “bastione della laicità, della stabilità e della coesistenza” nella regione, Assad ha aggiunto che il costo di un’invasione straniera nel paese “sarebbe così alto che nessuno al mondo potrebbe sostenerlo”.
Una visione condivisa dal quotidiano al Baath, voce del partito al potere a Damasco, che esprime la previsione che l’amministrazione americana possa considerare una soluzione politica alla crisi dopo la rielezione del presidente Barack Obama.
“Per quanto riguarda la Siria, si prevede che l’amministrazione degli Stati Uniti sotto il secondo mandato di Obama potrebbe prendere in considerazione una soluzione politica in generale e in particolare la Convenzione di Ginevra” sottolinea il quotidiano in un editoriale dal titolo “Che succede dopo la vittoria di Obama”.
L’autore dell’articolo motiva la sua ipotesi con una serie di fattori, e principalmente “il rifiuto di Obama di spingere il suo paese in una nuova guerra dopo quello che ha lasciato intendere nel suo discorso della vittoria quando ha detto che ‘ci stiamo lasciando alle spalle un decennio di guerra”.
“Dopo aver tirato un sospiro di sollievo quando le sue truppe hanno lasciato l’Iraq – sostiene il quotidiano – Obama non può pensare a una nuova avventura militare che minaccia di infiammare l’intera regione”.
 
 
 
 
AsiaNews

Brahimi: la Siria sta diventando una nuova Somalia


"La Siria potrebbe divenire una nuova Somalia". È quanto afferma Lakhar Brahimi, inviato speciale di Onu e Lega Araba in Siria in un'intervista rilasciata al quotidiano al-Hayat. Secondo il diplomatico, il conflitto si sta trasformando in una guerra di usura dove milizie paramilitari e signori della guerra potrebbero avere la meglio in caso di un collasso del regime. Le dichiarazioni di Brahimi giungono a pochi giorni dal fallimento del cessate il fuoco proposto da Onu e comunità internazionale in occasione della festa islamica dell'Eid al-Adha. L'inviato speciale sottolinea che "si teme la divisione del Paese vari Stati basati sull'etnie e l'appartenenza religiosa, ma io non voglio che ciò accada".

La "somalizzazione" della Siria potrebbe destabilizzare tutta la regione e costringere a un intervento internazionale per prevenire un conflitto su larga scala. Oggi, James Cameron, Premier britannico in visita negli Emirati Arabi per sottoscrivere contratti militari, ha dichiarato di voler concedere ad Assad un salvacondotto e un processo equo davanti a una corte internazionale se si dimetterà e porrà fine alle violenze contro i civili.

In questi giorni, i bombardamenti dell'esercito regolare e gli attentati dinamitardi dei guerriglieri ribelli hanno colpito le principali città del Paese, facendo più di duecento morti fra i civili. Ieri, nella capitale un'autobomba è esplosa nel quartiere di Mezzah Jana, uccidendo 11 persone fra cui molte donne e bambini, Gli scontri fra ribelli e regime si sono spinti fino alle alture del Golan, pattugliate senza sosta dall'esercito dello Stato di Israele. Ieri sera una jeep dei militari israeliani è stata colpita da proiettili vaganti, facendo salire ancora di più la tensione fra i Paesi confinanti

Intanto, si accende il dibattito futuro del Paese, in guerra dal marzo 2011. Domani si concluderà l'Asseblea Generale del Consiglio nazionale Siriano, (Cns), principale piattaforma degli oppositori in esilio. Ieri sera, alla vigilia dell'incontro Abdel Basset Sayda, capo dell'Snc ha dichiarato "che partecipa con gioia all'incontro. Ma vorremmo sottolineare fin dall'inizio la necessità di mantenere il SNC, come la pietra angolare dell' opposizione siriana", La riunione è iniziata ieri a Doha (Qatar) e terminerà domani. Il gruppo dei ribelli, rappresentando in gran parte dall'Snc, rifiuta qualsiasi soluzione che vede Assad ancora seduto in posto di potere. A tutt'oggi gli unici che ancora difendono Assad sono: Russia, Cina e Iran. In visita in Giordania, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ribadito oggi la pericolosità di uno Stato nelle mani di ribelli armati, che continuano ad essere finanziati da Qatar e Arabia Saudita. Secondo il diplomatico i ribelli del Free Siryan Army avrebbero ottenuto dall'estero ben 50 missili Stinger da lanciare contro i jet dell'esercito e colmare in tal modo lo svantaggio strategico di non disporre di aerei ed elicotteri, forniti invece dalla stessa Russia, che ha legami con il Paese dai tempi dell'Unione Sovietica.
 
 
 
 
IL SUSSIDIARIO 8/11
 

Farouq: il doppio gioco di Obama ha distrutto la credibilità  dell’Occidente

 Intervista di Pietro Vernizzi
....
Professor Farouq, sbaglio o la vittoria di Obama non l’ha affatto entusiasmata?
In realtà sia Obama sia Romney purtroppo seguono la stessa politica di compromesso nei confronti del Medio Oriente. Il principale problema della politica estera degli Stati Uniti è il fatto di essere pragmatica e non morale.
La Casa Bianca in Egitto si è limitata a salire sul carro del vincitore, senza badare di chi si trattasse. Il bene del popolo egiziano per Washington è un aspetto secondario, come pure la libertà e la democrazia. Ciò che conta sono solo i benefici e gli interessi degli Stati Uniti. La moralità è quanto di più abusato vi sia in politica estera, e Obama non farà certo la differenza, come non l’avrebbe fatta Romney del resto.

Al pragmatismo di Obama avrebbe preferito la moralità di Bush, che ha scatenato una guerra contro Saddam Hussein?
 Non sono affatto d’accordo con chi afferma che l’intervento americano in Iraq
sia stato dettato da motivazioni ideali. Nessuna guerra è morale, come all’epoca
ricordò giustamente il Santo Padre Giovanni Paolo II.

In pochi nel mondo arabo si ricordano di quella presa di posizione di Wojtyla …
l problema dell’Occidente è la manifesta immoralità della sua politica estera
in Medio Oriente. E’ questo a fare sì che la testimonianza delle civiltà occidentali e del cristianesimo non sia accettata dalle popolazioni musulmane. I peggiori pregiudizi contro i cristiani nascono dal fatto di vedere il dualismo e la duplicità della politica estera dei Paesi occidentali.

Può spiegare meglio in che cosa consiste questo dualismo americano?
 Innanzitutto, non sono gli Stati Uniti a essere immorali, bensì la politica estera verso il Medio Oriente di quanti si sono succeduti alla Casa Bianca negli ultimi 20 anni. In questo lungo periodo sono salite al potere diverse amministrazioni, democratiche e repubblicane, senza che cambiasse alcunché nella loro politica estera verso i Paesi arabi.

Eppure non capisco: è giusto o sbagliato che gli Usa abbiano preso posizione
contro dittatori come Saddam Hussein o Assad?

Il problema sono i due pesi e le due misure di Washington. Saddam ovviamente era un dittatore, ma il Re dell’Arabia Saudita Abdullah non è da meno. Mentre parliamo è in corso una rivoluzione in Kuwait, il 15/20% della popolazione è scesa in strada a protestare ma nessuno ha nemmeno dato la notizia. Arabia Saudita, Kuwait e Qatar sono la fonte di tutti i mali nel mondo islamico. Sono loro per esempio a finanziare gli imam più fondamentalisti in tutti i Paesi, inclusa l’Italia. Eppure in Occidente nessuno condanna il comportamento di questi tre governi che sono in prima linea nella lotta contro i diritti umani.

Difficile operare una distinzione tra l’Islam e l’Arabia Saudita, il Paese
musulmano per antonomasia …

Europa e Stati Uniti continuano a ripetere: “Non possiamo interferire in questi Paesi, perché l’Islam è ovunque così”. Invece non è vero, esistono tanti musulmani moderati ma in Occidente nessuno fa nulla per aiutarli perché questo andrebbe contro gli interessi americani in Medio Oriente.

Quale dovrebbe essere invece il ruolo dell’Occidente in Medio Oriente?
 Vorrei che fosse chiaro che sono contrario a qualsiasi intervento americano in
Egitto, sia che esso avvenga per buone o per cattive ragioni. E ritengo che sia
la stessa posizione della maggior parte degli egiziani. Ciò che abbiamo bisogno
dall’Occidente è che testimoni i suoi valori e il suo grado di civilizzazione
nelle sue relazioni con il Medio Oriente, e che smetta di reagire agli eventi
secondo i loro interessi in continuo cambiamento. Il vero e più importante
interesse per le persone occidentali dovrebbe essere quello di fare sì che
questi valori siano vissuti, perché è l’unico modo affinché le nostre differenze
arricchiscano la nostra umanità senza bisogno di inutili compromessi.

E quindi?
 Il punto è la differenza tra “reazione” e “risposta”. La reazione significa che
sei prigioniero di qualsiasi evento indipendente dalla tua morale, cultura e
civilizzazione. Mentre la risposta significa che sei in grado di formulare un
giudizio, in modo che gli eventi diventino parte della tua pratica per i tuoi
valori e la tua cultura. E’ un esempio che abbiamo bisogno di vedere, e quindi
ciò che speriamo realmente di vedere è che la politica americana passi dalla
“reazione” alla “risposta”.
 http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2012/11/8/EGITTO-Farouq-il-doppio-gioco-di-Obama-ha-distrutto-la-credibilita-dell-Occidente/335795/
 

 
 
La Perfetta Letizia
 

Davanti al dramma della Siria è ora di fare i conti con i volti delle vittime 

La popolazione civile sta pagando il prezzo più alto e la diplomazia langue
 
di Patrizio Ricci
...
Il giornale britannico Guardian riferisce che nei loro recenti dibattiti Romney e Obama, d’accordo su pochissime cose, concordano invece che “le sanzioni devono essere aumentate, e deve aumentare il sostegno per l'opposizione armata , mentre le armi devono andare solo ai in moderati”. Non vi è alcuna menzione di un cessate il fuoco, né delle iniziative dell'ONU, né della mediazione di Brahimi, né di una soluzione politica. Questa posizione rispecchia purtroppo quella della comunità internazionale, almeno di quella che conta. La linea decisa da Europa, Stati Uniti e paesi del Golfo dopo i ripetuti veti russo e cinese ad un intervento militare diretto ‘stile Libia’ non ha privilegiato la diplomazia. Anziché sostenere l’opposizione moderata che ha rifiutato la lotta armata, sono stati espulsi gli ambasciatori siriani e sono falliti sul nascere tutti i tentativi riconciliazione e di mediazione. Sono state invece adottate iniziative parallele che hanno discreditato l’ONU e che hanno galvanizzato la guerriglia, sicura di un intervento NATO imminente. Quest’atteggiamento si è tradotto sin dall’inizio in azioni concrete di supporto politico, finanziario e militare. Tenendo conto invece della fallimentare esperienza irachena, si sarebbe dovuta considerare la pericolosità di incoraggiare e mettere in atto processi di cui è difficile prevede gli esiti, ma così non è stato.
Le conseguenze sono terribili: i campi profughi in Libano, Giordania, Iraq e Turchia s’infoltiscono di giorno in giorno di gente che fugge, mentre il numero delle vittime cresce. I generi di prima necessità, già scarsi per il conflitto, con l’embargo sono diventati introvabili e quelli ancora reperibili hanno prezzi vertiginosi che li rendono inaccessibili per la maggior parte della popolazione.
Dire queste cose oggi è impopolare e criticare non le motivazioni della protesta ma la sua attuazione pratica è quasi proibito. Chi suggerire la ragionevolezza e la riconciliazione secondo gli accordi di Ginevra rischia di essere tacciato come pro-Assad. Ognuno insomma considera la parte rivale una malattia da distruggere, ma non si accorge che, accanendosi sulla malattia, il corpo, quello che dovrebbe essere l’oggetto delle cure, è moribondo. Finora ha prevalso l’insensatezza, ma l’unica vera via d’uscita resta una soluzione politica che preveda una transizione democratica, magari succedanea ad una riforma delle istituzioni statali; deve essere quindi avviato un processo politico in cui tutte le componenti sociali siano rappresentate. Se così non fosse le conseguenze materiali si farebbero sentire a lungo, la concordia tra le componenti della variegata società siriana sarebbe sempre più una chimera e la libertà e la democrazia occasioni perdute.
 
 

 

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