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venerdì 2 marzo 2012

Una primavera piena di enigmi

L’allarme per il destino dei cristiani. I conflitti tra gruppi di potere che rischiano di degenerare in guerra civile.
Le occasioni perdute dei leader arabi e gli interventi interessati delle potenze occidentali. Intervista con Grégoire III Laham, patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, su tutte le incognite che assillano il Medio Oriente

Intervista con Grégoire III Laham di Gianni Valente - 30 Giorni


Grégoire III Laham, patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, ha la sua residenza abituale nel cuore della vecchia Damasco, a poche decine di metri dal luogo in cui san Paolo fu battezzato da Anania. Il suo è un punto d’osservazione unico per decifrare con occhi di vescovo quello che sta succedento in Siria.
Per indole, sua Beatitudine non è tipo da starsene tranquillo e silente davanti alle convulsioni che tormentano le vite dei suoi fratelli mediorientali, a cominciare dai cristiani. Già lo scorso marzo aveva convocato nella sede del Patriarcato quindici ambasciatori di nazioni occidentali e arabe residenti a Damasco: una consultazione aperta per discernere insieme l’apporto più lungimirante che la comunità internazionale avrebbe potuto fornire al superamento del conflitto siriano, per evitare che degenerasse in guerra civile. Poi, ad aprile, Grégoire ha raccolto spunti e suggerimenti emersi in quel colloquio in una lettera-documento, subito inviata a tutti i capi di Stato dell’area.
30Giorni ha incontrato il Patriarca dei Greco-Melkiti a Monaco di Baviera, dove Grégoire III ha preso parte al venticinquesimo Incontro internazionale di preghiera per la pace convocato nella capitale bavarese dalla Comunità di Sant’Egidio.


Il patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti Grégoire III Laham in occasione del venticinquesimo Incontro internazionale di preghiera per la pace organizzato a Monaco di Baviera dalla Comunità di Sant’Egidio lo scorso settembre [© Tino Veneziano]
Il patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti Grégoire III Laham in occasione del venticinquesimo Incontro internazionale di preghiera per la pace organizzato a Monaco di Baviera dalla Comunità di Sant’Egidio lo scorso settembre [© Tino Veneziano]
Tra i capi delle Chiese cristiane del Medio Oriente sembra crescere l’allarme per le possibili conseguenze della cosiddetta primavera araba.
GRéGOIRE III LAHAM: Per favore, evitiamo di confondere i problemi legati alle rivoluzioni di questi mesi con quelli connessi alle relazioni tra cristiani e musulmani. Quello aperto dalle rivoluzioni è uno scenario nuovo per il Medio Oriente, è piuttosto una questione di potere. E in contesti come quello della Siria le implicazioni religiose toccano soprattutto i rapporti dei musulmani tra di loro. I cristiani non sono di per sé un bersaglio. Ma se perdura una situazione di caos, di instabilità e di conflitto per il potere, le cose per i cristiani peggioreranno. In Medio Oriente è sempre avvenuto così. Nelle situazioni di caos e nelle rivoluzioni sanguinose i cristiani sono i primi a pagare, sempre e dovunque. “L’esperimento” iracheno è costato molto al piccolo gregge dei cristiani di quel Paese.
Cosa è riuscito a capire della situazione siriana?
L’unica cosa evidente è che a differenza di altri posti le rivolte non sono partite dal malcontento economico-sociale. In Siria era iniziato già dagli ultimi anni di potere di Assad padre un certo sviluppo nell’agricoltura, nell’industria, nella costruzione delle strade. C’era un sistema educativo e sanitario che ha garantito a tutti almeno l’alfabetizzazione e l’assistenza medica. Non si può realisticamente dire che a fare la rivoluzione sono i poveri.
E allora, cosa è successo?
Secondo me una radice della protesta è quella politica, con alcune implicazioni religiose. Nel partito Ba’ath che guida il Paese le leve del potere sono tutte in mano alla minoranza islamica alawita. I sunniti, che pure occupano l’ottanta per cento dei posti nella burocrazia statale, non controllano i posti-chiave.
Sui media occidentali tutto viene narrato in “bianco e nero”, come una battaglia per la libertà contro un regime dittatoriale.
C’è senza dubbio un desiderio generale di maggiore libertà politica. Ma c’è anche la contrapposizione di gruppi in lotta per avere in mano il controllo della situazione. E in questo anche il denaro gioca la sua parte.
Che vuol dire? Chi usa il denaro?
Le racconto un episodio. C’era una donna che faceva le pulizie a casa di un’anziana signora di mia conoscenza. A un certo punto, non si è fatta più vedere. L’anziana allora l’ha chiamata: cara, perché non vieni più da me? E quella le ha risposto: signora, io esco ogni giorno a manifestare una mezz’ora, e in tre giorni guadagno quello che lei mi dà per un mese… Anche a Derhaia una persona che conosco mi ha raccontato di giovani che uscivano a manifestare per una mezz’ora, con macchine fotografiche e cineprese, per poi tornare ognuno a casa propria. Insomma, c’è qualcosa di strano, di enigmatico.
Anche lei, Beatitudine, pensa che ci sia un complotto?
Non si tratta di tirare in ballo complotti. Ma certo ci sono manipolazioni e aspetti che rimangono enigmatici. Tutte le rivoluzioni del mondo arabo contengono questi elementi. Per quarant’anni i regimi di Mubarak e degli altri sono stati alleati riconosciuti dell’Occidente democratico, e poi dal giorno alla notte, come per magia, sono diventati dittatori… C’è qualcosa di artefatto. Io mi sono sempre augurato un processo di maturazione democratica che coinvolga le istituzioni, le università e i centri culturali, le nascenti organizzazioni professionali, gli uomini di religione. Solo una simile maturazione, che comprenda i dati culturali e diffonda la consapevolezza dei diritti dei singoli, può davvero portare allo sviluppo pieno di strutture democratiche. Invece, nel cambiamento repentino che ci troviamo davanti, rimane sullo sfondo qualcosa di indecifrabile. I Paesi arabi non sono preparati a un’instaurazione fulminea dei modelli europei di democrazia. E certi aspetti fanno temere che con le rivolte si possa tornare indietro.

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http://www.30giorni.it/articoli_id_77821_l1.htm

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