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lunedì 15 ottobre 2012

In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi... Seconda parte

I MARISTI DI ALEPPO: ATTIVITA' CON I RIFUGIATI


Haaj! Basta!
Il viaggio di un salesiano tra i cristiani di Damasco, Kafroun e Aleppo
Il racconto di don Munir El Rai, ispettore dei salesiani del Medio Oriente, siriano che vive a Gerusalemme ed ha visitato nelle ultime settimane le comunità salesiane della Siria

... A Beirut ho potuto trattare a lungo con i Salesiani la questione delle famiglie cristiane di Aleppo che chiedono di essere accolte in Libano. Molte famiglie di cristiani siriani vorrebbero trovare rifugio dalla guerra emigrando in Libano, paese molto ambito a causa della forte presenza cristiana e della possibilità di trovare lavoro, e quindi di emigrare in altri paesi, grazie alle numerose ambasciate straniere. L’alto costo della vita in Libano è però un ostacolo per queste famiglie che si rivolgono alle comunità salesiane siriane, chiedendo di essere accolti presso i Salesiani del Libano. Ho quindi chiesto ai Salesiani del Libano di preparare un progetto di emergenza per l’accoglienza dei profughi siriani, come si era fatto con i libanesi durante la guerra libanese.
La mattina di mercoledì 26 settembre ho intrapreso il viaggio via terra per Damasco con un’auto di servizio pubblico. Durante il viaggio ho potuto dialogare con le persone che condividevano l’auto con me, ed abbiamo parlato a lungo della condizione dei profughi siriani il Libano, della sofferenza in cui ora vive la popolazione.
Il mio arrivo a Damasco, alle ore 12.30, è coinciso con la fase finale dell’attacco al Ministero della Difesa: l’intera città era in allerta e piena di posti di blocco dell’esercito. Questo mi ha dato un assaggio del clima di paura, tristezza e insicurezza che si respira nella capitale siriana. A causa dell’attacco, solo con grande difficoltà sono riuscito a raggiungere il Centro Salesiano. A Damasco ho incontrato i confratelli della comunità e ho potuto dialogare a lungo con loro. La comunità è composta di quattro confratelli: il direttore egiziano, due italiani, e un giovane sacerdote venezuelano. Abbiamo parlato a lungo della vita comunitaria a Damasco in questi momenti, delle loro attività con i giovani, e delle attività con gli sfollati, ospitati in varie scuole governative.
La comunità si trova in una zona abbastanza sicura e stanno cercando di dare segni di speranza ai giovani e alle famiglie, cercando di organizzare incontri formativi, spirituali e ricreativi. Il Centro sta diventando un’oasi di pace, condivisione e accoglienza, sempre più prezioso per i giovani della zona. Tutti i confratelli mi hanno confermato la loro ferma volontà di rimanere in Siria e di servire i giovani.
 In occasione della mia visita abbiamo rilanciato le visite nelle case delle famiglie dei bambini e dei ragazzi più giovani che non si recano al Centro per paura dei pericoli che incontrano lungo il cammino, cercando di sostenerli sia al livello spirituale che morale e materiale.
A Damasco ho avuto modo di incontrare vari giovani e le loro famiglie. Molti mi dicono “Haaj”, cioè “basta”. Basta violenza e tristezza, vogliamo solo la pace. Ho anche costatato che molti di loro hanno il forte desiderio di lasciare il paese. Questa visione di molti giovani che hanno perso tutte le loro speranze nell’avvenire e nel futuro del loro paese mi ha molto rattristato, in quanto costituisce il crollo di una vita di insegnamenti basati sulla fiducia nell’avvenire e mi ha rimandato all’immagine di una Siria senza cristiani e senza futuro, come sta capitando in altre zone del Medio Oriente.
 Il sabato 29 settembre sono partito con un bus dalla stazione di Damasco per recarmi a Tartous, città che si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il viaggio in autobus é stato complicato da un’avaria al motore del mezzo di trasporto che è andato a fuoco e ci ha lasciati in una zona di intensi scontri, da cui siamo partiti grazie all’intervento dell’esercito siriano che ha assicurato la prosecuzione del nostro viaggio con vari mezzi di fortuna.
 A Tartous ho incontrato il vescovo dei maroniti e il suo parroco, che ci hanno ringraziato dell’attività svolta dai Salesiani di Kafroun, che fanno parte della loro diocesi. Dopo pranzo sono partito per il nostro Centro di Kafroun, attraversando vari villaggi e trovando innumerevoli immagini di «martiri», morti negli scontri.
 Sono arrivato a Kafroun lo stesso giorno e sono rimasto fino alla mattina di martedì. Lì ho incontrato il salesiano che era stato destinato a questa casa per l’estate insieme a due giovani confratelli ed è poi rimasto nella Casa insieme ad un nuovo confratello che lo ha raggiunto per questa nuova missione. La casa salesiana di Kafroun è usualmente aperta solo durante l’estate, ma quest’anno abbiamo deciso di lasciare la casa aperta tutto l’anno per continuare ad ospitare gli sfollati di Aleppo: circa quaranta persone tra le famiglie dei confratelli salesiani, dei cooperatori e dei nostri giovani collaboratori. Attualmente il numero di questi sfollati sta aumentando rapidamente a causa dell’acuirsi degli scontri. La casa sta anche portando avanti attività educative e ricreative con i giovani sfollati provenienti dalla città di Homs, la più colpita dagli scontri. Il Centro é anche impegnato nell’attività oratoriana con i giovani della zona.
La vita comune degli sfollati e della famiglia salesiana è organizzata secondo uno stile familiare basato su un programma preciso che coordina i momenti di vita comune, quali i pasti, il lavoro e la preghiera. Gli ospiti sono impegnati nei lavori della casa, quali la manutenzione, la cura dell’orto, la cucina e la lavanderia, e nel lavoro pastorale con gli altri sfollati e con i ragazzi della zona. Nonostante queste famiglie siano qui al sicuro, sono sempre in ansia per i loro cari rimasti ad Aleppo e per l’incessante pensiero del futuro, diviso tra la paura per la casa e i parenti e amici rimasti in città, la voglia di fuggire all’estero e la speranza di poter tornare alle loro case.
Sono partito per Aleppo il pomeriggio del 2 ottobre, viaggiando su un autobus da venticinque posti insieme ad un cooperatore salesiano di Aleppo. L’autobus, già carico dei beni che gli sfollati portavano con sé, era anche carico di tensione e di timori per il viaggio, che ci avrebbe condotto attraverso le zone più colpite dagli scontri, e le aspettative degli sfollati che speravano di tornare alle loro zone di origine per cercare di raggiungere i propri cari. Uno dei problemi che ci siamo trovati a fronteggiare è stato quello della mancanza di benzina, giacché i distributori non sono più in funzione. Alla fine abbiamo risolto il problema tramite un viaggiatore che conosceva un venditore che ancora disponeva di risorse che teneva nascoste.
Lungo l’autostrada deserta si notavano i segni della guerra: macchine e carri armati bruciati, case colpite e abbandonate, vari blocchi stradali da parte dell’esercito siriano che ci ha fermato per controllare i nostri documenti. Dopo un tratto di strada al di fuori del controllo dell’esercito siriano, ad un’ora da Aleppo, abbiamo incontrato un posto di blocco dei ribelli che ci hanno controllato i documenti e poi ci hanno fatto passare. Dopo un ulteriore posto di blocco dei ribelli abbiamo raggiunto Aleppo, consapevoli della fortuna di averla raggiunta senza essere stati colpiti. Prima della partenza tutti ci avevano avvertiti che il viaggio sarebbe andato “Ente wa hàzzak”, augurandoci cioè “Buona fortuna!”.
 Arrivati verso le 19.30, ci hanno accolto due salesiani siriani, un prenovizio siriano ed alcuni giovani che giocavano a pallavolo nel piccolo cortile. Tutti sono rimasti sorpresi e contenti di questa visita. Alle 21.00 abbiamo recitato una decina del Rosario.
Il mercoledì 3 ottobre, dopo la messa delle ore 7.00, abbiamo cominciato le lodi alle 7.30 e alle 7.40 il convento ha tremato, provocando la rottura di alcuni vetri, a causa di un grande attentato nella piazza principale di Aleppo, che dista 8 minuti di cammino dal convento. Alle ore 9.00 avrei voluto visitare, insieme ad un altro salesiano, il luogo dell’attentato che ha provocato circa 50 morti e più di cento feriti al centro di Aleppo; ma questo è stato impossibile, perché si temevano nuovi attentati. Abbiamo continuato la nostra visita ai quartieri cristiani, che sono attualmente colpiti da lanci di mortai, cecchini e autobombe.

Da questi quartieri provengono tutti i ragazzi ed i giovani che frequentano la casa Salesiana. Abbiamo riscontrato una grande atmosfera di tristezza, paura di essere colpiti da un momento all’altro, ansia di come fuggire e di come sopravvivere tra la mancanza di cibo, medicine, carburante, per di più con il carovita che ha toccato tutti i beni di consumo.
Lungo la strada siamo stati riconosciuti da molti oratoriani che ci hanno invitato nelle loro case e ci hanno raccontato le loro storie. Un bambino che conoscevo e che frequenta l’oratorio mi ha raccontato che la sua famiglia si stava organizzando per partire, lasciando suo padre a guardia della propria casa. Il ragazzo, che tutti ricordavamo perché molto vivace, mi ha spiegato che sapeva essere molto pericoloso viaggiare, se portava con sé segni che potessero ricondurre all’appartenenza ad uno delle due parti in lotta, quali bandiere della Siria, distintivi, canti e poesie ecc. Ha concluso mostrandomi, in gran segreto, come aveva nascosto una bandiera della Siria nelle scarpe per poterla portare con sé senza essere scoperto, spiegandomi il gesto dicendo “Io amo la Siria”, e “desidero presto tornare in Siria”.
Visitando una officina meccanica di un nostro giovane con suo padre ho chiesto di che tipo di aiuto avesse bisogno, mi ha risposto che il primo aiuto di cui hanno bisogno é un forte segno di sostegno spirituale e morale da parte della Chiesa, ed in un secondo momento il sostegno della solidarietà materiale. Abbiamo visitato tanti giovani pieni di paura, di tristezza e di insicurezza per la sopravvivenza delle proprie famiglie.
Ci hanno detto che la nostra guerra è una guerra fatta non solo da atti di violenza, ma psicologica e morale. Le strade sono piene di blocchi e di gente e vetture armate, si vedono armi dappertutto. Al pomeriggio, tornando all’oratorio ho incontrato varie famiglie con i loro ragazzi e qualche giovane. Tutti ormai parlano il linguaggio della guerra, i bambini conoscono i nomi delle armi, e quando avviene una esplosione riconoscono il tipo di arma usata. Purtroppo, quando sentivamo colpi di armi, mi dicevano: “E’ normale” e “ci siamo abituati”. I bambini e i ragazzi non vanno a scuola, perché le scuole sono state colpite o occupate dagli sfollati, solo poche scuole sono aperte in alcuni quartieri meno colpiti.
In serata si intensificava il ritmo delle esplosioni, spari e colpi di armi pesante che ti facevano addormentare con un enorme senso di precarietà. I ragazzi dicevano che sognavano di addormentarsi, svegliarsi e trovare che tutto era risolto. Ad Aleppo ho potuto effettuare vari incontri con la comunità salesiana e abbiamo parlato a lungo di come continuare a sostenere i giovani e le loro famiglie in questa emergenza, a livello sia spirituale che materiale.
 La casa di Aleppo si è pure trasformata in un’oasi di pace. I pochi giovani e i ragazzi con le loro famiglie arrivano a partire dalle 16.30 e restano fino alla sera. Dopo un pomeriggio di giochi e di condivisione delle proprie vicende e delle proprie sofferenze, la giornata termina con una preghiera alla Madonna.
I Salesiani con l’aiuto dei cooperatori ed i collaboratori laici avevano iniziato le attività con gli sfollati presso le scuole statali, ma questa attività era stata poi interrotta a causa di alcune minacce. Attualmente le attività sono ricominciate anche grazie ad un gruppo di giovani sacerdoti di diversi riti che si sono uniti nell’aiuto ai ragazzi e alle famiglie sfollate. Anche vari gruppi di laici si stanno organizzando per riprendere questo tipo di lavoro.
 Questo, il valore di donarsi agli altri e il fatto di credere ancora nella convivenza, un tempo orgoglio della Siria, è uno dei segnali di speranza che ho trovato durante il mio viaggio.
 Sono partito da Aleppo il 7 ottobre recandomi con un taxi speciale verso l’aeroporto per prendere il volo per Damasco. Anche questo tragitto è stato molto pericoloso, al punto che il taxi è costato più del volo aereo, a causa dei grossi rischi che l’autista ha corso per accompagnarmi.
Questo viaggio ha toccato la mia vita dal punto di vista umano, cristiano e salesiano. Mi ha portato a vedere gli orrori della guerra che con tanta rapidità ha portato distruzione, insicurezza, tristezza, odio e divisione nel mio paese. Mi ha anche mostrato l’animo degli uomini che con forza chiedono solo pace e sicurezza, ed hanno compreso che la soluzione può venire solo attraverso il dialogo. Ho anche assistito ad un forte ritorno alla fede e alla preghiera, e alla voglia di vivere, al punto che paradossalmente è aumentato il numero dei matrimoni.
Le sfide più grandi ora mi sembrano due. La prima è come sostenere la popolazione in questa fase di emergenza, di fronte all’attuale mancanza di aiuti umanitari, dettata anche dal fatto che il caso della Siria è trattato solo come un caso politico e mediatico, mentre viene trascurato il livello umanitario.
La seconda sfida è come cancellare l’odio dopo tanta violenza, quando finalmente la pace sarà ristabilita.
Vi chiedo, a nome dei tanti siriani che ho incontrato durante questo viaggio, di pregare per noi.
  8/10 /2012 Don Munir El Rai , Ispettore dei Salesiani nel Medio Oriente

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